Byung-Chul Han: la società del controllo psicopolitico e il sistema neoliberale

Ci nutriamo sempre più di parole, volenti o nolenti, di modelli di comportamento e di immagine, di pensieri che crediamo nostri quando in realtà dipendono dalle continue influenze che cose e persone esercitano su di noi. Viviamo in uno stato di libertà percepita in cui “ognuno è il panottico di se stesso”, come scrive Byung-Chul Han in questo bellissimo – quanto spaventoso, direi – saggio: nel 1791, il filosofo e giurista Jeremy Bentham progetta quello che gli appare come il carcere ideale, nel quale la disposizione degli spazi è tale da consentire a un solo sorvegliante di osservare, nello stesso momento, tutti i detenuti (pan-opticon), senza che questi ultimi possano capire se in quel preciso momento siano o meno controllati.

Ebbene, in questa nuova società del gioco, dello sfruttamento delle emozioni positive e della comunicazione costante, siamo noi stessi a metterci volontariamente a nudo, controllati da un potere invisibile che ci tiene in pugno ancor più di prima, un potere subdolo perché esercita tale controllo attraverso la nostra inconsapevole condiscendenza, un potere che non nega la libertà ma la usa per creare nuove forme di oppressione, che agisce silenziosamente, che “seduce, invece di proibire”.

L’io come progetto, che crede di essersi liberato da obblighi esterni e costrizioni imposte da altri, si sottomette ora a obblighi interiori e a costrizioni autoimposte, forzandosi alla prestazione e all’ottimizzazione.

Siamo gli imprenditori e al contempo i sorveglianti di noi stessi. Come possiamo affermare allora di essere liberi quando finiamo con l’essere schiavi non del dovere ma del potere? Come possiamo raggiungere la consapevolezza necessaria a proteggerci dal denso flusso di informazioni che vorrebbe plasmarci completamente la mente e il corpo? Nella nuova società neoliberale, il Grande Fratello orwelliano ha il volto benevolo di un “ente” che sprona continuamente a condividere, a raccontare la propria vita, a esprimere opinioni, sempre di più e con costanza sempre maggiore. Questi interrogativi e queste considerazioni si pongono alla base del ragionamento del filosofo coreano.

La nuova società digitale, fatta di big data e data-mining, ha creato una nuova divisione per classi, nella quale l’addizione ha preso il posto della narrazione, il calcolo ha preso il posto del racconto e si propugna l’omologazione, perché questo è ciò a cui si aspira attraverso la “dittatura della trasparenza”, perché questo garantisce il controllo:

Quando tutto deve rendersi immediatamente visibile, le anomalie non son più possibili. Dalla trasparenza deriva una coercizione che elimina l’Altro, l’Estraneo, il Deviante. I big data rendono visibili soprattutto i modelli di comportamento collettivo.

Secondo Byung-Chul Han, dunque, viviamo nella società del controllo psicopolitico, in cui il “diktat della positività” ci incita a respingere e a distruggere ogni forma di negatività che potrebbe minare la nostra forza produttiva mentale, ci impone un sostanziale auto-sfruttamento che finiamo per accettare inconsciamente: “Nella società della prestazione neoliberale chi fallisce, invece di mettere in dubbio la società o il sistema, ritiene se stesso responsabile e si vergogna del fallimento. In ciò consiste la speciale intelligenza del regime neoliberale: non lascia emergere alcuna resistenza al sistema”.

Così finiamo soprattutto per aggredire noi stessi, sentendoci sbagliati o non all’altezza ogni volta che non riusciamo o non vogliamo o non possiamo uniformarci o agire secondo la “dittatura della trasparenza”, che trasforma ogni cosa in informazione, in “apertura” verso l’esterno – perché la “chiusura”, l’interiorità  inficiano la comunicazione e ci rendono attivi. Il sistema neoliberale e il controllo psicopolitico hanno bisogno di passività:

“Il neoliberalismo fa del cittadino un consumatore. La libertà del cittadino cede alla passività del consumatore. L’elettore in quanto consumatore non ha, oggi, alcun reale interesse per la politica, per la costruzione attiva della comunità. Non è disposto a un comune agire politico e neppure ne è capace: reagisce solo passivamente alla politica, criticando, lamentandosi, proprio come fa il consumatore di fronte a prodotti o a servizi che non gli piacciono. Anche i politici e i partiti seguono la logica del consumo: devono fornire. […] L’imperativo della trasparenza serve soprattutto a mettere a nudo i politici, a smascherarli o a suscitare scandalo. La richiesta di trasparenza presuppone uno spettatore che si scandalizza: non è la richiesta di un cittadino impegnato, ma di uno spettatore passivo”.

Eppure tutto quello che succede all’esterno ha in noi, dentro di noi, delle conseguenze tremende ed inevitabili: il controllo della psiche comporta patologie psichiche, come burnout, depressione disturbi alimentari o del sonno, per un numero sempre maggiore di persone. Il bisogno pressante che ci porta ad auto-ottimizzare il nostro tempo, le nostre risorse e le nostre energie non ci abbandona mai e ci trascina verso il collasso mentale. Ci sentiamo in colpa non soltanto quando ci sembra di fallire, ma anche quando in noi si fa strada, come un minuscolo tarlo, una qualche forma di pensiero negativo.

“Invece di ricercare peccati, ora si ricercano pensieri negativi: l’io lotta di nuovo con se stesso come contro un nemico”: la mancanza di negatività, tanto ricercata dal neoliberalismo, causa lo svuotamento dell’anima umana. Il dolore ha una grande forza educativa e “l’anima umana deve proprio alla negatività la sua tensione profonda”. Coltivare la tensione profonda dell’anima renderebbe nulli i tentativi di controllo psicopolitico neoliberale: cortocircuito. La psicopolitica del neoliberalismo “annienta l’anima umana, che non è affatto una macchina positiva”. Ecco a voi l’odierno capitalismo finanziario basato sulla psiche in quanto forza produttiva. Il corpo è oggetto di interventi di tipo estetico, chirurgia estetica, fitness, in quanto risorsa da accrescere e commercializzare; la mente, oggi, è il fulcro della nostra capacità di produrre e in quanto tale è sfruttata, “produciamo” alla stregua di macchine, senza fermarci a riflettere, senza fermarci e basta. Siamo passati dal capitalismo industriale al capitalismo cognitivo senza neanche rendercene conto.

Tutto questo mi porta a fare una riflessione, breve ed esemplificativa, su un ambiente del quale faccio parte da ormai quattro anni, quello dell’università, che si muove su queste direttive, da buona istituzione del sistema. Il collasso mentale è tipico dell’ambiente accademico, ma quasi sempre viene banalizzato o addirittura accettato come se fosse parte necessaria e imprescindibile del percorso. Come macchine ben oliate, oramai dagli studenti e dalle studentesse ci si aspetta un certo tipo di resa, senza se e senza ma: ci si aspetta la preparazione delle varie materie una dopo l’altra, come in una sorta di catena di montaggio; ci si aspetta che raggiungano tutti gli obiettivi nei tempi “ideali” e preferibilmente col massimo dei voti; ci si aspetta, insomma, che abbiano una carriera universitaria impeccabile, anche a costo di qualche sacrificio. Ebbene: la salute mentale non è un sacrificio accettabile. Gli studenti e le studentesse sono le prime persone a interiorizzare questo tipo di ingranaggio, e – per le stesse contorte ragioni di prima – finiscono per inseguirlo fino all’autodistruzione. Ed è molto grave che non se ne parli abbastanza, che le problematiche legate alla salute mentale all’interno delle accademie neoliberali non si ritengano materia adatta ad approfondimenti scientifici o ad un mero “riconoscimento” sociale. Chi ne parla lo fa sottovoce. E il sentimento di solitudine, tipico della società neoliberale, non fa che infettare sempre di più gli ambienti universitari, nel silenzio delle cose non dette, sminuite.

Il peso delle aspettative e dei giudizi, propri e degli altri, di un lavoro faticoso e il più delle volte non valorizzato, di un eccessivo carico di ansie è spesso troppo gravoso da sopportare, e non portare nemmeno all’attenzione il problema significa trasmettere un semplice messaggio, forte e chiaro: va bene così, è giusto, è normale che sia così.

Scrive Franco Palazzi in questo illuminante articolo per Il Tascabile:

Come se non bastasse, la depressione può diventare ancora più insidiosa in ambito universitario: essa sembra scardinare la stessa immagine dell’accademico come persona credibile ed affidabile alla luce della sua (presunta) superiore conoscenza di una determinata materia. Non a caso, nel senso comune la persona depressa è ritenuta affetta da una sorta di disturbo di percezione, una tendenza ad accentuare gli aspetti negativi di qualunque circostanza a scapito di una sua più equilibrata interpretazione – rappresentazione tanto più invalidante se riferita a ricercatrici e ricercatori di cui si presume l’avalutatività. L’accademico depresso troverà pertanto difficile parlare della sua condizione, che resta ammantata da un tabù tanto maggiore in contesti dove la produttività viene incoraggiata (o estorta) incessantemente e l’“eccellenza” misurata senza tregua.

La sanità mentale non è il prezzo da pagare per la propria percezione di efficienza in quanto persone. Il sistema neoliberale sfrutta ogni angolo della nostra mente per stimolare la nostra produttività attraverso lauto-colpevolizzazione, l’auto-sfruttamento e l’auto-ottimizzazione.

Qui di seguito vi lascio un paio di link ad articoli che ritengo interessanti ed utili per approfondire ulteriormente la questione:

Il saggio di Byung-Chul Han si chiude con un capitolo dal titolo “Idiotismo”: l’idiota è chi “abita l’esterno che non può essere pensato in anticipo e che si sottrae a ogni comunicazione e connessione. […] L’idiota è il moderno eretico. […] L’eretico […] è qualcuno che ricorre a una scelta libera”. L’idiotismo ci rende singolari e sensibili agli eventi, al futuro.
Deleuze afferma: “Fare l’idiota è sempre stata una funzione della filosofia”; e allora siamo idioti, siamo idiosincratici, siamo eretici, siamo bambini. Siamo esistenze reali, esistenze di fiori: “semplice apertura alla luce”.


Consiglio questo saggio? Assolutamente sì. Lo consiglio a chiunque sia curioso/a di approfondire un argomento particolarmente spinoso ma anche stimolante. Una nota di merito alla casa editrice nottetempo per la qualità dei suoi prodotti, nel contenuto e nella forma.


Byung-Chul Han, nato a Seul, è docente di Filosofia e Studi culturali alla Universität der Künste di Berlino. Autore di saggi sulla globalizzazione e l’ipercultura, per nottetempo ha pubblicato La società della stanchezza (2012), Eros in agonia (2013), La società della trasparenza (2014) e Nello sciame (2015).

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Arcadia e Illuminismo: il Settecento propulsore di innovazione

Occorre ripensare, ricostruire e riformare il canone letterario italiano.
All’indomani di lunghe lotte per l’emancipazione, per l’abbattimento di un certo sistema di pensiero sul ruolo gerarchicamente subordinato della donna rispetto all’uomo nel corso dei secoli, e alla luce di questioni ancora tristemente attuali, è bene riconsiderare interamente le fondamenta delle nostre idee (politiche, ma non solo): perché se è vero che l’Italia sia una “nazione di carta”, fondata a lungo sulle produzioni dei suoi grandi pensatori, artisti, scienziati, allora forse è proprio dalla loro volontà di gettare le basi dell’identità italiana che bisogna partire per cercare le ragioni profonde della quasi totale scomparsa delle donne dalla nostra storia letteraria.

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@riverberodiparole

Il Settecento è il secolo dei grandi paradossi ma anche delle grandi conquiste ideologiche, è il secolo della scienza positiva, della ricerca del verosimile. È proprio nel Settecento che, per esempio, in Italia, una delle città più vivaci nella diffusione del sapere illuministico è Napoli – oltre a Milano e alla Serenissima: il Sud è in costante contatto con i più importanti circoli europei e contribuisce attivamente al dibattito economico, sociale e istituzionale (basti citare i nomi di Gaetano Filangieri o di Francesco Paolo di Blasi). Ed è in questo periodo che, accanto al desiderio riformistico dilagante, che ha portato a moltissime conquiste in campo sociale (come la riflessione sulla tortura e sui diritti inalienabili dell’uomo), si staglia però il muro della retorica del maschio sessualmente potente, già fomentata e ingigantita nei secoli precedenti, che di fronte al sorgere di una nuova letteratura, quella settecentesca, appunto, con le sue peculiarità e innovazioni percepite come più tipicamente femminili, cerca di far fronte all’accusa di “letteratura effeminata” come meglio può.

La letteratura così acquista un nuovo valore ed assurge ad un’altra missione. Ancora nel XVIII secolo vige indisturbata la concezione del rapporto donna-immanenza e uomo-trascendenza, che costringe la prima all’unico stato di natura e che si trascina dietro l’idea che all’uomo soltanto possa appartenere lo stato di cultura. Ma questo è, sì, il secolo di Goldoni, Parini e Alfieri, di Metastasio e di Algarotti, ma è anche quello di Teresa Bandettini, Petronilla Paolini Massimi, Pellegra Bongiovanni e tutte le altre poetesse estemporanee dell’Accademia dell’Arcadia: il pensiero virilizzante dell’opera dei grandi pensatori illuministi, che ha espunto volontariamente (e ha dunque sottovalutato, banalizzandole) le numerose e lodevoli prove delle nostre scrittrici, non ci deve perciò trarre in inganno. Escludere una porzione – come anche un’eccezione – della produzione di un intero secolo secolo significa osservare i fenomeni soltanto parzialmente e perdere di vista i reali, significativi cambiamenti che hanno posto le radici della nostra modernità.

L’Accademia dell’Arcadia nasce nel 1690 ad opera di Gravina e Crescimbeni, e subito si pone in contrasto con la letteratura barocca del secolo precedente, tutta incentrata sulla forma esagerata e sulla meraviglia (per De Sanctis, la configurazione più scadente mai raggiunta dalla letteratura italiana). La nuova sensibilità dei numerosissimi arcadi si lega ad una nuova idea di “delicatezza” letteraria, guardando all’Arcadia greca e alla poesia bucolica. Importantissimo sottolineare che questa sia stata l’unica accademia a cui alle donne era concesso iscriversi (anche se, a differenza degli uomini, esse dovevano soddisfare alcuni requisiti relativi alle capacità compositive − già questo la dice lunga). Tatiana Crivelli, nel suo saggio La donzelletta che nulla temea − Percorsi alternativi nella letteratura italiana tra Sette e Ottocento, ha ben dimostrato – dati statistici alla mano – quanto sia stata determinante e anche molto apprezzata l’opera delle poetesse arcadi, che partecipavano alacremente ai salotti e si esibivano da vere performers.

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“Dal dipinto di Angelica Kaufmann.”
Immagine tratta da “Le scrittrici italiane dalle origini al 1800″ di Jolanda Blasi
Firenze: Nemi, 1930, Tav. XXX. https://www.lib.uchicago.edu/efts/IWW/Portraits/HTML/A0065.html

Se, da un lato, è possibile scorgere, nel lavoro incessante di propaganda e promozione dell’opera delle arcadi, la volontà dell’accademia di porsi come istituzione democratica (dunque con un certo disinteresse verso le produzioni vere e proprie), dall’altro è interessante notare l’immenso riconoscimento che alcune delle poetesse ottennero, anche internazionalmente – basti prendere in esempio la figura di Teresa Bandettini Landucci (in Arcadia, Amarilli Etrusca), lodata persino dal giovanissimo Leopardi, o di Fortunata Sulgher Fantastici (in Arcadia, Temira Parasside), che strinse attorno a sé un animatissimo circolo di intellettuali che la stimavano particolarmente (emblematica l’amicizia con Angelika Kauffmann, pittrice). Tali riconoscimenti si accompagnavano, spesso, a scambi epistolari pieni di encomi, di cui è essenziale, però, sottolineare una pratica comune:

Oltre che volentieri io do sempre lode a chi mi par meritarla, chi negarla potrebbe ad Amarilli Etrusca, se ancora fosse men brava, considerando le due condizioni in lei d’improvvisatrice e di donna? Ma né improvvisatrice appar veramente nelle sue stampe, né donna, tanta è l’eleganza insieme e la robustezza de’ versi suoi.

Scrive Ippolito Pindemonte a Bettinelli dopo aver assistito alla performance dell’arcade suddetta. Anche nell’elogiare l’opera di una donna interviene dunque quel processo di virilizzazione che vorrebbe estirpare dall’essere donna il minimo sospetto di capacità pari a quelle dell’uomo, e che la vorrebbe soltanto musa, passiva raffigurazione dell’interiorità maschile, piuttosto che attiva produttrice di cultura. Contro questo particolare aspetto, l’afflato emancipatorio del Settecento, nella prospettiva di una “letteratura delle donne”, ha innescato dei particolari meccanismi grazie ai quali poetesse come la Bandettini hanno saputo stabilire una pratica di riconoscimento, conferendosi una certa autorità. Tramite la sorellanza, ovvero l’aiuto reciproco fra donne intellettuali, la scelta di determinate tematiche gender e di alcuni generi solitamente relegati ai margini del dibattito culturale, la scrittura spesso classificata “al femminile” ha trovato una propria espressione, e con essa l’aspirazione ad ottenere un proprio posto nella letteratura italiana – in barba a quella “virtù della modestia” che non ha fatto altro che camuffare la perdita intenzionale delle notizie sulle scrittrici e la loro censura.

«Ma di tutto quel plauso, cosa resta?»: John Guillory l’ha chiamata “ipotesi della cospirazione”: “Una discriminazione attuata dal potere dominante, il quale valuta in maniera positiva solo ciò che più gli somiglia e che per secoli si è identificato con i tratti del potere occidentale, maschile e bianco”. Un esempio calzante per restituire meglio questa linea di pensiero, tra l’altro non del tutto nuova, può essere rappresentato dal caso delle Risposte a nome di Madonna Laura alle Rime di messer Francesco Petrarca in vita della medesima, raccolta di Pellegra Bongiovanni, l’arcade palermitana Ersilia Gortinia, che mette in atto un procedimento assolutamente degno di nota nel tentativo di promuovere l’uguaglianza dei sessi e la pari dignità della donna.

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http://libreriadelledonnefirenze.blogspot.com/2015/01/

La sua raccolta si propone di conferire una reale consistenza a quella Laura (l’aura-lauro) decantata dal Petrarca nella sua evanescenza, e scrive perciò un canzoniere che “risponde per le rime” alle parole del poeta. La Bongiovanni, in altre parole, incoraggia la dialettica fra i sessi, sessualizza la sua poetica (come hanno fatto, del resto, tutte le arcadi) e, dalla presa di coscienza della lotta impari delle donne, elabora un’opera di contrapposizioni che, di riflesso, mira a porla sullo stesso piano del Petrarca – mostrandosi, tra l’altro, abilissima versificatrice petrarchista. Inutile affermare quanto questa volontà così “ribelle”, tipica delle donne moderne, abbia rappresentato un grosso fastidio per la critica dell’epoca e successiva, per il forte attrito che generava con la produzione maschile preponderante (eroismo, magnanimità e saggezza). E così, il caso di Pellegra Bongiovanni è stato sminuito a mera poesia d’imitazione, come sono state ricondotte a banali luoghi comuni le sue peculiarità biografiche di donna erudita: questa è la fine che hanno fatto, con lei, tutte le donne letterate del Settecento, le vere madri delle lotte femministe, che possono davvero darci conto di quali importanti innovazioni culturali, sociali, politiche, economiche abbiano preso piede nel secolo della ragione e della passione.

“Misogino è il mondo”, spiega Federico Sanguineti nella sua Storia letteraria in poche righe: e d’altronde il mondo, per come lo conosciamo, è stato immaginato, costruito e normalizzato con misoginia. La letteratura ne è l’esempio innegabile, ma ancora si fatica a rendere gli animi consapevoli. E così non mi resta che rimandare a quella necessità che ho espresso all’inizio: occorre ripensare in ogni caso il canone letterario italiano, tenendo in considerazione che le radici della nostra modernità risiedono in questo Settecento illuministico e riformistico, con tutte le sue contraddizioni, ricordandosi che uno sguardo non è mai neutro e che ne serve uno nuovo per guardare alla nostra storia letteraria. Uno sguardo critico che includa, che elogi e comprenda la singolarità della produzione, che non classifichi e non subordini, che raccolga il “bacolo d’Aglauro” delle arcadi per riconsegnare alle donne lo “scettro” delle pari opportunità in questa nostra storia letteraria.


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Annie Ernaux: “Mi sentivo salvata”

Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori. E se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo.

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Mi trovo particolarmente in difficoltà a parlare di questa lettura, terminata d’un fiato durante una notte particolarmente silenziosa ed alienante. Mi trovo in difficoltà perché mi ha procurato una sofferenza fisica, oltre a quella emotiva, e questa è una di quelle reazioni che non riesco ad elaborare bene, subito dopo la lettura di un libro. Mi sento provata, spettatrice di una parte di storia che molti, a lungo, hanno finto di non vedere, o meglio, hanno voluto in qualche modo cancellare; mi sento partecipe di un evento che ha riguardato e riguarda moltissime donne, che potrebbe riguardare me.

La narrazione di un aborto non è mai facile da metabolizzare: richiede l’accettazione di un dolore troppo grande anche per il lettore emotivamente più forte, costringe ad aprire gli occhi su delle verità spesso ignorate, e a tenerli spalancati mentre episodi delle vite degli altri scorrono come memento e memorandum. Annie Ernaux esamina attentamente la sua memoria, torna indietro dolorosamente, riuscendo ad afferrare il “tutto”, e trasforma abilmente la scrittura in un efficace strumento di indagine sociale.

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Come in tutti i suoi libri, le prime pagine dell’Evento introducono il nucleo di questo nuovo tassello autobiografico. Siamo nel 1963, Annie ha ventitré anni ed ha quasi terminato gli studi alla facoltà di Lettere Moderne. Ha deciso di preparare la tesi sulla figura della donna nel surrealismo, ed ha un rapporto complicato con un certo P., del quale scopre di essere incinta. Nessun ripensamento, una decisione categorica e viscerale: non vuole tenerlo. In quegli anni, in Francia, l’aborto era ancora illegale, e i medici spesso se ne lavavano le mani delle sorti di quelle donne che, in un modo o nell’altro, per disperazione, finivano per trovare una soluzione che spesso le conduceva alla morte o alla sterilità. Sarà la Legge Veil a legalizzare l’aborto in Francia nel 1975, e dunque a renderlo più sicuro. Ma fino ad allora ci si doveva rivolgere a qualcuno in segreto, affidandovisi completamente, sottoponendosi ad una sofferenza indicibile e sperando di sopravvivere. I metodi erano vari per chi si improvvisava ginecologa/o: iniezioni di candeggina, ferri dell’uncinetto o altri oggetti appuntiti inseriti nell’utero per indurre un aborto spontaneo (molto comuni per chi decideva di fare da sé)… Uno spaccato di storia particolarmente duro ma che, a conti fatti, non è molto lontano da noi e che ancora oggi, in moltissimi contesti, si ripete.

Annie ci racconta quella che definisce una “esperienza umana totale”, una vita e una morte insieme, ripercorrendo, non senza fatica, le tappe di quei mesi così difficili in cui ha dovuto fare i conti con la legge e con un modo per eluderla, con il muro di insofferenza issato dai medici, con il fascino e la curiosità che gli uomini provavano nei confronti della sua condizione, con l’apatia e l’incuranza dei possibili giudizi altrui. E la sua scrittura, questa volta più di altre volte, sembra restituire fedelmente le sue percezioni:

Questa impossibilità di dire le cose con parole diverse, questo definitivo congiungimento tra la realtà del passato e una singola immagine che esclude tutte le altre sono per me la prova che io ho realmente vissuto così l’evento.

C’è poi la pressione delle gerarchie, la divisione palese e le differenze fra le classi sociali che si riflettono in differenze di trattamento: in quella condizione, Annie spesso si trova a riflettere in termini di ceto, si sente legata inesorabilmente alla sua classe sociale d’origine, al mondo dei lavoratori come sua madre e suo padre, figlia di una miseria della quale non potrà mai realmente liberarsi:

Mi ero fatta fregare all’ultimo dagli ardori, e ciò che cresceva in me era, in un certo senso, il fallimento sociale.

Questa gravidanza indesiderata – mai nominata, mai definita tale e, dunque, mai riconosciuta, accettata – ha una conseguenza determinante che si porta dietro, poi, tutte le altre: “l’esclusione dal mondo normale”, il senso di alienazione di fronte alla vita che sembra scorrere indisturbata, per gli altri, nonostante una “realtà” altra stia prendendo forma nel ventre di una donna che non la vuole. I discorsi delle coetanee, i doveri accademici, i pomeriggi in biblioteca: tutto sembra perdere il significato che aveva sempre avuto mentre Annie si tormenta nella ricerca disperata di un aiuto, mentre tiene tutto nascosto ai genitori e si apre, invece, con degli amici che non sanno realmente come reagire.

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L’esclusione dunque, e poi il sentimento d’irrealtà, a fatto compiuto, una volta uscita dalla casa della mammana dai capelli grigi:

Fuori, tutto è diventato improvvisamente irreale. (…) È una scena lenta, ormai è quasi buio. Niente della mia infanzia e della mia vita precedente mi conduce fin lì. Abbiamo incrociato qualche passante, avevo l’impressione che mi guardassero e che a vedermi con lei capissero cos’era appena successo.

Quindi la sensazione di abbandono:

Mi sentivo abbandonata da tutti, con l’unica esclusione di quella signora anziana col cappotto nero che mi scortava come fosse mia madre.

Fino a sentirsi altro da sé, a non avere più la stessa consapevolezza del proprio corpo:

Mi guardo le gambe nei collant neri allungate al sole, appartengono a un’altra donna.

E fino ad una coscienza “strana”, l’elaborazione dell’evento in una maniera ormai fuori da ogni senso di colpa:

Non sapevo se ero stata ai confini dell’orrore o della bellezza. Provavo un senso di fierezza. Forse la stessa dei navigatori solitari, dei drogati e dei ladri, quella di essersi spinti fin dove gli altri non oserebbero mai andare. Può darsi sia qualcosa di quella fierezza ad avermi fatto scrivere questo racconto.

Perché, scrive Annie Ernaux, “forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intellegibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”. Ed è così che, ancora una volta, è riuscita a trasformare un particolare momento della sua esistenza, così privato, intenso, individuale, concreto, tremendo, in un racconto “corale” sull’esistenza di tutte quelle donne dimenticate dalla storia, con la loro dignità e legittimità, con la loro possibilità di scegliere, senza colpe.

Annie Ernaux

In un percorso frammentato in precisi momenti di vita – che per me si è articolato attraverso, nell’ordine, Una donna, Il posto, La vergogna, L’altra figlia e quindi L’evento –, la bravura di questa autrice, il grandissimo punto di forza della sua prosa, sta nel saper rendere collettiva una vicenda umana così individuale. Sfoglio i suoi libri e leggo di Annie Ernaux, ma leggo anche di me, leggo dei miei genitori, dei miei amici, dei miei nonni, di tutte le persone che ho conosciuto e persino di quelle che non conosco. Leggo di una umanità declinata in maniera a me così familiare, che facilmente riesco a ritrovarmici, a riconoscermi. Con tutto il dolore che questo gioco di specchi comporta e attraverso una scrittura materiale che si appoggia ad una memoria materiale, «la sola vera memoria», una scrittura semplice, a volte spezzata, ma sempre profonda, precisa, tagliente nella sua trasparenza.

Il corpo e la scrittura: due mezzi di passaggio per una voce fatta di tutte le voci spente nel silenzio. Annie Ernaux è decisamente nata per scrivere e, ancora una volta, ce ne ha dato la prova.


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Autobiografia linguistica: radici profonde

Il linguaggio è così il linguaggio dell’essere
come le nuvole sono le nuvole del cielo.
MARTIN HEIDEGGER

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Dicevo delle storie del paese. Delle leggende, di quei racconti radicati nella terra e nella cultura locale tramandati di generazione in generazione che pian piano, un po’ alla volta, rischiano di essere dimenticati. Prima di qualche tempo fa, per esempio, non conoscevo mica la storia del Crocifisso del miracolo, quello che i “castellani” di Palazzo Giardina hanno scovato dietro la chiesa di Sant’Atanasio, poi fatta ingrandire proprio per via di questo Crocifisso che agghiuinnava fuora¹ tutte le mattine nonostante fosse stato precedentemente portato all’altare; o la storia sulla chiesa dei Patellaro e della loro bambina morta tragicamente dentro il pozzo dove aveva visto, si dice, una scarpetta d’oro luccicante.

La festa dell’Immacolata è particolarmente sentita in paese, e importante è anche l’antica tradizione dei Personaggi, per la quale i paesani ogni anno sono chiamati a rappresentare, recitando, la passione di Cristo, ciascuno col suo ruolo e con i suoi costumi. Da questa occasione potevano anche nascere delle ‘nciurie (nomignoli), come quella attribuita alla famiglia di mia nonna, detta i muonachi proprio perché il nonno Vincenzo aveva recitato la parte del monaco, una volta. Le “ingiurie” ficarazzesi sono quasi tutte colorite ed interessanti – basti pensare agli irriverenti tiesta fraricia² o culu vasciu³, e se la maggior parte derivano da mestieri, anche antichi (vedi Annicchia a scarpara⁴, soprannominata così per via del lavoro del padre), in altri casi potevano nascere anche da frasi idiomatiche o espressioni ricorrenti, come è successo allo zio della nonna, Pippinu detto u signuruzzu perché era solito dire “Signuruzzu, aiutami!” quando iucava a monetine cu l’avutri picciuotti⁵.

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Io bambina insieme a mia madre e mio nonno Nino

La scuola non mi ha aiutata particolarmente ad apprendere, apprezzare e valorizzare il mio patrimonio linguistico dialettale e tutto ciò che esso comportava: anzi, credo che abbia attuato una sorta di piano repressivo, almeno quando frequentavo le scuole elementari e medie, confinando il dialetto nella categoria delle “espressioni volgari” e, soprattutto, non adatte al contesto scolastico. D’altronde le uniche influenze in tal senso erano quelle dei miei compagni di classe scanazzati⁶ che utilizzavano il dialetto soltanto per insultarsi e per enfatizzare le parolacce appena apprese.

La mia prima canzone in dialetto l’ho sentita e imparata in primina, e c’è voluto un po’ prima che riuscissi a comprendere il significato di “Ciuri ciuri, ciuri di tuttu l’annu, l’amuri ca mi rasti ti lu tornu”⁷ e prima che riuscissi a cantarla senza sentirmi strana: per la prima volta ebbi l’impressione che il dialetto non fosse necessariamente volgare, ma sicuramente musicale. Tuttavia ho dovuto aspettare altri otto anni prima di ricevere ulteriori stimoli sui banchi di scuola. Un impulso fondamentale mi è stato dato dalla professoressa di lettere del liceo, che veniva spesso in classe armata di stereo e cd. Fra brani di De André e testi di Giovanni Meli, ho capito che quel senso musicale che tanto amavo non era una semplice impressione, poteva e doveva essere oggettivamente apprezzato, che bisognava valorizzarlo, che le parole non potevano essere scritte, dette, scelte a caso, in nessuna lingua e in nessun dialetto. Nella mia prospettiva di quasi adulta, il dialetto siciliano era diventato una lingua gentile, ancora più armoniosa, forse, di quella italiana, e dunque poteva essere utilizzata con criterio, studiata come studiavo l’italiano. Una rivelazione.

NONNA ADRIANA - 1
La mia bisnonna Adriana, simbolo delle mie origini recuperate

Perché mi ero sentita così a disagio di fronte all’eventualità di confrontarmici, di accoglierla e capirla? Perché mi hanno permesso di restare estranea così a lungo ai suoi misteri? Ascoltare e comprendere passivamente qualche parola nel corso della vita non ha niente a che fare con la competenza attiva che mi mancava completamente. Ormai ero entrata nell’ottica che le potenzialità del dialetto fossero le stesse dell’italiano e fossero mie: le sue costruzioni sono tutte ricche di storia e di storie, variopinte, espressive e puntuali, con quei modi di dire spesso intraducibili; basta solo farle funzionare bene, adorarle anche quando appaiono politicamente scorrette – l’espressività e la schiettezza del mio dialetto non vanno di pari passo col politically correct!

Quando, ormai all’università, mi sono approcciata per la prima volta alla linguistica generale, il mio piccolo universo di consapevolezza si è nutrito abbondantemente, sia dal punto di vista delle lingue in generale, sia per quanto riguarda l’italiano ed il dialetto. Una volta studiato proprio il dialetto siciliano, grazie alla materia di linguistica italiana, tutta la ricchezza della lingua del mio paese mi è parsa chiara ed evidente come non mai. Quante influenze, quante commistioni, quante trasformazioni nel corso dei secoli su sostrati antichi eppure sempre presenti!

Mi affascinano tuttora le teorie dedotte dai più importanti linguisti, le paretimologie e i cambiamenti formali o semantici delle parole, i processi di grammaticalizzazione e di lessicalizzazione, e ogni tanto mi diverto ad indagarli. Con la successiva scoperta della ricerca antropologica, tutti questi aspetti si sono compenetrati per farmi sentire assetata di conoscenza a tutto tondo, per quanto concerne la sfera sociale. Ed ecco che ho percepito di nuovo e più forte quel senso di vuoto guardando al mio retroscena sociale e culturale, quella mancanza che provo a colmare in parte ogni giorno grazie alle chiacchierate con i miei nonni, con mia madre e gli zii. Ed è bellissimo, oggi, anche solo chiudere gli occhi, nel bel mezzo del racconto sui pomodori fatti essiccare supra i maìddi⁸, e rievocare per un attimo l’atmosfera genuina della mia riscoperta lingua madre, sulle note dei carrettieri che, trasportando le merci o Scaru, di notte cantavano: “Palermu veru bellu, comu nu giardinellu; i cantaturi cantanu quannu tramunta u suli”¹⁰.

Fine terza parte

 

¹ Faceva giorno fuori, let.: nonostante venisse portato dentro la chiesa, la mattina dopo il crocifisso veniva trovato di nuovo nello stesso punto della campagna da cui era stato raccolto. Questo evento misterioso andò avanti per giorni e alla fine si decise di ingrandire la chiesa per annettere quella porzione di terreno. Da quel momento il crocifisso non si è più mosso dall’altare;
² Testa fradicia, let.;
³ Sedere basso, let.;
⁴ Annetta la scarpara; -cchia è un suffisso poco utilizzato oggi;
⁵ Giocava con le monetine con gli altri ragazzi, let.: mia nonna non ricorda precisamente se il gioco fosse “testa o croce” o altro;
⁶ Poco di buono, let., solitamente utilizzato in termine dispregiativo per indicare persone dai modi sgarbati, maleducate, dal linguaggio perennemente scurrile;
⁷ «Fiore fiore, fiore di tutto l’anno, l’amore che mi hai dato te lo restituisco», canzone popolare siciliana molto famosa il cui autore è sconosciuto;
⁸ Sopra le madie;
⁹ Allo “Scaro”, il mercato ortofrutticolo di Palermo, uno dei più significativi dell’isola;
¹⁰ «Palermo davvero bella, come un piccolo giardino; i cantori cantano quando tramonta il sole», versione alterata cantata da mia nonna (probabilmente per via dell’ascolto fatto da bambina, o perché semplicemente veniva tramandata così) dell’originale canzone napoletana di Pino Marchese, che recitava così: «Palermo ‘ò ver’è bell comm’a nu ciardiniello; jì quant’addore mannan’o sti rose ‘e ‘stì viole; ‘a luna ‘e stelle stelle cantano quanno tramont’o sole».

Sradicare la cultura dello stupro

Come si sradica la cultura dello stupro?
Questa domanda mi perseguita dalla prima volta che mi ci sono confrontata.
È di ieri l’articolo di Simone Fontana, che su Wired Italia analizza chat e dinamiche del “più grande network italiano di revenge porn, su Telegram”:

È qui che l’espressione stupro virtuale assume una connotazione completamente diversa, dolorosamente reale. Non c’è nulla di astratto in questa violenza, niente di innocuo: c’è il sesso utilizzato come mezzo per affermare dinamiche di potere, ci sono i carnefici e ci sono le vittime. Tutto accade su internet, ma le conseguenze hanno ben poco di virtuale.

E il problema continua a non esistere.

Il problema non esiste. Per la maggior parte degli italiani e delle italiane, il problema della disuguaglianza di genere non esiste, e nemmeno quello delle disuguaglianze sul posto lavoro, in un contesto familiare o amicale. Non esiste il problema dell’oppressione di genere, delle varie forme di violenza di genere; non esiste il problema della foto scattata, rubata ad una ragazza sull’autobus, o presa da un social network e lanciata dentro un gruppo su Telegram di oltre 40 mila uomini che inneggiano allo stupro. E se il problema non esiste, non esiste la presa di coscienza, non esiste la presa di posizione e non esiste la battaglia che tutti quelli che si vogliono dissociare hanno il dovere di portare avanti. Se il problema non esiste, esistono invece affermazioni quali: “Ma se voi non fate niente, allora significa che va bene così”, “Siete esagerate”, “Smettete di fare le vittime”. Esistono affermazioni come: “Ma se esiste un gay pride, perché non dovrebbe esistere un etero pride?”, “Voi e le vostre manifestazioni cretine”, “Vi fate troppi problemi”. Ecco: il problema non esiste, o forse si finge che non ci sia. E invece sarebbe cruciale ammettere che ciò che non è normalizzato agli occhi della società – la parità fra i sessi in ogni ambito, le relazioni omosessuali, per fare due soli esempi – ha bisogno, necessariamente, di un grido di sostegno, di persone che si schierano e che ne dichiarano la legittimità e la giustizia.

Avevo letto di questi terrificanti gruppi su Telegram già qualche tempo fa, quando, sempre su Wired Italia, uscì un articolo di Luca Zorloni che mostrava la chat di uno dei gruppi più popolati in tal senso, chiamato Canile 2.0.

I casi di stupri virtuali di minori online scoperti dalla polizia postale sono raddoppiati tra il 2016 e il 2018: da 104 casi a 202 l’anno. Nelle chat emergono anche forme di stalking.

Ricordo che rimasi molto colpita da questa scoperta, nonché profondamente disgustata. Non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima, ahimè. Ho scritto altre volte riguardo ad alcuni fatti orribili, sulla violenza di genere e sul femminicidio. Nel 2017 mi rifacevo ad un fatto di cronaca per buttare giù, di pancia, alcuni pensieri sulla cultura dello stupro in Italia, così radicata nelle menti di uomini e donne inconsapevoli; nel 2018 leggevo Thanopulos, e alla luce del suo La solitudine della donna scrivevo che “(…) è semplicemente un modo per ripetere, ancora una volta, che i fatti di cronaca degli ultimi anni, che contano ogni giorno almeno una storia di omicidio-suicidio o di violenza sulle donne, prendono il via da un problema reale che non scaturisce dalla natura dell’uomo – secondo un modo di pensare sessista o antiquato –, ma che è insito nell’organizzazione della nostra società. La società di oggi impone egoismo e diffidenza nei confronti dell’altro, non permette che il rapporto fra gli uomini, fra gli uomini e le donne possa avere luogo senza che l’uomo si senta in qualche modo su un gradino più in alto, come detentore di diritti che alla donna non sono mai appartenuti veramente”.

Ho sempre immaginato la cultura dello stupro legata inevitabilmente a tanti altri problemi sociali, come traino e come conseguenza. D’altronde si tratta di un male così profondo da aver formato metastasi in ogni aspetto e settore del nostro sistema. Volendo dare solide fondamenta al mio discorso, mi rifaccio ad un altro libro, Femminismo per il 99% – Un manifesto di Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser (Editori Laterza), in cui si legge: “Noi sappiamo che nel capitalismo la violenza di genere è una condizione sistemica, non un’interruzione dell’andamento regolare delle cose. (…) Nelle società capitaliste la violenza di genere non è un fenomeno isolato. Al contrario, è profondamente radicata all’interno dell’ordine sociale che intreccia la subordinazione delle donne con un’organizzazione del lavoro connotata dal genere e con le dinamiche dell’accumulazione capitalistica. (…) La violenza, in tutte le sue forme, è parte del funzionamento quotidiano della società capitalista (…). Non si può fermare una singola forma di violenza senza fermare le altre”. Dunque tutto può essere considerato collegato, le nostre mancanze derivano dalla cultura dello stupro e allo stesso tempo la fortificano, lasciando sole le donne a combattere una battaglia che è di tutti.

In un momento di forte crisi del capitalismo (periodi inevitabili) esplodono la violenza di genere e lo stupro come “strumento di controllo” di fronte a varie incertezze. La storia parla chiaro per noi: basti pensare agli stupri perpetrati dai soldati colonizzatori, alla schiavitù sessuale di “donne nemiche” o all’immaginario fascista della patria-donna-madre e a tutte le violenze che avvengono ancora, ogni giorno, sotto i nostri occhi, che noi ce ne accorgiamo o meno. Questa cultura, è indubbio, è dura a morire. Ce lo dimostrano quei 43 mila utenti, in gran parte assolutamente anonimi, che convengono con le parole di uno di loro: “Le femmine sono soltanto carne da fottere e stuprare, da sbattere in rete punto e basta”. Rabbrividisco.

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Ringrazio gli autori di questi articoli perché forse possono contribuire a gettare un po’ di luce negli occhi pigri di quelli che ancora ritengono che il problema della disuguaglianza e dell’oppressione di genere non esista. In una società sana, il primo passo sarebbe appunto prendere coscienza della realtà vera che ci circonda, perché non si può pensare ad una soluzione senza una problematica da analizzare. E ritorno al mio quesito iniziale: come si sradica la cultura dello stupro? Pongo a voi questa domanda, e io mi azzardo a dare una risposta, forte dell’idea che ho coltivato fino a questo punto: con l’educazione, con un sistema scolastico che mira davvero a formare delle persone consapevoli, dal forte senso civico e morale, rispettose, giuste. Con una scuola che mira all’inclusione e che non costruisce differenze, e che soprattutto mette di fronte ai suoi studenti tutte le storture della società per far sì che le capiscano davvero e che, un giorno, possano battersi anche loro per contrastarle, tutti insieme.

Perché è fondamentale l’educazione sociale e sessuale per adulti e bambini? Perché a far parte di quei gruppi (Canile 2.0, Stupro tua sorella 2.0 e altri) ci sono amici, fidanzati, padri che decidono di dare in pasto ad altri come loro figlie, mogli, ex fidanzate, con tanto di nome e cognome, indirizzo di casa o del posto di lavoro, numero di telefono e account dei social. Sono uomini che invitano altri uomini a “punire” le donne con cui sono stati, mandando foto e dati sensibili e incitando allo stupro (revenge porn); sono uomini che chiedono foto di minorenni e video di violenze sessuali; sono uomini che si nascondono dietro la sicurezza dell’anonimato e che, una volta chiusa la chat, dormono sonni tranquilli e vivono una vita normale, a contatto con la famiglia e gli amici – che probabilmente non sospetterebbero mai di loro. Come ha giustamente scritto Federica Marsili: “Ecco, signori, la banalità del male”.

Assodato che il problema esista e sia di natura sociale, occorre dire che la società e la sua cultura non nascono come entità immobili e ben definite. Nascono e si trasformano grazie alle prime persone che hanno voluto pensarle, immaginarle e costruirle, e sono dunque suscettibili di variazioni. Tutti noi abbiamo il potere e il dovere di cambiarle nel tempo (di cambiare nel tempo) affinché sia equa e giusta, affinché situazioni di questo tipo non si manifestino più. Per poter agire, però, dobbiamo prima ammettere che qualcosa non va, e dunque prendere una posizione. Informiamoci, leggiamo, educhiamoci ed educhiamo. Uomini – che non avete niente a che fare con la categoria che ho descritto finora: c’è bisogno che lottiate anche voi, e che lo facciate allo scoperto. Ci vorrà moltissimo tempo prima di poter raggiungere davvero dei risultati: ma se non ora, quando?


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Autobiografia linguistica: infanzia

La verità ha un linguaggio semplice e non bisogna complicarlo.
EURIPIDE

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Mia zia Enza racconta che quando sono nata ero una bedda picciridduna luonga¹; la nonna le diceva, disperata, osservando l’infermiera che mi faceva il primo bagno: “Un si pò sgaddari!”². Sì, a quanto pare sono venuta fuori completamente ricoperta di grasso. Mi sono sviluppata nel mio caloroso nucleo di sole donne – con l’eccezione del nonno e dello zio Carlo che veniva spesso a trovarci – e la mia storia d’amore con le parole ha avuto ufficialmente inizio ad appena due anni dalla mia nascita, quando riuscivo già ad utilizzare correttamente alcuni costrutti linguistici, allontanandomi dalla fase di baby talk del mio primo anno di vita. Mi facevo capire abbastanza bene. Mia madre Adriana, che è riuscita a frequentare per qualche anno l’università a Scienze naturali, si è sempre rivolta a me come lo si fa con una persona adulta: mi spiegava tutto quello che non conoscevo, senza edulcorare le terminologie con commistioni infantili.

Quando volevo raccontare qualcosa utilizzavo dei termini così inconsueti per la mia età che la zia spesso si stupiva e, rivolgendosi a mia madre, diceva: “a sintisti a picciridda?”³. Mi piacerebbe davvero tanto possedere dei ricordi vividi di quel periodo! Di fronte ai miei inusitati comportamenti e alle mie risposte pacate, mia madre ha sempre detto: “Annuccia è saggia”⁴. Mi ha raccontato di una volta che avevo due anni, lei si è addormentata per un′ora sul divano e, quando di colpo si è svegliata presa dal panico per avermi lasciato da sola, mi ha trovata immobile seduta di fronte a lei.
Mia sorella Dorotea, al contrario, dicono sia nata cu l’uocchi ri fuora⁵– in questo tripudio di nascite forse è inutile sottolineare che, da tradizione, lei ha preso il nome dalla nonna materna, io da quella paterna, senza se e senza ma. Anche mia madre ha preso il nome da sua nonna Adriana, da parte materna, in un ciclo inarrestabile tipico dei piccoli paesi siciliani. Curiosità: non abbiamo mai chiamato mia sorella con il nome di battesimo, per noi è sempre stata Dorothy, tanto che la stessa nonna Dora una volta propose di cambiarle direttamente il nome all’anagrafe.

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Io e mia sorella Dorothy

A quattro anni amavo utilizzare i congiuntivi e mi annoiavo a stare all’asilo, così, dopo un anno di preparazione, mia madre ha deciso di farmi fare gli esami per entrare dritto in seconda elementare. Lì ho trovato finalmente pane per i miei denti, la mia curiosità linguistica è stata perennemente stuzzicata da maestri preparati e intelligenti: il maestro Arancio, per esempio, vedendomi così entusiasta nei confronti delle materie umanistiche, mi faceva acquistare dei piccoli romanzi per bambini – un esempio su tutti, Il mistero del cane di Mario Lodi – che avrei dovuto leggere con attenzione per segnare tutte le parole che non conoscevo. Me le faceva annotare su una rubrica insieme al loro significato, e per tutti gli anni delle scuole elementari – e poi anche delle medie – il mio lessico si è espanso così, accogliendo di volta in volta parole per me incredibili e bellissime, come “rischiarare” o “immensità”, parole che ricercavo e memorizzavo (e poi utilizzavo in continuazione), scovate nelle antologie scolastiche e nelle canzoni, termini dei quali adoravo il suono.

Ben presto ho imparato a convogliare questa ardente passione nella scrittura, dilettandomi a inventare fiabe, a scrivere in versi e a riempire pagine e pagine di diari segreti ed agende. Tramite ciò che è rimasto di queste produzioni scritte (che riportano quasi tutte la data e i dettagli più minuziosi) ho osservato che, se da un lato non mi capitava quasi mai di fare errori in merito ai verbi, qualche volta invece esageravo con le reggenze – forse perché ogni volta che utilizzavo la preposizione “a” avevo la sensazione che fosse scorretto, “troppo dialettale”:

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Sorvolando sulla chiusura influenzata dal catechismo – che sembra tutt’al più la giustificazione auto imposta di una bambina che vorrebbe piuttosto infuriarsi con la sorella piccola – , è chiaro che non andassi molto d’accordo con le reggenze, no? “A Dory le voglio”, “…accontentano sempre a lei”: che fosse un caso di ipercorrettismo non ne sono certa. Un’altra cosa che si nota è l’uso spropositato delle virgole (ho imparato a padroneggiare decentemente la punteggiatura soltanto anni dopo) e qualche raro errore di ortografia che mi ha fatto sorridere (come “lensuolo” in questa piccola poesia):

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Scrivevo poesie e storie su qualsiasi cosa mi capitasse. Una volta ne ho scritte due sui cartoncini dei collant, me le portavo in giro e le modificavo in qualunque momento. Altra curiosità: con una di quelle poesie ho partecipato ad un concorso in paese, quando avevo otto anni. Il mio primo personal computer ha rappresentato una svolta in relazione alla scrittura, alla personalizzazione e all’archiviazione delle cose che mi passavano per la testa.

L’ascolto di storie è stato determinante per la mia formazione linguistica, io e mia sorella trascorrevamo gran parte della giornata con la nonna che ci intratteneva e ci istruiva in svariati modi, e non ci faceva mai mancare un racconto o una canzone. Imparavo a lavorare all’uncintetto cantando Oba Ba Luu ba e poi Piange il telefono, segnavo la stoffa col gessetto che mi piaceva tanto, fingendomi una sarta come la nonna, che con occhi vigili e buoni intanto osservava me e Dorothy che si dilettava disegnando. Sono cresciuta a pane con l’olio e canzoni di Modugno e Johnny Dorelli, il racconto di Culapisci (Colapesce) e i spinciuna⁶ tipicamente con i broccoli, e soltanto adesso mi rendo conto di quante cose ho sempre dato per scontate, anche solo guardando alla mia infanzia. Basti pensare a tutte quelle storie del paese che fino a qualche tempo fa ignoravo e che finalmente mi sono decisa a conoscere e scandagliare.

 

Fine seconda parte

 

¹ Bella “bambinona” lunga;
² Non si può sgrassare, let.
³ Hai sentito la bambina?
⁴ Buona, pacata; in dialetto il termine “saggio” ha questa accezione;
⁵ Con gli occhi di fuori, let.
⁶ Gli sfincioni rappresentano il prodotto da forno simbolo di Ficarazzi, in cui ogni anno si tiene una sagra dedicata. Su un impasto simile alla pizza, che però viene fuori molto più alto e morbido, si adagia uno strato di tuma (formaggio siciliano) e quindi la conza (condimento) a base di broccoli – molto gustosa. Ogni anno mia nonna prepara la conza in un enorme pentolone e poi si reca al panificio per realizzare da dieci a dodici sfincioni.


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Autobiografia linguistica: alberi genealogici

Il linguaggio non è la verità.
È il nostro modo di esistere nel mondo.
PAUL AUSTER, L’invenzione della solitudine

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Ficarazzi è un piccolo paese in provincia di Palermo: oggi conta poco più di tredicimila anime, ma ai tempi della nonna Dora e del nonno Nino non se ne contavano più di cinquemila, sulu chiddi ca stavanu nno stratuni¹. Per comprare casa la nonna ha dovuto vendere il suo tumminu² di terreno, lasciatole in eredità da suo padre, Vincenzo. Proveniva da una famiglia benestante, i cui componenti avevano ricevuto una istruzione mediamente buona. Nannu Vicienzu (nonno Vincenzo) era un coltivatore diretto che si occupava di enormi frazioni di terreno, e nei periodi di siccità partecipava alle processioni del Santissimo Crocifisso insieme ai suoi compaesani, pregando affinché piovesse sulle coltivazioni.

«Quannu c’era a carestia, tutti i coltivatori diretti si mettevanu nna strata e si passavano u crocefisso, u chiamavanu Crocefisso del miracolo: si passavanu stu crocefisso pi tutti i stratuzzi e prima che arrivava arrieri a chiesa e Ficarazzi, chiuvieva. Io mu ricordo ri picciridda»³, racconta con passione la nonna.

Vi racconterò anche la storia del Crocifisso del miracolo, in uno dei prossimi articoli, ma procediamo con calma.

Fino a qualche anno fa non mi sono mai chiesta nulla sul mio paese, anzi, ho sempre provato un forte senso di fastidio: che sarà mai, mi chiedevo, è sulu na strata!⁴ E il dialetto poi, questo sconosciuto: lo capisco, ma tanto non lo so parlare, mi dicevo, e poi l’italiano è la lingua che conta, quella che parlano tutti, con cui dobbiamo farci capire. Soltanto di recente, e proprio grazie ai miei studi e alla mia passione per le lingue e le parole, mi sono riavvicinata alle mie origini, fatte di racconti popolari, sostrati variegati e shock linguistici. Ho indagato le genealogie, le vicende di vita complicate e confuse, e ho ricostruito – in piccolissima parte – quei tasselli della mia personalità che il tempo e la mia ostinazione stavano facendo tragicamente dissolvere.

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Io e la nonna Dora un anno fa, festeggiando il mio compleanno

Come dicevo, i membri della famiglia della nonna, i Martorana, avevano ricevuto, quasi tutti, un’istruzione mediamente buona – lei è arrivata sino in quinta elementare. L’alternativa alla scuola era quella di carriari panara e cuogghiri cuosi⁵ sin da bambini, ma almeno loro l’istruzione potevano permettersela. Fra i casi insoliti poi figurava quello della nonna Rusidda allittrata (Rosetta acculturata, letterata), la mamma del nonno Vincenzo – la nonna della nonna, insomma – , appassionatissima lettrice che durante il giorno si metteva a leggere dietro le persiane che davano sul Corso Umberto, sotto gli sguardi sconvolti dei passanti che spettegolavano e si chiedevano perché non stesse cucendo, piuttosto. «Chidda era patita ri libra e ci purtavanu, u sai, ca carruozza»⁶. O ancora, il padre del nonno Nino, nonnu Callu (nonno Carlo), che segnava appunti a matita persino sulla Bibbia, mentre leggeva: suo figlio, il mio adorato nonno Nino, ha raccolto questa bellissima eredità, e da avido lettore, a sua volta, racconta fiero di aver divorato persino la Divina Commedia e il Corano. Ha frequentato la scuola fino alla prima media e ricorda quasi perfettamente dei passi letterari e delle poesie che ha imparato a memoria da bambino: “Picchì allura a scuola media mica era comu uora, prima si sturiava vieru”⁷. Il bagaglio culturale di mio nonno si è arricchito anno dopo anno, con le novità letterarie che uscivano man mano e con quel sostrato (dialettale e non) di racconti e parodie di classici che mi facevano tanto divertire, ma su cui solo oggi riesco a riflettere, comprendendone appieno il valore ed il significato. Oggi mi ripetono che devo aver preso la mia bibliofilia proprio da Carlo, Nino e Rusidda.

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Il nonno Nino sottolineava il mio anno in più, in quello stesso giorno

Nella mia casa si è sempre parlato rigorosamente l’italiano (regionale). Era concessa giusto qualche espressione dialettale qua e là. Quando era piccola, la nonna Dora ha subìto un duro shock linguistico a scuola, rendendosi conto che il dialetto, la sua lingua di prima socializzazione, non era sufficiente a farsi comprendere ovunque, poteva creare disparità e barriere insormontabili. Per questo motivo si ripromise di parlare ai suoi figli esclusivamente in italiano: e così fece. Mia madre Adriana e i miei zii, Carlo e Maria, non parlavano abitualmente il dialetto, e non riuscivano nemmeno a capire alcune parole utilizzate frequentemente dai loro coetanei. La nonna portò avanti questo proposito anche con noi nipoti, ma naturalmente, da bambina, non mi accorgevo del code mixing naturale e spropositato della sua parlata, come anche della sua estrema attenzione nell’evitare gli errori più gravi – che pure, ogni tanto e giustamente, le sfuggivano. Adesso che sono cresciuta e che ho sviluppato una certa sensibilità d’orecchio e una particolare accortezza dovuta ai miei studi, mi rendo conto delle interferenze, degli ipercorrettismi e degli stadi evolutivi dei termini del suo lessico, ed è, per me, una continua ed emozionante scoperta.

 

Fine prima parte

 

¹ Solo quelli che stavano nello “stradone” (in riferimento a Corso Umberto, la strada principale che attraversa tutto il paesino);
² “Tumolo”, antica unità di misura di superficie agraria, equivaleva a un certo numero di metri quadrati di terreno a seconda della provincia in cui ci si trovava: in provincia di Palermo corrispondeva più o meno a 1.394 m²;
³ «Quando c’era la carestia, tutti i coltivatori diretti si mettevano in strada e si passavano di mano in mano il crocifisso, lo chiamavano Crocifisso del miracolo: si passavano questo crocifisso lungo tutte le piccole strade e prima che ritornava alla chiesa (di partenza) a Ficarazzi (il paese ha due punti di riferimento rappresentati da due chiese, e si considerava diviso in Ficarazzi e Ficarazzelli) iniziava a piovere. Io me lo ricordo sin da quando ero bambina»;
⁴ Solo una strada;
⁵ Trasportare cesti e raccogliere frutti;
⁶ Lei era appassionata di libri e glieli portavano, lo sai, con la carrozza;
⁷ Perché allora la scuola media mica era come adesso, prima si studiava seriamente.


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Giovanna Cristina Vivinetto: “Ma il nostro destino è in quelle case e resteremo lì anche se ce ne siamo andati”

Vi avevo parlato di Giovanna Cristina Vivinetto in un articolo della rubrica #riverberodipoesia, più di un anno fa, in occasione della presentazione di Dolore minimo, suo eccezionale esordio letterario. E ve ne parlavo così:

Quella di Vivinetto è una poesia che ascolta, che invita all’ascolto e che, in qualche modo, sa ascoltare le sensazioni intime del lettore, è una poesia fatta di dialogo, di attesa, di rapporti umani, di ruoli, e il suo è uno sguardo che solca la psiche con sempre più forza alla ricerca del Nome. Il disagio e la sofferenza segnano un percorso che procede a passo sempre più sicuro, dipingono una realtà di tormento che vuole esorcizzare il suo stesso male.

Vi parlavo di un “versificare dolce, delicato, preciso, attento e aperto, ampio”, e della descrizione di un dolore che “accompagna la rinascita”, dell’importanza della nominazione quale riconoscimento di un’esistenza. Vivinetto torna ora a sorprenderci – dopo aver vinto, tra l’altro, il prestigioso Premio Viareggio Opera Prima 2019 – con la sua seconda raccolta, Dove non siamo stati, pubblicata per BUR Rizzoli a febbraio 2020, con una prefazione di Roberta Dapunt e una nota critica finale di Alberto Bertoni.

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@riverberodiparole

Sulla scia del percorso iniziato nella prima raccolta, Dove non siamo stati si apre con l’idea di una lacerazione – la prima sezione si intitola La misura dello strappo. Vivinetto procede con la sua penna pungente, la sua mano leggera imprime i segni di un dolore grande, condiviso, che pure è un dolore piccolo. In una prima parte autobiografica, racconta il tremendo morbo di Alzheimer, le sue conseguenze degenerative, alcuni episodi di una vita che smarrisce i suoi colori dopo un’acuta regressione – le mani ferme nell’acquaio, la gatta immaginata dietro la tenda e la bambina al lato del letto: immagini in bilico fra ciò che esiste/resiste e ciò che scompare (“sui fondali si addensa ciò che non si vede”).

Un breve romanzo in versi pregno di umanità, quello di Giovanna Cristina Vivinetto, e quindi pregno di dolore, un dolore familiare, intimo, atroce e partecipato, la sofferenza dovuta a una debolezza non voluta, ma determinante e caratterizzante: quella umana, appunto. Scrive Dapunt:

C’è molto passato in questi versi. […] Volgere in poesia la storia di chi in vita non ce la fa e ancora di più, tracciare sulla carta quei suoni che stanno fuori dal modulo metrico della società, richiede un passaggio che invita a essere percorso e attraversato.

È una poesia che, forse ancor più di quella di Dolore minimo, riesce ad ascoltare l’interiorità del lettore, penetra in profondità il pensiero e trascina in una lettura amara quanto catartica e necessaria. Le quattro parti della raccolta scorrono come un unico lungo canto – non sono solita leggere ad alta voce, ma ammetto che questa volta mi sono sentita quasi in dovere di calarmi mente e corpo in ogni verso, prestando la mia voce in nome di un’esperienza totalizzante. Si percepisce ancora meglio l’influenza di due grandi poetesse a cui si ispira la Vivinetto: Antonella Anedda (sento in particolar modo la vicinanza alla raccolta Historiae, che tanto ho apprezzato) e Wisława Szymborska.

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Come racconta in una video intervista per il Corriere della Sera, l’autrice si propone di “interrogare un’assenza per renderla vivibile, per renderla concreta”: le storie di chi non c’è più fungono da aggancio fra noi e quel passato così vicino, ci aiutano a capire il mondo, ad entrare davvero a fondo nella nostra personale realtà, così unica e così legata a quelle degli altri. L’idea di una terapia auto-imposta del racconto (in versi), così evidente e intensa nella prima raccolta, ritorna in Dove non siamo stati con la concezione del dolore come “strumento” da non allontanare, bensì da utilizzare per sciogliere le contraddizioni che ci perseguitano. La poesia di Vivinetto accoglie, ancora, il dolore e lo trasforma in potente mezzo di conoscenza di un’umanità ricca di sfumature: e lo fa con il linguaggio delle “piccole cose”, dei luoghi della memoria, con parole che procedono in punta di piedi, chiare, semplici, concrete, con il suono dolce del dialetto siciliano che scivola via dalla lingua e dalla memoria. “Dove non siamo stati, in realtà, c’eravamo già, attraverso i corpi e le storie degli altri”: e sembra di trovarsi dentro quelle case, o fuori, su quelle strade accennate, dentro le comunità di bambini e anziani, così immersi nelle storie degli altri che quasi le sentiamo nostre. Scrive infatti Bertoni:

L’eccezionalità del lavoro poetico di Giovanna Cristina Vivinetto risiede non tanto nella forza testimoniale di una verità autobiografica, […] quanto nella capacità di trasferire tale proprietà dal corpo “in carne e ossa”, che si racconta in prima persona, al corpo linguistico del testo.

Chi ancora pensa che la poesia sia fatta di parole e concetti estremamente complessi, di una sintassi incomprensibile e che sia, perciò, leggibile solamente dagli “addetti ai lavori” (badate bene che non c’è nulla al di fuori della portata di un lettore curioso e interessato), si sbaglia: i versi di Vivinetto si susseguono nella loro semplicità confortante, veicolando un messaggio profondo raggiungibile senza alcuna “fatica”. Come ha ben detto lei stessa, nell’intervista citata prima, il poeta, in quanto interprete della realtà, ha la missione di comunicare il suo messaggio a tutti. La poesia può e deve essere un ponte fra le parole e le cose, fra un ricordo che va via e la verità profonda di un luogo: non sempre, non soltanto un luogo fisico, ma un luogo inteso come dimensione altra, cornice di altre storie attraverso le quali possiamo riconoscerci e ritrovarci. E il dolore è una linea sottile che ci lega agli spazi della mente.

Dove non siamo stati si increspa indifesa / la possibilità di accadere ancora, / nell’aria qualcosa piano scintilla. / Per allora sapranno i nostri corpi la misura / di ogni cosa e la fragilità che ne segue, / l’esatta origine di tutto il dolore. / Intanto riposano in un sonno perfetto / grati finora di non esserci mai stati.

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Dieci passi per dieci spunti: l’epilogo del 2019

Il 2019 è stato un anno pieno di sfide. L’anno di grandi obiettivi e soddisfazioni, l’anno del tracollo emotivo. L’anno di nuove avventure e della vita di sempre, di grandi inizi e aspettative non soddisfatte. Se dovessi fare un bilancio degli alti e bassi di quest’anno inesorabile, resterei delusa e amareggiata per tutti i momenti no passati, ma sarei anche molto felice all’idea che, comunque, nonostante tutto, siano passati. Non cambia mai molto da un anno all’altro, come spesso si vuole credere, ma è bene darsi la giusta carica all’inizio di ogni viaggio, e magari stilare dei propositi per affrontare un nuovo anno al meglio.

Ho tanti progetti per il 2020, da cominciare o da portare avanti, e mi sento finalmente pronta a risollevarmi del tutto dopo un lungo periodo di malessere. Per fortuna, a farmi luce nei momenti più bui, c’erano i libri, come sempre, fedeli compagni di studio e di vita. È stato l’anno in cui ho approfondito la conoscenza di un’autrice quale Annie Ernaux, in cui ho apprezzato le opere d’esordio di sorprendenti scrittori come Jonathan Bazzi e Luca Scivoletto, in cui ho recuperato libri fondamentali come Se una notte d’inverno un viaggiatore o La metamorfosi. Dal punto di vista letterario, è stato un anno memorabile, sotto ogni aspetto. Continuerò a lavorare sulla mia formazione, e per questo sto preparando una lista di propositi di lettura, per l’anno che verrà, che spero di realizzare interamente.

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@riverberodiparole

Intanto, come ogni anno, vi faccio i miei auguri per il nuovo anno in un modo un po’ speciale, condividendo con voi dieci brani tratti da alcuni dei libri più belli che ho letto quest’anno.

[…]
Ora e nell’ora dei notturni strazi
sarò il tuo sogno quando ti addormenti;
ma venga ogni ombra, ma di me si sazi,

chiuderemo il recinto delle menti.
Dunque vedi, obbedisco al tuo comando.
Ma chi mi porterà i miei soli spenti,

i miei giorni caduti, mi domando,
che a quando a quando almeno io li tocchi?
Dell’umana natura posta in bando

avevo fatto un patto coi miei occhi,
con te, amore, dolce guida e caro.
Ma dei giorni ingoiati in vuoti blocchi

cuore, suvvia, sanguina più amaro.
Qui la morte per me pianta le tende,
qui al suo tribunale io dichiaro

che è questo vuoto quello che mi offende,
vuoto infinito, infinito niente,
un niente che dà niente e niente prende

nel niente di un tale niente di niente
che l’anima nel cuore fa tremare.
Tra nudi spettri e vane ombre e niente

sento più nausea di chi soffre in mare.
Tratto da La tentazione, II, Cento quartine e altre storie d’amore, Patrizia Valduga

«Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso – il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente».
Il nostro bisogno di consolazione, Stig Dagerman

«Peccato però che, a differenza dei cristiani, che in Dio ancora ci credevano, nessuno credesse più tanto nel comunismo. E ora suo padre era come un combattente senza guerra, addestrato a una rivoluzione che non ci sarebbe mai stata, perché la Storia era andata nel frattempo da un’altra parte. E il dubbio era se quella scorza ormai ce l’avesse pure lui, se gliel’avevano fatta crescere a forza di insegnamenti, parole d’ordine, modi di fare, rendendolo il figlio disadattato di un’altra epoca.
“Non so cosa farmene di tutti gli insegnamenti dei miei”, le disse a un tratto. Era la prima volta che trovava parole così esatte».
I pionieri, Luca Scivoletto

«In che stato sono. Sono fatto di fango, dentro e fuori. Mia madre non mi riconoscerebbe. Fulvia, non dovevi farmi questo. Specie pensando a ciò che mi stava davanti. Ma tu non potevi sapere che cosa stava davanti a me, ed anche a lui e a tutti i ragazzi. Tu non devi saper niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te. Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori, istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti».
Una questione privata, Beppe Fenoglio

«Sotto la felicità, l’irrequietudine di un agio conquistato a fatica. […]
Obbligata sacralizzazione delle cose. E sotto ogni parola, degli uni e degli altri, le mie, sospettare invidie e paragoni. Quando dicevo «c’è una ragazza che ha fatto il giro dei castelli della Loira», subito, offesi, «avrai tutto il tempo di andarci. Stai contenta con quello che hai!». Un perenne senso di mancanza, senza fondo. […] Il timore di essere fuori posto, di avere vergogna. Un giorno è salito per errore in prima classe con un biglietto di seconda. Il controllore gli ha fatto pagare il supplemento. Altro ricordo di vergogna: dal notaio ha dovuto apporre a un documento il suo primo formale «letto e approvato» prima della firma, non sapeva come scriverlo correttamente, ha scritto «ha provato». Imbarazzo, ossessione di quell’errore, sulla strada del ritorno. L’ombra dell’indegnità. […]
Di fronte alle persone che reputava importanti si irrigidiva, timido, preferendo non fare mai domande. In breve, si comportava con intelligenza. Il che equivaleva a percepire la nostra inferiorità per poi rifiutarla nascondendola come meglio poteva. […] Vergogna di ignorare ciò che avremmo di certo saputo se non fossimo stati ciò che eravamo, ossia inferiori».
Il posto, Annie Ernaux

«La mondialità è tutto l’umano pervaso dalla divinazione della sua diversità, connessa in estensione e in profondità attraverso il Pianeta. Con le sue alchimie silenziose, la mondialità instilla in noi la presenza di un invisibile più vasto del nostro spazio, di una parte di noi più vasta di noi stessi. Amplifica le percezioni, demoltiplica i punti di ancoraggio, ne inventa di nuovi, risveglia l’ignoto e l’imprevedibile in quello che viviamo, ci meraviglia e ci turba. Ci trasmette il gusto di imparare a vivere questo ignoto e questo imprevedibile, ad accoglierli senza farci travolgere, a coglierli nonostante tutto. Distilla l’intuizione di un mondo che abitiamo, che ci abita, che tocchiamo e che ci tocca, che è già costruito ma che possiamo continuare a edificare, che ci forgia ma nel quale possiamo aspirare a un divenire. Ci infonde la sensazione di un mondo aperto e che ci apre, impossibile da circoscrivere, impossibile da definire, che si profila in ombre tracce fughe vuoti scontri e limpidezze attraverso connessioni insolite dei nostri immaginari. […] La mondialità è soprattutto ciò che la mondializzazione economica non ha previsto, […] è l’inatteso umano – poeticamente umano – che resiste loro, li oltrepassa e rifiuta di disertare il mondo!»
Fratelli migranti – contro la barbarie, Patrick Chamoiseau

«Tutti sorvegliavano tutti. Bisognava assolutamente conoscere le vite degli altri – per poterle raccontare – e rendere la propria inaccessibile – perché non fosse raccontata. […] Una disapprovazione senza appello era riservata ai divorziati, ai comunisti, ai conviventi, alle ragazze madri, alle donne che bevevano, che abortivano, che erano rasate a zero durante la Liberazione, che non sapevano badare alla casa eccetera. […] Perenne esposizione allo sguardo altrui, che obbliga a mantenere una condotta rispettabile, […] a non manifestare le emozioni, rabbia o tristezza, a dissimulare tutto ciò che potrebbe suscitare invidia, curiosità o che rischia di essere riferito».
La vergogna, Annie Ernaux

«Ogni nuovo libro che leggo entra a far parte di quel libro complessivo e unitario che è la somma delle mie letture. Questo non avviene senza sforzo: per comporre quel libro generale, ogni libro particolare deve trasformarsi, entrare in rapporto coi libri che ho letto precedentemente, diventarne il corollario o lo sviluppo o la confutazione o la glossa o il testo di referenza. […] Non ho fatto altro che portare avanti la lettura d’un unico libro».
Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino

«Se oggi lo stigma non mi imbriglia poi molto, forse è proprio perché sono cresciuto in quel posto. Rozzano il veleno e l’antidoto. Davanti al pregiudizio reagire alzando la posta: meglio tacere? Lo sapranno anche i muri. I panni sporchi si lavano dove pesa meno farlo.
Le persone non sono soprattutto il loro prendere posizione rispetto a circostanze, fatti e vissuti già dati? Siamo dispositivi vivi, che possono sempre ricombinare le contingenze».
Febbre, Jonathan Bazzi

Il libro putrefatto dalla pioggia, l’argilla che ha smottato,
la terra stride, i piatti crollano,
i muri si scollano dai quadri,
nulla è allineato come i pianeti che crediamo di capire.
Nella scossa che i cani annunciavano latrando stamattina
coi musi puntati verso uno sciame di api immaginario
il pavimento slitta verso il vuoto. Anche noi
fuggiamo nell’onda di una memoria della specie
(oh tempesta di fuoco e di basilico,
di lampade e letti scardinati
e tu monte che inghiotti acqua e aria)
mentre la casa si scompone e scompare.
Historiae 2, Historiae, Antonella Anedda

Spero che questi lunghi stralci si depositino in voi e colpiscano qualcosa, come hanno fatto con me. Che possano essere pungoli per l’anima. E vi auguro un anno pieno di letture folgoranti, di mete raggiunte, di limiti oltrepassati (quelli che inchiodano, che bloccano). Vi auguro felicità e soddisfazione, e vi auguro di avere tutta la forza necessaria per ricominciare quando va male, tutte le volte che servirà.

Buon 2020.

Cella

© fotografia di Ibrahim Alsamnan

Ho perso il mio appiglio,
vivo in prigione:
ne potrei uscire soltanto morendo
ma è meglio il silenzio
dentro queste mura,
con le sbarre alla finestra
che frantumano la luce.