Gaetano Barreca: “perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti”

È un’Italia intrisa di superstizione e religione, di tradizioni e sentimenti, quella ritratta nei sette racconti di questa raccolta. Una voce bianca, i fascisti e le streghe masciàre. Una donna che si fa beffe del prete. Le faide familiari condite di pettegolezzi e dicerie… e molto altro. La vita fra i vicoli della Città Vecchia di Bari, fra panni stesi e orecchiette fresche, edicole votive e profumo di caffè, quello offerto agli ospiti nel segno della migliore accoglienza italiana. Entrerete in un mondo d’altri tempi, a respirarne il “profumo” e a gioire, temere, amare con i personaggi di questi racconti. Perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti.

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Titolo: La tagliatrice di vermi e altri racconti
Autore: Gaetano Barreca
Editore: WIP Edizioni
163 pp.
€12,00

L’autore:
WhatsApp-Image-2017-10-27-at-16.13.46-e1509116785281-696x450.jpegGaetano Barreca ama l’arte ed è irresistibilmente attratto dai ruderi. Nato a Reggio Calabria nel 1979, vive a Londra dove insegna Lingua e cultura italiana. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Perugia, è scrittore di romanzi e autore di articoli di cultura, storia e antropologia per Agoravox Italia. Con il romanzo Dopo il Funerale. Novembre 1975 è stato insignito della menzione di merito al Premio Artisti per Peppino Impastato 2017 e finalista al Premio letterario Bari Città Aperta 2016. Precedentemente, ha partecipato ad antologie pubblicate da Mondadori ed Eracle Edizioni.

Inizio questa recensione con un sincero ringraziamento all’autore che mi ha donato il suo libro e, con esso, moltissime emozioni che non pensavo avrei provato durante la lettura. Questa raccolta di racconti, breve ma realmente intensa, è stata una continua scoperta e una perpetua sorpresa, e mi sono trovata a leggerla quasi tutta d’un fiato senza sentire la necessità di fare una pausa. L’autore ci prende per mano e ci accompagna fra le vie di una Bari Vecchia che si fa emblema di uno spirito d’umanità che abbiamo perduto, portatrice di valori e di tradizioni oggi un po’ dimenticate. E’ stato emozionante leggere di alcune credenze condivise anche dai miei nonni, dei quali ho ascoltato a lungo le voci e le storie, e collegare, così, reticoli di tradizioni diverse ma vicine e simili.

I sette racconti racchiusi in La tagliatrice di vermi e altri racconti sono tutte “storie di comunità”, si legano in una catena di rimandi – che sia il passaggio di Peppine Uè Oppe Uè Oppe o le conoscenze comuni – e rievocano ricordi reali ed incredibili storie della città, con eventi realmente accaduti che, personalmente, non conoscevo e per i quali sono rimasta sbalordita: tradizioni, valori, luoghi, bellezza ed autenticità. Uno dei punti di forza di questa raccolta è senza dubbio la sua suddivisione in due parti: la prima comprende, naturalmente, i sette racconti; la seconda si intitola invece Articoli e ricerche, e approfondisce gli elementi disseminati fra le storie, rendendo evidente il duro lavoro di ricerca e studio che l’autore ha portato avanti per la stesura del libro. Gaetano Barreca ci rivela i “segreti” delle tagliatrici baresi – nel resto di Italia si utilizzava l’appellativo di segnatori –, le parole che accompagnavano il rituale, i gesti, gli oli, il modo in cui questo particolare sapere veniva tramandato di generazione in generazione (il lascito delle tagliatrici era il momento fondamentale nella loro professione).

Non solo le persone, ma anche i luoghi sono i protagonisti dei racconti e delle ricerche dell’autore che, con il supporto di alcune fotografie, ci racconta, per esempio, del “miracolo della luce” nella Cattedrale di San Sabino, spettacolo che si verifica ad ogni solstizio d’estate, e al quale ha dedicato moltissimo tempo per riuscire a svelarne i dettagli più misteriosi e dimenticati nel tempo. La narrazione generalmente rende giustizia alla Città Vecchia, permettendoci di identificare i luoghi in una mappa mentale ristretta ma significativa e decisamente determinante per capire certi sviluppi narrativi, come l’Arco della Neve o la già citata Cattedrale: come ogni persona del popolo, i posti più importanti della Città Vecchia sono collegati da una fitta rete di vicoli accoglienti ed identici, necessaria connessione materiale fra gente che si vuole bene come un’enorme famiglia allargata.

La storia di Bari Vecchia, che è, in questo caso, quella rimanda alla seconda metà del Novecento (il primo racconto è L’Arco della Neve – Settembre 1943, probabilmente in maniera non casuale), racchiude e rappresenta molto bene il fermento del tempo e si porta dietro la paura ed il dolore di quegli anni; ma nessun evento, per gli abitanti della Città Vecchia, sembra separato da quel fitto tessuto di racconti popolari volti a dare loro un senso, in qualche modo, una spiegazione ed una connotazione in positivo o in negativo. E allora nella struttura narrativa convivono i ragazzi fascisti del G.I.L., che puntano i fucili contro il popolo impaurito per raggiungere la neviera, e le streghe masciàre, streghe del Sud Italia, che proteggono la città e si riuniscono a “Benevento per il sabba sotto un albero di noce”; ci sono i cortei di ragazzi che per tre giorni e tre notti fanno baccano per le strade nella speranza di risvegliare Giovani Battista dal sonno prima del suo onomastico, ci sono Sabbèlle e Chitàne che disobbediscono ai genitori e praticano il rituale del piombo fuso di nascosto, ci sono i padri severi e le mamme affettuose e comprensive, le anziane sagge, le mani sempre tese in aiuto verso l’altro, l’estrema disponibilità, l’accoglienza, la gentilezza che oggi diventano sempre più rare.

Bari Vecchia, il cui carattere antico è ancora vivo e tangibile, diventa irrimediabilmente il simbolo dell’Italia, tutta da scoprire e indagare con le sue credenze, le sue superstizioni, le sue storie sempre raccontate e sempre trasmesse, la sua capacità di custodire – almeno allora – il valore dell’amore in ogni sua forma ed estensione: e alla fine

ci si ama e spesso ci si detesta, ma l’importante è stare uniti.

Ogni personaggio è costruito e caratterizzato per essere amato profondamente, è capace di fare breccia nel cuore del lettore con la semplicità e la genuinità originaria della gente di paese, che mi ha ricordato molto certi paesini siciliani. Alcune personalità sono davvero travolgenti – basti pensare alla spogghiamadònne Zièlle –, e si finisce per ridere, sorridere, pensare e amare con loro, col cuore che si scalda di un affetto reale, mentre ogni nome si trasforma in un viso e trova un suo piccolo spazio nell’anima, come se fosse un nonno lontano, una zia, un vicino da accogliere.

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Per quanto riguarda la nota stilistica, la scrittura di Barreca risulta lineare, molto chiara e tuttavia ammaliante, perfettamente amalgamata con l’atmosfera generale della città e funzionale a veicolare i messaggi profondi e le morali delle storie. Poche descrizioni ben piazzate e, soprattutto, dialoghi in lingua italiana mischiata al dialetto locale rendono ogni racconto piacevole e scorrevole: senza rinunciare al rappresentativo intreccio fra storia e mistero, le vicende procedono velocemente, con il giusto numero di dettagli, senza complicarsi in maniera eccessiva – oserei dire che la forma rispecchia quasi il contenuto: naturale, semplice, vero. Notevole, anche in questo caso, lo sforzo dell’autore nel cercare di rispettare il più possibile la parlata e le memorie del popolo barese: le note a piè di pagina sono abbondanti ed esaustive, è stato delizioso, per me, avere la consapevolezza di attingere direttamente da un serbatoio di immagini reali ed esperienze vissute, nonostante il filtro della narrazione e delle sue necessarie operazioni.

La voce del popolo è una voce comune ed immensa: Bari Vecchia guarda alle cose con gli stessi occhi, si stupisce delle stesse cose, entra nei fatti di tutti senza chiedere permesso ma, alla fine, va bene così. Anche questa è l’essenza dei fatti qui narrati, la condizione universalmente accettata per vivere serenamente, potendo contare su chiunque, aprendo le braccia anche a Nadira e al piccolo Kaleem, mentre gli odori, i profumi, i suoni antichi e familiari, lontani e nostalgici, compenetrano lo sfondo della narrazione e ne diventano parte essenziale, e sembra quasi di essere lì con tutti loro e di reagire allo stesso modo, agli stessi eventi, emuli di una spontaneità che non è più nostra.

Consiglio questa lettura a tutte le persone che hanno interesse per le tradizioni, le dicerie e le credenze popolari, che sono curiose della storia e delle storie, che amano ascoltare, che riescono a proiettare la mente in un tempo lontano e capirlo, apprezzarlo, amarlo, collegarlo al presente e rievocare valori.  

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Fabrizio Lombardo: “solo la dissonanza ci descrive”

La poesia di Fabrizio Lombardo è incline all’obliquo, quel modo di porre domande che non si accontenta di sapere una volta per tutte, quel tipo di insoddisfazione che a volte accompagna il rimpianto di non avere tagliato di netto mai nulla, quel modo di concepire sempre l’intero un po’ storto, e di amarlo così. Perché così è l’obliquità, un tipo di stortezza che diventa valore, forza.

Titolo: Coordinate per la crudeltà
Autore: Fabrizio Lombardo
Editore: Edizioni Kurumuny (collana di poesia Rosada)
123 pp.
10,00
http://rosadapoesia.it/coordinate-la-crudelta-fabrizio-lombardo/

imagesL’autore:
Nato a Bologna nel 1968, lavora per una catena di librerie.
È redattore di «Versodove – rivista di letteratura» che ha contribuito a fondare nel 1994 e con la quale cura la rassegna Passaggi di versi all’interno di “Passaggi Festival della Saggistica” di Fano. Ha pubblicato Carte del cielo (VersodoveTesti 1999); Confini provvisori (Edizioni Joker 2008) e le plaquette Il cerchio e il silenzio (Squadro Edizioni Grafiche 1995); Di quello che resta (Quaderni di poesia 1998). Sue raccolte sono presenti in diverse altre antologie. Ha pubblicato su numerose riviste e quotidiani, tra cui: «il verri», «Poesia», «Private», «l’Unità», «Versodove», «Tratti», «Atelier», «La clessidra», «Kult», «Corriere della Sera», «Poeti e Poesia», «l’Ulisse». Ha curato le note al volume Antonio Porta, Yellow, (Mondadori 2002). Sue poesie sono tradotte in francese, inglese, slovacco, serbo, croato e spagnolo.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa quando Sergio Rotino, curatore di RosadapoesiaEdizioni Kurumuny -, mi ha contattata per propormi la lettura di Coordinate per la crudeltà di Fabrizio Lombardo, breve silloge e ultimissima pubblicazione della collana. Sono rimasta piacevolmente sorpresa perché mi veniva offerta l’opportunità di leggere qualcosa di assolutamente nuovo in relazione al genere letterario che tanto amo; e la mia felicità è cresciuta ad ogni nuova mail che ho ricevuto, grazie alla grandissima disponibilità, gentilezza e professionalità dimostratemi. Quindi, con un enorme grazie alla collana e alla casa editrice, oggi sono davvero entusiasta nel parlarvi dei componimenti dell’autore citato, muovendo il mio sguardo – prettamente novecentista – verso la poesia dell’oggi.

Coordinate per la crudeltà è la terza raccolta del poeta e si compone di quattro sezioni (False partenze, Coordinate per la crudeltà, Per i giorni di pioggia, A1-A14 – e un’ultima parte chiamata Retail) che hanno come oggetto la realtà quotidiana degli uomini, i contesti – rinnovati – entro i quali agiscono. L’attenzione di Lombardo si sposta dal privato all’universale, con uno stile che travolge sempre di più, pur restando in qualche modo controllato, forse freddo, e pur mantenendo la sua linea narrativo-riflessiva che si nutre di elementi autobiografici. Il mondo umano si è ormai trasformato in un vero e proprio “teatro della crudeltà” in cui ogni cosa è “in pronta consegna”, con una infinita ed inappagabile tensione verso desideri ormai troppo lontani, verso un futuro che potrà soltanto essere irrimediabilmente “storto”.

La poesia di Coordinate per la crudeltà racchiude immagini che rimandano alla concezione di una vita che ci attraversa come un’ombra, che in qualche modo ci domina e si trascina per mezzo di un corpo, quello umano, che è mero “involucro di carte”, “lo scarto di un dolore da dimenticare”. Le parole chiave che, a mio parere, circoscrivono e potenziano il messaggio dell’autore sono senza dubbio: eco, silenzio, stanza, vuoto, dolore, squallore, nebbia. La nebbia come condizione visiva, come evento che ostacola i sensi, che preclude la percezione di quello che sta per venire, e che in questo modo ci sfibra anno dopo anno; e perdiamo il senso della nostra umanità, e ci sentiamo alienati, distanti dalla realtà nella quale siamo nati.

Privi di appigli concreti e di direzioni certe, non ci resta che vivere la nostra vita come se fosse un viaggio oscuro, durante il quale finiamo per dimenticare persino il luogo da cui proveniamo, e “solo la dissonanza ci descrive”. Dissonanza: l’essenza di questa nuova condizione umana, che trova il suo punto di massima espressione nella seconda sezione omonima della raccolta:

Incidi/ lacera e dividi perché d’ora in poi
sarai solo veleno/ acqua per i morti, lastra di ghiaccio
nel mattino. La solitudine degli oggetti dietro le finestre.

Solitudine. In un paesaggio naturale che si spegne sempre di più e che si priva dei suoi tratti distintivi per annegare nel grigio della nebbia e del cemento delle città, e che rispecchia perfettamente le sensazioni intime dell’uomo moderno in una corrispondenza quasi espressionistica, la comunità, che è collettività, si chiude alla comprensione profonda degli eventi, ottusa nella sua consueta ferocia; il singolo è rimasto davvero solo con la propria alienazione e la propria angoscia, e non c’è scampo per nessuno.

l’unica direzione concreta è la galleria di nebbia.

O forse no.
Non tutto è perduto, perché il messaggio di Fabrizio Lombardo, per quanto angoscioso possa sembrare, non è privo di speranza. Quello che conta è continuare a porsi domande, comprendere la “dittatura del contemporaneo” e del mercato e le sue devastanti conseguenze per riuscire a difendersi, ancora e a lungo. Per preservare quella umanità che ci contraddistingue e che stiamo man mano abbandonando, come se dovessimo trasformarci anche noi in cose da esporre nei grandi centri commerciali, da acquistare, calcolare, perdere, valutare.

La scrittura dell’autore si situa a metà fra poesia e prosa, fra scritto e parlato, con un linguaggio tipicamente contemporaneo che tuttavia non rinuncia alla creazione di figure suggestive e che gioca sullo spazio, sugli accapo e, qualche volta, sul suono. La frammentazione dei versi e il respiro fra una parola e l’altra sembrano funzionali alla comunicazione di un messaggio sottile e cupo, rafforzato, a mio avviso, dalla scelta – voluta – di una immagine di copertina emblematica, spiegata in una ripartizione finale del volume, Lo scrigno di Apollo, che contiene il commento di Mino Specolizzi:

L’opera di Emanuela Frassinella, Solchi, ha una tensione drammatica che incanta. È il pathos ad assalirci, prima che si adempia la tragedia.

La tragedia di chi si rende conto del cambiamento catastrofico.
Alla luce di tutti questi aspetti, consiglio la lettura di questa piccola silloge a chiunque voglia approcciarsi alla poesia contemporanea attraverso una visione perfettamente comprensibile – e condivisibile – ed in linea con il pensiero dei più. Una lettura rapida ma decisamente significativa.

Giulia Ciarapica: fare critica letteraria 2.0, conoscenza, strumenti e pubblico

Chi è il book blogger e cosa fa? Cosa significa oggi fare critica letteraria 2.0?
Il libro di Giulia Ciarapica propone un percorso attraverso i diversi modi di raccontare i libri in Rete: dal blog ai social network e YouTube, tutti gli strumenti sono utili per parlare di letteratura e per farlo in modo originale, fresco, ironico e creativo. Senza dimenticare però che dietro ogni blogger c’è prima di tutto un lettore, che ogni giorno si informa, confronta testi e cerca di trasmettere la propria passione al pubblico (piccolo o grande che sia) con un linguaggio chiaro e semplice. Partendo dai ferri del mestiere e dalla scelta dei testi, passando per le fasi della recensione e i relativi stili, senza lesinare consigli pratici e di lettura, Book blogger ci conduce alla scoperta di un mondo in grande fermento, provando anche a tracciare una mappa per orientarcisi: dai primissimi portali e lit-blog italiani alle ultime tendenze sui social, per arrivare ai siti contemporanei più attivi e seguiti e al fenomeno degli youtuber.

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Oggi qualcosa si sta muovendo e sta cambiando. I mezzi digitali stanno velocemente prendendo il sopravvento sulle nostre vite, assorbendoci completamente ed inglobando i nostri pensieri e le nostre moderne necessità. Come tutte le cose, il mondo in Rete ha i suoi aspetti negativi, ma costituisce anche uno strumento efficace per quella che Giulia Ciarapica definisce “critica letteraria 2.0”.

Tradizionalisti ed amanti della carta stampata, mi rivolgo a voi (concedetemi di cominciare questa recensione in tono solenne): utilizzare le nuove piattaforme online per la diffusione della cultura non è un’eresia, e richiede le stesse passione, preparazione e costanza di una pubblicazione fisica, supportate da una buona conoscenza degli strumenti utilizzati ed una grandissima capacità di relazionarsi a diverse tipologie di pubblico.

Con queste premesse, Book blogger – Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché (edito da Franco Cesati Editore, della collana pillole e ad un prezzo di copertina di €12,00) è un utilissimo saggio che racchiude le basi ed ottimi spunti per tutti coloro che si vogliono approcciare al mondo del book blogging o che vogliono incrementare le proprie capacità circa l’analisi testuale, il confronto dei testi e la stesura di recensioni – non solo scritte, e portate su diverse piattaforme. Insomma, aspiranti book blogger ed aspiranti giornalisti, quella di cui vi parlo oggi è una piccola guida decisamente consigliata.

97vn_D8G_400x400.jpgPer chi non la conoscesse, Giulia Ciarapica è una book blogger fra le più influenti e competenti nel panorama italiano. Giornalista per Il Foglio e Il Messaggero – interessante e sempre ricca di suggerimenti la rubrica che cura, Una fogliata di libri –, la Ciarapica ha una personalità frizzante e travolgente, dalla straordinaria abilità comunicativa. Dispensatrice di hashtags, rubriche divertenti ed iniziative su Instagram e Twitter, vive sommersa di libri e possiede una biblioteca personale che farebbe invidia ai bibliofili più incalliti. Ma d’altronde, è proprio grazie alla sua enorme passione, al suo studio intenso e alle sue doti innate a comunicare messaggi e diffondere cultura che è riuscita a trasformare la propensione in un lavoro vero e proprio, che le permette di tenere incontri nelle scuole ed incoraggiare ragazze e ragazzi di tutte le età con il potente tramite del sapere.

E da una mente di questo tipo non poteva che venire fuori una guida chiara e completa, approfondita e puntuale ma senza la classica impostazione accademica che, a volte, rende i saggi di questo tipo particolarmente intricati. L’appunto da cui comincia è emblematico, infatti:

La letteratura e i libri in generale non sono “roba da intellettuali o oggetti di lusso che si deve aver paura di toccare, di maneggiare. I libri sono strumenti, e cibo, perché nutrono le persone, le aiutano a ragionare, a oltrepassare i limiti, ad avere visioni sempre nuove nel mondo (in continua evoluzione), ad aprirsi, ad andare in profondità.

E quindi:

Fare critica letteraria 2.0, insomma, vuol dire saper utilizzare strumenti diversi, e di maggiore diffusione, nonché quasi sempre gratuiti: significa guardare al presente e al futuro gettando sempre un occhio al passato; e alla nostra libreria.

Il percorso verso la recensione ideale (e la consapevolezza piena del lavoro del book blogger) muove, dunque, dai titoli di critica letteraria – e non solo – che ogni “candidato” dovrebbe prendere in considerazione per potersi formare e per possedere i giusti mezzi d’analisi, dato che ogni book blogger è principalmente un lettore e deve, naturalmente, costruire i propri ragionamenti su solide fondamenta. Punto cruciale e per nulla scontato – basti pensare alle puntualizzazioni che la nostra autrice ha dovuto fare attraverso accorate stories su Instagram: per parlare di letteratura, bisogna leggere, leggere tanto e bene, informarsi, studiare. Ma non si fermano qui i consigli della Ciarapica, che indica anche moltissimi titoli di lit-blog, riviste culturali e siti che possono rappresentare un ulteriore strumento per ottenere informazioni e tenersi costantemente aggiornati sulle novità, le opinioni e tutto ciò che serve.

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Si procede con i consigli sulla scelta del libro da leggere, altra operazione non facile e immediata, come invece può sembrare. Giulia Ciarapica ci tiene a sottolineare che le sue linee guida non costituiscono delle regole assolute: ognuno crea, man mano, propri parametri e gestisce tutto secondo la propria disposizione d’animo. In tal senso, se abbiamo la possibilità di poter scegliere il libro da recensire, tutto dipenderà anche dalla nostra personale formazione, e la recensione diventerà “un mezzo per parlare indirettamente di noi”.

E’ importante specificare che “nel mare magnum del Web” bisogna cercare di avere anche un approccio originale e fresco, tenendo ben presente il tipo di pubblico con cui dobbiamo confrontarci e stando attenti alle sue esigenze, stabilendovi un contatto reale e duraturo – cosa che, con i social network, è decisamente molto più semplice. Ogni testo è un tassello che può arricchire il bagaglio culturale dei lettori che ci seguono, e che può aprire un confronto che rende l’arricchimento sempre reciproco: questo è uno dei punti di forza maggiori che ho sperimentato personalmente dall’apertura del mio blog e, successivamente, degli account social ad esso collegati.

L’autopsia del testo prevede diverse fasi di lettura, da una più generale ad un’altra più approfondita e precisa, volta ad eviscerare il testo in ogni sua parola e ad individuare i punti centrali che ci permetteranno di esprimere un parere valido e ponderato (incipit, finale, personaggi, stile, messaggio…). Ciò non vale soltanto per la stesura di recensioni scritte (per blog o riviste culturali), ma persino per la modalità della video-recensione, apparsa con furore sulla piattaforma di YouTube. Anche in questo caso l’autrice sa darci alcuni nomi di youtubers capaci ed ispiranti, e fornisce i consigli e le tecniche necessarie per poter sperimentare questo peculiare tipo di critica, decisamente più controverso da realizzare in quanto più immediato ed autentico: “metterci la faccia”, infatti, richiede ulteriori attenzioni riguardo al luogo, al linguaggio, alle modalità di comunicazione, e può essere piuttosto snervante se non si hanno delle linee guida o se non si ha chiara la tipologia di pubblico che ci ascolta.

Tappa fondamentale – e conclusiva – in questo grande processo di lettura, scrittura, revisione e diffusione è il momento di promozione e autopromozione attraverso i social:

Se il nostro desiderio è farci conoscere su larga scala, se vogliamo far circolare il nostro lavoro e creare un pubblico vasto e variegato, se intendiamo coinvolgere utenti che non definiremmo dei lettori forti, diventa fondamentale un utilizzo consapevole e non sporadico di Twitter, Facebook e Instagram.

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Un esempio di colazione d’autore sul profilo Instagram di Petunia Ollister

Parole chiavi, creatività, cura delle didascalie e, soprattutto, scatti belli e accattivanti sembrano elementi superflui o non funzionali ad esprimere la propria opinione su un libro, ma nella nostra nuova era, in cui “l’occhio vuole la sua parte”, questi diventano essenziali per chi vuole approcciarsi alla critica letteraria 2.0 – basti pensare al profilo di Petunia Ollister, che ha creato il #bookbreakfast soddisfacendo gli occhi di migliaia lettori ed amanti dei dettagli.

 

Un fattore che va a completare la fisiologia di questo manuale è senza dubbio il supporto di numerosi esempi, alcuni tratti dai social di Giulia Ciarapica, altri da quelli dei book blogger che consiglia. Quasi in ogni sezione ed ogni capitolo viene presentata la questione prendendo in considerazione immagini, articoli, interviste, rubriche per mostrare praticamente ciò che si intende, componente, anche questa, determinante per un saggio informativo così chiaro e particolareggiato, che comprende anche più di un esempio per caso.

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Insomma, questo testo soddisfa appieno l’intento che si è proposto, e ve lo consiglio caldamente per tutto ciò che avete letto arrivando fino a questo punto:

… dare alcune coordinate di base per poter leggere, analizzare e valutare un testo – sia esso un romanzo, un saggio, un racconto, e per trasformare le nostre idee e i nostri appunti in parole scritte. Tappa importante per chi decidesse di aprire un blog di libri, cercheremo di capire in che modo rendere la nostra recensione interattiva, aprirla al mondo del web e ai social network.

 

Kurt Vonnegut: “perché proprio tu? Perché chiunque altro, allora?”

Mattatoio n.5 è la storia semiseria di Billy Pilgrim, un americano medio, un uomo qualunque con però l’eccezionale capacità di passare da una dimensione spaziale all’altra. Senza essere in grado di impedire la cosa, può trovarsi ora a Dresda durante la Seconda guerra mondiale, ora nello zoo fantascientifico di Tralfamadore dove è esposto come esemplare della razza umana. Ma Mattatoio n.5 è anche uno dei più importanti libri contro la guerra che siano mai stati scritti, autentica pietra miliare della letteratura antimilitarista. Kurt Vonnegut trae ispirazione dalla sua personale esperienza bellica quando, fatto prigioniero dai nazisti, ebbe la ventura di assistere alla distruzione di Dresda, la Firenze del Nord, da parte degli Alleati. Fu testimone di uno dei più terribili bombardamenti della storia, sopravvivendo grazie al suo osservatorio molto particolare: una grotta scavata nella roccia sotto un mattatoio, adibita a deposito carni, nelle viscere della città. Quando alla fine uscì all’aperto, al posto di una delle più belle città del mondo c’era un’ondulata distesa di macerie sopra un numero incalcolabile di morti.

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Dissacrante, grottesco, visionario, rivoluzionario: questi sono gli aggettivi che mi sento di attribuire all’approccio di Kurt Vonnegut nel suo peculiare racconto sul bombardamento di Dresda del ’45.
Pietra miliare della letteratura americana antimilitarista, Mattatoio n.5 è ambientato nell’America del boom economico: 1969, anno della guerra in Vietnam e dello sbarco sulla Luna, del benessere privato e della devastazione bellica.
In queste pagine si racconta la strana storia di Billy Pilgrim, un soldato americano sui generis, assolutamente non portato per la guerra e contrario alla guerra stessa. Le informazioni sulla sua vita ci vengono fornite in maniera frammentaria, attraverso i salti nel tempo che Billy comincia a compiere senza una apparente ragione e, soprattutto, senza il minimo controllo.

Durante il matrimonio della figlia Barbara, Billy è stato rapito dagli alieni, dei piccoli esserini verdi che lo hanno rinchiuso in uno zoo, completamente nudo, per osservare e studiare i comportamenti umani; ed è su questo lontanissimo pianeta chiamato Tralfamadore che egli impara ad approcciarsi alla vita in un nuovo modo. I tralfamadoriani vedono il tempo come un continuum, vivono a cavallo fra più dimensioni, e questo consente loro un vantaggio sulla morte: poiché vedono passato, presente e futuro come qualcosa di unico e sovrapposto, per i tralfamadoriani la morte è qualcosa di apparente, e per questo non costituisce una fonte di dolore. A differenza dei terrestri, gli alieni non si chiedono il perché di ciò che di bello o brutto avviene sul loro pianeta, si concentrano semplicemente sui momenti belli della loro esistenza e prendono ciò che accade come qualcosa di inevitabile e già scritto.

I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. E’, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.

La prospettiva aliena è quella che guida la narrazione delle vicende militari e della personale storia di Billy: ogni crudeltà, ogni violenza fisica o psichica, ogni morte che Vonnegut segnala nel testo si esaurisce nella frase dolorosa e squallida “così va la vita”. Il punto di vista “schizofrenico”, lo stile “telegrafico” sono l’eredità delle lezioni su Tralfamadore, e consentono di raggiungere con più forza il fulcro della questione:

qual è il motivo che spinge l’uomo ad autodistruggersi?

I terrestri devono essere il terrore dell’universo! (…) Ditemi dunque il segreto, così lo porterò sulla Terra e saremo tutti salvi: come può un pianeta vivere in pace?

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La risposta è amara e chiara sin dalle prime pagine: “il momento è strutturato così”, “così va la vita”. Il male immaginato e realizzato dagli uomini non ha una motivazione, e soprattutto non ha un reale antidoto che funzioni, tutto procede secondo logiche che gli esseri umani non riescono più ad intuire. Eppure, in questo quadro fantascientifico e pure così tremendamente concreto, non è la mera rassegnazione a fondare il messaggio di Vonnegut, bensì la forza di spirito, un messaggio di speranza lanciato come una torcia in un pozzo buio:

“Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, e la saggezza di comprendere sempre la differenza”.

Forza che sembra paradossalmente mancare al nostro protagonista, che saltella nel tempo e rivive i momenti più drammatici della sua vita alla luce di un potente stress post-traumatico. Non è un caso che Vonnegut abbia scritto che “uno dei principali effetti della guerra è, in fondo, che la gente è scoraggiata dal farsi personaggio”: la mente di Billy Pilgrim gli gioca dei pesanti scherzi in base ai quali egli prova a farsi una ragione degli shock vissuti in guerra, cercando di abbracciare la prospettiva dei tralfamadoriani e raccontando l’esperienza bellica in un modo tutto suo, alienante (la lingua italiana sa essere piuttosto brillante) per il lettore che vi si approccia per la prima volta. Ma cosa sono gli alieni se non l’“altro”, il “diverso”, il “nemico”? E non sono forse anche il pianeta sconosciuto e deserto, conosciuto, deserto e vuoto come le città rase al suolo dalle bombe?

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Gli espedienti narrativi dei salti nel tempo e, soprattutto, del rapimento alieno sono, a mio parere, funzionali ad una scrittura che mira all’esposizione di fatti naturalmente crudi di cui si possa anche amaramente sorridere – ho scoperto che la grande forza dell’autore risiede soprattutto in questo. Il grottesco e la fantasia di Vonnegut determinano il pronto alternarsi di reazioni apparentemente contrastanti, risate innanzi al paradosso, angoscia e tormento, sdegno, senso di impotenza: tutte emozioni molto intense che fanno sussultare quando viene tracciata l’ennesima spaventosa descrizione delle condizioni dei prigionieri americani, o dei corpi morti carbonizzati su quelle che erano le strade di Dresda, ridotta a deserto lunare.

Le caratteristiche dello stile di Vonnegut  producono un grosso effetto straniante, spesso supportato dalla scelta di utilizzare termini e definizioni proprie di persone esterne alla guerra, come l’anziano chirurgo di Dresda o la vedova di guerra che considerano Billy e gli altri soldati dei buffoni.

Quando i tre buffoni trovarono la cucina, (…) tutti erano andati a casa tranne la donna che era rimasta ad aspettarli, impaziente. (…) Domandò a Gluck se non era troppo giovane per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Edgar Derby se non era troppo vecchio per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Billy Pilgrim cosa diavolo era, Billy disse che non lo sapeva. (…) “Tutti i veri soldati sono morti” disse la donna. Ed era vero. Così va la vita.

Non posso fare a meno di pensare che questa “ricerca della distanza” – che riesce fino al ricordo del bombardamento – rappresenti in effetti l’unico modo in cui Vonnegut abbia potuto raccontarci di questi anni agghiaccianti. L’alienazione è il “paravento” che tenta di proteggere il lettore dalla reale portata dei fatti, e che vorrebbe portare la malvagità delle azioni umane sullo stesso piano della fantascienza, ma che, proprio per questo motivo, finisce per avere l’effetto opposto. L’allontanamento è anche l’apatia di Billy Pilgrim, è una malattia difensiva della memoria:

In realtà, l’apatia di Billy era un paravento. Nascondeva una mente che sprizzava scintille, una mente che stava preparando lettere e discorsi sui dischi volanti, sulla scarsa importanza della morte e sulla vera natura del tempo.

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La presenza dell’autore fra i prigionieri di guerra americani viene sottolineata man mano che ci si avvicina alla narrazione del bombardamento, che è l’unico punto in cui la volontà straniante dell’autore viene meno. In una caverna dimessa al di sotto del mattatoio n.5 in cui erano stati piazzati, gli americani attendono la fine dei “passi di gigante” sopra alle loro teste. Il bilancio è allarmante e nessuno riesce ad elaborare realmente la quantità degli abitanti uccisi: saranno 135.000 le vittime. La bomba atomica lanciata su Hiroshima ne aveva abbattute 71.379, a Tokyo il 9 marzo del ’45 erano state distrutte 83.793 vite. Al di là dei numeri, più o meno discutibili – gli storiografi moderni hanno ancora qualche riserva a riguardo –, non è in dubbio che a Dresda si sia verificata una tragedia: “così va la vita”.

Kurt Vonnegut vuole forse comunicarci che le guerre siano inevitabili? Forse. Certo è che possiamo consolarci tentando di spostare l’attenzione sulle cose belle della vita, e pensare che ogni persona spazzata via dalla guerra possa essere ancora viva da qualche parte – e ognuno interpreti questa affermazione secondo la propria disposizione d’animo. Quella di Mattatoio n.5 non è solo la Seconda guerra mondiale, ma ogni guerra, la guerra, che si tratti del ’45 o del ’69. E quelle di Vonnegut sono “le parole e le espressioni schiette che la gente pensava ma non diceva, le idee che esprimevano sensazioni intime, che facevano vacillare i preconcetti e spingevano il lettore a guardare le cose da un’angolazione diversa”, come ha scritto il suo amico di una vita Dan Wakefield nell’introduzione a Quando siete felici, fateci caso – altro libro che vi consiglio fortemente.

Lettura interessante, dolorosa e diversa: consigliatissimo.

 

 

Lorenzo Foltran: “quello che resta sopravvive a stento”

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Titolo: In tasca la paura di volare
Autore: Lorenzo Foltran
Editore: Oèdipus Edizioni
Genere: Poesia
Formato: cartaceo
Prezzo: 12€
Data pubblicazione: Maggio 2018
Pagine: 96
Per l’acquisto: https://www.ibs.it/in-tasca-paura-di-volare-libro-lorenzo-foltran/e/9788873413387?inventoryId=112293826

Qualcosa sull’autore:
Nel novembre del 2011 ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre con la tesi La Musa e il Poeta: la relazione io-tu nella lirica amorosa tra origini e contemporaneità. Successivamente, si è diplomato in Management dei beni e delle attività culturali dopo aver seguito un master di secondo livello tra l’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’École Supérieure de Commerce de Paris. Ha lavorato per importanti istituzioni culturali come la Casa delle Letterature (Festival delle Letterature) e l’Institut français (Festival della narrativa francese) a Roma e la Fête de la Gastronomie e il Pavillon de l’Eau a Parigi, dove attualmente risiede. In tasca la paura di volare è la sua prima raccolta.
Lo trovate su facebook, twitter e instagram.

In tasca la paura di volare è una raccolta di 67 poesie divise in tre sezioni: Donne sparseI lampioni e nessun altro e In tasca la paura di volare. Nella prima sezione, composta essenzialmente da liriche amorose, il senhal, elemento classico della poesia d’amore fin dai provenzali, perde il suo ruolo di richiamo all’unicità della donna e cambia, si maschera sotto altre forme. Ne derivano le immagini del teatro e dell’affabulazione (le prime poesie, Margherita e “Filo d’erba” rimandano al prato del Decameron dove i giovani fiorentini scampati alla malattia “cominciarono di novellare sopra la materia”). La figura della donna è quella dell’attrice (Dietro le quinte) che assume ruoli e caratteristiche diversi in base al personaggio da interpretare (si veda l’ammiccante ambiguità dell’indeterminato nel titolo You and me). La prima sezione è, quindi, finzione, manierismo e per tale motivo propone testi anche banali come “Quando la guardo, tutto” che utilizzano le forme più stereotipate del linguaggio della lirica d’amore. La sezione si conclude con la presa di coscienza della distanza incolmabile tra l’io lirico e tu, tra chi guarda e chi è guardato. I testi poetici diventano reperti consacrati a un’istanza museale. La lirica d’amore, intesa come dialogo io-tu, binomio poeta-musa, è considerata come Storia che deve essere musealizzata.

La prefazione di Dario Pisano alla raccolta ci offre un quadro generale dettagliato e preciso; quando un poeta contemporaneo, esordiente, si espone ai miei occhi con i suoi scritti così impregnati di tradizione, legati saldamente alle radici della nostra letteratura, di solito distorco il naso in quanto appassionata di poesia e studentessa di lettere moderne, temendo gli esiti di una spinta in questa direzione.

La sua musa abita le rive dell’antica tradizione poetica italiana, e riscrive, con una dose di umorismo e ironia, celebri pagine della tradizione stilnovistica e petrarchesca.

Penso però che il dialogo con la tradizione alla ricerca di ispirazione e di sostegno, soprattutto per un poeta agli inizi, sia inevitabile; è anche un grande atto di coraggio quello di riproporre tematiche legate all’amor cortese, al petrarchismo o al crepuscolarismo.

Uno dei motori della poesia di Foltran è l’intertestualità, che continuamente sollecita il lettore a riconoscere il deposito ingente di memoria verbale che l’autore amministra con sagacia.

I rischi di “spingersi oltre” sono molti e bisogna essere in grado di trovare un equilibrio: ed io sono rimasta complessivamente contenta della silloge che l’autore, Lorenzo Foltran, mi ha gentilmente fatto avere e che ringrazio. La sinossi genera delle aspettative che vengono effettivamente soddisfatte, e ho scovato dei componimenti brillanti e ben curati nella forma – cosa per me importantissima. La raccolta, nel suo insieme, è un’ottima prova d’esordio, dal linguaggio semplice ma efficace, accessibile a tutti, che riesce a riutilizzare stralci di patrimonio senza per questo conferire ai suoi scritti un piglio elitario: Foltran ha buone capacità comunicative. La voglia di sperimentare metri diversi e anche complessi si sposa con una schiettezza che rende la lettura piacevole e dolce, evocativa com’è giusto che sia.

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La prima parte è quella decisamente più “sopraffatta” dalla tradizione: le poesie sono molto simili fra loro e non riescono, a mio parere, a fare del tutto proprio un repertorio di immagini così lontano nel tempo, per quanto contestualizzato nel presente. Donne sparse apre la raccolta nel tentativo di richiamare ricordi di natura amorosa, con le peculiarità dell’amore stilnovistico e delle donne-angelo; ma sarà dalla seconda sezione, I lampioni e nessun’altro, che secondo me l’autore riesce a mostrare la naturalezza del suo pensiero.

Nella seconda sezione, al fallimento del rapporto io-tu (Peccato che non ci siamo incontrati oggi…Eravamo così vicini…) ne consegue quello della poesia tout-court (“Non c’è più posto per la poesia”). Il poeta è costretto a uscire dal museo, dal teatro, dalla biblioteca (“Senza l’amore di lontano”) in cui si rifugiava, a confrontarsi con la ripetitività e l’apparente facilità di vicende terrene che sconfinano spesso nella dimensione usuale e mondana (rappresentate, per esempio, dalle rime in -are e dal lessico quotidiano in Sabato sera) e a tornare a casa (I lampioni e nessun altro) prendendo atto che tutto ciò che ha scritto/vissuto è stato pura illusione.

Le immagini costruite e descritte sono di una quotidianità chiara e senza veli, si nutrono del senso di familiarità che il lettore avverte nel leggerle e che è il grande punto di forza della silloge. Il mondo ideale delle donne-angelo non è che un inganno della mente: la realtà irrompe, senza violenza, nei componimenti e diventa il nuovo campo d’indagine, con lo sconforto che comporta.

Alla staticità della prima sezione si oppone il dinamismo della terza, segnata dal viaggio, dalla migrazione, dalla mescolanza linguistica, dal lavoro. L’io poetico in fuga dalla finzione di Donne sparse e dalla realtà evocata in I lampioni e nessun altro, si trova disorbitato tra lo slancio spaziale verso il futuro (“Immensa consapevolezza”) e la gravità temporale che lo riporta verso il passato (“Bevendo un infuso dei tuoi profumi”). La raccolta si conclude con le stazioni di un pellegrinaggio (Boulogne – VarenneBrestLe Barcarès – Saint Laurent de la SalanqueSaint-Cloud) e dalle riflessioni che le accompagnano.

Non ho amato ogni singolo componimento – come mi succede per tutte le raccolte di poesia contemporanee –, ma la terza parte è la mia preferita. Continua, naturalmente,  la ripresa della tradizione, ma è questa la ripartizione in cui i pensieri dell’autore mi sono sembrati più slegati e liberi, e non per nulla è qui che emerge il fulcro della silloge.

I pensieri si lasciano affondare
nella melma dei flutti immersi.

Mattoni su mattoni,
siamo tanti e siamo soli.

La ricerca delle parole si concentra sull’uomo, confinato nella sua solitudine che vuole provare a condividere con qualcuno, nell’atto di esternare le sue incertezze e contraddizioni, la confusione generata dalla stessa esistenza. Il dubbio e il viaggio sono i meccanismi propulsori della sua riflessione: e se da un lato questa sua necessità di porsi domande sulle cose umane e sull’amore può diventare un tormento,  dall’altro rappresenta anche la forza che muove la raccolta e le conferisce significato.

Triste la vita di chi non sospira,
di chi non pensa all’esistenza
che trascina, trascinato dal peso
tuttavia non percepito.
(…)
E’ triste la vita di chi sospira,
di chi l’esistenza rigetta,
trascina, trascinato via dal peso
del tutto pensato e sentito.

Con questa segnalazione e breve recensione, consiglio la lettura di In tasca la paura di volare se avete voglia di un testo piacevole e scorrevole, non legato agli standard della poesia del Web che circola ormai ovunque – e che, in quasi tutti i casi, mi lascia perplessa.
È stata un’analisi interessante.

 

Alessandro Baricco: “Tutto quel mondo negli occhi e la paura che mi riportava indietro”

Il Virginian era un piroscafo. Negli anni tra le due guerre faceva la spola tra Europa e America, con il suo carico di miliardari, di emigranti e di gente qualsiasi. Dicono che sul Virginian si esibisse ogni sera un pianista straordinario, dalla tecnica strabiliante, capace di suonare una musica mai sentita prima, meravigliosa. Dicono che la sua storia fosse pazzesca, che fosse nato su quella nave e che da lì non fosse mai sceso. Dicono che nessuno sapesse il perché.

 

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foto da @riverberodiparole

 

Era il 1994 quando questo monologo teatrale uscì per la prima volta. Alessandro Baricco lo scrisse per Eugenio Allegri e per il regista Gabriele Vacis, affinché potessero metterlo in scena. Nel 1998, poi, Giuseppe Tornatore ne trasse il celebre film La leggenda del pianista sull’oceano, di cui credo di aver visto solo qualche spezzone molto tempo fa, e che per fortuna potrò vedere adesso con una diversa percezione delle vicende narrate.

Appena un paio d’ore bastano a gustarsi questa piacevole lettura, un racconto che è un piccolo capolavoro artistico nella forma e nel contenuto e che sono felice di aver affrontato in questo momento della mia vita – grazie a Rossana! E’ vero che le recensioni hanno il dovere di essere il più possibile obiettive, nel bene e nel male, per poter condividere con i lettori un parere chiaro e fondato; ma credo che in molti casi sia impossibile mettere da parte completamente le proprie sensazioni più profonde che l’autore è stato capace di evocare, come in questo caso.

Sul maestoso Virginian nasce il nostro Danny Boodman T.D Lemon Novecento, orfano abbandonato a bordo, che diverrà “il più grande pianista che abbia mai suonato sull’oceano”. Ma non è lui che ci racconta la sua storia: il narratore è infatti il suo migliore amico,  Tim Tooney, trombettista della band che si esibiva con lui ogni sera sulla nave. Lo stesso autore definisce questo scritto “un testo che sta in bilico tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce”, ed è proprio questa la percezione che si ha immediatamente di fronte allo scorrere della storia, che ripercorre le tappe della singolare vita del pianista e ne mette in risalto le qualità prodigiose.

Novecento è, infatti, un prodigio, un uomo dalle potenzialità musicali quasi sovrumane, che vive il dramma dell’incomunicabilità e della incompatibilità con il mondo per come viene generalmente concepito da tutti gli altri esseri umani. La sua visione delle cose, della vita, delle emozioni più belle o più brutte dipende dal pianoforte di quella sala, dal quale ricava “una musica mai sentita prima”, evidentemente scritta nella sua mente e nella sua anima; i suoni fluiscono chissà da dove, così come è sconosciuto il modo in cui, da bambino, Novecento abbia imparato a metterli insieme. Della sua curiosa vita, il dettaglio più incredibile è sicuramente questo: nei suoi ventisette e poi trentadue anni non è mai sceso dal Virginian. Su quella nave è nato, ha vissuto la sua vita e l’ha anche vista finire, senza mai avere la necessità di raggiungere la terraferma e guardarsi attorno. Soltanto una volta è arrivato al punto di desiderare di scendere dal piroscafo: voleva vedere il mare da quella prospettiva.

A voler essere precisi, Novecento non esisteva nemmeno, per il mondo: non c’era città, parrocchia, ospedale, galera, squadra di baseball che avesse scritto da qualche parte il suo nome. Non aveva patria, non aveva data di nascita, non aveva famiglia. (…) Ufficialmente non era mai nato.

Danny Boodman T.D. Lemon Novecento diventa una leggenda, una figura emblematica che incarna pensieri  inconciliabili col nostro modo di osservare le cose e di valutarle, dei quali resta convinto fino alla fine. La sua filosofia di vita è un concetto che impregna le pagine di ideali che probabilmente possiamo trovare in noi, ma espressi in maniera estremamente intima e, naturalmente, relazionata alla musica. Le parole che Baricco gli fa pronunciare sono schiette, taglienti nella loro straordinaria chiarezza nonostante la nostra incapacità di comprenderle fino in fondo, e quasi riescono a farci mettere in dubbio la sicurezza delle nostre scelte di vita.

Potevi pensare che era matto. Ma non era così semplice. (…) Il mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima.

La musica è l’elemento fondante di qualsivoglia discorso attorno a Novecento, l’elemento che ha plasmato soprattutto il suo modo di percepire ciò che gli viene raccontato: lo stile ed il registro linguistico utilizzati da Baricco riescono a restituire precise descrizioni delle sensazioni uditive e visive, delle emozioni umane. L’autore comincia con un repertorio linguistico che, riproducendo al meglio la parlata sciolta di un amico che racconta e ricorda, non si fa scrupoli ad utilizzare turpiloqui per ritrarre bene il concetto; ma, man mano, questo registro si trasforma e diventa sempre più aperto a riflessioni introspettive profonde, diviene più “pulito” e fiorito, senza minare alla scorrevolezza della narrazione. Emblematiche le considerazioni finali del pianista, che, nonostante siano fatte di continue riprese e ripetizioni che si completano, riescono a fluire rapidamente sotto gli occhi e a fissarsi nella mente con naturalezza.

In Novecento l’omonimo ragazzo vive il tormento della mente geniale che non riesce ad integrarsi nel mondo per quello che è, per una semplice questione di scelte, per una paura intrinseca che lo porta a non abbandonarsi all’ignoto. Le città, le strade, l’immensa quantità di persone e di circostanze che colorano la Terra non fanno per lui, rappresentano uno spazio troppo aperto per far sì che lui si possa esprimere veramente, offrono fin troppe possibilità. Quella nave, il suo pianoforte, l’oceano con la sua danza di onde: questa è la realtà che per Danny Boodman T.D. Lemon Novecento ha un senso e nella quale lui può avere un posto.

Non è quel che vidi che mi fermò, è quel che non vidi (…), in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne / c’era tutto, ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo. Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.

La storia di Novecento è molto conosciuta, soprattutto dopo la produzione del film di Tornatore, ma poiché questa lettura mi ha davvero lasciato dentro tante cose, mi sembrava doveroso portare sul blog una recensione a riguardo.

Consiglio questa lettura davvero a tutti, soprattutto a chi ha visto il film, affinché si possa rendere conto della reale efficacia delle parole soprattutto nel restituire benissimo gli stati d’animo umani.

Ray Bradbury: l’incendio annientatore del libero pensiero

Montag fa il pompiere in un mondo dove gli incendi, anziché essere spenti, vengono appiccati. Armati di lunghi lanciafiamme, i militi irrompono nelle case dei sovversivi che conservano libri o altra carta stampata e li bruciano: così vuole la legge. Ma Montag non è felice della sua esistenza alienata, fra giganteschi schermi televisivi e slogan, con una moglie indifferente e passiva e un lavoro che svolge per pura e semplice routine. Finché un giorno, dall’incontro con una donna sconosciuta, nasce un sentimento impensabile, e per Montag, il pompiere, inizia la scoperta di un mondo diverso, un universo di luce non ancora offuscato dalle tenebre della società tecnologica imperante.

 

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Questo libro racchiude il peggiore incubo di ogni appassionato lettore (e non solo). Con Fahrenheit 451 (Edizione Oscar Mondadori, classici moderni;  € 9,00), Ray Bradbury ci proietta in una dimensione assurda (ma non troppo), dove la tecnologia ha preso il sopravvento a tal punto da portare al paradossale divieto di leggere e di possedere libri o carta stampata: tutta la carta trovata va bruciata, distrutta. Ed è in questa realtà contorta che i pompieri appiccano incendi, e Guy Montag, il protagonista, è proprio uno di questi. Come (quasi) tutti gli uomini di questo libro, Montag non si pone più domande sulla sua esistenza, non osserva il paesaggio al di là delle certezze, non conosce il dubbio e non lascia che la luna entri nella sua stanza. La sua vita procede nella più totale e anonima sicurezza di stare bene. Ma non è così, e Montag se ne renderà conto soltanto dopo aver incontrato una ragazza un po’ strana, Clarisse, ancora capace di conservare la ricchezza instillatale dai libri che ha letto.

In una notte di fuoco, Montag capisce che gli incendi che ha appiccato fino a quel punto hanno distrutto anche ogni briciola di vera umanità nel suo animo, hanno distrutto tutto ciò che di bello si possa celare nella coscienza di un uomo. Il pompiere si rende consapevole pian piano della sua esistenza misera, circondata da altrettante misere esistenze, sconosciute anche a se stesse, senza nulla da offrire a nessuno, neanche a se stesse.  Montag comprende che anziché salvaguardare il pensiero delle persone, la legge stava provando e riuscendo a privarle del tutto della capacità di pensare.  Il regime dittatoriale imperante si fa portatore della “vera informazione”, forgiando un mondo frivolo, di persone vuote e passive, immobili nei confronti della vita perché non hanno gli strumenti per capire cos’è la vita vera, fatta di pensieri, di opinioni e di decisioni prese sulla base di idee scaturite da noi stessi.

Nonostante ciò che si possa pensare, Montag non ha toccato il fondo, e non lo toccherà mai. La sua esistenza si è protratta nel tempo sopra un filo sottile di certezze imposte dall’alto, e la nuova consapevolezza nei confronti del suo io e del mondo non lo destabilizzano al punto tale da farlo crollare. Certo, le varie situazioni in cui si verrà a trovare, gli incontri che farà, lo porteranno ad una condizione di crisi senza precedenti: ma il messaggio che si svela alla fine della lettura è assolutamente carico di speranza. Montag, infatti, dopo essere stato costretto a fuggire a causa della denuncia di sua moglie in quanto “possessore di libri”, incontra un gruppo di esuli, uomini che si trovano nella sua stessa situazione. Dopo aver parlato con loro, egli scopre che ciascuno di essi ha imparato a memoria uno dei testi più importanti che siano mai stati scritti, per poterli tramandare alle generazioni future. E’ questo il gruppo dei ribelli cui si unisce il protagonista, nella comune volontà di fondare un nuovo mondo.

La scrittura di Bradbury si dispiega nelle 180 pagine con la bellezza amara delle cose che si lasciano appassire. Le ambientazioni, che siano esterne o interne, vengono descritte con scarsità di dettagli, in maniera del tutto funzionale e coerente al mondo asettico e sterile e freddo in cui vive il pompiere, un mondo in cui è sparita la meraviglia verso le piccole gioie della vita, in cui non vengono più raccontate le favole e i sogni sono solo un ricordo lontano.

 

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“Fahrenheit 451” corrisponde alla temperatura in cui comincia a bruciare la carta (anche se ci sono diverse opinioni a riguardo).

 

Fahrenheit 451 offre interessanti spunti e chiavi di lettura.
Senza dubbio l’autore ha voluto mettere in evidenza la sempre più forte oppressione dei mass media, che si insinuano nelle case delle persone ignare fino a prendere possesso delle loro menti impreparate. Televisori, auricolari, qualsiasi strumento tecnologico avanzato viene disposto in ogni angolo della città, in ogni abitazione, per garantire il pieno controllo al regime. Nessuno è libero di pensare con la propria testa, e di conseguenza si finisce a vivere una vita spogliata dalle reali emozioni e ricoperta di false felicità e divieti. Le relazioni con l’altro vengono falsate e riempite anch’esse di sentimenti imposti, tant’è che Montag si accorge ben presto che sua moglie Mildred per lui sia in realtà al pari di una sconosciuta, e il rapporto con lei va man mano rivelandosi nel suo reale malessere. Mildred si trova infatti rinchiusa nella gabbia dell’assuefazione dalle credenze imposte dal regime, e pur soffrendo tremendamente, non è più in grado di salvarsi.

Attraverso questa distopia desolante, Ray Bradbury ci fa riflettere sul ruolo della lettura nella formazione di un pensiero autonomo e libero da condizionamenti di ogni tipo. Io sono sempre stata fermamente convinta dell’importanza dei testi che leggiamo per la formazione del nostro io più profondo, per la creazione delle nostre opinioni e per l’arricchimento delle nostre menti. Il messaggio dell’autore sembra essere questo: privare l’uomo di qualcosa di così fondamentale equivale al suo annientamento psichico e spirituale, che prima o poi porta inevitabilmente all’annientamento fisico. Un racconto fantascientifico da annoverare in mezzo a Il nuovo mondo di Huxley e 1984 di Orwell, che fa leva sui tormenti esistenziali, li “protegge” per farci capire quanto sia importante continuare a porsi dei dubbi, a cercare domande nei libri e provare a trovare risposte in altri libri ancora.
Spesso non ci rendiamo conto di quanto sia rilevante l’immaginazione per la nostra esistenza, di quanto sia vitale continuare ad oliare gli ingranaggi del nostro cervello, gustando, masticando le parole nostre e di altri che prima di noi hanno capito l’importanza della libertà della mente.

Questo mondo è come la nostra dimensione odierna, sempre più proiettata alla meccanizzazione del pensiero, al confezionamento delle opinioni, alle risposte pronte e alla semplicità di un ragionamento sempre uguale a se stesso; l’unica differenza è che oggi, ancora, quella piccola resistenza di lettori e letterati può ancora respirare.

Nella speranza che questa resistenza continui ad alimentare se stessa negli anni, vi consiglio caldamente questa lettura, che dal 1953 non ha mai perso la forza coinvolgente di quelle catastrofi che sono così vicine a noi da spaventarci continuamente.

<< Questa notte ho pensato a tutto il cherosene di cui mi sono servito da dieci anni a questa parte. E ho penato ai libri. E per la prima volta mi sono accorto che dietro ogni libro c’è un uomo. Un uomo che ha dovuto pensarli. Un uomo a cui è occorso molto tempo per scriverli, per buttar giù tante parole sulla carta >>.

Michela Murgia: l’ultima madre aiutante del destino

<<Acabar>>, in spagnolo, significa finire. E in sardo <<accabadora>> è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un’assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. Perché è lei l’ultima madre.

 

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Quando la mia cara zia Enza mi ha calorosamente introdotto alla scrittura di Michela Murgia, decisi di documentarmi a riguardo, e dopo poco tempo mi recai alla libreria Feltrinelli per acquistare qualche suo scritto. Fra le opere che ho scelto – giusto per cominciare – c’è Accabadora (Edizione Einaudi; € 10,00).

L’accabadora è una figura a metà fra mito e realtà, tipica di una Sardegna tra storia e leggende popolari che la Murgia sceglie e ci descrive come sfondo delle vicessitudini che scrive. Ma questa Sardegna degli anni ’50 rappresenta uno scenario vivo, dinamico, con le sue regole, i suo patti non scritti, taciuti ma condivisi, che segnano le radici profonde di ogni paesano; questa Sardegna si porta dietro e porta avanti l’esistenza di ogni singolo personaggio, con le carezze e la severità di una buona madre. Il legame con la terra ed il paese si riflette nel registro linguistico utilizzato, arricchito da terminologie dialettali anche in assenza di scambi dialogici, facendo forse leva sulla credenza (diffusa anche fra noi Siciliani) che molti termini specifici del dialetto risultano a tutti gli effetti intraducibili. Sì, ne siamo fortemente convinti, e spesso abbiamo ragione.

Non voglio soffermarmi sulla trama, lineare quanto complessa a causa della presenza di numerosi personaggi, ciascuno dei quali ben caratterizzato e profondo. Voglio piuttosto soffermarmi su due termini cruciali per la trama: “accabadora”, naturalmente, e “fill’e anima”. Come ho preannunciato, l’accabadora è una figura leggendaria, una donna che pratica l’eutanasia su richiesta delle famiglie, esclusivamente nei casi in cui non c’è realmente più nulla da fare. Non è un medico, non è un’infermiera: lei è “l’ultima madre” che aiuta i “figli” a fare l’ultima cosa che resta loro da fare, morire. L’accabadora della nostra storia, Bonaria Urrai, vedova e sarta, prende a fill’e anima la piccola Maria Listru, con il consenso della madre biologica che non se lo fa ripetere certo due volte. Maria viene ceduta a Bonaria secondo quel rapporto madre-figlia che ha la forza aggiunta di una scelta: ecco cosa vuol dire fill’e anima, un bambino nato due volte, “dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. E questo è l’inizio di un legame inscindibile, attorniato da un alone di morte che ha il sapore delle cantilene dolorose delle vedove del paese ai funerali dei mariti.

E’ singolare la correlazione fra questo saldo rapporto e il “compito segreto” di Bonaria, che sostiene che “le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge”. Ora possiamo chiederci: qual è il confine della moralità? Fino a che punto è concesso ad una donna (in questo caso) di infiltrarsi fra la vita e la morte e determinare l’effettivo verificarsi di quest’ultima? Qual è il confine fra ciò che è giusto e ingiusto in relazione alla nostra società?

 

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A tutti questi interrogativi l’accabadora risponde con semplicità: “ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno”. Semplice. La questione, le nostre domande restano aperte e dubbiose.

Infatti, fra i molteplici spunti di riflessione che ci offre la Murgia, questo è l’aspetto più interessante: la lettura prosegue nella assoluta consapevolezza del “compito” notturno della donna, senza mai però condurre il lettore verso una linea sicura e netta di pensiero. Il lettore continua a riflettere, io stessa continuo a riflettere, continuo a pormi delle domande prive di risposte concrete e certe.

Bonaria Urrai fa vacillare ogni convinzione preesistente alla lettura di questo libro, che sia pura demonizzazione o pura accettazione della questione “eutanasia”, portando il lettore a valutare il fenomeno nei vari contesti. Argomento caldo quello dell’eutanasia, oggi; Michela Murgia offre una guida sommersa nella storia, per una lettura che va affrontata lucidamente fino alla fine.

Vita e morte, scelte e regole, divieti, misteri conosciuti ma velati: tutta una serie di tematiche trattate con la delicatezza, il senso critico e lo stile concreto della Murgia che, con questo scritto, ha vinto a buon titolo il premio Campiello nel 2010.

Spero che molti di voi che state leggendo questa recensione vogliate accingervi alla lettura di questo libro: decisamente consigliato.

 

Primo Levi: conoscere il male ci porta in salvo

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

 

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Torino, 11 Aprile 1987: ad oggi sono passati esattamente trent’anni dalla morte del chimico e scrittore italiano Primo Levi, ebreo, deportato ad Auschwitz nel 1944. Riuscì a scampare alle atrocità del lager con la liberazione del campo nel 1945 e, tornato in Italia, impegnò tutta la vita che gli restava a raccontare quelle medesime atrocità che aveva visto, sentito, provato sulla propria pelle. In un modo o in un altro, tutti conosciamo il suo romanzo più famoso, Se questo è un uomo, ma lo scritto che voglio recensire oggi in memoria di Levi è un altro.

È stata la sorte a portarmi a questo libro angosciante quanto fondamentale: l’argomento della mia tesina di maturità infatti imprigionava esattamente il messaggio dell’autore, ma io non lo avrei mai saputo se la mia fantastica professoressa di lettere non me lo avesse suggerito, quando le illustrai le idee per il mio percorso – grazie, professoressa D’Attardi. Dunque, grazie alla sorte e alla fortuna di aver incontrato la professoressa, ho letto e apprezzato I sommersi e i salvati (edizione Einaudi con prefazione di Tzvetan Todorov; € 10,00), scritto nel 1986. Nonostante sia passato un po’ di tempo dalla mia lettura, mi pare sempre di esprimere commenti a caldo, perché il mondo che ci racconta Primo Levi non è poi così lontano come ad alcuni può sembrare.

Ciò che più mi ha impressionato di Levi è stata la sua volontà di comprendere tutti i meccanismi complessi ed insani che si innescano nel momento in cui viene generato il male, ma con un approccio costantemente oggettivo e quasi scientifico. Noi possiamo soltanto lontanamente provare ad immaginare l’estrema difficoltà che si prova nel distaccarsi il meglio possibile da una circostanza che tocca così nel profondo; una tragica serie di eventi che gli avevano lacerato l’anima nella constatazione che può effettivamente esistere l’inumano nell’umanità. Ma Primo Levi non ci parla mai di mostri, e questo è un dato che ben dimostra l’oggettività della sua osservazione: egli non giustifica quelli che oggi definiamo “carnefici”, ma non li descrive nemmeno come creature lontane dalla sfera umana, perché di fatto siamo noi esseri umani gli artefici del male, che diventa inarrestabile e devastante nel momento in cui non è accompagnato da “istruzioni per l’uso”. Ecco un’altra cosa che Levi vuole offrirci con questo suo libro: delle istruzioni per l’uso del male, delle interpretazioni reali, funzionali, oggettive dell’orrore sofferto e dei significati che esso ha assunto; per questo motivo ritiene fondamentale l’educazione in tutti i campi, che ci consente di riconoscere il bene ed il male fuori e dentro di noi.

 

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I sommersi e i salvati si apre con dei versi brucianti da The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge, che mettono subito in evidenza lo stato d’animo con cui l’autore si è approcciato alla scrittura di un’altra opera sugli orrori dei campi di sterminio: Since then, at an uncertain hour / That agony returns: / And till my ghastly tale is told / This heart within me burns. L’esperienza personale dell’autore diventa il punto di partenza di una analisi che si espande anche ai gulag sovietici e ad esperienze analoghe:

“La mancata diffusione della verità sui lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, e la più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo aveva ridotto”.

Ma scandagliare a fondo il male non porta Levi a rinunciare alla ragione, ed è proprio con questa volontà salda che ragiona sulla pressione che un regime totalitario esercita sull’individuo in maniera tremenda, sulla “memoria umana” che è uno “strumento meraviglioso ma fallace”, sull’oblio fisiologico direttamente consequenziale a quei drammatici eventi, che nessuno riusciva a credere fossero davvero esistiti. E sono interessantissime le riflessioni di Levi sulla distinzione tra vero e falso che “perde progressivamente i suoi contorni, e l’uomo finisce col credere pienamente al racconto che ha fatto così spesso e che ancora continua a fare (…): la mala fede iniziale è diventata buona fede”.

 Il messaggio che Levi vuole trasmetterci attraverso queste prime riflessioni è il seguente: edificarsi una verità confortevole consente agli uomini di vivere in pace. Ciò spiega due atteggiamenti umani su cui medita successivamente l’autore e che ad una prima lettura possono sembrarci surreali: i deportati nei lager non raccontarono gli orrori subiti per tanto tempo, per vergogna ma soprattutto per paura di non essere creduti; ed in effetti, nel momento in cui riuscivano a farsi forza e a raccontare, non venivano creduti. Quelle atrocità erano troppo, anche solo per essere pensate, narrate. L’uomo non poteva essere capace di tale sterminio; l’uomo è un essere fatto di ragione. Ed è per questi atteggiamenti che, ci spiega Levi, i ricordi vengono filtrati, modificati ad ogni narrazione, fino a cristallizzarsi in brevi scene che eliminano drasticamente i momenti più dolorosi … fino ad arrivare all’oblio, il vero nemico da combattere in tempo di pace:

“Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani, potrà coinvolgere noi stessi o i nostri figli”.

I capitoli dell’opera procedono per argomenti piuttosto specifici, tutti ovviamente collegati dal filo drammatico del campo di sterminio e della ricerca delle cause del male: questo spiega il titolo, che annovera quelli che non ce l’hanno fatta (i sommersi) e quelli che invece ce l’hanno fatta (i salvati).

Ma è davvero possibile considerare i sopravvissuti dei “salvati”? Tale concetto viene facilmente messo in crisi dalla riflessione dell’autore sulla cosiddetta zona grigia, ovvero “la classe ibrida dei prigionieri-funzionari (…) che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudizio”. Anche questo aspetto complesso, scrive Levi, ci dimostra quanto è difficile definire una netta e semplicistica distinzione fra i <<buoni>> e i <<cattivi>>; oltre che impossibile, sarebbe anche inutile ed inesatta. Piuttosto Levi scrive che “rimane vero che, in Lager e fuori, esistono persone grige, ambigue, pronte al compromesso. La tensione estrema del Lager tende ad accrescerne la schiera; esse posseggono in proprio una quota (…) di colpa, ed oltre a questa sono i vettori e gli strumenti della colpa del sistema”. Le Squadre Speciali formavano questa cosiddetta zona grigia: erano i prigionieri addetti a “tenere a bada” gli altri prigionieri, i prigionieri addetti ai “lavori sporchi”.

Comunicazione impossibilitata, vergogna, violenze inutili e fini a se stesse: questi sono i concetti e gli eventi tragici che Levi porta ancora una volta a galla nella sua memoria intrisa di orrori; i drammi dell’ignoranza voluta, della paura, dell’indifferenza.

 Primo Levi è stato uno dei più fermi sostenitori del bisogno di verità, della necessità della testimonianza priva di filtri anche e soprattutto riguardo agli avvenimenti più mostruosi, affinchè si impari dalla nostra storia, affinchè gli errori-orrori non si ripetano. Levi ci insegna che, nonostante tutto, l’uomo non può e non deve smettere di cercare la verità, che non è soltanto un bisogno individuale ma anche un bisogno collettivo, che fa male mentre porta in salvo.

Oriana Fallaci: parole che narrano “una vita che non muore”

“Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante”.

 

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Per mia fortuna, ho acquistato Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci (edizione BUR con prefazione di Lucia Annunziata; € 10,00). Oso dire “per mia fortuna” perché questo è un libro che mi ha lasciato molto dentro, molte riflessioni, molte domande, molte risposte, molti dubbi. L’ho letto poco tempo fa, tutto d’un fiato, poco meno di una settimana per riuscire a metabolizzare nel miglior modo possibile ogni singola parola. Parole dirette, taglienti nella loro linea essenziale, messe insieme in questa analisi assolutamente razionale e appassionata di una coscienza femminile che potrebbe rispecchiare quella di tutte le donne del mondo. Toccante, straziante, devastante e sempre attuale, riflette il dramma esistenziale della stessa esistenza, la tragicità di una scelta.

Da un lato, una “quasi madre” che diventa madre consapevole in assenza della maternità; dall’altro, un “quasi figlio” che viene riconosciuto, man mano, portatore sano e puro della vita.

Il concetto della vita negata è al centro delle turbolenze nell’animo della donna che Oriana ci racconta: volere un figlio vuol dire costringerlo alla vita, e la vita è fatta di dolore, di rabbia, di solitudine; ma avere un figlio significa anche sacrificare una vita già avviata, una vita sicura che sa già come funziona il mondo: una vita che è per una vita che non è ancora.

Non per nulla Lettera a un bambino mai nato viene considerato, oggi, “un classico della letteratura di tutti i tempi e Paesi”: la Fallaci raggiunge un gradino più alto rispetto al dibattito sull’aborto, guarda ad una riflessione razionale che tocca e distrugge i confini fra scienza e morale, come la stessa Lucia Annunziata scrive nella prefazione: “Avevi capito, Oriana, tanti anni prima, che la morale e la scienza non si possono dividere. Almeno di fronte alla dignità di sé”. Lei non si schiera: semplicemente difende quel diritto che ogni donna dovrebbe avere e dovrebbe poter esercitare nonostante tutto, il diritto di scegliere, scegliere del proprio corpo, della propria vita, di tutto ciò che ci può essere d’importante nel percorso esistenziale di un essere umano.

 

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“Una goccia di vita strappata dal nulla”, come la definisce Oriana nell’incipit del libro, determina un cambiamento: inizia un percorso in un climax ascendente di dolore e solitudine, nel quale la scelta fatidica fra vita e morte tende faticosamente verso la prima che poi, improvvisamente, non esiste più. I capitoli, alcuni brevi, altri più corposi, si sciolgono nelle intense considerazioni di una madre sola che parla al figlio della fatica della vita, senza che le importasse di quanti giorni o mesi avesse. Un rapporto così sbilanciato, per ovvi motivi, riesce comunque a darle la forza necessaria ad andare avanti, le permette di accettare la nuova vita che si sta formando in lei … ma è sempre più difficile: la vita nascente risucchia quella già fatta, e una donna, sola, realizzata, in un’epoca controversa e in qualche modo avversa alle donne come lei, non può realmente accettare la situazione fino in fondo.

Ecco che allora trovano spiegazione i momenti d’ira, di “odio” nei confronti del bambino, lunghe digressioni sul diritto che può avere una vita non ancora del tutto tale di distruggerne un’altra che invece lo è. Tutto fa parte di quell’universo di paure, di momenti di esasperazione che ogni donna sperimenta mentre porta avanti una gravidanza, specie nel periodo storico in cui il libro veniva scritto (1975). La stessa autrice, alla pubblicazione del libro, sottolinea: “Non sono io la donna del libro. Tutt’al più le assomiglio, come può assomigliarle qualsiasi donna del nostro tempo che vive sola e che lavora e che pensa. Proprio per questo, perché ogni donna potesse riconoscersi in lei, ho evitato di darle un volto, un nome, un indirizzo, un’età”. Le sue sono considerazioni, drammatiche ma veritiere, sul travaglio emotivo di una donna del suo tempo (che non è lontano dal nostro) che all’improvviso deve fare i conti non solo con la propria esistenza, ma anche con quella di un’altra creatura.

Oriana affonda le dita nei sentimenti, nei pensieri più profondi e complessi della coscienza, per offrirci una trama a tappe nella mente di una donna, trama tragica che culmina in quel tormentoso processo interiore contro se stessa.

Un libro sul tormento, sul dolore di una donna, sul rapporto fra una madre e un figlio che non riusciranno mai ad incontrarsi fisicamente, ma la cui unione sarà per sempre suggellata da quella parte di vita vissuta insieme. Una storia di sofferenza che diventa però anche un inno alla stessa vita, una storia che è solitudine nella compagnia di una gocciolina che cresce tanto per poi smettere di esistere …

Libro assolutamente consigliato.