Questioni di potere: il sistema famiglia in “Febbre” di Jonathan Bazzi

Il terrore e il panico stanno nello spazio che precede incontri e collisioni.

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@riverberodiparole

Febbre è uscito il 9 maggio, e prosegue il nostro Blog Tour che accompagna il suo primo mese di pubblicazione. La scorsa settimana Federica vi ha parlato della nuova uscita edita da Fandango attraverso la recensione del romanzo; in questa seconda tappa, io vi parlerò di quelle che abbiamo definito “questioni di potere”. Quali?

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Agli occhi del lettore di Febbre, fra un’intersezione col passato e l’altra, sarà subito chiaro che la famiglia di Jonathan – autore, narratore in prima persona – non rispecchi proprio l’ideale del nido caldo, accogliente e sereno che ancora oggi, talvolta, primeggia nell’immaginario comune. Le dinamiche familiari che si profilano tassello dopo tassello sono articolate, tumultuose, spaventose e aperte. In premessa, il nucleo originario madre-padre-figlio, già precario per varie motivazioni, si sfalda e determina la prima rottura decisiva che fa subentrare con maggiore forza le influenze dei nonni materni e paterni, nel bene e nel male, nonché di una serie di altri personaggi che appaiono e scompaiono.

Il sistema famiglia che ci viene raccontato – come poi un po’ tutte le famiglie di Rozzano descritte in quanto fugaci ma significative incursioni nella struttura degli affetti – si fonda su un principio trasparente: il maschio detta legge, detiene le redini della famiglia, per qualsiasi cosa, nonostante tutto. Nonno Biagio e nonno Pierluigi costituiscono gli esempi, chi più chi meno, dei dispotici padri padroni, coloro che controllano tutto, che hanno il potere di decidere su tutto, senza i quali non ci si può arrischiare di fare un passo avanti. Anche quando la malattia li colpisce, i capifamiglia esternano il dissenso: Biagio, dopo l’ictus, continua ad arrabbiarsi furiosamente se qualcuno non fa come aveva stabilito; “prima che si ammalasse, il nonno (Pierluigi) era il centro di tutto, dicono. Era il motore della nostra famiglia”. A partire dai nonni, tutti i maschi alfa della famiglia seguiranno questo modus cogitandi e operandi.

Quella di Jonathan è dunque una famiglia in cui una donna deve soltanto “fare i mestieri”, se va a lavoro significa che “ha l’amante, è una poco di buono”, e invece è necessario che sia la “serva di suo marito”, questo è il compito che le spetta; è una famiglia in cui i nipoti vengono trattati diversamente in base al grado di parentela, alla vicinanza (se così si può definire) nella linea di sangue, in cui si chiude sempre un occhio per Luca perché “è il figlio di sua figlia, io sono solo il figlio della Tina, l’ex moglie di papà. Nessuno me lo dice ma io l’ho capito che questa è una differenza importante”. L’ordine famigliare è in sostanza di tipo gerarchico e sessista:

Del resto quando sono nato, il nonno era su di giri. Il primo nipote, maschio, un Bazzi.

Il maschio dirige e si addossa il peso del focolare – la famiglia come peso, appunto, esercizio di un potere illimitato.

Educare è esercitare un potere, affermare una supremazia.

La donna sta chiusa in casa, sbriga le faccende, partorisce e alleva i figli ma le regole le detta sempre il padre, il nonno: orario, coprifuoco, programmi televisivi, dialoghi e silenzi.

A casa dei nonni ci sono regole, leggi non scritte.

Siamo di fronte ai rimasugli di una concezione patriarcale della famiglia radicata in un ambiente che  non lascia spazio ad alternative – cultura, politica, pensiero generale; il sesso diventa anch’esso uno strumento di controllo, di assoggettamento. La famiglia tradizionale così concepita, come una sorta di cappio al collo, come una spinta ad andare contro alla propria natura attraverso la “lingua dei maschi”, mi ha un po’ ricordato un seminario sulle pubblicazioni di Goliarda Sapienza e Silvana Grasso: d’altronde, forse, siamo più avvezzi, ormai, a sentir parlare le donne riguardo alle oppressioni legate all’ambito familiare, sempre in un contesto di genere. In questo romanzo le costrizioni sono diffuse, colpiscono soprattutto le donne ma non soltanto le donne, sono influssi impietosi, condizionanti nella vita di Jonathan bambino, che descrive ma non comprende fino in fondo, e di Jonathan adulto che sa, e che deve fare i conti con il turbinoso passato e il devastante presente. Sono le tracce che ci portano inevitabilmente alla tematica dell’amore familiare e del disinteresse.

Postulato: “La famiglia è importante, la famiglia c’è sempre, è fatta per sostenersi l’un l’altro”.  Realtà dei fatti: “Tutto nella mia famiglia è sempre successo a distanza”.

L’amore si rivela molto diverso da ciò che Jonathan immaginava, riponendo speranze nella potenza del sentimento amoroso come una sorta di protezione, di forza benefica perenne e liberatoria. Ma le dinamiche descritte appaiono ben lontane dall’immagine dell’amore incondizionato: piuttosto è un amore condizionato dal potere, ad esso subordinato.

Hellinger, lo psicologo delle Costellazioni Familiari Sistemiche, diceva qualcosa di particolarmente azzeccato a proposito: «L’amore è una parte dell’ordine, l’ordine precede l’amore, e l’amore può solo svilupparsi in base all’ordine. L’ordine è preposto. Se capovolgo questo rapporto e voglio trasformare l’ordine attraverso l’amore, sono destinato a fallire». Questo è proprio ciò che accade nella famiglia di Jonathan – senso di non appartenenza, limitazioni, preferenze e coperture.

E questo ci porta al tema della violenza domestica, pure presente, che merita un approfondimento in quanto diretta esternazione della presa di potere in ambito famigliare. Il sito internet dei Carabinieri recita: «Secondo l’OMS la violenza domestica è un fenomeno molto diffuso che riguarda ogni forma di abuso psicologico, fisico, sessuale e le varie forme di comportamenti coercitivi esercitati per controllare emotivamente una persona che fa parte del nucleo familiare. Può portare gravi conseguenze nella vita psichica delle donne, degli uomini e dei bambini che la subiscono perché può far sviluppare problemi psicologici come sindromi depressive, problemi somatici come tachicardia, sintomi di ansia, tensione, sensi di colpa e vergogna, bassa autostima, disturbo post-traumatico da stress e molti altri. Le condizioni di chi subisce la violenza sono tanto più gravi quanto la violenza si protrae nel tempo, o quanto più esiste un legame consanguineo tra l’aggressore e la vittima». Vediamo cosa succede da vicino.

Il ruolo preponderante del capofamiglia così inteso può affermarsi solo con un regime di paura e violenza: la violenza – fisica, psicologica – come strumento per farsi ascoltare. Che sia uno schiaffo, uno strattone, uno sguardo intimidatorio, una stretta forte delle dita, una voce grossa che rimprovera, una sfilza di botte, in questo sistema il padre, maschio, figura guida e motore dell’organismo tutto è chiamato a sottomettere i membri disobbedienti.

Gli episodi di violenza fisica descritti diventano sempre più espliciti e crudi, ed è indiscutibile la costante tensione che possiamo respirare anche noi tramite l’osservazione delle conseguenze con gli occhi di Jonathan: basti pensare a Concetta, detta Tina, sua madre, che cade e ricade in depressioni e crisi nervose, esplode e crolla, subisce pressioni psicologiche e percosse, rivelando un’insicurezza e un terrore profondi imputabili al contesto in cui è cresciuta. L’ordine e il potere indiscusso del singolo sul nucleo familiare deformano le personalità, le indeboliscono o le spingono a costruire una corazza fra sé e l’altro; e così nessuno impara a condividere le emozioni, “ognuno restituisce quello che ha ricevuto”.

La depressione parla una lingua conosciuta alla nostra famiglia, non scandalizza nessuno.

Come una macchia, una “piccola minuscola indimenticabile onnipresente macchia”, il potere patriarcale conosciuto e osservato risale attraverso i ricordi narrati da Jonathan, e si posiziona per sempre lì dove deve stare, accanto alla macchia del quartiere d’origine, Rozzano, accanto alla macchia della malattia. Un’esistenza di macchie dolorose ed indelebili, affrontate ed esorcizzate attraverso una lucida descrizione di una lunga e sottile linea di rapporti familiari violenti.

«Tutti colpevoli, nessuna colpa».

Beatn’k – poetic generation: il magazine che “insegna ad osservare poeticamente il mondo”, dal progetto di Antonio Calandra

A volte gli interessi diventano idee, e a volte qualcuno decide di accoglierle e svilupparle. È il caso di Antonio Calandra, giovane siciliano neolaureato presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, che per la sua tesi ha creato un progetto editoriale fra grafica, poesia, fotografia e passione, sulla suggestione stilistica della nota Beat Generation.

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Il suo progetto è stato presentato presso Spazio Cultura Libreria Macaione nella Giornata Mondiale della Poesia – il 21 marzo scorso -, e mi è parso subito degno di attenzione. Quindi, dopo qualche chiacchiera scambiata con Antonio, ho deciso di farvi conoscere l’iniziativa direttamente dalle sue parole: segue la sua ricca intervista.

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Antonio, intanto ti faccio ancora i miei complimenti per questo progetto: in quanto lettrice e appassionata di poesia, venire a conoscenza di un’ideazione del genere mi ha dato tanta gioia e anche speranza, non lo nego. Oggi c’è chi pensa che la poesia sia un genere sopravvalutato, sostanzialmente inutile, e soprattutto che sia lontano dall’universo dei più giovani, quando invece, per come la vedo io, probabilmente è uno di quei generi capaci di mutare forma e continuare a veicolare messaggi importanti: tu cosa pensi a riguardo?

La poesia ha in sé uno scopo diverso da qualunque altro genere letterario, ha in sé modi di esprimersi completamente diversi. È proprio grazie a ciò che il suo obiettivo è riuscire a colpire non la mente del lettore o ascoltatore, quanto il suo animo. Riesce a muovere organi e sensazioni incorporei che difficilmente altri generi letterari riuscirebbero. Non potrebbe essere davvero definibile un target fisso per la poesia, ogni persona, ogni uomo, donna, bambino, anziano ha una sua sensibilità nei confronti di parole, suoni, ritmi, e ognuna di queste qualità è fuori dal tempo. Escluderei, quindi, il valore generazionale della poesia, eccetto per quella che va contestualizzata in pensieri figli del proprio tempo politico e sociale. Il tempo e le generazioni sono quelle che, per esigenza, ne mutano i toni di voce, poiché i contesti storici condizionano codici comunicativi e linguaggi. E chiunque abbia almeno una volta sentito propria una poesia, sentito propria una sensazione evocata da parole, suoni o ritmi, comincia a sentire un’esigenza comunicativa aldilà del linguaggio razionale e logico, cercando l’astratto, e l’unico mezzo per esprimere ciò è il linguaggio della poesia. Mi piace fare il parallelismo tra poesia e la musica jazz, due linguaggi che risentono di un’esigenza comunicativa completamente diversa, astratta, che può sembrar complicata (motivo per cui si tende a definirla elitaria), ma, come dimostrano i grandi maestri del jazz e i grandi compositori di poesia, ognuno ha in sé un improvvisatore jazz o un poeta, basta solo cercare di trovare il proprio linguaggio, il proprio suono e i propri ritmi comunicativi. È grazie ad essa, infatti, che gli animi possono essere mossi e risulta un ottimo mezzo veicolatore di importanti messaggi che verrebbero sensibilmente più compresi, soprattutto, se a farsi sentire è la voce dei giovani.

In linea generale, concordo con quello che hai detto. La poesia è anche il genere letterario che forse più si avvicina al mondo delle arti figurative, se vogliamo, con il tentativo di descrivere immagini, di invitare all’interiorizzazione e all’interpretazione e con dei modi un po’ ambigui o impliciti per raggiungere questo obiettivo: quando ha cominciato a svilupparsi il tuo interesse per la poesia e le sue espressioni più recenti?  È sempre andato “a braccetto” con l’interesse per l’arte contemporanea e la grafica?

Credo che la passione per la poesia sia nata da piccolo, alle elementari e alle scuole medie. Ricordo, infatti, di aver vinto addirittura qualche concorso per poeti in erba. Ma credo che sia stato il periodo dopo il liceo classico a rafforzare il mio legame con la poesia, vedendo questa come un perenne luogo sicuro in cui cercare me stesso, rifugiarmi o consolarmi nei momenti difficili, poiché era un periodo in cui le scelte avrebbero fortemente condizionato la mia vita. Grazie al liceo è nata una grande passione per il giornalismo e l’editoria, e le ricerche che sono seguite mi hanno portato ad interessarmi al linguaggio grafico, ad approfondire sotto il punto di vista visivo il potere della parola e quello di poter creare linguaggi comunicativi sempre differenti, funzionali o estremamente creativi. È durante gli studi presso l’Accademia di Belle Arti che comincio ad entrare in contatto con i nuovi movimenti poetici, con la Street Poetry e la Slam Poetry palermitana. Ciò ha senza ombra di dubbio rafforzato il mio legame con la poesia, prendendo coscienza che la mia generazione cerca di nuovo un riscatto della poesia nei confronti della società e degli animi ormai freddamente digitalizzati. Grazie a questo percorso, poesia ed arti figurative si sono sempre affiancate, mi hanno dato sempre modo di trovare parallelismi tra esse e, con il loro connubio, importanti messaggi possono essere veicolati in maniera efficace e con toni differenti dalle arti figurative tradizionali.

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La domanda sorge spontanea – e anche in maniera banale, direi: di poesie, ne scrivi anche?

Non mi reputo, né mi dichiaro un poeta. Sì, scrivo poesie, ma nel mio piccolo, molto intimamente e con molta titubanza e timidezza nel leggere o far leggere ad amici e colleghi. Credo nel potere della scrittura come ottimo mezzo per capire meglio se stessi, per cercare dentro di sé e trovare qualche risposta o, come qualche volta è capitato, di trovare una domanda.

Condivido, la scrittura è un ottimo esercizio, infatti, in momenti di estrema confusione a vari livelli. Sei fresco di laurea, e colgo l’occasione per farti i miei auguri! Raccontami un po’ il tuo percorso universitario, con i momenti fondamentali o i punti di svolta, se ci sono stati, che ti hanno spinto a lanciarti in questo progetto e a farne la tua tesi di laurea.

Come detto precedentemente, è grazie alla passione per l’editoria e la ricerca di un linguaggio visivo che ho intrapreso questo corso di studi. Devo ammettere che il primo anno di corso ero ancora molto confuso sul fatto che quella potesse essere la strada che io volessi percorrere per tutta la vita, anche perché l’accademia mi ha posto davanti ogni tipo di declinazione del Graphic Design, nel suo variegato mondo di linguaggi; mi sono appassionato pian piano ad ogni materia, ho scoperto linguaggi comunicativi sempre differenti grazie, anche, al confronto con colleghi. È stato proprio grazie a quest’ultimo e alla cultura visiva che acquisivo che ho cominciato a capire quanto, anche nell’ambito della progettazione grafica, per quanto si punti ad un linguaggio funzionale per prodotti e aziende, ogni persona, nel suo piccolo, ha un proprio linguaggio distintivo: chi si orientava sulle tendenze minimal, chi era descrittivista, chi voleva astrattizzare al massimo con forme essenziali, chi, invece, voleva comunicare con le fotografie e le immagini piuttosto che caratteri tipografici. Così ho cominciato, grazie anche a dei lavori per musei di arte moderna e contemporanea di Palermo, collaborando anche con varie tipografie della provincia, a capire che genere di linguaggio fosse il mio, a capire, quindi, quale fosse il mio punto forte comunicativo. Da lì ho iniziato a studiare quasi ossessivamente le teorie di Type Design, di impaginazione e composizione, a ricercare sempre forme di comunicazione sperimentali grazie alla combinazione di immagini e caratteri tipografici. Questo mio progetto di tesi è stato la scelta di voler far sentire, quasi urlando, i miei studi, la mia voce sotto il punto di vista grafico, di far conoscere il mio linguaggio comunicativo e non avrei potuto fare meglio grazie al servizio di quella cara amica che da anni mi accompagna: la poesia.

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Ora entriamo nel vivo della questione: io ho avuto la fortuna di essere presente a Spazio Cultura Libreria Macaione giorno 21 marzo, quando hai presentato velocemente la rivista, ma in questa sede possiamo procedere per gradi. Quindi ti pongo una prima domanda determinante: perché “Beatn’k”?

All’inizio degli studi per la progettazione del magazine, l’idea che continuavo a volere della rivista era quella del voler assumere un tono di voce differente, che fosse un prodotto rivenduto, inizialmente, quasi di sottobanco, ma che ogni lettore, venutone a conoscenza personalmente o grazie ad altri, potesse carpirne i principi e cantare ad alta voce il nome che le avrei dato. È per queste ragioni che mi sono voluto ispirare ad un caso storico affascinante per la poesia e l’editoria, ovvero la pubblicazione di Howl and Other Poems di Allen Ginsberg. Nel ’56, infatti, l’editore newyorkese Ferlinghetti decise di pubblicare la raccolta di poesie di Ginsberg, le copie furono rivendute e sparse in tutta New York in poco tempo, girando quasi di nascosto nelle edicole; Ferlinghetti fu arrestato per ciò e Ginsberg fu messo sotto processo a causa dei toni della raccolta di poesie: furono definite oscene e accusate di non essere realmente letteratura, ma una ballata psichedelica quasi oltraggiosa per la vera poesia. Vinta però l’inchiesta, la poesia Urlo passò alla storia assieme al suo movimento poetico della Beat Generation. I poeti del movimento venivano ugualmente derisi con il termine “Beatnik” che, associato allo Sputnik russo, stava a definirne la non autenticità e la non appartenenza alla poesia definita “vera e pura”. Per il magazine ho così voluto adottare questo termine per farne un ambasciatore dei nuovi movimenti poetici giovani, per invogliare alla ricerca di un linguaggio non convenzionale. Tutto ciò, però, con un piccolo accorgimento lessicale: l’elisione del corpo della “i” mantenendone solo il puntino; ciò crea il fraintendimento di lettura, da “beatnik” a “beatn’k” (beat ink) che in inglese significa “sbattere inchiostro”, ovvero ciò che avviene durante un blocco dello scrittore ed il picchiettare nervoso della penna sul foglio. Questo concetto mi porterà a creare la figura del creatore della rivista che riflette sugli argomenti sviluppati nei numeri per il lettore con i suoi umani blocchi dello scrittore, scarabocchi, pensieri e appunti all’interno della rivista e la mano creatrice ed analizzatrice del produttore che analizza i vari temi dei numeri in copertina.

Una storia davvero interessante ti ha portato ad un concetto altrettanto interessante. Come hai voluto svilupparlo – sia sul piano contenutistico che grafico? Dimmi qualche curiosità sulla fase “work in progress”: non so nulla sul tuo campo, spiegami un po’ come funziona.

Il concetto cardine di Beatn’k è quello di informare, invogliare alla lettura, alla scrittura, far emergere poeti di qualunque forma. L’idea su cui tutto verte è quella di voler sensibilizzare un pubblico sulla questione che la poesia non è fine a se stessa, ai meri versi scritti su un foglio, ma è fatta di così tante sfaccettature che può permettere di vedere qualunque cosa ci circondi come poesia, da quella visiva a quella tattile e uditiva. È per ciò che ho voluto inserire la poesia della moda, della fotografia, del cinema, della musica e, implicitamente, la poesia grafica.

Per spiegare bene, nel dettaglio, il work in progress del progetto ho creato un book progettuale di 60 pagine, quindi sarò essenziale per farti comprendere i punti salienti della progettazione.

Fondamentalmente le fasi del progetto sono state tre: la prima fase è stata incentrata sulle ricerche di mercato, così da dare un posizionamento al magazine nei confronti di eventuali concorrenti  (che nel corso delle analisi si è scoperto non averne, per via del taglio che assume); ho infatti ricercato anche fisicamente nel mercato spagnolo dei magazine indipendenti di indirizzo poetico e filosofico, poiché la Spagna è uno dei centri più attivi dell’editoria poetica indipendente; infine ho cercato di capire, attraverso sondaggi, se il pubblico aveva richiesta di un prodotto del genere (fortunatamente con esiti positivi). Una seconda fase si è concentrata sulla ricerca del naming della rivista per capirne i toni comunicativi in base alla precedente fase di targettizzazione fatta, studiare il tema di uscita su cui si sarebbe concentrato il numero 0 della rivista e ricercare degli articoli inerenti al tema da inserire nei vari capitoli del magazine e nelle sue declinazioni di poetica polisemica, dando voce sia a testate giornalistiche importanti che testimoniano un’attenta cura degli articoli, sia ad autori e blog minori che possono, adesso, avere una vetrina ed una voce in capitolo; infine, e non meno semplice, ho sviluppato un concept grafico che seguisse di pari passo il tema di ogni numero, escogitando un sistema di impaginazione e composizione sperimentale poco usato nell’editoria popolare e non di nicchia. Nel caso del primo numero, infatti, avendo come tema “la poesia cambia verso” (sfruttando l’ambiguità della parola verso), ho voluto capovolgere completamente la lettura di alcune sezioni dell’impaginazione,  cosicché il lettore si trovasse costretto a passare da una lettura statica ad una lettura dinamica della rivista, scoprendo una lettura diversa e maneggiando il prodotto con più analisi ed interesse, con lo scopo di far capire ad un pubblico di lettori come l’editoria cartacea abbia un potere sugli animi e le sensazioni ben più forte di quella digitale, e che ciò va mantenuto e preservato in un periodo di così frenetica digitalizzazione. Un po’ il concetto di cambiare punto di vista per capire veramente,  di cui si parlerà nella sezione cinema di Beatn’k con un’analisi critica del film “L’attimo fuggente”.

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Per quali motivi pensi che possa essere importante diffondere tendenze come il MeP, il famoso Movimento per l’Emancipazione della Poesia, o la sempre più conosciuta Slam Poetry?

Penso sia importante diffondere e difendere questi movimenti. Come detto precedentemente, la poesia rimane la stessa nel corso delle generazioni e dei tempi, tende solamente a mutare il suo linguaggio, il suo sistema comunicativo, e questi movimenti, a partire dalla Slam Poetry che ha in sé anche decenni di storia ma che adesso, nel territorio italiano, comincia a prendere un tono di voce sempre più alto e diffuso, fino alla Street Poetry del MeP, sono il nuovo linguaggio della poesia. È quasi un momento di passaggio che preannuncia una svolta nella storia della poesia, è sintomo di una rivendicazione sociale della poesia. Grazie a questi nuovi sistemi di diffusione dei versi, sempre più pubblico diventa parte di queste correnti poetiche e con questo si può sperare nel passaggio evolutivo ad un nuovo linguaggio poetico generazionale. Una nuova speranza di cambiare tono di voce, di sentire di nuovo voci poetiche, di sentire versi e cambiare versi.

Attualmente, per forza di cose – d’altronde ti sei laureato questo mese! – la tua è soltanto una proposta che mi auguro possa essere accolta a braccia aperte da Palermo, con la speranza ovviamente che si faccia strada, pian piano, anche oltre. Quale sarà il tuo prossimo passo in merito?  Come hai pensato il futuro di Beatn’k?

Beatn’k in questo momento vive della speranza di una sua pubblicazione per dare il via a questo movimento di rinascita poetica, è in attesa di un editore e di qualche finanziamento che possa permetterne il lancio sul mercato. Sotto il punto di vista lavorativo permetterebbe la nascita di una potenziale nuova startup che potrebbe coinvolgere redattori, scrittori, stilisti, poeti, fotografi, graphic designer e giornalisti divenendo, con le potenzialità degli argomenti trattati, una delle autorità nel mercato dei magazine indipendenti poetici. Il suo futuro è ovviamente incerto ma la speranza di una pubblicazione alimenta l’animo mio e di chi si sia fino ad adesso interessato al progetto.

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Come possono aiutarti i lettori appassionati affinché questa iniziativa editoriale cominci e, soprattutto, possa andare avanti?

Basterebbe ottenere una grossa richiesta del magazine per poter cominciare ad interessare case editrici e finanziatori alla sponsorizzazione della propria azienda all’interno di Beatn’k e disposti, dunque, ad investire nel progetto. Da parte dei lettori basterebbe che si facessero sentire, che mandassero poesie, fotografie e opere di ogni genere poetico trattato nel magazine così da fornire materiale per i prossimi numeri della rivista ed incuriosire sempre di più il mercato nazionale ed internazionale. Come accennato prima, la rivista si rivolge non solo a poeti della penna, ma anche a poeti della macchina fotografica, del tessuto, della cinepresa, della musica.

Incrociamo le dita, allora. Congediamoci con un ultimo quesito: quali sono i testi, gli autori o le performance che preferisci?

Quelli che, come piace pensare a me, sono un pugno allo stomaco da imparare ad incassare. Sono quegli artisti, o per meglio dire poeti, che attraverso le proprie opere, che siano visive, tattili o uditive, riescono a lasciare qualcosa di indelebile al loro pubblico, che riescono con parole, suoni, ritmi, immagini e tessuti, a creare un legame più profondo con qualcosa di più grande, un filo conduttore che ci unisce tutti, che mostra il nostro essere umani, nella debolezza o nella forza. Ecco, le mie opere preferite sono quelle che mi permettono di conoscere qualcosa di nuovo attraverso delle sensazioni, attraverso le domande, attraverso un linguaggio che al proprio animo potrebbe sembrare un pugno mal incassato, ma che ha permesso la sua crescita in una maniera o nell’altra.

Dai un consiglio ai lettori, uno spunto, un messaggio che vorresti divulgare.

La poesia, nelle sue molteplici ed infinite forme, può salvare un singolo uomo, ma può diventare l’ancora di una società, svegliare gli animi di una generazione, far riflettere su ciò che realmente è importante, ciò che è vero, e permettere di vederlo non soltanto nel sublime, ma di trovare la verità anche nelle più piccole cose, nei dettagli della realtà e nelle sue molteplici sfaccettature. Consiglio al pubblico di leggere in continuazione, di amare ogni cosa, di odiarla, pestarla e baciarla, di scrivere come se non esistesse altro mezzo di comunicazione e di utilizzare il potere immenso della parola per il vero, per ciò che di più umano e bello c’è in ogni dettaglio delle nostre giornate. Citando José Martí, spero che Beatn’k sia un piccolo granello di poesia poiché egli affermava che “basta un piccolo granello di poesia per profumare un intero secolo”, e sta a tutti i poeti della penna, della macchina fotografica, del tessuto, della cinepresa, della musica, rendere la nostra generazione il granello di poesia che profumerà questo secolo.

Francesco Urbani: “vite, che trovano la forza di raccontarsi nel silenzio che anticipa la notte”

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@riverberodiparole

Titolo: Cerchi nella notte
Autore: Francesco Urbani
Editore: AUGH! Edizioni
127 pp.
€13,00

Cerchi nella notte è una serie di racconti in cui i protagonisti rappresentano di volta in volta una problematica interiore tipicamente contemporanea: i tic, le nevrosi, le paure, il desiderio di amare, di vivere e anche di morire vengono narrati nel frastuono della vita quotidiana o nel silenzio della notte per trovare nel buio un modo per illuminare le ombre che attanagliano l’anima. In uno stile colloquiale e incalzante, i personaggi diventano uno specchio in cui riconoscersi, nell’attesa che gli altri riescano fisicamente ad abbracciare la nostra stessa intima e sognante immaginazione.

L’autore:
dsc-2978.jpgFrancesco Urbani è nato nel 1972 a Roma, dove vive e svolge la professione di psicoterapeuta. è stato per molti anni operatore presso centri per bambini e adolescenti in difficoltà, prima di lavorare come libero professionista. Nel 2014 ha fondato l’associazione Casa d’Inchiostro, destinata ad attività cliniche e di aiuto, in cui il Circolo di Lettura e il Circolo d’Arte svolgono un ruolo di sostegno e scambio intellettuale. Cerchi nella notte è la sua prima pubblicazione.

Cosa ci ha fatto questa vita impossibile, quali tormenti ha causato col suo moto frenetico, inesorabile, come ci ha trasformati?

Questa è una delle tante domande che potrebbe porsi spontaneamente il lettore di Cerchi nella notte, breve raccolta di racconti – anche se è piuttosto difficile categorizzarla sotto uno specifico genere, vedremo perché – che mi è stata gentilmente omaggiata, con proposta di collaborazione, da Elena Di Bello, responsabile dell’Ufficio Stampa di Casa d’Inchiostro che ringrazio molto. Questa associazione culturale si pone l’obiettivo di “liberare, e far esprimere, la creatività che è dentro ogni individuo”, attraverso attività legate ad arte e lettura come fonte di aiuto psicologico, oltre a gruppi di studio e di scambio intellettuale. Vi invito a dare un’occhiata al sito e al blog dell’associazione: personalmente sostengo con tutto il cuore queste realtà, e ci credo molto; sono iniziative che possono davvero fare la differenza.

Ma passiamo al libro senza ulteriori indugi.

Le storie che ci vengono narrate, per un totale di venti racconti, fluiscono direttamente dai pensieri o dalla mano (nel caso delle lettere) dei protagonisti, esseri umani di cui a volte conosciamo il nome, altre volte no. Ciascuno di loro ci parla di situazioni, ahimè, oggi parecchio sentite, di problematiche tipicamente contemporanee nella quotidianità di azioni, parole, pensieri insostenibili. La scelta di descrizioni puramente caratteriali e profondamente intime ci fa sentire ogni narratore molto vicino: potrebbe essere un’amica, il vicino di casa, il conoscente o il simpatico compagno di scuola; potremmo essere noi. E in queste storie così diverse e allo stesso tempo così simili fra loro, nell’angoscia che le avvolge, il denominatore comune è la notte, il momento in cui il mondo sembra fermarsi per qualche ora mentre la frenesia prosegue nelle menti degli individui, senza sosta.

La principale chiave di lettura di Cerchi nella notte è proprio questa: l’idea che la notte, momento emblematico del riposo delle membra, degli occhi, del cervello, sia in realtà, per queste persone come per noi, il momento delle paure più grandi, delle riflessioni sulla vita e in particolare sulle sofferenze della vita stessa; tutto tace nel blu di una stanza o di un cielo scuro, ma la corsa continua, inarrestabile, avvince ogni facoltà di pensiero e avvelena le anime, immobili nella gabbia del delirio giornaliero.

In certi casi il delirio diventa reale, come nella vicenda di Fabio, un giovane di sedici anni il cui racconto, filtrato in parte dall’uso di anfetamine – a tanto si spinge “pur di non vedere” le condizioni in cui è costretto a vivere da sempre –, con un andamento spezzato e un pensiero unico che si intreccia su se stesso, sembra proprio la trasposizione in parole della vita vera, questa corsa impossibile:

In un cammino che è ricerca… della sola cosa che ti interessa… il tuo nome…

Alla notte è legata un’altra parola chiave, il silenzio, uno stato di calma apparente come una stanza affollata di immagini buie: l’immaginazione dei personaggi diventa una forza oscura che sovrasta e che trabocca nel mondo reale. Le paure nascono senza permesso nella testa, ma quando diventano concrete si finisce per cadere nell’immobilismo non voluto, nel mutismo totale, nel vuoto dell’anima, del corpo o di entrambi.

Diverse e variegate sono le età dei nostri narratori, tutti inseguiti da preoccupazioni e affanni, a volte veri e propri inferni, dolorosi da leggere e accettare: questa varietà ci permette di soffermarci su problemi spesso sminuiti, poco considerati, soprattutto quelli legati ai ragazzi e alle ragazze più giovani, che magari stanno facendo i conti con le loro “prime volte”, o soffrono per amore o per amicizia. Alcuni dei pensieri più profondi li ho trovati proprio fra i loro scritti. Grazie a Francesco Urbani prendono parola soprattutto le voci meno ascoltate, dando vita ad un flusso ricco di eventi e spunti di riflessione, amaro come pochi, spesso genitore di metafore involontarie, simboli delle nostre inquietudini (questo dipende anche dalla predisposizione d’animo del lettore, dai temi a cui è più sensibile, dall’immedesimazione; dal mio canto, ho trovato qualche identificazione uomo/ambiente con riferimento ai tumulti del pensiero).

Lo stile di Urbani è generalmente colloquiale, urgente, mimetico: riesce a mutare in base al personaggio che scrive, trasformando le peculiarità dei caratteri in caratteristiche espressive. Questa capacità imitativa si lega all’empatia che traspare dall’andamento dei racconti più dolorosi da leggere, che gli ha permesso di immaginare e di immedesimarsi nelle vicissitudini più disparate (storie vere?), facendogli trasmettere, di volta in volta, tutte le emozioni dei personaggi, veicolate, in certi casi più di altri, con successo.

Le tematiche su cui si riflette sono: l’amore, la famiglia, i problemi di natura economica, il sesso, la morte, le relazioni “scomode” e i meccanismi di difesa, gli abusi, le preoccupazioni legate al mondo lavorativo, la malattia, l’abbandono e le assenze, le presenze da proteggere, il peso delle aspettative proprie e altrui. Le paure condivise o in solitudine, gli spazi da costruire, custodire o dimenticare: tutto questo viene sottolineato dalla pressante necessità, altro punto in comune importante fra tutte le storie, di dire la propria opinione, di parlare, di trovare un modo per esprimersi mentre il mondo sembra opprimere le esistenze, e anche la gente amica, familiare, finisce col proiettare con forza la sua natura sull’altro. E così tornano i fantasmi – che in realtà non se ne sono mai andati –, si cerca una soluzione per il tempo che scorre veloce con i suoi ricordi, e si ricerca anche qualcos’altro, di indefinito, che possa essere un tassello definitivo per la vita.

Ché stavolta l’inizio non è uno soltanto, ma più di uno, sovrapposti nella mia mente, tra cose accadute, ricordate, dimenticate e da dimenticare.

In questa “corsa”, in questo “perdersi e ritrovarsi”, in questo “adesso” notturno che condiziona le menti, un’altra domanda si innalza come elemento salvifico di speranza:

E il resto?

Personalmente ho voluto interpretare questa domanda con una semplice considerazione: non siamo soli. Il nostro passato potrà tornare infinitamente a farci del male, a investirci con tutta la sua potenza, ma possiamo trovare qualcuno o qualcosa che ci dia aiuto. Sembra troppo facile dirlo quando non si è passati attraverso la metà delle situazioni che troviamo in questo libro, e per questo leggerlo, in molti casi, sarà difficile ma importante. Come è importante il messaggio che è arrivato a me: non siamo soli.

Consiglio questo libro a chiunque si voglia cimentare in una lettura impegnata nei temi ma disimpegnata e scorrevole nella forma. Cerchi nella notte è una buona prova d’esordio, che non si allontana dagli scopi dell’associazione fondata dall’autore: e questo è un dettaglio che ho apprezzato particolarmente.

Umberto Eco: “Dobbiamo stare attenti che il senso di queste parole non si dimentichi ancora” – #staffettaumanitaria

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.
Franco Fortini

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@riverberodiparole

 

Nel discorso del 25 aprile 1995 presso la Columbia University, tenutosi per celebrare la liberazione dell’Europa, Umberto Eco svolge le coordinate di un fascismo che sembra non abbandonarci.
In un esaustivo post su Facebook, il professore Piero Riccobono ha analizzato i tratti peculiari del nuovo governo, evidenziando le palesi analogie con quello del “famigerato Ventennio”; conclude così:

Arriviamo dunque alla conclusione: stiamo ripiombando nel fascismo?
La risposta storicamente corretta sarebbe: no, la storia non si ripete. Mi sembra più appropriato dire che l’Italia ha imboccato la via che conduce a quella che in molti chiamano “democratura”, ossia ad una specie di dittatura mascherata di democrazia, come quella che esiste in Russia e in Turchia. Qualcuno dice che questa è la nuova forma del fascismo, ma a questo punto si tratterebbe di una trascurabile questione di nomi e mi sembra invece più interessante chiedersi se siamo ancora in tempo per fermare questa deriva. Ma questo è un altro discorso.

Che questo “altro discorso” sia, in questo articolo, il nostro punto di partenza. È vero: Hitler, Stalin e Mussolini non esistono più, sono fantasmi del secolo scorso – secondo qualcuno, “il secolo breve” – ma è bene guardarsi, oggi, da certi aspetti non troppo subdoli che continuano ad alimentare quello che Eco definisce fascismo eterno o Ur-Fascismo. Ormai dovremmo essere in grado di capire quando fermarci, quando le cose potrebbero degenerare e sfuggirci di mano. Bastano appena una parola o un gesto di troppo, sommati e ingigantiti nel tempo. Da qui l’importanza della memoria e della conoscenza.

Se il nazismo si fondava su una filosofia chiara ed un progetto politico metodico e sconvolgente, il fascismo era ed è rimasto un lemma riempito di cose convenienti in base al momento, e si reggeva su pochi principi determinanti: tradizionalismo, nazionalismo becero, repressione della libertà d’espressione con qualche spiraglio di tolleranza (apparentemente contraddittorio) in campo umanistico. Pura retorica, potenza delle parole su masse scoraggiate, sole, frustrate, “bisognose di una voce” da sollevare e far ascoltare.
Tutto ciò non è nuovo per la maggior parte di noi, ed è abbastanza evidente il ritorno di un germe comune: Nietzsche parlava dell’eterno ritorno dell’uguale, ma non voglio pensare e discutere in questi termini – ricordiamoci, però, che gli eventi storici che tanto demonizziamo e cerchiamo di depennare dalla nostra fedina penale universale sono accaduti appena settantaquattro anni fa. Ed è triste rendersi conto che, forse, tutti gli sforzi fatti per ricordare ed imparare dagli errori non abbiano più lo stesso valore di una volta. O almeno questo è ciò che traspare dalle notizie di cronaca di quasi ogni giorno.

L’Ur-Fascismo, dice Eco, va sbugiardato: può tornare in qualunque momento sotto spoglie innocenti e riuscire facilmente a “coagulare una nebulosa”. La cultura “sincretica” e intollerante, negli anni del fascismo, ha provocato un arresto nell’avanzamento del sapere, perché la verità era una, già annunciata dal dittatore, ed ogni pensatore fuori dagli schemi predisposti non era altro che un traditore.
L’Ur-Fascismo è “irrazionalismo” contrario all’età della ragione precedente e produce il culto dell’azione per l’azione (senza pensiero, senza riflessione): il fascismo contemplava l’eroismo come norma, la morte era la massima onorificenza.

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La cultura come atteggiamento critico, dunque, era sospetta come sembra esserlo anche oggi, la critica non si accetta semplicemente perché criticare significa distinguere, e “distinguere è un segno di modernità”. D’altronde, la modernità – quella vera – altro non è che custode della diversità, mira alla protezione delle differenze che sono l’arricchimento umano più grande che possiamo ottenere dal mondo. Ci tengo a sottolineare questa prospettiva anche sotto il profilo linguistico: le ultime direttive del Consiglio d’Europa, nell’ambito dell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, prevedono, come fine primario del corso di lingua, la tutela delle differenze linguistiche e culturali, la concezione della lingua come insieme simbolico di codificazione della realtà, affinché si possano formare degli abitanti del mondo capaci di esercitare attivamente la propria cittadinanza europea nell’ottica di una massima integrazione e collaborazione fra nazioni per il bene della democrazia.

Ma l’Ur-Fascismo ha paura della differenza, l’Ur-Fascismo “è razzista per definizione”. L’unico modo per decretare l’identità di una nazione, per il fascismo eterno, è l’individuazione dei nemici, senza contare il fatto che “alla radice della psicologia Ur-fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale”: e “il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia”, a cui possiamo ancora aggiungere tipiche forme di elitismo, precisamente “elitismo popolare”, “elitismo di massa”, e il disprezzo consequenziale per i deboli.  Ma chi si proclamava (e si proclama, attenzione) la “voce del popolo” non ha riguardo reale per i diritti degli individui “in quanto individui”, e inoltre “trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali”: altro carattere che mancava all’appello, il machismo.

Tutto questo veniva e viene esaltato e normalizzato attraverso precisi strumenti retorici capaci di piegare gli animi insoddisfatti, di chiudere tremendamente gli occhi della gente indebolendo il fronte dei saperi, di scoraggiare il senso primordiale di umanità insito in ogni essere umano attraverso incitazioni continue all’odio, in uno stato di guerra perenne manifesto soltanto a chi vuole fermarsi e comprendere, osservare, informarsi e parlare. Bastacontinuare a chiedersi: è questo il mondo che voglio? Basta tenere sempre presenti le parole di Eco:

Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: “Non dimenticate”.

Basta ricordare le persone, tutte le anime spezzate e tutti i sopravvissuti che si sono battuti e che ancora si battono per sottolineare l’importanza della memoria del passato per il futuro dell’uomo.

IMG-20181211-WA0005.jpgCon queste premesse, sono felicissima di parlare di un progetto importante nato su Instagram grazie all’iniziativa di Oriana, Serena e Francesca (diversamente da quanto pensano i più, i social possono davvero veicolare messaggi fondamentali e dare vita a movimenti determinanti): il gruppo Staffetta Umanitaria raccoglie bookstagrammer e book blogger di tutta Italia, trentasei rappresentanti attivi circondati da community meravigliose e sempre aperte al dialogo. Attraverso gruppi di lettura a tema, film, condivisione di articoli, interviste, immagini racchiuse sotto l’hashtag #staffettaumanitaria e, successivamente, nel profilo apposito del progetto, si è creato un passaparola fitto e ricco che sta portando alla luce, sul social attualmente più frequentato e utilizzato, la scottante tematica dei fenomeni migratori e delle terribili morti nel Mediterraneo.

Lo scopo è chiaro: prendere posizione, far sentire la propria voce. Tutti coloro che sono soliti riflettere intensamente e spesso e che si lasciano coinvolgere da innumerevoli pagine scritte, assimilando i contenuti dei propri libri preferiti, i lettori forti insomma, o quelli abbastanza forti da divorare libri su libri, dovrebbero servirsi delle proprie capacità di analisi e del loro sempre rinnovato senso d’umanità per parlare, almeno, di quello che sta accadendo di fronte ai nostri occhi: spesso ciò non accade invece, non è immediato. Io stessa ero inizialmente restia a pronunciarmi chiaramente, lanciavo qualche segnale, mostravo qualche notizia, ma non vedevo particolare riscontro se non nelle persone che sapevo la pensassero come me. Il fenomeno migratorio sembrava una sorta di argomento tabù all’interno di uno spazio di condivisione che invece è il più adatto alla costruzione di un dialogo sull’argomento, e ormai il silenzio era diventato inaccettabile.

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Nonostante sia solo un minuscolo tassello di questo progetto prezioso, sono felicissima dei risultati ottenuti finora, ad appena una settimana dall’inizio ufficiale dei gruppi di lettura: Instagram ogni giorno si riempie di notizie e molte più persone mantengono viva l’attenzione sui fatti d’attualità, come è giusto che sia. O semplicemente molta più gente ha cominciato ad pronunciarsi, a condividere e a partecipare a questa enorme e continua discussione, a dare qualche scossa al muro di quiete apparente. È in questo modo che possiamo ricordarci che facciamo tutti parte della grande famiglia umana, e che negare un diritto a un uomo che soffre significa negarlo a tutti gli uomini, senza alcuna distinzione.

Questo gruppo aperto a tutti, come ho scritto precedentemente, prevede la creazione di gruppi di lettura variegati per ogni mese a partire da questo 21 gennaio: fino al 21 febbraio si può leggere un libro (anche più di uno) a scelta fra quelli proposti nelle categorie: saggistica, narrativa, graphic novel/fumetto – le categorie sono considerate nel senso più ampio possibile, per poter includere anche testi dalla difficile classificazione. Per questo primo mese (21/01 – 21/02), i titoli proposti sono:

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• “Il fascismo eterno” di Umberto Eco per la categoria saggi – lo avrete immaginato, a questo punto;
• “Carnaio” di Giulio Cavalli/“Exit West” di Mohsin Hamid per la categoria romanzo;
• “Non stancarti di andare” di Stefano Turconi e Teresa Radice per la categoria graphic novel.

Saremo lieti di accogliere chiunque voglia unirsi a questo movimento comune di fondamentale importante, sia dentro che fuori dal social di partenza. Per una umanità che non dimentica il senso di umanità, per una umanità che realmente ricorda, che si adopera, che sa combattere e, idealmente, abbattere ogni nascente forma di fascismo eterno.

«Lo dicono cieco, ma l’odio ha la vista acuta di un cecchino».
Wislawa Szymborska

Gaetano Barreca: “perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti”

È un’Italia intrisa di superstizione e religione, di tradizioni e sentimenti, quella ritratta nei sette racconti di questa raccolta. Una voce bianca, i fascisti e le streghe masciàre. Una donna che si fa beffe del prete. Le faide familiari condite di pettegolezzi e dicerie… e molto altro. La vita fra i vicoli della Città Vecchia di Bari, fra panni stesi e orecchiette fresche, edicole votive e profumo di caffè, quello offerto agli ospiti nel segno della migliore accoglienza italiana. Entrerete in un mondo d’altri tempi, a respirarne il “profumo” e a gioire, temere, amare con i personaggi di questi racconti. Perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti.

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@riverberodiparole

Titolo: La tagliatrice di vermi e altri racconti
Autore: Gaetano Barreca
Editore: WIP Edizioni
163 pp.
€12,00

L’autore:
WhatsApp-Image-2017-10-27-at-16.13.46-e1509116785281-696x450.jpegGaetano Barreca ama l’arte ed è irresistibilmente attratto dai ruderi. Nato a Reggio Calabria nel 1979, vive a Londra dove insegna Lingua e cultura italiana. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Perugia, è scrittore di romanzi e autore di articoli di cultura, storia e antropologia per Agoravox Italia. Con il romanzo Dopo il Funerale. Novembre 1975 è stato insignito della menzione di merito al Premio Artisti per Peppino Impastato 2017 e finalista al Premio letterario Bari Città Aperta 2016. Precedentemente, ha partecipato ad antologie pubblicate da Mondadori ed Eracle Edizioni.

Inizio questa recensione con un sincero ringraziamento all’autore che mi ha donato il suo libro e, con esso, moltissime emozioni che non pensavo avrei provato durante la lettura. Questa raccolta di racconti, breve ma realmente intensa, è stata una continua scoperta e una perpetua sorpresa, e mi sono trovata a leggerla quasi tutta d’un fiato senza sentire la necessità di fare una pausa. L’autore ci prende per mano e ci accompagna fra le vie di una Bari Vecchia che si fa emblema di uno spirito d’umanità che abbiamo perduto, portatrice di valori e di tradizioni oggi un po’ dimenticate. E’ stato emozionante leggere di alcune credenze condivise anche dai miei nonni, dei quali ho ascoltato a lungo le voci e le storie, e collegare, così, reticoli di tradizioni diverse ma vicine e simili.

I sette racconti racchiusi in La tagliatrice di vermi e altri racconti sono tutte “storie di comunità”, si legano in una catena di rimandi – che sia il passaggio di Peppine Uè Oppe Uè Oppe o le conoscenze comuni – e rievocano ricordi reali ed incredibili storie della città, con eventi realmente accaduti che, personalmente, non conoscevo e per i quali sono rimasta sbalordita: tradizioni, valori, luoghi, bellezza ed autenticità. Uno dei punti di forza di questa raccolta è senza dubbio la sua suddivisione in due parti: la prima comprende, naturalmente, i sette racconti; la seconda si intitola invece Articoli e ricerche, e approfondisce gli elementi disseminati fra le storie, rendendo evidente il duro lavoro di ricerca e studio che l’autore ha portato avanti per la stesura del libro. Gaetano Barreca ci rivela i “segreti” delle tagliatrici baresi – nel resto di Italia si utilizzava l’appellativo di segnatori –, le parole che accompagnavano il rituale, i gesti, gli oli, il modo in cui questo particolare sapere veniva tramandato di generazione in generazione (il lascito delle tagliatrici era il momento fondamentale nella loro professione).

Non solo le persone, ma anche i luoghi sono i protagonisti dei racconti e delle ricerche dell’autore che, con il supporto di alcune fotografie, ci racconta, per esempio, del “miracolo della luce” nella Cattedrale di San Sabino, spettacolo che si verifica ad ogni solstizio d’estate, e al quale ha dedicato moltissimo tempo per riuscire a svelarne i dettagli più misteriosi e dimenticati nel tempo. La narrazione generalmente rende giustizia alla Città Vecchia, permettendoci di identificare i luoghi in una mappa mentale ristretta ma significativa e decisamente determinante per capire certi sviluppi narrativi, come l’Arco della Neve o la già citata Cattedrale: come ogni persona del popolo, i posti più importanti della Città Vecchia sono collegati da una fitta rete di vicoli accoglienti ed identici, necessaria connessione materiale fra gente che si vuole bene come un’enorme famiglia allargata.

La storia di Bari Vecchia, che è, in questo caso, quella rimanda alla seconda metà del Novecento (il primo racconto è L’Arco della Neve – Settembre 1943, probabilmente in maniera non casuale), racchiude e rappresenta molto bene il fermento del tempo e si porta dietro la paura ed il dolore di quegli anni; ma nessun evento, per gli abitanti della Città Vecchia, sembra separato da quel fitto tessuto di racconti popolari volti a dare loro un senso, in qualche modo, una spiegazione ed una connotazione in positivo o in negativo. E allora nella struttura narrativa convivono i ragazzi fascisti del G.I.L., che puntano i fucili contro il popolo impaurito per raggiungere la neviera, e le streghe masciàre, streghe del Sud Italia, che proteggono la città e si riuniscono a “Benevento per il sabba sotto un albero di noce”; ci sono i cortei di ragazzi che per tre giorni e tre notti fanno baccano per le strade nella speranza di risvegliare Giovani Battista dal sonno prima del suo onomastico, ci sono Sabbèlle e Chitàne che disobbediscono ai genitori e praticano il rituale del piombo fuso di nascosto, ci sono i padri severi e le mamme affettuose e comprensive, le anziane sagge, le mani sempre tese in aiuto verso l’altro, l’estrema disponibilità, l’accoglienza, la gentilezza che oggi diventano sempre più rare.

Bari Vecchia, il cui carattere antico è ancora vivo e tangibile, diventa irrimediabilmente il simbolo dell’Italia, tutta da scoprire e indagare con le sue credenze, le sue superstizioni, le sue storie sempre raccontate e sempre trasmesse, la sua capacità di custodire – almeno allora – il valore dell’amore in ogni sua forma ed estensione: e alla fine

ci si ama e spesso ci si detesta, ma l’importante è stare uniti.

Ogni personaggio è costruito e caratterizzato per essere amato profondamente, è capace di fare breccia nel cuore del lettore con la semplicità e la genuinità originaria della gente di paese, che mi ha ricordato molto certi paesini siciliani. Alcune personalità sono davvero travolgenti – basti pensare alla spogghiamadònne Zièlle –, e si finisce per ridere, sorridere, pensare e amare con loro, col cuore che si scalda di un affetto reale, mentre ogni nome si trasforma in un viso e trova un suo piccolo spazio nell’anima, come se fosse un nonno lontano, una zia, un vicino da accogliere.

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Per quanto riguarda la nota stilistica, la scrittura di Barreca risulta lineare, molto chiara e tuttavia ammaliante, perfettamente amalgamata con l’atmosfera generale della città e funzionale a veicolare i messaggi profondi e le morali delle storie. Poche descrizioni ben piazzate e, soprattutto, dialoghi in lingua italiana mischiata al dialetto locale rendono ogni racconto piacevole e scorrevole: senza rinunciare al rappresentativo intreccio fra storia e mistero, le vicende procedono velocemente, con il giusto numero di dettagli, senza complicarsi in maniera eccessiva – oserei dire che la forma rispecchia quasi il contenuto: naturale, semplice, vero. Notevole, anche in questo caso, lo sforzo dell’autore nel cercare di rispettare il più possibile la parlata e le memorie del popolo barese: le note a piè di pagina sono abbondanti ed esaustive, è stato delizioso, per me, avere la consapevolezza di attingere direttamente da un serbatoio di immagini reali ed esperienze vissute, nonostante il filtro della narrazione e delle sue necessarie operazioni.

La voce del popolo è una voce comune ed immensa: Bari Vecchia guarda alle cose con gli stessi occhi, si stupisce delle stesse cose, entra nei fatti di tutti senza chiedere permesso ma, alla fine, va bene così. Anche questa è l’essenza dei fatti qui narrati, la condizione universalmente accettata per vivere serenamente, potendo contare su chiunque, aprendo le braccia anche a Nadira e al piccolo Kaleem, mentre gli odori, i profumi, i suoni antichi e familiari, lontani e nostalgici, compenetrano lo sfondo della narrazione e ne diventano parte essenziale, e sembra quasi di essere lì con tutti loro e di reagire allo stesso modo, agli stessi eventi, emuli di una spontaneità che non è più nostra.

Consiglio questa lettura a tutte le persone che hanno interesse per le tradizioni, le dicerie e le credenze popolari, che sono curiose della storia e delle storie, che amano ascoltare, che riescono a proiettare la mente in un tempo lontano e capirlo, apprezzarlo, amarlo, collegarlo al presente e rievocare valori.  

#riverberodipoesia: Paul Verlaine

Siamo ormai a dicembre, il mese della gioia natalizia e della tensione costante per il nuovo anno. Abbiamo cominciato a valutare il nostro 2018 alla luce di tutto quello che ci eravamo ripromessi di fare e che puntualmente non abbiamo fatto – qualcosa ci sfugge sempre. Abbiamo cominciato a pensare ai propositi per l’anno nuovo che ci osserva sempre più da vicino con aria minacciosa, mentre ci sentiamo inseguiti da un tempo che scorre troppo velocemente – vi segnalo, proprio in merito a queste considerazioni, il progetto di scrittura riflessiva e sviluppo personale promosso da Lucia Savoia, @elle_growth, che vi guiderà verso una comprensione profonda e serena del vostro percorso, portandovi lontani dalle paure e dalle ansie inutili per imboccare la strada del confronto sereno con le vostre capacità e la vostra autostima.

Chiudiamo quest’anno in bellezza con un nuovo articolo della rubrica che si pone l’obiettivo di diffondere poesia il più possibile, e completiamo, in questo caso, un percorso che si era aperto con l’opera di Rimbaud: torniamo nella Francia del 1800, precisamente nella seconda metà del secolo, per conoscere un po’ meglio la figura di Paul Verlaine.

Oltre ad alcuni articoli di approfondimento, il libro che sta alla base di questo articolo è Romanze senza parole, in edizione Universale Economica Feltrinelli (2016) a cura di Cesare Viviani, al prezzo di copertina di €7,00. Cominciamo, però, con qualche informazione sulla biografia del poeta.

Paul Marie Verlaine nasce a Metz il 30 marzo 1844, in una famiglia della piccola borghesia con la quale trascorre un’infanzia piuttosto serena. Trasferitosi a Parigi all’età di sei anni, comincia a frequentare il collegio Institution Landry e si appassiona alla letteratura, leggendo molto e ottenendo il baccalaureato in lettere ed iscrivendosi, poi, alla facoltà di giurisprudenza: ma la abbandonerà dopo poco, in cerca di un lavoro. Viene assunto presso il municipio di Parigi, ma questo impiegno alimenta, giorno dopo giorno, un fortissimo sentimento di insoddisfazione che lo porterà ad abbandonarsi fra le braccia della poesia, dopo essere stato ancor di più stimolato dalla lettura di Baudelaire

Frequenta i salotti letterari parigini e i parnassiani, e nel 1866 pubblica i Poèmes saturniens (Poemi saturnini), dopo essersi, inoltre, avvicinato al gruppo di Louis-Xavier de Ricard e alla sua rivista letteraria, filosofica e politica in cui riesce a pubblicare le prime poesie. Qualche anno dopo sposa Mathilde Mauté, dalla quale avrà il figlio Georges. Nel 1871 partecipa alla insurrezione della Comune di Parigi, perdendo, per questo, il posto di lavoro. La vita matrimoniale degli inizi procede con tranquillità; ma è proprio in questo momento di scompiglio generale che sorgono i primi problemi con la moglie, che si rifugia spesso nella casa dei genitori per sfuggire alla quotidianità turbolenta delle liti. In questo scenario travagliato, Arthur Rimbaud, allora diciassettenne, entra a far parte della vita di Verlaine.

È stato proprio il giovane Rimbaud a dare vita ad una ricca corrispondenza, che sfocerà nell’invito a Parigi, da parte di Verlaine, e nella loro tormentata vita di vagabondaggi e di amore. Paul Verlaine lascia la sua casa e la sua famiglia – non senza dissidi interiori e grandi rimorsi – per seguire Rimbaud in Belgio e in Inghilterra, e durante quei viaggi scriverà Romances sans paroles (Romanze senza parole). Triste e scandalosa, all’epoca, la fine della loro relazione: all’ennesimo scontro, Verlaine, ubriaco oltremisura, fa esplodere due colpi di pistola verso l’amante, ferendolo leggermente ad una mano. Per questa azione sconterà due anni di reclusione a Mons, mentre Rimbaud tornerà alla fattoria di famiglia a Roche.

Durante la sua reclusione, fra Mons e Bruxelles, Verlaine riceve la dolorosa notizia secondo la quale la moglie, Mathilde, ha chiesto e ottenuto la separazione. Trova un unico conforto nella ritrovata fede cattolica e scrive Sagesse (Sagezza), raccolta di poesie che testimonia la sua volontà di redenzione e che pubblicherà nel 1881. Torna in Inghilterra, quindi si trasferisce infine a Rethel, lavorando come insegnante e legandosi sentimentalmente al giovane Lucien Létinois, che morirà di tifo poco tempo dopo (Amour, 1888), causando un ennesimo periodo di sofferenza nella vita instabile del poeta.

Il saggio Les poètes maudits (I poeti maledetti), pubblicato nel 1884, dona una rinnovata fama al suo nome. Ma l’anno seguente è quello del divorzio ufficiale, che lo fa cadere sempre più nel vizio dell’alcol e nella instabilità emotiva: Paul Verlaine tenta di uccidere la madre e viene riportato in carcere, cadendo irrimediabilmente in miseria – le sue ultime produzioni letterarie gli procurano lo stretto necessario per sopravvivere, nulla di più.
Nel 1894 viene incoronato “principe dei poeti”; ma appena due anni dopo, l’8 gennaio 1896, si spegne, a soli cinquantadue anni, dopo aver contratto una polmonite, ulteriormente estenuato dall’alcol e dal tormento perpetuo. 

Louis Anquetin, Ritratto di Paul Verlaine, XIX secolo, collezione privata

E si può dire che la poesia non ha nulla a che vedere, in quanto a contenuti riconoscibili e descrivibili, con la biografia del poeta: i rapporti che la scrittura ha con la vita dell’autore sono misteriosi e illegibili, indecifrabili, e sono percepibili solo in quanto movimenti di un corpo – di un’esistenza – che si esprime.

Ho trovato molto interessante l’introduzione del bravissimo Cesare Viviani, che cerca di demonizzare ogni forma di estremismo nell’atto di interpretazione e comprensione profonda dell’opera in questione di Verlaine. Purtroppo, effettivamente, la sua produzione poetica e la sua esistenza tutta sono state fatalmente segnate e legate alla presenza di Rimbaud, determinando la nascita di corrispondenze che in realtà non ci sono e facendoci dimenticare della incredibile diversità delle opere dei due “poeti maledetti”. Quella di Verlaine è una poesia che cerca, soprattutto in questa silloge, una “armonia tra soggettività e alterità”, che gioca sui suoni e sulla musica, che genera suggestioni e indaga i significati aldilà delle apparenze, con una cupa tensione verso la conoscenza; nessuno spirito ribelle, a differenza degli scritti del giovane Rimbaud. 

Il componimento che vi propongo oggi fa parte della prima sezione della raccolta, Ariettes oubliées (Ariette dimenticate), e si apre con una citazione dal celebre Cyrano de Bergerac:

L’usignolo che dall’alto di un ramo
vi si specchia, crede di essere caduto
nel fiume. È in cima a una quercia e
tuttavia ha paura di annegare.

L’ombra degli alberi nel fiume nebbioso
si dissolve come fumo
mentre nell’aria, tra i rami veri,
gemono le tortore.

Oh viaggiatore, come ti vide pallido
questo pallido paesaggio,
e come piangevano tristi nell’alto fogliame
le tue speranze annegate!

Maggio, giugno 1872

Daniela Liviello: “la terra è silenzio; la terra si strappa”

Daniela Liviello scrive come se camminasse per strade strette, uscisse in cerca d’aria, andasse per fiori la sera lasciando indietro le cose di un quotidiano banale, rituali senza sacralità, faccende e piccoli doveri. Sembra dirci che il rimedio al pesare, alla secchezza, all’aridità, quella umana, è un attaccamento alla terra, è un voler somigliarle. Niente soffitti e pavimenti, ma cielo e terra, anche basso anche pesante, anche pietra, purché sia il fuori, non il dentro. Come se nella traccia e nel solco si potesse trovare qualcosa di vivo, un tremore di germoglio, una qualche turgida prova di un piacere di vivere. Mentre manca il respiro, ogni forma di muro.

Titolo: La sposa secca del muretto
Autrice: Daniela Liviello
Editore: Edizioni Kurumuny (collana di poesia Rosada)
105 pp.
€10,00

http://rosadapoesia.it/la-sposa-secca-del-muretto/

L’autrice:

Daniela Liviello è nata a Taviano, nel Salento leccese. Suoi interventi, poesie e testi narrativi sono apparsi su riviste e lavori collettanei.  È presente in antologie poetiche per le edizioni LietoColle, Kurumuny e Pagine. Per Manni edizioni ha pubblicato le raccolte E madonne sorridenti e Il rovescio delle foglie. Suoi ultimi lavori sono Litanie dell’acqua, per LietoColle, e I semi del silenzio, presente all’interno di un lavoro a più voci dal titolo Tetrakis, uscito nel 2017 per la collana di poesia Rosada, edizioni Kurumuny.

La sposa secca del muretto è il secondo titolo per il quale devo ringraziare il team di Rosada, che per la seconda volta mi ha proposto una silloge interessante, suggestiva e musicale, con una struttura ben diversa rispetto alla raccolta di Fabrizio Lombardo. Proprio alla luce di questa diversità, è stato ancora più affascinante analizzare nel dettaglio la poesia di Daniela Liviello, che ho trovato in qualche modo legata al lirismo del secolo scorso, pur preservando una forte volontà sperimentratrice: i suoi componimenti sembrano alimentarsi di suggestioni, dalle opere di Carmelo Bene e Vittorio Bodini, ma anche da quelle di Gesualdo Bufalino, decisamente più distante ma che, a mio avviso,emerge con qualche immagine e citazione velata – come il rapporto luce-lutto che si delinea in un componimento posto a metà della raccolta:

Mi sfaldo mi assottiglio
penetro la fossa l’essenza
la luce mi appartiene
il lutto mi sostanzia.

Le poesie di La sposa secca del muretto si richiamano all’intenzione di fondo di quasi tutta la poesia moderna e contemporanea – e che abbiamo spiegato in precedenza –, ovvero quella di porsi domande cruciali sull’esistenza, sulle condizioni dell’esistenza, sullo “stare al mondo”. Uno “sguardo radicato” in maniera letterale, quello della Liviello, che ricerca in maniera risoluta e intensa una soluzione alla “dissoluzione” incombente, e che la prefigura in una ritrovata comunione, immersione nella terra, fuori dalle mura di casa che costringono l’anima al precipizio. La sua è una “liturgia della rovina” in un mondo di luce e struggimento, che si manifesta in un paesaggio concreto ma interiore – con quella corrispondenza emblematica alla disposizione d’animo della poetessa, lo “stare a mezz’aria” come topos letterario.

L’acqua – elemento che nutre per eccellenza, che splende di limpidezza e genera vita – qui è torbida e si fa strada nelle profondità, trova l’anima e la fa bruciare; è quella degli abissi marini che affonda le navi e inghiotte le vite, è quella delle tempeste, delle bufere, delle piogge che corrodono, “rombano” nelle orecchie e costringono alla fuga. Una fuga che riporta all’esterno e alla terra, ad immergere le mani nel fango per mettere radici come un albero sofferente. Un respiro nel silenzio delle cose, una voce distante e ogni cosa si sgretola:

Chiediamo perdono di essere vivi a pesare
mentre fredda scivola la lumaca
e il falco gioca a stanare la preda.

Siamo qui.
Affondiamo le mani
nella terra oscura
guardiamo negli occhi
ossuti giganti.

Il tema del radicamento è molto attuale e complesso, e sono stata molto felice di aver colto i segnali infausti che Daniela Liviello ha voluto marchiare su queste pagine. È di fondamentale importanza comprendere a fondo ciò che sta accadendo, negli ultimi anni, nel Mediterraneo, nella sua effettività, lasciando da parte indifferenza e pregiudizi infondati. Per mostrarvi, semplicemente, i segnali di cui parlo, vi riporto una delle prime poesie della raccolta:

Cadono i corpi
la terra si sdegna.

Disserra il portone!

La notte non dorme
la notte si leva.

Disserra il portone!

Cadono corpi
quieta, la terra ricetta.

O puramente il mare rigetta.

Disserra il portone!

Le parole arrivano a sfiorare le corde di sogno e magia: la solitudine è stato determinante dell’uomo, ostacolato dalle mura del luogo chiuso, pesante come una pietra e come la casa, circondato dall’aria spaventosa e silenziosa delle stanze vuote, con il suo corpo nudo gettato nel “dentro” ma teso verso il “fuori”, lontano dalla piattezza del quotidiano. Si disegna in questo modo l’immagine del giardino nascosto come meta, verde di speranza ma a volte imprigionato, anch’esso, fra muri di pietra, crepati, che tracciano confini da abbattere.

L’invito sostanziale sta proprio nel provare a superare la barriera nera del banale, del luogo comune, delle certezze buie e vacue, per rispondere al richiamo di quell’“utero antico dell’umanità” e ritornare all’origine e riconquistare le forme intrinseche della natura umana. Un messaggio, questo, che viene delineato attraverso un percorso dritto e profondo fra i componimenti che avanzano e sembrano raggiungere sempre più le famose pieghe dell’animo umano, così tanto indagate nel corso dei secoli quanto, oggi più che mai, inesplorate e dimenticate, in un dialogo interno, amorevole, atroce, mesto e speranzoso.

E ringrazio la terra che nutre la mia poesia, il Salento, specchio di un Sud più vasto, finestra su di un Mediterraneo da sempre travagliato e oggi ancor più dolorante.

Ho molto apprezzato il messaggio sotteso della breve silloge, ed è stato bello scoprire  alcuni topoi della tradizione letteraria con una forma diversa e sperimentale, viva e plasmabile– soprattutto nella forma, l’autrice gioca molto sugli spazi, le pause, gli enjambement, la punteggiatura e le ripetizioni per dar forza ai significati. Ogni parola parla e annette un nuovo e funzionale frammento ad un valore complessivo, bello e autentico, intimo.

Consiglio questa silloge a chiunque ami la poesia e voglia interrogarsi su un senso di umanità scomparso, a chi voglia riflettere un po’ più a fondo sulle questioni dell’attualità senza rinunciare ad un sapore passato di bellezza, tristezza e speranza. Finché ci sarà la speranza, e noi torneremo alla terra, si potrà ancora guardare con fiducia al futuro.  

Fabrizio Lombardo: “solo la dissonanza ci descrive”

La poesia di Fabrizio Lombardo è incline all’obliquo, quel modo di porre domande che non si accontenta di sapere una volta per tutte, quel tipo di insoddisfazione che a volte accompagna il rimpianto di non avere tagliato di netto mai nulla, quel modo di concepire sempre l’intero un po’ storto, e di amarlo così. Perché così è l’obliquità, un tipo di stortezza che diventa valore, forza.

Titolo: Coordinate per la crudeltà
Autore: Fabrizio Lombardo
Editore: Edizioni Kurumuny (collana di poesia Rosada)
123 pp.
10,00
http://rosadapoesia.it/coordinate-la-crudelta-fabrizio-lombardo/

imagesL’autore:
Nato a Bologna nel 1968, lavora per una catena di librerie.
È redattore di «Versodove – rivista di letteratura» che ha contribuito a fondare nel 1994 e con la quale cura la rassegna Passaggi di versi all’interno di “Passaggi Festival della Saggistica” di Fano. Ha pubblicato Carte del cielo (VersodoveTesti 1999); Confini provvisori (Edizioni Joker 2008) e le plaquette Il cerchio e il silenzio (Squadro Edizioni Grafiche 1995); Di quello che resta (Quaderni di poesia 1998). Sue raccolte sono presenti in diverse altre antologie. Ha pubblicato su numerose riviste e quotidiani, tra cui: «il verri», «Poesia», «Private», «l’Unità», «Versodove», «Tratti», «Atelier», «La clessidra», «Kult», «Corriere della Sera», «Poeti e Poesia», «l’Ulisse». Ha curato le note al volume Antonio Porta, Yellow, (Mondadori 2002). Sue poesie sono tradotte in francese, inglese, slovacco, serbo, croato e spagnolo.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa quando Sergio Rotino, curatore di RosadapoesiaEdizioni Kurumuny -, mi ha contattata per propormi la lettura di Coordinate per la crudeltà di Fabrizio Lombardo, breve silloge e ultimissima pubblicazione della collana. Sono rimasta piacevolmente sorpresa perché mi veniva offerta l’opportunità di leggere qualcosa di assolutamente nuovo in relazione al genere letterario che tanto amo; e la mia felicità è cresciuta ad ogni nuova mail che ho ricevuto, grazie alla grandissima disponibilità, gentilezza e professionalità dimostratemi. Quindi, con un enorme grazie alla collana e alla casa editrice, oggi sono davvero entusiasta nel parlarvi dei componimenti dell’autore citato, muovendo il mio sguardo – prettamente novecentista – verso la poesia dell’oggi.

Coordinate per la crudeltà è la terza raccolta del poeta e si compone di quattro sezioni (False partenze, Coordinate per la crudeltà, Per i giorni di pioggia, A1-A14 – e un’ultima parte chiamata Retail) che hanno come oggetto la realtà quotidiana degli uomini, i contesti – rinnovati – entro i quali agiscono. L’attenzione di Lombardo si sposta dal privato all’universale, con uno stile che travolge sempre di più, pur restando in qualche modo controllato, forse freddo, e pur mantenendo la sua linea narrativo-riflessiva che si nutre di elementi autobiografici. Il mondo umano si è ormai trasformato in un vero e proprio “teatro della crudeltà” in cui ogni cosa è “in pronta consegna”, con una infinita ed inappagabile tensione verso desideri ormai troppo lontani, verso un futuro che potrà soltanto essere irrimediabilmente “storto”.

La poesia di Coordinate per la crudeltà racchiude immagini che rimandano alla concezione di una vita che ci attraversa come un’ombra, che in qualche modo ci domina e si trascina per mezzo di un corpo, quello umano, che è mero “involucro di carte”, “lo scarto di un dolore da dimenticare”. Le parole chiave che, a mio parere, circoscrivono e potenziano il messaggio dell’autore sono senza dubbio: eco, silenzio, stanza, vuoto, dolore, squallore, nebbia. La nebbia come condizione visiva, come evento che ostacola i sensi, che preclude la percezione di quello che sta per venire, e che in questo modo ci sfibra anno dopo anno; e perdiamo il senso della nostra umanità, e ci sentiamo alienati, distanti dalla realtà nella quale siamo nati.

Privi di appigli concreti e di direzioni certe, non ci resta che vivere la nostra vita come se fosse un viaggio oscuro, durante il quale finiamo per dimenticare persino il luogo da cui proveniamo, e “solo la dissonanza ci descrive”. Dissonanza: l’essenza di questa nuova condizione umana, che trova il suo punto di massima espressione nella seconda sezione omonima della raccolta:

Incidi/ lacera e dividi perché d’ora in poi
sarai solo veleno/ acqua per i morti, lastra di ghiaccio
nel mattino. La solitudine degli oggetti dietro le finestre.

Solitudine. In un paesaggio naturale che si spegne sempre di più e che si priva dei suoi tratti distintivi per annegare nel grigio della nebbia e del cemento delle città, e che rispecchia perfettamente le sensazioni intime dell’uomo moderno in una corrispondenza quasi espressionistica, la comunità, che è collettività, si chiude alla comprensione profonda degli eventi, ottusa nella sua consueta ferocia; il singolo è rimasto davvero solo con la propria alienazione e la propria angoscia, e non c’è scampo per nessuno.

l’unica direzione concreta è la galleria di nebbia.

O forse no.
Non tutto è perduto, perché il messaggio di Fabrizio Lombardo, per quanto angoscioso possa sembrare, non è privo di speranza. Quello che conta è continuare a porsi domande, comprendere la “dittatura del contemporaneo” e del mercato e le sue devastanti conseguenze per riuscire a difendersi, ancora e a lungo. Per preservare quella umanità che ci contraddistingue e che stiamo man mano abbandonando, come se dovessimo trasformarci anche noi in cose da esporre nei grandi centri commerciali, da acquistare, calcolare, perdere, valutare.

La scrittura dell’autore si situa a metà fra poesia e prosa, fra scritto e parlato, con un linguaggio tipicamente contemporaneo che tuttavia non rinuncia alla creazione di figure suggestive e che gioca sullo spazio, sugli accapo e, qualche volta, sul suono. La frammentazione dei versi e il respiro fra una parola e l’altra sembrano funzionali alla comunicazione di un messaggio sottile e cupo, rafforzato, a mio avviso, dalla scelta – voluta – di una immagine di copertina emblematica, spiegata in una ripartizione finale del volume, Lo scrigno di Apollo, che contiene il commento di Mino Specolizzi:

L’opera di Emanuela Frassinella, Solchi, ha una tensione drammatica che incanta. È il pathos ad assalirci, prima che si adempia la tragedia.

La tragedia di chi si rende conto del cambiamento catastrofico.
Alla luce di tutti questi aspetti, consiglio la lettura di questa piccola silloge a chiunque voglia approcciarsi alla poesia contemporanea attraverso una visione perfettamente comprensibile – e condivisibile – ed in linea con il pensiero dei più. Una lettura rapida ma decisamente significativa.