Daniela Liviello scrive come se camminasse per strade strette, uscisse in cerca d’aria, andasse per fiori la sera lasciando indietro le cose di un quotidiano banale, rituali senza sacralità, faccende e piccoli doveri. Sembra dirci che il rimedio al pesare, alla secchezza, all’aridità, quella umana, è un attaccamento alla terra, è un voler somigliarle. Niente soffitti e pavimenti, ma cielo e terra, anche basso anche pesante, anche pietra, purché sia il fuori, non il dentro. Come se nella traccia e nel solco si potesse trovare qualcosa di vivo, un tremore di germoglio, una qualche turgida prova di un piacere di vivere. Mentre manca il respiro, ogni forma di muro.

Titolo: La sposa secca del muretto
Autrice: Daniela Liviello
Editore: Edizioni Kurumuny (collana di poesia Rosada)
105 pp.
€10,00

http://rosadapoesia.it/la-sposa-secca-del-muretto/

L’autrice:

Daniela Liviello è nata a Taviano, nel Salento leccese. Suoi interventi, poesie e testi narrativi sono apparsi su riviste e lavori collettanei.  È presente in antologie poetiche per le edizioni LietoColle, Kurumuny e Pagine. Per Manni edizioni ha pubblicato le raccolte E madonne sorridenti e Il rovescio delle foglie. Suoi ultimi lavori sono Litanie dell’acqua, per LietoColle, e I semi del silenzio, presente all’interno di un lavoro a più voci dal titolo Tetrakis, uscito nel 2017 per la collana di poesia Rosada, edizioni Kurumuny.

La sposa secca del muretto è il secondo titolo per il quale devo ringraziare il team di Rosada, che per la seconda volta mi ha proposto una silloge interessante, suggestiva e musicale, con una struttura ben diversa rispetto alla raccolta di Fabrizio Lombardo. Proprio alla luce di questa diversità, è stato ancora più affascinante analizzare nel dettaglio la poesia di Daniela Liviello, che ho trovato in qualche modo legata al lirismo del secolo scorso, pur preservando una forte volontà sperimentratrice: i suoi componimenti sembrano alimentarsi di suggestioni, dalle opere di Carmelo Bene e Vittorio Bodini, ma anche da quelle di Gesualdo Bufalino, decisamente più distante ma che, a mio avviso,emerge con qualche immagine e citazione velata – come il rapporto luce-lutto che si delinea in un componimento posto a metà della raccolta:

Mi sfaldo mi assottiglio
penetro la fossa l’essenza
la luce mi appartiene
il lutto mi sostanzia.

Le poesie di La sposa secca del muretto si richiamano all’intenzione di fondo di quasi tutta la poesia moderna e contemporanea – e che abbiamo spiegato in precedenza –, ovvero quella di porsi domande cruciali sull’esistenza, sulle condizioni dell’esistenza, sullo “stare al mondo”. Uno “sguardo radicato” in maniera letterale, quello della Liviello, che ricerca in maniera risoluta e intensa una soluzione alla “dissoluzione” incombente, e che la prefigura in una ritrovata comunione, immersione nella terra, fuori dalle mura di casa che costringono l’anima al precipizio. La sua è una “liturgia della rovina” in un mondo di luce e struggimento, che si manifesta in un paesaggio concreto ma interiore – con quella corrispondenza emblematica alla disposizione d’animo della poetessa, lo “stare a mezz’aria” come topos letterario.

L’acqua – elemento che nutre per eccellenza, che splende di limpidezza e genera vita – qui è torbida e si fa strada nelle profondità, trova l’anima e la fa bruciare; è quella degli abissi marini che affonda le navi e inghiotte le vite, è quella delle tempeste, delle bufere, delle piogge che corrodono, “rombano” nelle orecchie e costringono alla fuga. Una fuga che riporta all’esterno e alla terra, ad immergere le mani nel fango per mettere radici come un albero sofferente. Un respiro nel silenzio delle cose, una voce distante e ogni cosa si sgretola:

Chiediamo perdono di essere vivi a pesare
mentre fredda scivola la lumaca
e il falco gioca a stanare la preda.

Siamo qui.
Affondiamo le mani
nella terra oscura
guardiamo negli occhi
ossuti giganti.

Il tema del radicamento è molto attuale e complesso, e sono stata molto felice di aver colto i segnali infausti che Daniela Liviello ha voluto marchiare su queste pagine. È di fondamentale importanza comprendere a fondo ciò che sta accadendo, negli ultimi anni, nel Mediterraneo, nella sua effettività, lasciando da parte indifferenza e pregiudizi infondati. Per mostrarvi, semplicemente, i segnali di cui parlo, vi riporto una delle prime poesie della raccolta:

Cadono i corpi
la terra si sdegna.

Disserra il portone!

La notte non dorme
la notte si leva.

Disserra il portone!

Cadono corpi
quieta, la terra ricetta.

O puramente il mare rigetta.

Disserra il portone!

Le parole arrivano a sfiorare le corde di sogno e magia: la solitudine è stato determinante dell’uomo, ostacolato dalle mura del luogo chiuso, pesante come una pietra e come la casa, circondato dall’aria spaventosa e silenziosa delle stanze vuote, con il suo corpo nudo gettato nel “dentro” ma teso verso il “fuori”, lontano dalla piattezza del quotidiano. Si disegna in questo modo l’immagine del giardino nascosto come meta, verde di speranza ma a volte imprigionato, anch’esso, fra muri di pietra, crepati, che tracciano confini da abbattere.

L’invito sostanziale sta proprio nel provare a superare la barriera nera del banale, del luogo comune, delle certezze buie e vacue, per rispondere al richiamo di quell’“utero antico dell’umanità” e ritornare all’origine e riconquistare le forme intrinseche della natura umana. Un messaggio, questo, che viene delineato attraverso un percorso dritto e profondo fra i componimenti che avanzano e sembrano raggiungere sempre più le famose pieghe dell’animo umano, così tanto indagate nel corso dei secoli quanto, oggi più che mai, inesplorate e dimenticate, in un dialogo interno, amorevole, atroce, mesto e speranzoso.

E ringrazio la terra che nutre la mia poesia, il Salento, specchio di un Sud più vasto, finestra su di un Mediterraneo da sempre travagliato e oggi ancor più dolorante.

Ho molto apprezzato il messaggio sotteso della breve silloge, ed è stato bello scoprire  alcuni topoi della tradizione letteraria con una forma diversa e sperimentale, viva e plasmabile– soprattutto nella forma, l’autrice gioca molto sugli spazi, le pause, gli enjambement, la punteggiatura e le ripetizioni per dar forza ai significati. Ogni parola parla e annette un nuovo e funzionale frammento ad un valore complessivo, bello e autentico, intimo.

Consiglio questa silloge a chiunque ami la poesia e voglia interrogarsi su un senso di umanità scomparso, a chi voglia riflettere un po’ più a fondo sulle questioni dell’attualità senza rinunciare ad un sapore passato di bellezza, tristezza e speranza. Finché ci sarà la speranza, e noi torneremo alla terra, si potrà ancora guardare con fiducia al futuro.  

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Una risposta a "Daniela Liviello: “la terra è silenzio; la terra si strappa”"

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