Cella

© fotografia di Ibrahim Alsamnan

Ho perso il mio appiglio,
vivo in prigione:
ne potrei uscire soltanto morendo
ma è meglio il silenzio
dentro queste mura,
con le sbarre alla finestra
che frantumano la luce.

Palermo legge “I leoni di Sicilia” – Il caso letterario di Stefania Auci

Il 26 ottobre scorso, presso la Libreria Europa, si è tenuto il primo incontro ufficiale di Palermo Legge – progetto siciliano di cultura. A settembre io e altre splendide bookblogger ed esperte del settore (Sonia Cilluffo, Valentina De Giorgi, Maria José Di Salvo, Giorgia M. Duro, Valentina Giuliano, Rosy Lo Baido, Martina Neglia, Stefania Previteri, Chiara Siro Brigiano, Franz Tropea, Giorgia Valenti) abbiamo deciso di creare un gruppo di lettura tutto siciliano, mosse soprattutto dalla volontà di fare concretamente squadra e confrontarci, nel nostro piccolo, per arricchirci reciprocamente. E allora abbiamo messo insieme le nostre personali inclinazioni, i nostri interessi, le tematiche scottanti, gli argomenti “scomodi” accanto a quelli “comodi”, e abbiamo scelto una prima lettura da affrontare insieme, con la consapevolezza, però, che non saremmo state soltanto un gruppo di lettura; con la volontà di fare qualcosa di più, nel tempo, raccogliendo idee ed entusiasmi. Per questo motivo la specifica “Progetto siciliano di cultura”: per tutto quello che è elencato nel poster.

Sonia Cilluffo, Valentina De Giorgi, Maria José Di Salvo, Giorgia M. Duro, Valentina Giuliano, Rosy Lo Baido, Martina Neglia, Anna Negri, Stefania Previteri, Chiara Siro Brigiano, Giorgia Valenti1

Come dicevo, la prima lettura di Palermo Legge, per il mese di ottobre, è stata I leoni di Sicilia, il primo volume della saga dei Florio, scritto dalla trapanese/palermitana Stefania Auci e edito da Editrice Nord: 437 pagine per una prima parte di storia che si distende nell’arco di quasi settant’anni, dal 1799 al 1868. Ci siamo lanciati in questa avventura letteraria praticamente ad occhi chiusi, pensando che fosse una buona idea quella di inaugurare il progetto con una storia che contenesse “sicilitudine” in ogni suo aspetto, una storia che ha luogo proprio a Palermo. Ed è stata davvero una buona idea: il confronto, durato ben tre ore, senza sosta, ha visto “contrapporsi” diversi schieramenti di pensiero, e si è rivelato ricco e costruttivo per tutti i partecipanti. Sono sorti pareri molto diversi (o molto affini) sullo stile di scrittura, sul contenuto, sulla caratterizzazione dei personaggi, e così è stato dipinto un quadro di impressioni più o meno positive su quello che potremmo definire il caso letterario del 2019.

In questo articolo voglio raccontarvi la mia, di impressione, per non lasciar evaporare gli spunti di riflessione che ci siamo scambiati io e i miei compagni di lettura.

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@riverberodiparole

Forse era questo ciò che non gli si perdonava: il lavoro. Il potere. Gli occhi aperti sul mondo quando invece Palermo i suoi occhi li teneva ben chiusi.

Io non abito a Palermo: sto in un paese che potrebbe rappresentarne la periferia. Conosco i Florio soltanto per sentito dire, non ero mai passata accanto ai loro luoghi, non mi ero mai chiesta nulla. Già così è abbastanza vergognoso, ma sapete come capita di solito: spesso non si conosce quasi nulla della storia della propria città o della propria regione. Viaggiamo sempre alla ricerca di altre conoscenze, altre storie, altre culture, e ci lasciamo sfuggire il grande patrimonio culturale che abbiamo a portata di mano, tutte le vite che potremmo ripercorrere con un solo sguardo posato su un portone antico. Insomma, mi sono approcciata ai Leoni di Sicilia da “profana”, ma forse proprio per questa mia ignoranza di fondo ho saputo godermi la loro storia al meglio. L’ignoranza in questo caso, infatti, ha significato mancanza di conoscenza ma anche mancanza di precise aspettative.

Attenzione: c’è dello storico, tanto, in questo libro, ma c’è anche del romanzato, e bisogna esserne ben consapevoli per non aspettarsi soltanto uno dei due aspetti – a prescindere dalle proprie preferenze di lettura. È evidente l’enorme lavoro di ricerca storica alla base dell’opera, dimostrata dalle ricostruzioni puntuali delle vicende (seppur non del tutto fedeli, romanzate, per l’appunto) e del contesto, delle ambientazioni, della mentalità dell’epoca che traspare in ogni azione e pensiero dei personaggi.

Qualcuno ha contestato una staticità di fondo dei protagonisti, una assenza di evoluzione caratteriale: io non ho colto, personalmente, questa immobilità, piuttosto parlerei di una coerenza caratterizzante che deve essere calata nel contesto storico e nelle vicissitudini della famiglia Florio. La scelta di abbandonare Bagnara alla ricerca di un avvenire migliore ha comportato per loro – come tutte le decisioni importanti – delle conseguenze positive e negative.  L’universo imprenditoriale dei Florio, in tutta la sua magnificenza, si è innalzato su fondamenta di sacrifici, sofferenza, rinunce, delusioni, inimicizie, rimpianti, determinazione rabbiosa (soprattutto quella di Vincenzo) e tanto rancore, sul “peccato originale” della provenienza (i bagnaroti, i facchini, i portarrobbe).

È stato creato con la dedizione di persone semplici che sono state in grado di reinventare la propria sorte, in una città che, ancora oggi, dà molto e toglie molto, risplende di possibilità e ristagna in una pozza di mancata valorizzazione: Palermo, il mercato del mondo, un cuore pulsante di multiculturalità. Non è stato difficile, per me come per tutti i ragazzi del gruppo, entrare appieno in questo sentimento di amara disillusione e, contemporaneamente, orgoglioso puntiglio. In Sicilia, a Palermo, le conquiste, se arrivano, arrivano da uno sforzo impareggiabile, e i Florio ne sono l’esempio emblematico. Per questo parlo di coerenza: c’è un attaccamento al passato, in questi personaggi, che è la loro forza e la loro rovina (interiormente); la loro evoluzione negli anni non si ha in termini di “cambiamento di prospettiva”, semplicemente perché, per l’epoca e per quello che accade, non possono cambiare. Molti atteggiamenti, letti con la forma mentis odierna, possono infastidire o risultare incomprensibili, se non aberranti: bisogna entrare in profondità nella realtà del testo per poterli quantomeno accettare come aspetti di un tempo passato.

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Per esempio: Giuseppina, Mattia, Giulia, nelle loro molte differenze, incarnano la sorte inevitabile delle mogli ottocentesche qualcuna più ferma di qualcun’altra nella prigione maschilista della delegittimazione. Il comportamento di Vincenzo Florio, in particolar modo contestato, rispecchia la bassa considerazione delle donne del tempo, l’idea che al masculo non si possa dire nulla, la morbosa devozione al denaro e agli affari, unico vero interesse di tutta la sua esistenza. Ammazzarsi di lavoro non è bastato a cancellare quel velo di oscurità dai suoi occhi, quella macchia nella sua anima (come nella sua famiglia) che è la traccia del dolore: per gli altri, nemici e amici, sarà sempre l’arricchito, il parvenu, e questa consapevolezza lo lacererà per sempre. Per quanto insopportabile e “sbagliato” per alcuni, il personaggio di Vincenzo Florio è stato quello che mi ha fatta riflettere maggiormente, con questa sua collera profonda della quale è pure minimamente consapevole:

Non lo sai, non te l’immagini, quanto mi è costato.

Della Auci ho molto apprezzato lo stile chiaro e scorrevole, la capacità di intrecciare un po’ di fantasia al contesto storico particolare creando sempre qualcosa di verosimile – secondo me. La frammentazione di frasi e periodi a volte può risultare un po’ eccessiva, ma non ha inficiato la fluidità della storia, capace di tener stretto il lettore fra il ritmo lento del paesaggio e quello concitato dell’espansione imprenditoriale della famiglia Florio. Oltre all’immensa brama di riuscire (cu nesci, arrinesci) e a tutto ciò che questo comporta, Auci racconta anche il valore della famiglia, le difficoltà dettate da una condizione imposta, l’importanza dell’educazione in un mondo che non è poi troppo lontano o diverso dal nostro.

Come sarà chiaro, la mia impressione è assolutamente positiva; considerando, poi, che non sono una lettrice abituata alle saghe familiari, consiglio vivamente questo libro a tutti i lettori assetati di storie piene di ambizione, sentimenti, oscurità e verità.

“Pink Tank Pink Think”: le donne al potere come le arcadi settecentesche

Il sei settembre Riccardo Cataldi, Social Media Manager di Fandango Libri, mi contattava per propormi di organizzare una meravigliosa iniziativa, insieme a Giusi Dell’Abadia. In occasione dell’uscita di Pink Tank – Donne al potere. Potere alle donne, prevista per il ventisei dello stesso mese, avremmo dovuto dare vita ad un enorme gruppo di lettura virtuale, fatto di tante belle persone interessate al sociale, per produrre poi dei contenuti (in libertà) alla luce del nostro ricco e costante dibattito. In questo modo è nato il progetto Pink Tank Pink Think, che vede coinvolti venti bookblogger appassionati e che ancora va avanti nella riflessione sulle tematiche affrontate da Serena Marchi, giornalista professionista e scrittrice che si è già occupata per Fandango di questioni spinose (della maternità in Madri comunque, del corpo femminile in Mio Tuo Suo Loro).

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Il banner del progetto con i nomi dei partecipanti

Pink Tank è un compendio di diciotto interviste di donne italiane in politica, “un serbatoio di pensiero finora inesplorato”, propone “uno spaccato fondamentale del nostro paese” e si offre come terreno di confronto fra concezioni anche molto diverse che però hanno un sottofondo comune: la scarsa rappresentanza italiana delle donne al potere. Non è tanto questione di leadership, dice qualcuna delle intervistate, ma di potere. La società è stata immaginata, organizzata e normalizzata al maschile, e checché se ne dica, dopo sanguinose lotte per l’emancipazione e le pari opportunità, ancora oggi le donne faticano a trovare un posto in determinati settori senza cadere vittime di un processo di delegittimazione. La misoginia dilaga come sostrato culturale e sociale particolarmente difficile da debellare, e spesso agisce in maniera inconscia, così tanto normalizzata da far parte della forma mentis anche di molte donne – mi vengono in mente i termini e i titoli scelti da alcune giornaliste (tutti basati sull’aspetto fisico), o quelle donne capaci di incolpare le vittime di uno stupro a suon di “se l’è cercata”, “aveva bevuto troppo”, “era troppo scollata”.

“Serena Marchi […] ha incalzato e riflettuto con loro sulla condizione delle donne e della leadership al femminile nel Belpaese. Non è stato facile convincerle a parlare di come hanno iniziato a fare politica, di cosa sognavano quando erano bambine, di come hanno dovuto combattere per farsi largo in un mondo che non le aveva considerate”.

Le donne in questione sono: Emanuela Baio, Paola Binetti, Laura Boldrini, Emma Bonino, Mara Carfagna, Luciana Castellina, Monica Cirinnà, Anna Finocchiaro, Mariapia Garavaglia, Elisabetta Gardini, Cécile Kyenge, Marianna Madia, Giorgia Meloni, Rosa Menga, Irene Pivetti, Daniela Santanchè, Elly Schlein e Livia Turco. Vi rimando all’articolo di Lucrezia di Sotto la copertina, che ha tracciato un excursus critico esaustivo riguardo ai contenuti del saggio, mettendo a confronto i punti salienti delle interviste per analizzare le principali questioni trattate: la vicenda biografica dell’intervistata, la leadership femminile, le quote rosa.

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Serena Marchi ©serenamarchi.it

Senso di colpa, inadeguatezza, il peso dell’immagine, ma anche la consapevolezza del proprio valore, la determinazione, la volontà “ribelle”, di sfida – con tutte le fragilità che si portano dietro – sono temi da sempre tipici dell’universo femminile (per quanto io non ami le etichette). Non stiamo parlando soltanto degli anni ’50 o dell’oggi, ma anche del 1800, del 1700 e chi più ne ha più ne metta. Continuità tematica indicativa, questa, del fatto che non si è ancora raggiunta la parità, di fatto, per via di una mancata “normalizzazione”. Le donne sono relegate ai temi considerati marginali, quelli legati per esempio al sociale (come alla letteratura marginale delle arcadi del ‘700), colpite costantemente con l’arma della delegittimazione di cui accennavo, che trascina con sé la realtà del gap evidente uomo-donna (la differenza salariale è la conseguenza di un problema radicato). Se gli stereotipi sussistono, il problema è di natura sociale e culturale – e su questo le intervistate appaiono tutte d’accordo, ciascuna con le proprie convinzioni ed eventuali considerazioni: il potere è uno strumento che standardizza, ed è ancora esclusivamente nelle mani dell’uomo.

Il linguaggio di genere, in tal senso, potrebbe davvero fare la differenza, ma su questo punto, invece, leggiamo pareri contrastanti. Per dimostrare l’importanza e l’efficacia di tale linguaggio, però, mi riallaccio al mio recente studio sulla letteratura settecentesca delle donne iscritte all’Accademia dell’Arcadia a partire dal saggio La donzelletta che nulla temea – Percorsi alternativi nella letteratura italiana tra Sette e Ottocento di Tatiana Crivelli.

Nel secolo dell’Illuminismo e della nascita dei principali nuclei ideologici, che porteranno ai nazionalismi e delle guerre d’indipendenza, mentre alcuni pensatori e autori producevano importanti innovazioni in campo letterario, legislativo, scientifico, prendeva il via anche un processo di virilizzazione della nazione che cercava di debellare tutte quelle caratteristiche e quelle attività considerate “effeminate” e quindi “deboli”, e che giungerà a compimento nei due secoli successivi. La letteratura assume in questo modo una nuova funzione, ed è così che per esempio, con la stesura di alcune storie della letteratura a partire dal secolo successivo, saranno sempre meno le donne ricordate. Nel mio breve saggio in merito, però, ricordo che è proprio in questo secolo che si solleva, per contrasto, una forte volontà emancipatoria: “L’afflato emancipatorio del Settecento nella prospettiva di una ‘letteratura delle donne’ ha innescato dei particolari meccanismi grazie ai quali poetesse come (Teresa) Bandettini hanno saputo stabilire una pratica di riconoscimento, conferendosi una certa autorevolezza. Tramite la sorellanza, ovvero l’aiuto reciproco fra donne intellettuali, la scelta di determinate tematiche gender e di alcuni generi solitamente relegati ai margini del dibattito culturale, la scrittura spesso classificata ‘al femminile’ ha trovato una propria espressione, e con essa l’aspirazione ad ottenere un proprio posto nella letteratura italiana – in barba a quella ‘virtù della modestia’ che non ha fatto altro che camuffare la perdita intenzionale delle notizie sulle scrittrici e la loro censura”.

Tutto questo per dire che la letteratura è l’esempio innegabile della misoginia che ci caratterizza, l’Italia più di altri paesi, che la scarsa rappresentanza delle donne al potere e la presenza delle quote rosa si legano ad una battaglia impari che affonda le sue radici nella costruzione dell’identità nazionale e risale per i secoli che la precedono. Tutto questo per sottoscrivere quanto alcune intervistate suggeriscono riguardo alla necessità, ancora oggi, di prendere atto del problema e agire insieme, come le arcadi settecentesche. Si fatica molto a rendere gli animi consapevoli di una questione risolta solo in minima parte, le donne continuano a lottare contro gli stessi stereotipi e gli stessi temi, le stesse preoccupazioni: sessualità, maternità, una propria voce, la carriera.

Pink Tank rappresenta un ottimo punto di partenza per affrontare di petto la difficile condizione delle donne italiane in politica, attraverso le loro precise parole. L’interferenza – se così possiamo definirla – dell’autrice è pressoché nulla, manca una “conclusione” critica, un parere personale, qualche considerazione scomoda in corso di intervista (e ammetto di averne un po’ sentito la mancanza). Ma è anche vero che questo libro non nasce come un trattato di sociologia, e raggiunge appieno lo scopo preposto: dare voce, raccogliere dati, quindi spingere al confronto.

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@riverberodiparole

Particolarmente stimolante, per me come per gli altri partecipanti al gruppo di lettura, è stato fare i conti con opinioni completamente diverse dalle proprie, a volte aberranti, altre volte ricche di punti di vista mai considerati prima. Troppo poco spazio forse è stato riservato alla questione istruzione, da parte delle intervistate. Sono dell’idea che la formazione di un individuo sia fondamentale nell’ottica dello sviluppo di una determinata mentalità, al di là dell’indole. E il fatto che il problema dell’emarginazione delle donne sia di natura sociale e culturale dovrebbe spingerci automaticamente a pensare di agire in primis all’interno delle scuole, a tutti i livelli, genitori ed insegnanti in prima linea a formare ragazze e ragazzi che si trovino di fronte le medesime possibilità, che riescano a guardare criticamente il mondo per riconoscerne le ingiustizie, laddove ci saranno, e che si adoperino per combatterle insieme. L’istruzione, d’altronde, non si basa proprio sul proposito di educare delle persone?

Un primo passo dunque, a mio parere, potrebbe risiedere proprio nella maggiore considerazione del sistema educativo, nell’avviamento ad un pensiero critico, nella conoscenza delle cose per quello che realmente sono. E, perché no, nella lettura di testi come quello di Serena Marchi, per venire a diretto contatto con le diverse prospettive della questione – senza farsi trarre in inganno dalla propaganda politica presente in certi casi (e forse, per alcune, inevitabile).

Il mio invito, intanto, è quello di mostrarsi aperti ai problemi, valutarli in ogni sfumatura, e riflettere.

“La passione ribelle”: è davvero possibile uno studio libero e disinteressato?

Chi studia è sempre un ribelle.
Uno che si mette da un’altra parte rispetto al mondo e, a suo modo, ne contrasta la corsa. Chi studia si ferma e sta: così, si rende eversivo e contrario. Forse, dietro, c’è sempre una scontentezza: di sé, o del mondo. Ma non è mai una fuga. È solo una ribellione silenziosa e, oggi più che mai, invisibile. A tutti i ribelli invisibili è dedicato questo libro.

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@riverberodiparole

La dedica del pamphlet di Paola Mastrocola, insegnante di lettere in pensione, è ricca di sentimento e, se vogliamo, in fondo, speranza. Studiare, scrive, significa ribellarsi, significa esprimere appieno la propria libertà ed il proprio pensiero, significa piazzarsi deliberatamente al di fuori degli schemi comuni per acquisire una “felicità mentale” inestimabile e immortale. Da intendersi uno studio completamente disinteressato. Ebbene, nonostante il nobilissimo (e assolutamente condivisibile) punto di partenza della trattazione – legato ad una sensazione di immortalità sottesa all’atto dello studio di piacere, se così possiamo definirlo – rispetto alle catastrofiche premesse della Mastrocola, e alle argomentazioni (purtroppo deboli) che riporta, non mi sono trovata sempre d’accordo. E non me lo aspettavo.

Forse il problema sta proprio in quel “ne contrasta la corsa”, l’idea di uno studio che procede in maniera contraria e staccata dal mondo. Per una mia personale concezione di studio, di didattica e di raggiungimento di determinati obiettivi, per quanto io in primis mi consideri innamorata dello studio e di tutto quello che esso comporta, non riesco proprio ad accettare una definizione così dissonante dell’atto suddetto. Il successivo “ma non è mai una fuga” potrebbe aiutare a riallacciare il discorso alle sue implicazioni sociali, ma dal testo emerge, secondo me, il contrario.

Ammetto che avevo grandissime aspettative, e forse per questo sento fortemente il senso di insoddisfazione che mi ha lasciato (nulla togliendo alla scrittura della Mastrocola, alla sua competenza e alle sue intenzioni: semplicemente la pensiamo in maniera diversa). Ho affrontato la lettura con Giordano Milo, con il quale mi sono poi confrontata attraverso una chiacchierata al telefono di quasi due ore – pochi punti sono stati risparmiati dalle nostre contestazioni. Ci siamo trovati d’accordo: bene, ma non benissimo, buoni presupposti ma qualche riserva. In questa sede vorrei concentrarmi sulle questioni problematiche e le affermazioni opinabili; inoltre, vorrei strutturare questo articolo sulla base di considerazioni di didattica, questione a me molto cara, che a mio avviso si ricollega a tutti i punti critici del testo, quelli che mi hanno suscitato non poche perplessità.

 Lo studio è sparito dalle nostre vite. Nessuno studia più. Se ne può fare a meno. E non ci piace, né per noi né per i nostri figli.

Dalla primissima frase d’incipit entriamo nella personalissima prospettiva dell’autrice, che in quanto tale è soggettiva ed opinabile, ma oggettivamente catastrofista. Tutti i capitoli del saggio assumono un tono provocatorio e ricco di stereotipi (a volte con l’intento di scardinarli, altre volte utilizzati come metro di paragone o esempio) che si risolvono in argomentazioni, ahimè, troppo retoriche per un discorso che mi aspettavo trattato nel vivere sociale. O meglio: la questione è, sì, posta in termini di riflessione sul sociale, la Mastrocola scrive dei paragrafi specifici per affrontare l’argomento scuola o famiglia, ma non ho mai trovato delle spiegazioni che si sottraessero per un attimo alla visione “romantica” di studio disinteressato per entrare effettivamente dentro le classi, le aule, le case, e quindi le teste. E alla fine si arriva a generalizzare in maniera piuttosto audace con considerazioni quali:

(nel paragrafo dedicato alle biblioteche) Ma il fatto di portarsi dietro i propri libri è solo il segnale di qualcosa che mi sembra molto più sconcertante: si studia solo sui libri di testo, su manuali sempre più smilzi, e non si prova più il desiderio di ‘cercare’, di leggere altro, di frequentare libri nascosti, che appartengono a un patrimonio millenario di sapere. Si fa sempre più, nella maggioranza dei casi, un lavoro di seconda mano, senza usare le fonti, senza attingere direttamente ai classici. In questo senso dico che non si studia più. Ci si ferma ai sunti, alle navigazioni on line, facili, veloci. Superficiali. Non si frequentano i fondali. In questo senso il mutato uso delle biblioteche mi preoccupa: è il segnale che non si ha più l’idea di un sapere che affonda nel passato, o che non si ha più voglia di andarselo a recuperare, quel sapere affondato.”

Questo passo mi sembra emblematico per porre più di una questione controversa. Sull’idea dello snaturamento delle biblioteche posso anche passare, perché in effetti la biblioteca non nasce come sala studio; ma affermare che ormai oggi, solitamente, si preferisca fare un “lavoro di seconda mano” non credo sia assolutamente vero, altrimenti i corsi di laurea umanistici rappresenterebbero tutti delle eccezioni. Inoltre, mi verrebbe da dire, se proprio un ragazzo decide di affrontare lo studio in maniera superficiale, l’insegnante dovrebbe perlomeno provare a “scuoterlo”, a indirizzarlo, a fornirgli degli spunti di riflessione con tutti i metodi più efficaci (quindi non solo con le nozioni!): sicuramente la Mastrocola, nella sua carriera da insegnante, avrà tentato di trasmettere tutta questa passione ai suoi studenti, ma nel testo ho sentito proprio la mancanza di un suo personale approfondimento metodologico, la relazione studente-insegnante non appare, neanche fra le righe, come se fossero due mondi lontani, l’uno “vittima” della disastrosa realtà scolastica, l’altro “carnefice costretto”.

La demonizzazione delle “navigazioni on line” denota poi una chiusura sostanziale: Internet non è necessariamente il male, ma un ulteriore strumento (come lo studio, d’altronde), e come tale bisogna saperlo usare. Può anche rappresentare una fonte attendibile in certi casi, ed esistono, tra l’altro, moltissimi progetti di digitalizzazione del sapere umanistico che, oggi, rendono molto più fruibile la ricerca. Non si tratta di semplificazione di contenuto, di contenuto di bassa qualità (per chi è del settore, chiaramente, e non si lascia abbindolare da pseudo siti culturali): l’evoluzione tecnologica ci ha reso la vita più facile perché più “completa” sotto certi aspetti, più sfaccettata, compenetrata di migliaia di punti di vista, comparabile senza difficoltà, alla portata di tutti. Nelle parole della Mastrocola mi sembra di vedere decantata, retoricamente, l’idea che “antico è meglio”, in tutte le cose.

Nella Passione ribelle non si parla di studio e insegnamento in termini relazionali e sociali, oltre che personali per ovvi motivi (certo il saggio non parte da queste precise intenzioni, che secondo me sarebbero state però fondamentali): la Mastrocola parla di studi completamente disinteressati in ambito letterario-artistico, quindi scollati da qualsivoglia obiettivo, finalità, utilità – facendo anche l’esempio del protagonista di uno dei suoi libri, un certo Fil, che per poter studiare come vuole decide di rifiutare un dottorato e andare a fare il pastore. Uno studio separato dalla società, disapprovato, anzi, dalla società, e che dunque se ne distacca, si allontana, per rimanere puro e fine a se stesso. Questo tipo di concezione, che alcuni troveranno condivisibile, è piuttosto problematico, perché si trascina dietro una serie di conseguenze di pensiero.

Insegnanti, “spettacolanti”, ricercatori, studenti, scuole, università: stando alle parole dell’autrice, lo studio “vero” non ha più a che fare con nessuna di queste categorie, e col suo piglio provocatorio vorrebbe ridurre tutto alla sola concezione di studio puro che lei stessa teorizza nell’ottavo capitolo. Parla di “università imprenditoriali” e di esami dati a “catena di montaggio”, di sistemi di verifica oppressivi e snaturamento del lavoro di ricerca per via di griglie di valutazione e riunioni, tutte cose, insomma, che costituiscono una parte necessaria del lavoro di insegnante e che sono connaturate, invece, allo studio e alla ricerca, a certi livelli. Un riflessione sullo studio, nella mia personale prospettiva, non può evitare di essere inserita e quindi osservata in contesti sociali.

La società è cambiata, si è evoluta, ed è cambiata anche la scuola con la precedente rivoluzione pedagogica che ha introdotto le specificità degli studenti nel sistema di valutazione, insieme al concetto di “persona” (che anche lei giustamente usa) e di sviluppo di competenze trasversali, al posto del semplice sapere nozionistico. La scuola, oggi, valuta il saper fare più che il sapere, e questo è uno degli aspetti contro cui lotta la Mastrocola, da quel che mi è sembrato di capire. Ecco, è con questo tipo di pensiero che non mi trovo d’accordo. Paginette ben scritte e passi imparati a memoria sono formalismi del vecchio sistema scuola che l’autrice elogia come fondamentali, se non ci sono significa che “non c’è studio, non c’è sforzo, non c’è impegno”. Ma perché? Perché parlare in termini tanto vaghi e generali di una questione in cui, semmai, sono fondamentali le eccezioni e gli esempi pratici singoli, e, soprattutto, un atteggiamento propositivo che qui viene declinato solo in termini idealisti? Cosa fare materialmente per evitare, utilizzando le parole dell’autrice, che lo studio smetta davvero di far parte delle nostre vite? E soprattutto, che questo accada, è davvero immaginabile?

Non credo che in questo momento importi a qualcuno della cultura. Dico quella inutile, non ‘calcolante’. Non credo che la scuola si occupi della cultura, in questo momento. Dico della cultura ‘meditante’, cioè di pensiero, riflessione, ricerca dell’essenza più spirituale e cose siffatte. Pensa di avere altro da fare. È alle prese con quelli che ovunque chiamiamo ‘i profondi mutamenti degli ultimi decenni’, o ‘i nuovi scenari della contemporaneità’: globalizzazione, migrazione, scoperte scientifiche e tecnologiche che, susseguendosi a un ritmo frenetico, chiedono una ‘trasformazione radicale’ del sapere, un’istruzione che si leghi al ‘progresso umano’, allo sviluppo economico, all’incremento del PIL, a un ‘innalzamento delle prospettive di ricchezza del Paese’, al ‘guadagno’ dei singoli, a un ‘aumento della produttività dell’intero sistema economico’, nonché al ‘consolidamento dei valori democratici’. […] Tutti parliamo ormai così, usiamo queste parole preconfezionate e vuote”.

Ecco, questa è in parte anche la mia concezione di studio calato nella società, e non vedendoci nulla di nocivo per l’atto in sé dello studio – che semmai interpreto come più ricco e attento sia al passato che al presente che al futuro – non riesco a trovarmi d’accordo con l’approccio dell’autrice. Credo che sia importante, anzi, che la scuola si riempia di attualità, che ne faccia parte e che ci rifletta, perché se la lettura di un classico, per esempio, può offrirci degli spunti importantissimi per la formazione e per comprendere la realtà che ci circonda (noi e gli altri, dunque), questi non possono rimanere fini a se stessi. Come dovremmo definire allora lo stesso sistema di una qualsiasi ricerca, che non fa altro che nutrirsi dell’eredità di precedenti studi e idee, guardando al presente, all’ora, alle persone di questo dato tempo, per progredire e creare qualcosa di “migliore” (non vale per tutto), di più funzionale, di fruibile? Si può studiare senza “essere in contrasto”, senza fermarsi.

Dando per assodati la ricchezza di spunti offerti (troviamo molto su cui ragionare ad ogni pagina) nonché alcuni concetti di fronte ai quali mi trovo perfettamente d’accordo (un sotteso concetto di πάθει μάθος dell’atto di studiare, le libertà sacrosante di chi studia, la necessità dell’epistemologia e delle nozioni di base, per esempio), parlare di studio fine a se stesso è qualcosa che, a mio parere, non si può più fare, oggi – questo libro è uscito nel 2015 –, è troppo riduttivo, troppo “romantico”. La cultura è realtà, umanità a tutto tondo (questo lo dice anche la Mastrocola, in altre parole): non ho mai studiato soltanto “per rendere perfetti gli angeli” e non riesco a immaginare i vantaggi mentali di uno studio così disinteressato; ho apprezzato, però, la grande passione dimostrata e la volontà di proporre una tesi così lacerante, di provocare per cambiare le cose, di pensare e discutere controcorrente. È dalle idee altre che spesso nascono i confronti più interessanti.

Libri sotto l’ombrellone: consigli tardivi

Oggi è il sei agosto: per alcuni le vacanze sono iniziate ormai da un mese, per altri devono ancora cominciare, per altri ancora forse non ci saranno nemmeno – consideratemi pure in quest’ultimo gruppo; tutto questo per dire che non è mai troppo tardi per dare qualche consiglio in merito ai “libri sotto l’ombrellone”, famigerata categoria in cui racchiudiamo libri di vario genere che si prestano – secondo noi – meglio di altri alla lettura in spiaggia.

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@riverberodiparole

Ricordate tutto quello che ci eravamo detti nell’articolo dei consigli dell’estate scorsa? – se non lo avete letto vi consiglio di dargli un’occhiata per avere qualche consiglio in più e per riflettere sulla tipologia di lettura che fa per voi sinceramente. Bene, quest’anno sto tentando, su di me, una sorta di terapia d’urto, proponendomi di leggere dei volumi spessi nonostante la mia naturale inclinazione a prediligere i libri brevi e autoconclusivi. Fino a questo punto, posso dire che sta funzionando in parte: vuoi perché questa è l’estate più complicata della mia vita, vuoi perché i libroni con cui ho deciso di “forzarmi” sono molto lontani dalla mia zona comfort (anche in questo senso ho deciso di lanciarmi in una ulteriore sfida contro i miei limiti da lettrice), sta di fatto che comunque rimango una lettrice lenta, e i libroni non mi aiutano molto.

Ma vi dirò come andrà. Certo, avrei potuto scegliere di pormi questa sfida magari in un periodo meno tormentato, ma chi sono io per frenare le idee folli che elabora il mio cervello con il caldo umido estivo? La mia ragionevolezza credo sia evaporata a giugno, nulla da fare.

In ogni caso, il consiglio spassionato dello scorso anno rimane: riflettete, ascoltatevi e capite la vostra predisposizione. A differenza di ciò che si pensa, in estate si ha più tempo e di conseguenza è più facile perderne di più, e di questo me ne sono accorta sulla mia pelle – non sarà così per tutti, ma credo di trovare l’approvazione di molti di voi. Per me è più facile organizzare le mie giornate pienissime invernali rispetto a quelle vuote estive (che non sono mai vuote realmente ma che a volte rimangono tali).

Come provare a riempire queste lunghe/brevi giornate estive?
Anche i libri che vi consiglio quest’anno sono variegati, spero di riuscire a darvi almeno uno spunto in base al genere che preferite.

Febbre-admin-570x804Febbre di Jonathan Bazzi (edito Fandango Libri): praticamente una rivelazione editoriale di questo 2019, Febbre parte dalla semplice constatazione, da parte del protagonista/narratore/autore, di una febbricola che è arrivata e non è andata più via. Con il suo stile spezzato, chiaro, sincero, Bazzi racconta la sua personale vicenda fra tematiche sociali forti, malattia e complessi contesti familiari in un’opera d’esordio che ha conquistato tantissimi lettori e che ha ottenuto la ristampa in breve tempo, ed inoltre è arrivata finalista al Premio Giuseppe Berto di quest’anno. Io e altre meravigliose personcine abbiamo curato il Blog Tour di Febbre nel mese della sua uscita: nel mio articolo affronto la questione del potere nel sistema famiglia descritto e narrato da Bazzi; vi trovate anche i rimandi agli altri articoli di approfondimento sul romanzo.

La leggenda personale del’autore che, sull’onda del potere catalizzante della patologia, trova la forza di comporsi, di ridisegnarsi in un ordine che solo il senno di poi, e il presentimento del temuto finale -la morte- imprimono al suo svolgimento. Malattia e destino, un tema classico in letteratura. – Corriere della sera

9788860446091_0_0_470_75Sempre edito Fandango Libri, il Nuovo Dizionario Affettivo della lingua italiana è un progetto editoriale ammirevole che ricalca quello di dieci anni fa: un’opera collettiva basata sull’individuazione di una parola singola da parte di moltissimi autori sulla base di un qualche loro legame con la stessa. Ciascun autore descriverà la suddetta parola creando una voce di dizionario fatta di storie, suggestioni, ricordi al di là del significato letterale e specifico (da dizionario, appunto) del termine. In questo modo si crea una raccolta intelligente, bellissima da sfogliare e da accogliere, con terminologie di varia natura – in barba al classico concetto di dizionario, fra tradizione e innovazione e spunti di riflessione. Questa edizione contiene i contributi di 368 autori e, come scrive in introduzione Matteo B. Bianchi, “nasce per gioco”, un esperimento letterario di “emotività pura, genuina […], una cosmogonia affettiva che per ciascun autore si riverbera nel suono di una singola parola”. Consigliatissimo da consultare anche in maniera sporadica, in qualsiasi momento.

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Di Annie Ernaux potrei consigliarvi qualsiasi cosa: chi mi segue su Instagram sa bene del mio amore sconfinato per questa meravigliosa autrice che incarna ed esprime tutto quello che cerco in un libro. Il titolo che vi consiglio in questo caso è Il posto, che è intercambiabile con Una donna: questi sono infatti i titoli da cui vi consiglio di cominciare a conoscere la Ernaux (poi potete fare come preferite, l’importante è che leggiate i suoi scritti!). A breve vi parlerò meglio di questa autrice qui sul blog.

 

0x300Kurt Vonnegut è stato una splendida scoperta dello scorso anno, che ancora devo approfondire bene. Vi ho parlato nel dettaglio di Mattatoio n.5, particolarissimo libro che ho molto apprezzato, ma un altro libriccino che mi è piaciuto è stato senza dubbio Quando siete felici, fateci caso, una raccolta di discorsi ufficiali che Vonnegut tenne ai laureandi alla fine del loro anno accademico (commencement speech), tra il 1978 e il 2004. In un insieme di racconti, riflessioni, ricordi e aneddoti, in questo libro viene tracciato il pensiero geniale di Vonnegut nella maniera scorrevole e chiara di una chiacchierata sincera sui temi più attuali e pressanti e non solo.

9788807882531_quartaDi bene in peggio è un saggio complesso, molto breve (appena 83 pagine) ma molto ricco e articolato, che contiene riferimenti ad altre opere per trarre esempi esaustivi e mai banali. Forse non è il testo più indicato quando si hanno mille cose da fare, ma in estate credo che ci si possa dedicare. Il punto di partenza di questo saggio particolarmente stimolante di Paul Watzlawick è la storia di un uomo che comincia a porsi domande esistenziali e smette improvvisamente di essere felice; desideroso di certezze e punti di riferimento, li cerca inizialmente nelle scienze esatte, per rendersi conto, poi, del fatto che tutte le strade finiscono per approdare ad ulteriori e più difficili domande. L’autore punta alla distruzione del concetto di “ipersoluzione”: non possiamo e non dobbiamo concepire la vita come un insieme di certezze, non è tutto in un modo o in un altro, c’è sempre un tertium, la via di un compromesso. Diciamo addio ad assolutismi ed estremismi, smettiamo di cercare un senso di totalità che non esiste e concentriamoci, piuttosto, sulla nostra ricerca, sul nostro viaggio verso la comprensione di noi stessi nel presente, hic et nunc, lontani dal “successo catastrofico”.

Per la poesia quest’anno vi propongo non una ma ben due raccolte:

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I ragazzi che amavano il vento sono Shelley, Keats e Byron, meravigliosi poeti del Romanticismo inglese qui accostati sulla base del loro amore per l’Italia. Le città e le campagne italiane vengono evocate nei loro dettagli più particolari, in un versificare che attinge ai colori, alle acque, ai paesaggi, al senso di libertà e di leggerezza di una eterna gioventù che questi autori sono riusciti a descrivere e comunicare egregiamente. Molto accurata l’introduzione di Roberto Mussapi, curatore dell’edizione.

 

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Altro mio profondo amore – del quale sa bene chi mi conosce – è quello per Antonia Pozzi: piano piano sto cercando di possederne l’opera omnia. Desiderio di cose leggere è una silloge uscita nel 2018 che contiene alcuni bellissimi scritti della poetessa composti fra il 1929 e il 1938, anno della sua tragica morte a soli ventisei anni. A cura di Elisabetta Vergani, con prefazione di Eugenio Borgna, questa raccolta può essere un ottimo strumento per avvicinarsi a una delle voci più significative del Novecento italiano, venuta alla luce soltanto di recente grazie all’attenzione di autori come Montale. Sul mio profilo vi ho parlato anche della sua breve vita in occasione del progetto #poesiesognanti di Lisa.

Spero di avervi offerto degli spunti abbastanza variegati ed adatti a diverse esigenze di lettura; fatemi sapere se leggerete qualcuno di questi libri e consigliatemi anche voi, se volete, un libro da leggere sotto l’ombrellone.

Buona estate, buone vacanze (per i fortunati che possono godersele) e al prossimo articolo!

“Addio fantasmi” sulla rivista Nuovi Argomenti

Nadia Terranova, scrittrice mia conterranea, racconta la tormentata vicenda di Ida, una donna che vive le relazioni personali e gli eventi della vita alla luce di un fatto della sua infanzia che ha distrutto la sua casa e la sua serenità: malato di una grave depressione, una mattina suo padre si è alzato ed è scomparso, ha chiuso la porta di casa alle sue spalle, e di lui sono rimasti soltanto lo spazzolino umido nel bagno, i volumi di letteratura spessi sugli scaffali, e pochi oggetti misteriosi custoditi poi da Ida all’interno di una scatola rossa: il segreto che accompagnerà il lettore fino alla fine e che sarà l’emblema di una questione irrisolta e pressante che si trascina come un bagaglio. In una sorta di incantesimo anomalo, la scena dell’abbandono si ripete perennemente nella mente di Ida, che è costretta a fare i conti con i propri fantasmi nel momento in cui la madre la richiama a Messina in vista della ristrutturazione e della vendita di quell’appartamento ormai tramutato in cui una volta vivevano felici, tutti e tre.

Questo è un piccolo stralcio della recensione di Addio fantasmi – lo splendido libro di Nadia Terranova – che ho scritto per Nuovi Argomenti, rivista letteraria fondata nel 1953 da Alberto Carocci e Alberto Moravia e che quest’anno ha visto rinnovate la sua veste grafica, il suo sito web e l’organizzazione dei suoi contenuti. Il mio articolo fa parte della rubrica Leggere ai tempi dei Social Network. 

Per leggerlo interamente vi basta cliccare qui.

Questioni di potere: il sistema famiglia in “Febbre” di Jonathan Bazzi

Il terrore e il panico stanno nello spazio che precede incontri e collisioni.

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@riverberodiparole

Febbre è uscito il 9 maggio, e prosegue il nostro Blog Tour che accompagna il suo primo mese di pubblicazione. La scorsa settimana Federica vi ha parlato della nuova uscita edita da Fandango attraverso la recensione del romanzo; in questa seconda tappa, io vi parlerò di quelle che abbiamo definito “questioni di potere”. Quali?

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Agli occhi del lettore di Febbre, fra un’intersezione col passato e l’altra, sarà subito chiaro che la famiglia di Jonathan – autore, narratore in prima persona – non rispecchi proprio l’ideale del nido caldo, accogliente e sereno che ancora oggi, talvolta, primeggia nell’immaginario comune. Le dinamiche familiari che si profilano tassello dopo tassello sono articolate, tumultuose, spaventose e aperte. In premessa, il nucleo originario madre-padre-figlio, già precario per varie motivazioni, si sfalda e determina la prima rottura decisiva che fa subentrare con maggiore forza le influenze dei nonni materni e paterni, nel bene e nel male, nonché di una serie di altri personaggi che appaiono e scompaiono.

Il sistema famiglia che ci viene raccontato – come poi un po’ tutte le famiglie di Rozzano descritte in quanto fugaci ma significative incursioni nella struttura degli affetti – si fonda su un principio trasparente: il maschio detta legge, detiene le redini della famiglia, per qualsiasi cosa, nonostante tutto. Nonno Biagio e nonno Pierluigi costituiscono gli esempi, chi più chi meno, dei dispotici padri padroni, coloro che controllano tutto, che hanno il potere di decidere su tutto, senza i quali non ci si può arrischiare di fare un passo avanti. Anche quando la malattia li colpisce, i capifamiglia esternano il dissenso: Biagio, dopo l’ictus, continua ad arrabbiarsi furiosamente se qualcuno non fa come aveva stabilito; “prima che si ammalasse, il nonno (Pierluigi) era il centro di tutto, dicono. Era il motore della nostra famiglia”. A partire dai nonni, tutti i maschi alfa della famiglia seguiranno questo modus cogitandi e operandi.

Quella di Jonathan è dunque una famiglia in cui una donna deve soltanto “fare i mestieri”, se va a lavoro significa che “ha l’amante, è una poco di buono”, e invece è necessario che sia la “serva di suo marito”, questo è il compito che le spetta; è una famiglia in cui i nipoti vengono trattati diversamente in base al grado di parentela, alla vicinanza (se così si può definire) nella linea di sangue, in cui si chiude sempre un occhio per Luca perché “è il figlio di sua figlia, io sono solo il figlio della Tina, l’ex moglie di papà. Nessuno me lo dice ma io l’ho capito che questa è una differenza importante”. L’ordine famigliare è in sostanza di tipo gerarchico e sessista:

Del resto quando sono nato, il nonno era su di giri. Il primo nipote, maschio, un Bazzi.

Il maschio dirige e si addossa il peso del focolare – la famiglia come peso, appunto, esercizio di un potere illimitato.

Educare è esercitare un potere, affermare una supremazia.

La donna sta chiusa in casa, sbriga le faccende, partorisce e alleva i figli ma le regole le detta sempre il padre, il nonno: orario, coprifuoco, programmi televisivi, dialoghi e silenzi.

A casa dei nonni ci sono regole, leggi non scritte.

Siamo di fronte ai rimasugli di una concezione patriarcale della famiglia radicata in un ambiente che  non lascia spazio ad alternative – cultura, politica, pensiero generale; il sesso diventa anch’esso uno strumento di controllo, di assoggettamento. La famiglia tradizionale così concepita, come una sorta di cappio al collo, come una spinta ad andare contro alla propria natura attraverso la “lingua dei maschi”, mi ha un po’ ricordato un seminario sulle pubblicazioni di Goliarda Sapienza e Silvana Grasso: d’altronde, forse, siamo più avvezzi, ormai, a sentir parlare le donne riguardo alle oppressioni legate all’ambito familiare, sempre in un contesto di genere. In questo romanzo le costrizioni sono diffuse, colpiscono soprattutto le donne ma non soltanto le donne, sono influssi impietosi, condizionanti nella vita di Jonathan bambino, che descrive ma non comprende fino in fondo, e di Jonathan adulto che sa, e che deve fare i conti con il turbinoso passato e il devastante presente. Sono le tracce che ci portano inevitabilmente alla tematica dell’amore familiare e del disinteresse.

Postulato: “La famiglia è importante, la famiglia c’è sempre, è fatta per sostenersi l’un l’altro”.  Realtà dei fatti: “Tutto nella mia famiglia è sempre successo a distanza”.

L’amore si rivela molto diverso da ciò che Jonathan immaginava, riponendo speranze nella potenza del sentimento amoroso come una sorta di protezione, di forza benefica perenne e liberatoria. Ma le dinamiche descritte appaiono ben lontane dall’immagine dell’amore incondizionato: piuttosto è un amore condizionato dal potere, ad esso subordinato.

Hellinger, lo psicologo delle Costellazioni Familiari Sistemiche, diceva qualcosa di particolarmente azzeccato a proposito: «L’amore è una parte dell’ordine, l’ordine precede l’amore, e l’amore può solo svilupparsi in base all’ordine. L’ordine è preposto. Se capovolgo questo rapporto e voglio trasformare l’ordine attraverso l’amore, sono destinato a fallire». Questo è proprio ciò che accade nella famiglia di Jonathan – senso di non appartenenza, limitazioni, preferenze e coperture.

E questo ci porta al tema della violenza domestica, pure presente, che merita un approfondimento in quanto diretta esternazione della presa di potere in ambito famigliare. Il sito internet dei Carabinieri recita: «Secondo l’OMS la violenza domestica è un fenomeno molto diffuso che riguarda ogni forma di abuso psicologico, fisico, sessuale e le varie forme di comportamenti coercitivi esercitati per controllare emotivamente una persona che fa parte del nucleo familiare. Può portare gravi conseguenze nella vita psichica delle donne, degli uomini e dei bambini che la subiscono perché può far sviluppare problemi psicologici come sindromi depressive, problemi somatici come tachicardia, sintomi di ansia, tensione, sensi di colpa e vergogna, bassa autostima, disturbo post-traumatico da stress e molti altri. Le condizioni di chi subisce la violenza sono tanto più gravi quanto la violenza si protrae nel tempo, o quanto più esiste un legame consanguineo tra l’aggressore e la vittima». Vediamo cosa succede da vicino.

Il ruolo preponderante del capofamiglia così inteso può affermarsi solo con un regime di paura e violenza: la violenza – fisica, psicologica – come strumento per farsi ascoltare. Che sia uno schiaffo, uno strattone, uno sguardo intimidatorio, una stretta forte delle dita, una voce grossa che rimprovera, una sfilza di botte, in questo sistema il padre, maschio, figura guida e motore dell’organismo tutto è chiamato a sottomettere i membri disobbedienti.

Gli episodi di violenza fisica descritti diventano sempre più espliciti e crudi, ed è indiscutibile la costante tensione che possiamo respirare anche noi tramite l’osservazione delle conseguenze con gli occhi di Jonathan: basti pensare a Concetta, detta Tina, sua madre, che cade e ricade in depressioni e crisi nervose, esplode e crolla, subisce pressioni psicologiche e percosse, rivelando un’insicurezza e un terrore profondi imputabili al contesto in cui è cresciuta. L’ordine e il potere indiscusso del singolo sul nucleo familiare deformano le personalità, le indeboliscono o le spingono a costruire una corazza fra sé e l’altro; e così nessuno impara a condividere le emozioni, “ognuno restituisce quello che ha ricevuto”.

La depressione parla una lingua conosciuta alla nostra famiglia, non scandalizza nessuno.

Come una macchia, una “piccola minuscola indimenticabile onnipresente macchia”, il potere patriarcale conosciuto e osservato risale attraverso i ricordi narrati da Jonathan, e si posiziona per sempre lì dove deve stare, accanto alla macchia del quartiere d’origine, Rozzano, accanto alla macchia della malattia. Un’esistenza di macchie dolorose ed indelebili, affrontate ed esorcizzate attraverso una lucida descrizione di una lunga e sottile linea di rapporti familiari violenti.

«Tutti colpevoli, nessuna colpa».

Francesco Urbani: “vite, che trovano la forza di raccontarsi nel silenzio che anticipa la notte”

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@riverberodiparole

Titolo: Cerchi nella notte
Autore: Francesco Urbani
Editore: AUGH! Edizioni
127 pp.
€13,00

Cerchi nella notte è una serie di racconti in cui i protagonisti rappresentano di volta in volta una problematica interiore tipicamente contemporanea: i tic, le nevrosi, le paure, il desiderio di amare, di vivere e anche di morire vengono narrati nel frastuono della vita quotidiana o nel silenzio della notte per trovare nel buio un modo per illuminare le ombre che attanagliano l’anima. In uno stile colloquiale e incalzante, i personaggi diventano uno specchio in cui riconoscersi, nell’attesa che gli altri riescano fisicamente ad abbracciare la nostra stessa intima e sognante immaginazione.

L’autore:
dsc-2978.jpgFrancesco Urbani è nato nel 1972 a Roma, dove vive e svolge la professione di psicoterapeuta. è stato per molti anni operatore presso centri per bambini e adolescenti in difficoltà, prima di lavorare come libero professionista. Nel 2014 ha fondato l’associazione Casa d’Inchiostro, destinata ad attività cliniche e di aiuto, in cui il Circolo di Lettura e il Circolo d’Arte svolgono un ruolo di sostegno e scambio intellettuale. Cerchi nella notte è la sua prima pubblicazione.

Cosa ci ha fatto questa vita impossibile, quali tormenti ha causato col suo moto frenetico, inesorabile, come ci ha trasformati?

Questa è una delle tante domande che potrebbe porsi spontaneamente il lettore di Cerchi nella notte, breve raccolta di racconti – anche se è piuttosto difficile categorizzarla sotto uno specifico genere, vedremo perché – che mi è stata gentilmente omaggiata, con proposta di collaborazione, da Elena Di Bello, responsabile dell’Ufficio Stampa di Casa d’Inchiostro che ringrazio molto. Questa associazione culturale si pone l’obiettivo di “liberare, e far esprimere, la creatività che è dentro ogni individuo”, attraverso attività legate ad arte e lettura come fonte di aiuto psicologico, oltre a gruppi di studio e di scambio intellettuale. Vi invito a dare un’occhiata al sito e al blog dell’associazione: personalmente sostengo con tutto il cuore queste realtà, e ci credo molto; sono iniziative che possono davvero fare la differenza.

Ma passiamo al libro senza ulteriori indugi.

Le storie che ci vengono narrate, per un totale di venti racconti, fluiscono direttamente dai pensieri o dalla mano (nel caso delle lettere) dei protagonisti, esseri umani di cui a volte conosciamo il nome, altre volte no. Ciascuno di loro ci parla di situazioni, ahimè, oggi parecchio sentite, di problematiche tipicamente contemporanee nella quotidianità di azioni, parole, pensieri insostenibili. La scelta di descrizioni puramente caratteriali e profondamente intime ci fa sentire ogni narratore molto vicino: potrebbe essere un’amica, il vicino di casa, il conoscente o il simpatico compagno di scuola; potremmo essere noi. E in queste storie così diverse e allo stesso tempo così simili fra loro, nell’angoscia che le avvolge, il denominatore comune è la notte, il momento in cui il mondo sembra fermarsi per qualche ora mentre la frenesia prosegue nelle menti degli individui, senza sosta.

La principale chiave di lettura di Cerchi nella notte è proprio questa: l’idea che la notte, momento emblematico del riposo delle membra, degli occhi, del cervello, sia in realtà, per queste persone come per noi, il momento delle paure più grandi, delle riflessioni sulla vita e in particolare sulle sofferenze della vita stessa; tutto tace nel blu di una stanza o di un cielo scuro, ma la corsa continua, inarrestabile, avvince ogni facoltà di pensiero e avvelena le anime, immobili nella gabbia del delirio giornaliero.

In certi casi il delirio diventa reale, come nella vicenda di Fabio, un giovane di sedici anni il cui racconto, filtrato in parte dall’uso di anfetamine – a tanto si spinge “pur di non vedere” le condizioni in cui è costretto a vivere da sempre –, con un andamento spezzato e un pensiero unico che si intreccia su se stesso, sembra proprio la trasposizione in parole della vita vera, questa corsa impossibile:

In un cammino che è ricerca… della sola cosa che ti interessa… il tuo nome…

Alla notte è legata un’altra parola chiave, il silenzio, uno stato di calma apparente come una stanza affollata di immagini buie: l’immaginazione dei personaggi diventa una forza oscura che sovrasta e che trabocca nel mondo reale. Le paure nascono senza permesso nella testa, ma quando diventano concrete si finisce per cadere nell’immobilismo non voluto, nel mutismo totale, nel vuoto dell’anima, del corpo o di entrambi.

Diverse e variegate sono le età dei nostri narratori, tutti inseguiti da preoccupazioni e affanni, a volte veri e propri inferni, dolorosi da leggere e accettare: questa varietà ci permette di soffermarci su problemi spesso sminuiti, poco considerati, soprattutto quelli legati ai ragazzi e alle ragazze più giovani, che magari stanno facendo i conti con le loro “prime volte”, o soffrono per amore o per amicizia. Alcuni dei pensieri più profondi li ho trovati proprio fra i loro scritti. Grazie a Francesco Urbani prendono parola soprattutto le voci meno ascoltate, dando vita ad un flusso ricco di eventi e spunti di riflessione, amaro come pochi, spesso genitore di metafore involontarie, simboli delle nostre inquietudini (questo dipende anche dalla predisposizione d’animo del lettore, dai temi a cui è più sensibile, dall’immedesimazione; dal mio canto, ho trovato qualche identificazione uomo/ambiente con riferimento ai tumulti del pensiero).

Lo stile di Urbani è generalmente colloquiale, urgente, mimetico: riesce a mutare in base al personaggio che scrive, trasformando le peculiarità dei caratteri in caratteristiche espressive. Questa capacità imitativa si lega all’empatia che traspare dall’andamento dei racconti più dolorosi da leggere, che gli ha permesso di immaginare e di immedesimarsi nelle vicissitudini più disparate (storie vere?), facendogli trasmettere, di volta in volta, tutte le emozioni dei personaggi, veicolate, in certi casi più di altri, con successo.

Le tematiche su cui si riflette sono: l’amore, la famiglia, i problemi di natura economica, il sesso, la morte, le relazioni “scomode” e i meccanismi di difesa, gli abusi, le preoccupazioni legate al mondo lavorativo, la malattia, l’abbandono e le assenze, le presenze da proteggere, il peso delle aspettative proprie e altrui. Le paure condivise o in solitudine, gli spazi da costruire, custodire o dimenticare: tutto questo viene sottolineato dalla pressante necessità, altro punto in comune importante fra tutte le storie, di dire la propria opinione, di parlare, di trovare un modo per esprimersi mentre il mondo sembra opprimere le esistenze, e anche la gente amica, familiare, finisce col proiettare con forza la sua natura sull’altro. E così tornano i fantasmi – che in realtà non se ne sono mai andati –, si cerca una soluzione per il tempo che scorre veloce con i suoi ricordi, e si ricerca anche qualcos’altro, di indefinito, che possa essere un tassello definitivo per la vita.

Ché stavolta l’inizio non è uno soltanto, ma più di uno, sovrapposti nella mia mente, tra cose accadute, ricordate, dimenticate e da dimenticare.

In questa “corsa”, in questo “perdersi e ritrovarsi”, in questo “adesso” notturno che condiziona le menti, un’altra domanda si innalza come elemento salvifico di speranza:

E il resto?

Personalmente ho voluto interpretare questa domanda con una semplice considerazione: non siamo soli. Il nostro passato potrà tornare infinitamente a farci del male, a investirci con tutta la sua potenza, ma possiamo trovare qualcuno o qualcosa che ci dia aiuto. Sembra troppo facile dirlo quando non si è passati attraverso la metà delle situazioni che troviamo in questo libro, e per questo leggerlo, in molti casi, sarà difficile ma importante. Come è importante il messaggio che è arrivato a me: non siamo soli.

Consiglio questo libro a chiunque si voglia cimentare in una lettura impegnata nei temi ma disimpegnata e scorrevole nella forma. Cerchi nella notte è una buona prova d’esordio, che non si allontana dagli scopi dell’associazione fondata dall’autore: e questo è un dettaglio che ho apprezzato particolarmente.