Questioni di potere: il sistema famiglia in “Febbre” di Jonathan Bazzi

Il terrore e il panico stanno nello spazio che precede incontri e collisioni.

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Febbre è uscito il 9 maggio, e prosegue il nostro Blog Tour che accompagna il suo primo mese di pubblicazione. La scorsa settimana Federica vi ha parlato della nuova uscita edita da Fandango attraverso la recensione del romanzo; in questa seconda tappa, io vi parlerò di quelle che abbiamo definito “questioni di potere”. Quali?

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Agli occhi del lettore di Febbre, fra un’intersezione col passato e l’altra, sarà subito chiaro che la famiglia di Jonathan – autore, narratore in prima persona – non rispecchi proprio l’ideale del nido caldo, accogliente e sereno che ancora oggi, talvolta, primeggia nell’immaginario comune. Le dinamiche familiari che si profilano tassello dopo tassello sono articolate, tumultuose, spaventose e aperte. In premessa, il nucleo originario madre-padre-figlio, già precario per varie motivazioni, si sfalda e determina la prima rottura decisiva che fa subentrare con maggiore forza le influenze dei nonni materni e paterni, nel bene e nel male, nonché di una serie di altri personaggi che appaiono e scompaiono.

Il sistema famiglia che ci viene raccontato – come poi un po’ tutte le famiglie di Rozzano descritte in quanto fugaci ma significative incursioni nella struttura degli affetti – si fonda su un principio trasparente: il maschio detta legge, detiene le redini della famiglia, per qualsiasi cosa, nonostante tutto. Nonno Biagio e nonno Pierluigi costituiscono gli esempi, chi più chi meno, dei dispotici padri padroni, coloro che controllano tutto, che hanno il potere di decidere su tutto, senza i quali non ci si può arrischiare di fare un passo avanti. Anche quando la malattia li colpisce, i capifamiglia esternano il dissenso: Biagio, dopo l’ictus, continua ad arrabbiarsi furiosamente se qualcuno non fa come aveva stabilito; “prima che si ammalasse, il nonno (Pierluigi) era il centro di tutto, dicono. Era il motore della nostra famiglia”. A partire dai nonni, tutti i maschi alfa della famiglia seguiranno questo modus cogitandi e operandi.

Quella di Jonathan è dunque una famiglia in cui una donna deve soltanto “fare i mestieri”, se va a lavoro significa che “ha l’amante, è una poco di buono”, e invece è necessario che sia la “serva di suo marito”, questo è il compito che le spetta; è una famiglia in cui i nipoti vengono trattati diversamente in base al grado di parentela, alla vicinanza (se così si può definire) nella linea di sangue, in cui si chiude sempre un occhio per Luca perché “è il figlio di sua figlia, io sono solo il figlio della Tina, l’ex moglie di papà. Nessuno me lo dice ma io l’ho capito che questa è una differenza importante”. L’ordine famigliare è in sostanza di tipo gerarchico e sessista:

Del resto quando sono nato, il nonno era su di giri. Il primo nipote, maschio, un Bazzi.

Il maschio dirige e si addossa il peso del focolare – la famiglia come peso, appunto, esercizio di un potere illimitato.

Educare è esercitare un potere, affermare una supremazia.

La donna sta chiusa in casa, sbriga le faccende, partorisce e alleva i figli ma le regole le detta sempre il padre, il nonno: orario, coprifuoco, programmi televisivi, dialoghi e silenzi.

A casa dei nonni ci sono regole, leggi non scritte.

Siamo di fronte ai rimasugli di una concezione patriarcale della famiglia radicata in un ambiente che  non lascia spazio ad alternative – cultura, politica, pensiero generale; il sesso diventa anch’esso uno strumento di controllo, di assoggettamento. La famiglia tradizionale così concepita, come una sorta di cappio al collo, come una spinta ad andare contro alla propria natura attraverso la “lingua dei maschi”, mi ha un po’ ricordato un seminario sulle pubblicazioni di Goliarda Sapienza e Silvana Grasso: d’altronde, forse, siamo più avvezzi, ormai, a sentir parlare le donne riguardo alle oppressioni legate all’ambito familiare, sempre in un contesto di genere. In questo romanzo le costrizioni sono diffuse, colpiscono soprattutto le donne ma non soltanto le donne, sono influssi impietosi, condizionanti nella vita di Jonathan bambino, che descrive ma non comprende fino in fondo, e di Jonathan adulto che sa, e che deve fare i conti con il turbinoso passato e il devastante presente. Sono le tracce che ci portano inevitabilmente alla tematica dell’amore familiare e del disinteresse.

Postulato: “La famiglia è importante, la famiglia c’è sempre, è fatta per sostenersi l’un l’altro”.  Realtà dei fatti: “Tutto nella mia famiglia è sempre successo a distanza”.

L’amore si rivela molto diverso da ciò che Jonathan immaginava, riponendo speranze nella potenza del sentimento amoroso come una sorta di protezione, di forza benefica perenne e liberatoria. Ma le dinamiche descritte appaiono ben lontane dall’immagine dell’amore incondizionato: piuttosto è un amore condizionato dal potere, ad esso subordinato.

Hellinger, lo psicologo delle Costellazioni Familiari Sistemiche, diceva qualcosa di particolarmente azzeccato a proposito: «L’amore è una parte dell’ordine, l’ordine precede l’amore, e l’amore può solo svilupparsi in base all’ordine. L’ordine è preposto. Se capovolgo questo rapporto e voglio trasformare l’ordine attraverso l’amore, sono destinato a fallire». Questo è proprio ciò che accade nella famiglia di Jonathan – senso di non appartenenza, limitazioni, preferenze e coperture.

E questo ci porta al tema della violenza domestica, pure presente, che merita un approfondimento in quanto diretta esternazione della presa di potere in ambito famigliare. Il sito internet dei Carabinieri recita: «Secondo l’OMS la violenza domestica è un fenomeno molto diffuso che riguarda ogni forma di abuso psicologico, fisico, sessuale e le varie forme di comportamenti coercitivi esercitati per controllare emotivamente una persona che fa parte del nucleo familiare. Può portare gravi conseguenze nella vita psichica delle donne, degli uomini e dei bambini che la subiscono perché può far sviluppare problemi psicologici come sindromi depressive, problemi somatici come tachicardia, sintomi di ansia, tensione, sensi di colpa e vergogna, bassa autostima, disturbo post-traumatico da stress e molti altri. Le condizioni di chi subisce la violenza sono tanto più gravi quanto la violenza si protrae nel tempo, o quanto più esiste un legame consanguineo tra l’aggressore e la vittima». Vediamo cosa succede da vicino.

Il ruolo preponderante del capofamiglia così inteso può affermarsi solo con un regime di paura e violenza: la violenza – fisica, psicologica – come strumento per farsi ascoltare. Che sia uno schiaffo, uno strattone, uno sguardo intimidatorio, una stretta forte delle dita, una voce grossa che rimprovera, una sfilza di botte, in questo sistema il padre, maschio, figura guida e motore dell’organismo tutto è chiamato a sottomettere i membri disobbedienti.

Gli episodi di violenza fisica descritti diventano sempre più espliciti e crudi, ed è indiscutibile la costante tensione che possiamo respirare anche noi tramite l’osservazione delle conseguenze con gli occhi di Jonathan: basti pensare a Concetta, detta Tina, sua madre, che cade e ricade in depressioni e crisi nervose, esplode e crolla, subisce pressioni psicologiche e percosse, rivelando un’insicurezza e un terrore profondi imputabili al contesto in cui è cresciuta. L’ordine e il potere indiscusso del singolo sul nucleo familiare deformano le personalità, le indeboliscono o le spingono a costruire una corazza fra sé e l’altro; e così nessuno impara a condividere le emozioni, “ognuno restituisce quello che ha ricevuto”.

La depressione parla una lingua conosciuta alla nostra famiglia, non scandalizza nessuno.

Come una macchia, una “piccola minuscola indimenticabile onnipresente macchia”, il potere patriarcale conosciuto e osservato risale attraverso i ricordi narrati da Jonathan, e si posiziona per sempre lì dove deve stare, accanto alla macchia del quartiere d’origine, Rozzano, accanto alla macchia della malattia. Un’esistenza di macchie dolorose ed indelebili, affrontate ed esorcizzate attraverso una lucida descrizione di una lunga e sottile linea di rapporti familiari violenti.

«Tutti colpevoli, nessuna colpa».

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Francesco Urbani: “vite, che trovano la forza di raccontarsi nel silenzio che anticipa la notte”

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Titolo: Cerchi nella notte
Autore: Francesco Urbani
Editore: AUGH! Edizioni
127 pp.
€13,00

Cerchi nella notte è una serie di racconti in cui i protagonisti rappresentano di volta in volta una problematica interiore tipicamente contemporanea: i tic, le nevrosi, le paure, il desiderio di amare, di vivere e anche di morire vengono narrati nel frastuono della vita quotidiana o nel silenzio della notte per trovare nel buio un modo per illuminare le ombre che attanagliano l’anima. In uno stile colloquiale e incalzante, i personaggi diventano uno specchio in cui riconoscersi, nell’attesa che gli altri riescano fisicamente ad abbracciare la nostra stessa intima e sognante immaginazione.

L’autore:
dsc-2978.jpgFrancesco Urbani è nato nel 1972 a Roma, dove vive e svolge la professione di psicoterapeuta. è stato per molti anni operatore presso centri per bambini e adolescenti in difficoltà, prima di lavorare come libero professionista. Nel 2014 ha fondato l’associazione Casa d’Inchiostro, destinata ad attività cliniche e di aiuto, in cui il Circolo di Lettura e il Circolo d’Arte svolgono un ruolo di sostegno e scambio intellettuale. Cerchi nella notte è la sua prima pubblicazione.

Cosa ci ha fatto questa vita impossibile, quali tormenti ha causato col suo moto frenetico, inesorabile, come ci ha trasformati?

Questa è una delle tante domande che potrebbe porsi spontaneamente il lettore di Cerchi nella notte, breve raccolta di racconti – anche se è piuttosto difficile categorizzarla sotto uno specifico genere, vedremo perché – che mi è stata gentilmente omaggiata, con proposta di collaborazione, da Elena Di Bello, responsabile dell’Ufficio Stampa di Casa d’Inchiostro che ringrazio molto. Questa associazione culturale si pone l’obiettivo di “liberare, e far esprimere, la creatività che è dentro ogni individuo”, attraverso attività legate ad arte e lettura come fonte di aiuto psicologico, oltre a gruppi di studio e di scambio intellettuale. Vi invito a dare un’occhiata al sito e al blog dell’associazione: personalmente sostengo con tutto il cuore queste realtà, e ci credo molto; sono iniziative che possono davvero fare la differenza.

Ma passiamo al libro senza ulteriori indugi.

Le storie che ci vengono narrate, per un totale di venti racconti, fluiscono direttamente dai pensieri o dalla mano (nel caso delle lettere) dei protagonisti, esseri umani di cui a volte conosciamo il nome, altre volte no. Ciascuno di loro ci parla di situazioni, ahimè, oggi parecchio sentite, di problematiche tipicamente contemporanee nella quotidianità di azioni, parole, pensieri insostenibili. La scelta di descrizioni puramente caratteriali e profondamente intime ci fa sentire ogni narratore molto vicino: potrebbe essere un’amica, il vicino di casa, il conoscente o il simpatico compagno di scuola; potremmo essere noi. E in queste storie così diverse e allo stesso tempo così simili fra loro, nell’angoscia che le avvolge, il denominatore comune è la notte, il momento in cui il mondo sembra fermarsi per qualche ora mentre la frenesia prosegue nelle menti degli individui, senza sosta.

La principale chiave di lettura di Cerchi nella notte è proprio questa: l’idea che la notte, momento emblematico del riposo delle membra, degli occhi, del cervello, sia in realtà, per queste persone come per noi, il momento delle paure più grandi, delle riflessioni sulla vita e in particolare sulle sofferenze della vita stessa; tutto tace nel blu di una stanza o di un cielo scuro, ma la corsa continua, inarrestabile, avvince ogni facoltà di pensiero e avvelena le anime, immobili nella gabbia del delirio giornaliero.

In certi casi il delirio diventa reale, come nella vicenda di Fabio, un giovane di sedici anni il cui racconto, filtrato in parte dall’uso di anfetamine – a tanto si spinge “pur di non vedere” le condizioni in cui è costretto a vivere da sempre –, con un andamento spezzato e un pensiero unico che si intreccia su se stesso, sembra proprio la trasposizione in parole della vita vera, questa corsa impossibile:

In un cammino che è ricerca… della sola cosa che ti interessa… il tuo nome…

Alla notte è legata un’altra parola chiave, il silenzio, uno stato di calma apparente come una stanza affollata di immagini buie: l’immaginazione dei personaggi diventa una forza oscura che sovrasta e che trabocca nel mondo reale. Le paure nascono senza permesso nella testa, ma quando diventano concrete si finisce per cadere nell’immobilismo non voluto, nel mutismo totale, nel vuoto dell’anima, del corpo o di entrambi.

Diverse e variegate sono le età dei nostri narratori, tutti inseguiti da preoccupazioni e affanni, a volte veri e propri inferni, dolorosi da leggere e accettare: questa varietà ci permette di soffermarci su problemi spesso sminuiti, poco considerati, soprattutto quelli legati ai ragazzi e alle ragazze più giovani, che magari stanno facendo i conti con le loro “prime volte”, o soffrono per amore o per amicizia. Alcuni dei pensieri più profondi li ho trovati proprio fra i loro scritti. Grazie a Francesco Urbani prendono parola soprattutto le voci meno ascoltate, dando vita ad un flusso ricco di eventi e spunti di riflessione, amaro come pochi, spesso genitore di metafore involontarie, simboli delle nostre inquietudini (questo dipende anche dalla predisposizione d’animo del lettore, dai temi a cui è più sensibile, dall’immedesimazione; dal mio canto, ho trovato qualche identificazione uomo/ambiente con riferimento ai tumulti del pensiero).

Lo stile di Urbani è generalmente colloquiale, urgente, mimetico: riesce a mutare in base al personaggio che scrive, trasformando le peculiarità dei caratteri in caratteristiche espressive. Questa capacità imitativa si lega all’empatia che traspare dall’andamento dei racconti più dolorosi da leggere, che gli ha permesso di immaginare e di immedesimarsi nelle vicissitudini più disparate (storie vere?), facendogli trasmettere, di volta in volta, tutte le emozioni dei personaggi, veicolate, in certi casi più di altri, con successo.

Le tematiche su cui si riflette sono: l’amore, la famiglia, i problemi di natura economica, il sesso, la morte, le relazioni “scomode” e i meccanismi di difesa, gli abusi, le preoccupazioni legate al mondo lavorativo, la malattia, l’abbandono e le assenze, le presenze da proteggere, il peso delle aspettative proprie e altrui. Le paure condivise o in solitudine, gli spazi da costruire, custodire o dimenticare: tutto questo viene sottolineato dalla pressante necessità, altro punto in comune importante fra tutte le storie, di dire la propria opinione, di parlare, di trovare un modo per esprimersi mentre il mondo sembra opprimere le esistenze, e anche la gente amica, familiare, finisce col proiettare con forza la sua natura sull’altro. E così tornano i fantasmi – che in realtà non se ne sono mai andati –, si cerca una soluzione per il tempo che scorre veloce con i suoi ricordi, e si ricerca anche qualcos’altro, di indefinito, che possa essere un tassello definitivo per la vita.

Ché stavolta l’inizio non è uno soltanto, ma più di uno, sovrapposti nella mia mente, tra cose accadute, ricordate, dimenticate e da dimenticare.

In questa “corsa”, in questo “perdersi e ritrovarsi”, in questo “adesso” notturno che condiziona le menti, un’altra domanda si innalza come elemento salvifico di speranza:

E il resto?

Personalmente ho voluto interpretare questa domanda con una semplice considerazione: non siamo soli. Il nostro passato potrà tornare infinitamente a farci del male, a investirci con tutta la sua potenza, ma possiamo trovare qualcuno o qualcosa che ci dia aiuto. Sembra troppo facile dirlo quando non si è passati attraverso la metà delle situazioni che troviamo in questo libro, e per questo leggerlo, in molti casi, sarà difficile ma importante. Come è importante il messaggio che è arrivato a me: non siamo soli.

Consiglio questo libro a chiunque si voglia cimentare in una lettura impegnata nei temi ma disimpegnata e scorrevole nella forma. Cerchi nella notte è una buona prova d’esordio, che non si allontana dagli scopi dell’associazione fondata dall’autore: e questo è un dettaglio che ho apprezzato particolarmente.

Gaetano Barreca: “perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti”

È un’Italia intrisa di superstizione e religione, di tradizioni e sentimenti, quella ritratta nei sette racconti di questa raccolta. Una voce bianca, i fascisti e le streghe masciàre. Una donna che si fa beffe del prete. Le faide familiari condite di pettegolezzi e dicerie… e molto altro. La vita fra i vicoli della Città Vecchia di Bari, fra panni stesi e orecchiette fresche, edicole votive e profumo di caffè, quello offerto agli ospiti nel segno della migliore accoglienza italiana. Entrerete in un mondo d’altri tempi, a respirarne il “profumo” e a gioire, temere, amare con i personaggi di questi racconti. Perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti.

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Titolo: La tagliatrice di vermi e altri racconti
Autore: Gaetano Barreca
Editore: WIP Edizioni
163 pp.
€12,00

L’autore:
WhatsApp-Image-2017-10-27-at-16.13.46-e1509116785281-696x450.jpegGaetano Barreca ama l’arte ed è irresistibilmente attratto dai ruderi. Nato a Reggio Calabria nel 1979, vive a Londra dove insegna Lingua e cultura italiana. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Perugia, è scrittore di romanzi e autore di articoli di cultura, storia e antropologia per Agoravox Italia. Con il romanzo Dopo il Funerale. Novembre 1975 è stato insignito della menzione di merito al Premio Artisti per Peppino Impastato 2017 e finalista al Premio letterario Bari Città Aperta 2016. Precedentemente, ha partecipato ad antologie pubblicate da Mondadori ed Eracle Edizioni.

Inizio questa recensione con un sincero ringraziamento all’autore che mi ha donato il suo libro e, con esso, moltissime emozioni che non pensavo avrei provato durante la lettura. Questa raccolta di racconti, breve ma realmente intensa, è stata una continua scoperta e una perpetua sorpresa, e mi sono trovata a leggerla quasi tutta d’un fiato senza sentire la necessità di fare una pausa. L’autore ci prende per mano e ci accompagna fra le vie di una Bari Vecchia che si fa emblema di uno spirito d’umanità che abbiamo perduto, portatrice di valori e di tradizioni oggi un po’ dimenticate. E’ stato emozionante leggere di alcune credenze condivise anche dai miei nonni, dei quali ho ascoltato a lungo le voci e le storie, e collegare, così, reticoli di tradizioni diverse ma vicine e simili.

I sette racconti racchiusi in La tagliatrice di vermi e altri racconti sono tutte “storie di comunità”, si legano in una catena di rimandi – che sia il passaggio di Peppine Uè Oppe Uè Oppe o le conoscenze comuni – e rievocano ricordi reali ed incredibili storie della città, con eventi realmente accaduti che, personalmente, non conoscevo e per i quali sono rimasta sbalordita: tradizioni, valori, luoghi, bellezza ed autenticità. Uno dei punti di forza di questa raccolta è senza dubbio la sua suddivisione in due parti: la prima comprende, naturalmente, i sette racconti; la seconda si intitola invece Articoli e ricerche, e approfondisce gli elementi disseminati fra le storie, rendendo evidente il duro lavoro di ricerca e studio che l’autore ha portato avanti per la stesura del libro. Gaetano Barreca ci rivela i “segreti” delle tagliatrici baresi – nel resto di Italia si utilizzava l’appellativo di segnatori –, le parole che accompagnavano il rituale, i gesti, gli oli, il modo in cui questo particolare sapere veniva tramandato di generazione in generazione (il lascito delle tagliatrici era il momento fondamentale nella loro professione).

Non solo le persone, ma anche i luoghi sono i protagonisti dei racconti e delle ricerche dell’autore che, con il supporto di alcune fotografie, ci racconta, per esempio, del “miracolo della luce” nella Cattedrale di San Sabino, spettacolo che si verifica ad ogni solstizio d’estate, e al quale ha dedicato moltissimo tempo per riuscire a svelarne i dettagli più misteriosi e dimenticati nel tempo. La narrazione generalmente rende giustizia alla Città Vecchia, permettendoci di identificare i luoghi in una mappa mentale ristretta ma significativa e decisamente determinante per capire certi sviluppi narrativi, come l’Arco della Neve o la già citata Cattedrale: come ogni persona del popolo, i posti più importanti della Città Vecchia sono collegati da una fitta rete di vicoli accoglienti ed identici, necessaria connessione materiale fra gente che si vuole bene come un’enorme famiglia allargata.

La storia di Bari Vecchia, che è, in questo caso, quella rimanda alla seconda metà del Novecento (il primo racconto è L’Arco della Neve – Settembre 1943, probabilmente in maniera non casuale), racchiude e rappresenta molto bene il fermento del tempo e si porta dietro la paura ed il dolore di quegli anni; ma nessun evento, per gli abitanti della Città Vecchia, sembra separato da quel fitto tessuto di racconti popolari volti a dare loro un senso, in qualche modo, una spiegazione ed una connotazione in positivo o in negativo. E allora nella struttura narrativa convivono i ragazzi fascisti del G.I.L., che puntano i fucili contro il popolo impaurito per raggiungere la neviera, e le streghe masciàre, streghe del Sud Italia, che proteggono la città e si riuniscono a “Benevento per il sabba sotto un albero di noce”; ci sono i cortei di ragazzi che per tre giorni e tre notti fanno baccano per le strade nella speranza di risvegliare Giovani Battista dal sonno prima del suo onomastico, ci sono Sabbèlle e Chitàne che disobbediscono ai genitori e praticano il rituale del piombo fuso di nascosto, ci sono i padri severi e le mamme affettuose e comprensive, le anziane sagge, le mani sempre tese in aiuto verso l’altro, l’estrema disponibilità, l’accoglienza, la gentilezza che oggi diventano sempre più rare.

Bari Vecchia, il cui carattere antico è ancora vivo e tangibile, diventa irrimediabilmente il simbolo dell’Italia, tutta da scoprire e indagare con le sue credenze, le sue superstizioni, le sue storie sempre raccontate e sempre trasmesse, la sua capacità di custodire – almeno allora – il valore dell’amore in ogni sua forma ed estensione: e alla fine

ci si ama e spesso ci si detesta, ma l’importante è stare uniti.

Ogni personaggio è costruito e caratterizzato per essere amato profondamente, è capace di fare breccia nel cuore del lettore con la semplicità e la genuinità originaria della gente di paese, che mi ha ricordato molto certi paesini siciliani. Alcune personalità sono davvero travolgenti – basti pensare alla spogghiamadònne Zièlle –, e si finisce per ridere, sorridere, pensare e amare con loro, col cuore che si scalda di un affetto reale, mentre ogni nome si trasforma in un viso e trova un suo piccolo spazio nell’anima, come se fosse un nonno lontano, una zia, un vicino da accogliere.

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Per quanto riguarda la nota stilistica, la scrittura di Barreca risulta lineare, molto chiara e tuttavia ammaliante, perfettamente amalgamata con l’atmosfera generale della città e funzionale a veicolare i messaggi profondi e le morali delle storie. Poche descrizioni ben piazzate e, soprattutto, dialoghi in lingua italiana mischiata al dialetto locale rendono ogni racconto piacevole e scorrevole: senza rinunciare al rappresentativo intreccio fra storia e mistero, le vicende procedono velocemente, con il giusto numero di dettagli, senza complicarsi in maniera eccessiva – oserei dire che la forma rispecchia quasi il contenuto: naturale, semplice, vero. Notevole, anche in questo caso, lo sforzo dell’autore nel cercare di rispettare il più possibile la parlata e le memorie del popolo barese: le note a piè di pagina sono abbondanti ed esaustive, è stato delizioso, per me, avere la consapevolezza di attingere direttamente da un serbatoio di immagini reali ed esperienze vissute, nonostante il filtro della narrazione e delle sue necessarie operazioni.

La voce del popolo è una voce comune ed immensa: Bari Vecchia guarda alle cose con gli stessi occhi, si stupisce delle stesse cose, entra nei fatti di tutti senza chiedere permesso ma, alla fine, va bene così. Anche questa è l’essenza dei fatti qui narrati, la condizione universalmente accettata per vivere serenamente, potendo contare su chiunque, aprendo le braccia anche a Nadira e al piccolo Kaleem, mentre gli odori, i profumi, i suoni antichi e familiari, lontani e nostalgici, compenetrano lo sfondo della narrazione e ne diventano parte essenziale, e sembra quasi di essere lì con tutti loro e di reagire allo stesso modo, agli stessi eventi, emuli di una spontaneità che non è più nostra.

Consiglio questa lettura a tutte le persone che hanno interesse per le tradizioni, le dicerie e le credenze popolari, che sono curiose della storia e delle storie, che amano ascoltare, che riescono a proiettare la mente in un tempo lontano e capirlo, apprezzarlo, amarlo, collegarlo al presente e rievocare valori.  

#riverberodipoesia: Ada Negri

La prima domenica del mese significa solo una cosa – non è vero, ma lasciatemelo passare: il nostro appuntamento ormai mensile con l’approfondimento sulla vita e sull’opera di un autore o di un’autrice che vi propongo. Oggi ho scelto un breve componimento di Ada Negri, poetessa italiana che attraversa, con la sua vita, uno dei periodi più critici della storia europea – e mondiale -, respirando entrambe le guerre mondiali e le grandissime trasformazioni del Novecento.

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La mia fonte, per questo articolo, è Mia giovinezza – Poesie, una antologia di poesie scelte, a cura di Davide Rondoni e appartenente alla collana Biblioteca dello spirito cristiano di BUR (prezzo di copertina € 8,00). I componimenti sono tratti da raccolte ordinate cronologicamente, mostrando una poesia in evoluzione e sempre emotivamente carica: Fatalità (1892), Tempeste (1895), Maternità (1904), Esilio (1914), Il libro di Mara (1919), Vespertina (1930), Il dono (1935), Fons Amoris (1939-1943).

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Proviamo a conoscere un po’ meglio una figura tanto lodata quanto criticata come quella di Ada Negri. Il 3 febbraio 1870, a Lodi, Vittoria Cornalba, tessitrice, dà alla luce la nostra poetessa, figlia di Giuseppe Negri. La famiglia d’origine è molto povera e presto Giuseppe si ammala di febbre tifoidea e muore, rendendo le condizioni economiche della famiglia ancora più disastrose. Le giornate di Ada scorrono lente nella palazzina in cui abita con la madre, che, dal canto suo, fa tutto il possibile per garantire un’ottima istruzione alla figlia, che riesce ad iscriversi alla Scuola Normale Femminile di Lodi nel 1881 e a conseguire, in seguito, l’attestato di maestra elementare.

Nel 1888 comincia a insegnare e a scrivere le sue prime poesie, che saranno poi raccolte in Fatalità (in una edizione curata dai Treves). Forte, in questa primissima fase, la tematica sociale, che capeggia fra i versi probabilmente a causa del vissuto personale della poetessa. Questa prima raccolta ha un successo così eclatante da ricevere molti riconoscimenti e persino un articolo dedicato sul Corriere della sera, scritto da Sofia Bisi. Di lì a poco, nel 1894, le verrà anche assegnato il Premio «Giannina Milli»: Ada Negri decide di dedicarsi interamente alla scrittura, l’insegnamento non fa più per lei. La fama improvvisa la porta ad insegnare a Milano, dove entra in contatto con personaggi quali Filippo Turati, Benito Mussolini – che si terrà in contatto con lei successivamente, nella sua ottica di “approvazione e propaganda” attraverso la cultura – e Anna Kuliscioff.

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La seconda raccolta, Tempeste, compare già nel 1895; l’anno seguente, Ada sposa Giovanni Garlanda, industriale laniero biellese, dando alla luce, poco dopo, la figlia Bianca. La secondogenita, Vittoria, nasce e muore, purtroppo, nello stesso 1900.
La terza raccolta, Maternità, si riempie di soggettività e autobiografismo: la cosidetta “poetessa del Quarto Stato” comincia ad elaborare pensieri profondamente personali ed intimi attraverso i suoi versi. Segue la pubblicazione di Dal profondo e arriviamo al 1913, anno in cui si registra la definitiva separazione da Garlanda. Ada Negri si trasferisce a Zurigo con la figlia, Bianca, e scrive Esilio, che esce nel 1914. Allo scoppio della prima guerra mondiale torna in Italia, dedicandosi intensamente al sostegno dei combattenti e all’assistenza dei feriti di guerra.

Le vicende personali della poetessa si intrecciano con i tragici eventi della storia, e le pubblicazioni successive, numerose, in poesia e in prosa, vedranno man mano emergere la componente della memoria, dolorosa e toccante.
Emblematico l’anno 1931, in cui Ada Negri riceve il Premio Mussolini in Campidoglio, evento che la consacra come intellettuale di regime. Questa è la notizia più controversa sulla sua biografia, che ha generato profonde critiche in merito alla sua letteratura. Ma sappiamo bene che è piuttosto difficile esprimere un parere assoluto circa queste dinamiche storiche: in questo caso, cercando di fugare i pregiudizi e gli estremismi, voglio fare un minuscolo appunto attraverso le parole di Rondoni, che scrive:

Ada Negri non era iscritta al partito fascista, lo fu «d’ufficio» al momento dell’ingresso nell’Accademia, quando era già al culmine della notorietà.

Nel 1940, appunto, Ada Negri è la prima donna della storia ad essere accolta nell’Accademia d’Italia; ma già allora il suo ritrovato ed appassionato sentimento religioso l’aveva gettata in una sfera d’ombra e di oblio. Morirà appena cinque anni dopo, tra il 10 e l’11 gennaio 1945, lo stesso anno della fucilazione di Mussolini e della fine della Seconda guerra mondiale.

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In questo sentir la vita come «evento», come «avvenimento», sta la prima energia della poesia di Ada Negri. Quella energia agisce ancora nella lettura dei suoi testi. (…)
C’è qualcosa nell’opera di Ada Negri che risuona come sfida. Non fu una intellettuale, la sua cultura non era costruita su cataste di libri, eppure nei suoi testi, scrisse il Flora nel 1940, «si fissano i temi dell’amore, della maternità, della fatica umana in modo inconsueto». (…) La poesia di Ada Negri appartiene alla propria epoca, ma non fu d’ispirazione letteraria. (…) L’unica influenza che riconobbe esplicitamente fu da Leopardi.

Un inno alla vita, quello di Ada Negri, insomma: un percorso poetico che non giunge alla “inconsistenza” ma alla rivelazione di un eterno, di un dono che è la vita in ogni suo attimo e in ogni sua sfumatura di bellezza, un sentimento nuovo, semplice e complesso insieme, in qualche modo attuale e lasciato cadere nell’oblio più nero. Nella sua stessa biografia si riscontra la passione vitale dell’amore, della eterna giovinezza e beltà che “da sempre è lo scopo della poesia e di ogni opera veramente umana”.

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Proprio in relazione a questa interessante lettura della sua opera, vi propongo il seguente componimento, breve ma efficace nella sua semplicità. A voi, come sempre, l’interpretazione – e l’interiorizzazione – di questi versi:

Fine

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

Corrente

* © in evidenza, foto di TravelCoffeeBook

Sono qui,
immersa nelle sensazioni
che rilascia la corrente,
cambiata dalle pulsazioni
della mia mente, che pesante
cade.

Siamo qui,
accarezzati e avvolti dalle acque
che trascina la corrente:
accoglieremo tutte le tensioni
della tua mente, che pesante
cade.

#riverberodipoesia: Alda Merini

Questo volume intende offrire al lettore una visione letteraria del cammino poetico di Alda Merini che vada al di là dei singoli libretti che annualmente fioriscono sulla terra editoriale italiana, creando spesso miti dell’immaginario e confondendo il lettore avveduto, consapevole che la scrittura, la poesia, è un dato il quale prepotentemente mette nell’ombra ogni cronaca coi suoi eventi. (…) Così da illuminare la storia di una donna a cui è toccato il destino della poesia, mai da lei tradito.

Si apre così, in maniera più che esaustiva, Fiore di poesia 1951-1997, raccolta a cura di Maria Corti edita Giulio Einaudi Editore, che congloba alcuni bellissimi componimenti da varie sillogi della Merini. Questo testo, che fa parte della collana ET Poesia e che trovate al prezzo di copertina di €12,00, sarà la fonte cui attingerò per questo approfondimento.

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Chi era la splendida Alda Merini?
Nasce a Milano il 21 marzo 1931 da Nemo Merini, lavoratore alle Assicurazioni generali, ed Emilia Painelli, casalinga, seconda nata fra altri due fratelli, Anna ed Ezio. Sin dalla giovinezza le vicende autobiografiche caratterizzano il processo mentale che la porterà sempre più vicina alla scrittura poetica, e che la vedrà vincere sulla sua stessa realtà tragica. La visione poetica irrompe, forte delle sue stesse memorie.

Alda Merini frequenta l’Istituto Laura Solerta Mantegazza, studia il pianoforte e produce i primi scritti a soli quindici anni, avvicinandosi alla letteratura grazie a Silvana Rovelli – cugina di Ada Negri. E sarà la Rovelli a passare alcuni suoi componimenti ad Angelo Romanò e quindi a Giacinto Spagnoletti, che pubblica Il gobbo e Luce nell’antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949; successivamente queste e altre due poesie finirono in Poetesse del Novecento, pubblicato da Scheiwiller nel ’51 grazie a Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani.

La prima vera e propria raccolta si avrà due anni dopo, con l’editore Schwarz: La presenza di Orfeo racchiude testi che la Merini dedica ai “grandi amici di quegli anni”. Dopo una tortuosa relazione con Giorgio Manganelli, si sposa con Ettore Carniti. Seguono altre bellissime pubblicazioni e la nascita della sua primogenita, Emanuela, e quindi della figlia Flavia; ma “se poeticamente la Merini si è “definita”, umanamente no e la bellezza delle sue poesie, specie quelle religiose, consiste appunto nell’insistenza dolorosa e sincera sul tema dell’impossibilità a salvarsi dalle angosce”.

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Peculiare in questo contesto è la raccolta Tu sei Pietro, pubblicata da Scheiwiller nel ’61 e dedicata al medico Pietro De Paschale, dottore delle figlie. Il grande amore non corrisposto “offre esiti creativi nuovi” e porta ai massimi livelli l’intensità e le tendenze mistiche della poetessa. A questa raccolta seguono lunghi anni di silenzio e solitudine con l’internamento, nel ’65, al manicomio Paolo Pini, dal quale si “salva” tornando a scrivere, sempre più intensamente, nel ’79, dando sfogo a tutto ciò che si è accumulato in lei durante l’esperienza alla casa di cura. Questa scrittura densa e profonda sfocia nel capolavoro della Merini, La Terra Santa (pubblicato nel 1984), che nel ’93 vinse il Premio Librex Montale.

«Una ricognizione, per epifanie, deliri, nenie, canzoni, disvelamenti e apparizioni, di uno spazio – non di un luogo – in cui, venendo meno consuetudine e accortezza quotidiana, irrompe il naturale inferno e il naturale numinoso dell’essere umano».
Giorgio Manganelli, prefazione a L’altra verità. Diario di una diversa, 1986

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Ma sono ancora anni difficili quelli che seguono la morte del marito nell’81: Alda Merini dovrà vivere la solitudine piena di donna e di poetessa, nella terribile indifferenza degli editori. Riacquista terreno con lo spazio offertole da Paolo Mauri nella sua rivista Il cavallo di Troia, che raccoglie trenta suoi componimenti, poi ripresi da Scheiwiller.

Comincia a comunicare con il poeta Michele Pierri e nell’83 lo sposa, trasferendosi da lui a Taranto: formavano una splendida coppia. Dopo un altro internamento in un ospedale psichiatrico, la Merini torna a Milano e comincia una cura psichiatrica. Intanto si avvicina alla scrittura in prosa e “riprende quota” come scrittrice, e soprattutto “si ferma e ricorda”. Scrive Titano amori intorno, con il quale si avvia alla composizione di aforismi, scrive la Ballate non pagate e quindi La volpe e il sipario; gli ultimi anni sono i più proficui in merito alla produzione aforistica, e vedono il privilegiare dell’immediatezza della comunicazione orale sul misticismo della scrittura.
Alda Merini muore il primo novembre del 2009, a Milano, divorata da un tumore osseo.

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Alda Merini insieme al marito e alle figlie

Anche in questo caso è difficilissimo racchiudere in poche righe una vita così piena, tormentata ed emblematica. Quello di Alda è un potere profetico, una forza mistica irradiata da versi carichi di memoria, angoscia, follia. Ma anche contemplazione, sofferenza che diventa visione poetica ed entra in contrasto con l’esistenza.
E poiché non è la prima volta – e non sarà di certo l’ultima – che vi parlo di questa immensa poetessa, oggi voglio proporre un punto di partenza, un componimento tratto dalla sua prima raccolta pubblicata; a voi l’interpretazione:

 

 

 

Sarò sola?

Quando avrò alzato in me l’intimo fuoco
che originava già da queste bufere
e sarò salda, libera, vitale,
allora sarò sola?

E forse staccherò dalle radici
la rimossa speranza dell’amore,
ricorderò che frutto d’ogni
limite umano è assetato di memoria,
tutta mi affonderò nel divenire…

Ma fino a che io tremo del principio
cui la tua mano mi iniziò da ieri,
ogni attributo vivo che mi preme
giace incomposto nelle tue misure.

Ottobre 1952

 

 

Kurt Vonnegut: “perché proprio tu? Perché chiunque altro, allora?”

Mattatoio n.5 è la storia semiseria di Billy Pilgrim, un americano medio, un uomo qualunque con però l’eccezionale capacità di passare da una dimensione spaziale all’altra. Senza essere in grado di impedire la cosa, può trovarsi ora a Dresda durante la Seconda guerra mondiale, ora nello zoo fantascientifico di Tralfamadore dove è esposto come esemplare della razza umana. Ma Mattatoio n.5 è anche uno dei più importanti libri contro la guerra che siano mai stati scritti, autentica pietra miliare della letteratura antimilitarista. Kurt Vonnegut trae ispirazione dalla sua personale esperienza bellica quando, fatto prigioniero dai nazisti, ebbe la ventura di assistere alla distruzione di Dresda, la Firenze del Nord, da parte degli Alleati. Fu testimone di uno dei più terribili bombardamenti della storia, sopravvivendo grazie al suo osservatorio molto particolare: una grotta scavata nella roccia sotto un mattatoio, adibita a deposito carni, nelle viscere della città. Quando alla fine uscì all’aperto, al posto di una delle più belle città del mondo c’era un’ondulata distesa di macerie sopra un numero incalcolabile di morti.

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Dissacrante, grottesco, visionario, rivoluzionario: questi sono gli aggettivi che mi sento di attribuire all’approccio di Kurt Vonnegut nel suo peculiare racconto sul bombardamento di Dresda del ’45.
Pietra miliare della letteratura americana antimilitarista, Mattatoio n.5 è ambientato nell’America del boom economico: 1969, anno della guerra in Vietnam e dello sbarco sulla Luna, del benessere privato e della devastazione bellica.
In queste pagine si racconta la strana storia di Billy Pilgrim, un soldato americano sui generis, assolutamente non portato per la guerra e contrario alla guerra stessa. Le informazioni sulla sua vita ci vengono fornite in maniera frammentaria, attraverso i salti nel tempo che Billy comincia a compiere senza una apparente ragione e, soprattutto, senza il minimo controllo.

Durante il matrimonio della figlia Barbara, Billy è stato rapito dagli alieni, dei piccoli esserini verdi che lo hanno rinchiuso in uno zoo, completamente nudo, per osservare e studiare i comportamenti umani; ed è su questo lontanissimo pianeta chiamato Tralfamadore che egli impara ad approcciarsi alla vita in un nuovo modo. I tralfamadoriani vedono il tempo come un continuum, vivono a cavallo fra più dimensioni, e questo consente loro un vantaggio sulla morte: poiché vedono passato, presente e futuro come qualcosa di unico e sovrapposto, per i tralfamadoriani la morte è qualcosa di apparente, e per questo non costituisce una fonte di dolore. A differenza dei terrestri, gli alieni non si chiedono il perché di ciò che di bello o brutto avviene sul loro pianeta, si concentrano semplicemente sui momenti belli della loro esistenza e prendono ciò che accade come qualcosa di inevitabile e già scritto.

I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. E’, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.

La prospettiva aliena è quella che guida la narrazione delle vicende militari e della personale storia di Billy: ogni crudeltà, ogni violenza fisica o psichica, ogni morte che Vonnegut segnala nel testo si esaurisce nella frase dolorosa e squallida “così va la vita”. Il punto di vista “schizofrenico”, lo stile “telegrafico” sono l’eredità delle lezioni su Tralfamadore, e consentono di raggiungere con più forza il fulcro della questione:

qual è il motivo che spinge l’uomo ad autodistruggersi?

I terrestri devono essere il terrore dell’universo! (…) Ditemi dunque il segreto, così lo porterò sulla Terra e saremo tutti salvi: come può un pianeta vivere in pace?

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La risposta è amara e chiara sin dalle prime pagine: “il momento è strutturato così”, “così va la vita”. Il male immaginato e realizzato dagli uomini non ha una motivazione, e soprattutto non ha un reale antidoto che funzioni, tutto procede secondo logiche che gli esseri umani non riescono più ad intuire. Eppure, in questo quadro fantascientifico e pure così tremendamente concreto, non è la mera rassegnazione a fondare il messaggio di Vonnegut, bensì la forza di spirito, un messaggio di speranza lanciato come una torcia in un pozzo buio:

“Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, e la saggezza di comprendere sempre la differenza”.

Forza che sembra paradossalmente mancare al nostro protagonista, che saltella nel tempo e rivive i momenti più drammatici della sua vita alla luce di un potente stress post-traumatico. Non è un caso che Vonnegut abbia scritto che “uno dei principali effetti della guerra è, in fondo, che la gente è scoraggiata dal farsi personaggio”: la mente di Billy Pilgrim gli gioca dei pesanti scherzi in base ai quali egli prova a farsi una ragione degli shock vissuti in guerra, cercando di abbracciare la prospettiva dei tralfamadoriani e raccontando l’esperienza bellica in un modo tutto suo, alienante (la lingua italiana sa essere piuttosto brillante) per il lettore che vi si approccia per la prima volta. Ma cosa sono gli alieni se non l’“altro”, il “diverso”, il “nemico”? E non sono forse anche il pianeta sconosciuto e deserto, conosciuto, deserto e vuoto come le città rase al suolo dalle bombe?

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Gli espedienti narrativi dei salti nel tempo e, soprattutto, del rapimento alieno sono, a mio parere, funzionali ad una scrittura che mira all’esposizione di fatti naturalmente crudi di cui si possa anche amaramente sorridere – ho scoperto che la grande forza dell’autore risiede soprattutto in questo. Il grottesco e la fantasia di Vonnegut determinano il pronto alternarsi di reazioni apparentemente contrastanti, risate innanzi al paradosso, angoscia e tormento, sdegno, senso di impotenza: tutte emozioni molto intense che fanno sussultare quando viene tracciata l’ennesima spaventosa descrizione delle condizioni dei prigionieri americani, o dei corpi morti carbonizzati su quelle che erano le strade di Dresda, ridotta a deserto lunare.

Le caratteristiche dello stile di Vonnegut  producono un grosso effetto straniante, spesso supportato dalla scelta di utilizzare termini e definizioni proprie di persone esterne alla guerra, come l’anziano chirurgo di Dresda o la vedova di guerra che considerano Billy e gli altri soldati dei buffoni.

Quando i tre buffoni trovarono la cucina, (…) tutti erano andati a casa tranne la donna che era rimasta ad aspettarli, impaziente. (…) Domandò a Gluck se non era troppo giovane per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Edgar Derby se non era troppo vecchio per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Billy Pilgrim cosa diavolo era, Billy disse che non lo sapeva. (…) “Tutti i veri soldati sono morti” disse la donna. Ed era vero. Così va la vita.

Non posso fare a meno di pensare che questa “ricerca della distanza” – che riesce fino al ricordo del bombardamento – rappresenti in effetti l’unico modo in cui Vonnegut abbia potuto raccontarci di questi anni agghiaccianti. L’alienazione è il “paravento” che tenta di proteggere il lettore dalla reale portata dei fatti, e che vorrebbe portare la malvagità delle azioni umane sullo stesso piano della fantascienza, ma che, proprio per questo motivo, finisce per avere l’effetto opposto. L’allontanamento è anche l’apatia di Billy Pilgrim, è una malattia difensiva della memoria:

In realtà, l’apatia di Billy era un paravento. Nascondeva una mente che sprizzava scintille, una mente che stava preparando lettere e discorsi sui dischi volanti, sulla scarsa importanza della morte e sulla vera natura del tempo.

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La presenza dell’autore fra i prigionieri di guerra americani viene sottolineata man mano che ci si avvicina alla narrazione del bombardamento, che è l’unico punto in cui la volontà straniante dell’autore viene meno. In una caverna dimessa al di sotto del mattatoio n.5 in cui erano stati piazzati, gli americani attendono la fine dei “passi di gigante” sopra alle loro teste. Il bilancio è allarmante e nessuno riesce ad elaborare realmente la quantità degli abitanti uccisi: saranno 135.000 le vittime. La bomba atomica lanciata su Hiroshima ne aveva abbattute 71.379, a Tokyo il 9 marzo del ’45 erano state distrutte 83.793 vite. Al di là dei numeri, più o meno discutibili – gli storiografi moderni hanno ancora qualche riserva a riguardo –, non è in dubbio che a Dresda si sia verificata una tragedia: “così va la vita”.

Kurt Vonnegut vuole forse comunicarci che le guerre siano inevitabili? Forse. Certo è che possiamo consolarci tentando di spostare l’attenzione sulle cose belle della vita, e pensare che ogni persona spazzata via dalla guerra possa essere ancora viva da qualche parte – e ognuno interpreti questa affermazione secondo la propria disposizione d’animo. Quella di Mattatoio n.5 non è solo la Seconda guerra mondiale, ma ogni guerra, la guerra, che si tratti del ’45 o del ’69. E quelle di Vonnegut sono “le parole e le espressioni schiette che la gente pensava ma non diceva, le idee che esprimevano sensazioni intime, che facevano vacillare i preconcetti e spingevano il lettore a guardare le cose da un’angolazione diversa”, come ha scritto il suo amico di una vita Dan Wakefield nell’introduzione a Quando siete felici, fateci caso – altro libro che vi consiglio fortemente.

Lettura interessante, dolorosa e diversa: consigliatissimo.

 

 

#riverberodipoesia: Dino Campana

Sull’orma di Rimbaud, l’autore che vi propongo oggi è stato un’anima a lui affine, ribelle e “nomade” come il nostro tormentato simbolista francese: Dino Campana. Anche per lui il viaggio è la ricerca di riposte, di armonia col mondo, è un percorso spirituale in cui la poesia rappresenta l’unico e potentissimo mezzo per riallacciarsi all’esistenza; anche lui plasma un linguaggio nuovo e moderno, un ritmo inusitato che trasforma la poesia conferendole una atmosfera orfica.

Il mio testo di riferimento in questo caso è Canti orfici e altre poesie in edizione Garzanti, che fa parte della collana I grandi libri/poesia, con introduzione e note di Neuro Bonifazi e acquistato al prezzo di copertina di €9,00.

«Poesia in fuga» è stata definita l’opera di Dino Campana, per l’urgenza di contenuti, l’impasto verbale furioso e straziante, la tensione alla costruzione sempre delusa, l’intrinseca componente trasfiguratrice e visionaria, la dimensione simbolico-metafisica. I versi e le prose liriche di questo volume sono riconosciuti come uno degli esiti più originali della poesia italiana del Novecento.

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Dino Campana nasce a Marradi il 20 agosto 1885 (sì, qualche giorno fa è stato il 133° anniversario dalla sua nascita), figlio del maestro elementare Giovanni Campana e di Francesca Luti, fervente cattolica. “Campana è stato, ed è ancora, in un certo senso, il poeta unico e straordinario, anzi l’immagine stessa della passione poetica e l’esempio di una vocazione perseguita fino alla pazzia”: dopo un’infanzia più o meno serena nel suo paese d’origine, Dino Campana comincia a soffrire di alcuni disturbi nervosi che diverranno sempre più intensi e lo porteranno a spostarsi spesso.

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È comunque molto difficile ricostruire la vita, seppur nelle sue linee essenziali, di un autore che è stato prettamente nell’ombra e, soprattutto, che è stato sottovalutato per moltissimo tempo. Le fonti che abbiamo sono lettere del poeta e dei corrispondenti, testimonianze di amici e conoscenti, dichiarazioni. Dopo aver terminato gli studi, fallita la carriera militare, decide di dedicarsi ufficialmente alla vita errante e solitaria e si concentra sulla propria formazione culturale. Tenta un’altra strada: continuando a leggere e scrivere, si iscrive prima alla Facoltà di Chimica presso Bologna, per poi lasciare l’università una volta fallito l’esame di fisica.

Nel 1906 comincia la cosiddetta “fuga campaniana” attraverso le Alpi, che si conclude con la reclusione in un manicomio di Imola, per volere del padre Giovanni. Successivamente si opta per l’espatrio del figlio: Campana viene mandato in Argentina, ma una volta giunto parte per la Pampa e si mantiene svolgendo vari mestieri. Dopo altri viaggi in terre straniere, Campana torna a Marradi e studia intensamente, torna all’Università di Bologna, sostiene e passa l’esame di fisica e continua ad avere “atteggiamenti stravaganti”.

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In questi anni si intensifica la conoscenza della filosofia nietzscheana, fondamentale perno della sua poesia e della sua vita. Nel 1913 prepara la prima redazione manoscritta dei Canti orfici, che poi andrà perduta e quindi riscritta praticamente a memoria – il manoscritto sarà ritrovato soltanto nel 1971 fra le carte di Soffici, suo parente. I Canti orfici vedranno la luce per la prima volta sotto forma di testo stampato nel 1914, presso il tipografo Ravagli.

Segue un periodo a Firenze di «calcolate stravaganze», il periodo «forse il più saggio della vita di Dino, l’unico in cui gode di un certo rispetto e anche di una certa considerazione» (Vassalli).

AleramoCampana1916.jpgMa seguono anche altre smanie e deliri, fino ad arrivare al 1916 circa: dopo il corteggiamento con Emilio Cecchi, ha luogo la dolorosa relazione con Sibilla Aleramo, “che riesce a vincere la sostanziale misoginia di Campana, e si reca a trovarlo al Barco”. I due staranno insieme per poco tempo, vivendo un amore intenso quanto violento e folle; Dino Campana viene poi internato per la solita diagnosi di “demenza precoce” al manicomio di San Salvi e quindi nel cronicario di Castel Pulci, proseguono le sue “ubriachezze”. La «suggestione» rispetto all’ideologia orfico-nietzscheana prende il sopravvento dopo aver guidato gradualmente i suoi passi nel mondo.
Campana muore presso l’ospedale il primo marzo 1932, per setticemia o per sifilide – secondo due diverse fonti.

La poesia orfica di Dino Campana costruì le fondamenta di una nuova forma di produzione poetica, moderna e complessa, assimilabile a quella di Rimbaud. La profonda crisi psichica si concilia per lui con quella post ottocentesca, e fornisce lo spunto per un diverso linguaggio lirico.

Nel tessuto teso e inquieto della prosa lirica o narrativa dannunziana ha immesso la sua carica immaginaria, la «forza» (…) della sua fede, e ne ha foggiato istintivamente e frammentariamente, ma calcolatamente, un nuovo stile, che s’accende qua e là in ritmi nuovi, stravaganti come quelli dei pittori futuristi o cubisti o orfici, ma con un’«arte» diversa (come afferma lui stesso), un’arte veramente europea, di colori e di suoni, e soprattutto di versi e di sintassi liberi dalle strutture ottocentesche, e sia pure dannunziane o crepuscolari.

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Sibilla Aleramo – Dino Campana

Il componimento che ho scelto di proporvi oggi è il seguente, a voi l’interpretazione più profonda:

La speranza (sul torrente notturno)

Per l’amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli intestini pianti
Da’ tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la Notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida Sorte . . .
. . . . . . . . . . .
Per l’amor dei poeti, porte
Aperte de la morte
Su l’infinito!
Per l’amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte!

 

 

#riverberodipoesia: Arthur Rimbaud

Questa domenica si cambia rotta: ci spostiamo in Francia per parlare di uno dei così chiamati “poeti maledetti”, uno dei più grandi scrittori che hanno aperto la strada alla poesia moderna e al suo nuovo linguaggio, Arthur Rimbaud.
Il testo di riferimento da cui ho tratto le informazioni e la poesia che vi propongo oggi è Opere in versi e in prosa, edito Garzanti Editore (2016) nella collana I grandi libri, che trovate al prezzo di copertina di €15,00, curato da Marziano Guglielminetti con traduzione di Dario Bellezza.

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Jean Nicolas Arthur Rimbaud nasce a Charleville il 20 ottobre del 1854, secondo di cinque – presto quattro – fratelli. La sua vita è sempre stata sopraffatta da quell’alone di leggenda, degenerato soprattutto dopo la sua morte e scaturito dai suoi numerosissimi viaggi verso terre esotiche: “che cosa è andato a cercare in quelle terre lontane? ci si chiese presto. E le ipotesi furono subito molte. Si è dato alle esplorazioni (…). Si è fatto re di una tribù di barbari (…). Ha reclutato soldati (…). Pratica il commercio degli schiavi (è quasi certamente una calunnia, tanto che lui stesso è costretto a smentirla, discorrendone con i suoi in una lettera del 3 dicembre dell’85). Non fu subito chiaro che era divenuto mercante d’armi e di caffè. Forse la leggenda sarebbe svanita quasi subito”.

È indubbio il fascino emanato dai suoi scritti fuori dagli schemi e, ancora di più, dalla sua vita sregolata e ribelle: sin da giovane, a scuola, emergono e risaltano le sue grandi capacità intellettive. La sua è una profonda ribellione che affiora presto, sommessamente, e che esplode all’incirca nel 1871, quando decide di tornare a Parigi a lavorare, e dove può progettare un nuovo tipo di poesia. Charleville gli sta stretta: Rimbaud odia “tanto il patriottismo dei suoi concittadini (…), quanto la mancanza di librerie confacenti al suo amore del nuovo”. Già prima di questa data, sedotto dalla vita mondana e dai vizi della grande città, aveva cominciato a mandare dei componimenti ad alcune importanti riviste parigine, nelle quali intanto venivano pubblicati gli scritti di autori come Baudelaire e Mallarmé.

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Verlaine e Rimbaud ritratti in un dettaglio di Un coin de table di Fantin-Latour

Emblematico nella vita di Rimbaud l’incontro con Paul Verlaine, altro grande poeta del simbolismo francese, con il quale pare abbia anche avuto una relazione: assidua e copiosa la loro corrispondenza, intensa la loro amicizia che li porta a collaborare e a darsi forza reciprocamente. Mathilde, la moglie di Verlaine, è gelosa di questa nuova amicizia del marito e della vita stravagante che i due conducono insieme. “L’esercizio poetico si fa bohème e amore”, e Verlaine lascia la moglie per partire con Rimbaud in Belgio. Saranno tanti e vari i loro spostamenti, in particolare a Londra; ma passa solo qualche anno prima che si segni la rottura. Gli ultimi terribili mesi nei quali si inscrive la fine del loro legame sono raccontati da Rimbaud attraverso gli scritti incredibili di Une saison en enfer (Una stagione all’inferno), ultimato e pubblicato nel 1873, poco dopo le minacce di suicidio di Paul Verlaine e il suo tentativo di impedire il ritorno a Parigi di Rimbaud con due colpi di pistola.

12.jpgQuando, nel ’75, Verlaine – uscito di prigione – va a far visita al nostro poeta maledetto, a Londra, questi gli consegna il manoscritto delle Illuminations (Illuminazioni), il suo ultimo libro. Dopo il rifiuto da parte di Verlaine di prestargli denaro “da dissipare”, non è ancora chiaro in che modo viva Rimbaud per un determinato periodo. Sono documentati, a tratti, altri viaggi, alcuni lavori, fino all’approdo ad Aden e poi ad Harar, dove vivrà dall’88 in qualità di agente commerciale della ditta Tian: qui continua in qualche maniera la propria attività letteraria e medita a fondo sull’esistenza.
Un cancro al ginocchio cambia le carte in tavola e dà inizio ad un calvario lungo e tremendo di spostamenti e sofferenze che lo porteranno all’amputazione della gamba prima, all’abbandono da parte della madre poi. Con al fianco soltanto la sorella Isabelle, muore il 10 novembre del 1891.

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Quello di Rimbaud è un approccio diverso al linguaggio poetico: il suo spirito ribelle si manifesta apertamente anche nel lessico, nelle scelte di immagini, sentimenti, espressioni. Vuole indagare l’inconscio dell’uomo, passare dall’individuale all’universale e spingersi al limite delle convenzioni del suo tempo. Le sue sono preziose associazioni, descrizioni inconsuete che si rifanno alle corrispondenze di Baudelaire (vi invito a leggere il componimento Correspondances) e che non possono fare a meno di ricordarmi la poesia orfica di Dino Campana – ma questa è un’altra storia che, se vorrete, approfondiremo la prossima volta.

 

A voi, come sempre, l’interpretazione di questa poesia composta nel 1870:

Il male

Mentre gli sputi rossi della mitraglia
sibilano senza posa nel cielo blu infinito;
scarlatti o verdi, accanto al re che li schernisce
crollano i battaglioni in massa in mezzo al fuoco,

mentre un’orrenda follia, una poltiglia
fumante fa di centomila uomini,
– Poveri morti! Nell’estate, nell’erba e nella gioia
tua, o natura! tu che santamente li creasti!

– C’è un dio che ride sulle tovaglie di damasco
degli altari, nell’incenso e nei grandi calici d’oro,
che s’addormenta cullato dagli Osanna,

– e si risveglia, quando madri chine
sulla loro angoscia, piangendo sotto i vecchi cappelli neri
gli danno un soldo legato nel loro fazzoletto.