Daniela Liviello: “la terra è silenzio; la terra si strappa”

Daniela Liviello scrive come se camminasse per strade strette, uscisse in cerca d’aria, andasse per fiori la sera lasciando indietro le cose di un quotidiano banale, rituali senza sacralità, faccende e piccoli doveri. Sembra dirci che il rimedio al pesare, alla secchezza, all’aridità, quella umana, è un attaccamento alla terra, è un voler somigliarle. Niente soffitti e pavimenti, ma cielo e terra, anche basso anche pesante, anche pietra, purché sia il fuori, non il dentro. Come se nella traccia e nel solco si potesse trovare qualcosa di vivo, un tremore di germoglio, una qualche turgida prova di un piacere di vivere. Mentre manca il respiro, ogni forma di muro.

Titolo: La sposa secca del muretto
Autrice: Daniela Liviello
Editore: Edizioni Kurumuny (collana di poesia Rosada)
105 pp.
€10,00

http://rosadapoesia.it/la-sposa-secca-del-muretto/

L’autrice:

Daniela Liviello è nata a Taviano, nel Salento leccese. Suoi interventi, poesie e testi narrativi sono apparsi su riviste e lavori collettanei.  È presente in antologie poetiche per le edizioni LietoColle, Kurumuny e Pagine. Per Manni edizioni ha pubblicato le raccolte E madonne sorridenti e Il rovescio delle foglie. Suoi ultimi lavori sono Litanie dell’acqua, per LietoColle, e I semi del silenzio, presente all’interno di un lavoro a più voci dal titolo Tetrakis, uscito nel 2017 per la collana di poesia Rosada, edizioni Kurumuny.

La sposa secca del muretto è il secondo titolo per il quale devo ringraziare il team di Rosada, che per la seconda volta mi ha proposto una silloge interessante, suggestiva e musicale, con una struttura ben diversa rispetto alla raccolta di Fabrizio Lombardo. Proprio alla luce di questa diversità, è stato ancora più affascinante analizzare nel dettaglio la poesia di Daniela Liviello, che ho trovato in qualche modo legata al lirismo del secolo scorso, pur preservando una forte volontà sperimentratrice: i suoi componimenti sembrano alimentarsi di suggestioni, dalle opere di Carmelo Bene e Vittorio Bodini, ma anche da quelle di Gesualdo Bufalino, decisamente più distante ma che, a mio avviso,emerge con qualche immagine e citazione velata – come il rapporto luce-lutto che si delinea in un componimento posto a metà della raccolta:

Mi sfaldo mi assottiglio
penetro la fossa l’essenza
la luce mi appartiene
il lutto mi sostanzia.

Le poesie di La sposa secca del muretto si richiamano all’intenzione di fondo di quasi tutta la poesia moderna e contemporanea – e che abbiamo spiegato in precedenza –, ovvero quella di porsi domande cruciali sull’esistenza, sulle condizioni dell’esistenza, sullo “stare al mondo”. Uno “sguardo radicato” in maniera letterale, quello della Liviello, che ricerca in maniera risoluta e intensa una soluzione alla “dissoluzione” incombente, e che la prefigura in una ritrovata comunione, immersione nella terra, fuori dalle mura di casa che costringono l’anima al precipizio. La sua è una “liturgia della rovina” in un mondo di luce e struggimento, che si manifesta in un paesaggio concreto ma interiore – con quella corrispondenza emblematica alla disposizione d’animo della poetessa, lo “stare a mezz’aria” come topos letterario.

L’acqua – elemento che nutre per eccellenza, che splende di limpidezza e genera vita – qui è torbida e si fa strada nelle profondità, trova l’anima e la fa bruciare; è quella degli abissi marini che affonda le navi e inghiotte le vite, è quella delle tempeste, delle bufere, delle piogge che corrodono, “rombano” nelle orecchie e costringono alla fuga. Una fuga che riporta all’esterno e alla terra, ad immergere le mani nel fango per mettere radici come un albero sofferente. Un respiro nel silenzio delle cose, una voce distante e ogni cosa si sgretola:

Chiediamo perdono di essere vivi a pesare
mentre fredda scivola la lumaca
e il falco gioca a stanare la preda.

Siamo qui.
Affondiamo le mani
nella terra oscura
guardiamo negli occhi
ossuti giganti.

Il tema del radicamento è molto attuale e complesso, e sono stata molto felice di aver colto i segnali infausti che Daniela Liviello ha voluto marchiare su queste pagine. È di fondamentale importanza comprendere a fondo ciò che sta accadendo, negli ultimi anni, nel Mediterraneo, nella sua effettività, lasciando da parte indifferenza e pregiudizi infondati. Per mostrarvi, semplicemente, i segnali di cui parlo, vi riporto una delle prime poesie della raccolta:

Cadono i corpi
la terra si sdegna.

Disserra il portone!

La notte non dorme
la notte si leva.

Disserra il portone!

Cadono corpi
quieta, la terra ricetta.

O puramente il mare rigetta.

Disserra il portone!

Le parole arrivano a sfiorare le corde di sogno e magia: la solitudine è stato determinante dell’uomo, ostacolato dalle mura del luogo chiuso, pesante come una pietra e come la casa, circondato dall’aria spaventosa e silenziosa delle stanze vuote, con il suo corpo nudo gettato nel “dentro” ma teso verso il “fuori”, lontano dalla piattezza del quotidiano. Si disegna in questo modo l’immagine del giardino nascosto come meta, verde di speranza ma a volte imprigionato, anch’esso, fra muri di pietra, crepati, che tracciano confini da abbattere.

L’invito sostanziale sta proprio nel provare a superare la barriera nera del banale, del luogo comune, delle certezze buie e vacue, per rispondere al richiamo di quell’“utero antico dell’umanità” e ritornare all’origine e riconquistare le forme intrinseche della natura umana. Un messaggio, questo, che viene delineato attraverso un percorso dritto e profondo fra i componimenti che avanzano e sembrano raggiungere sempre più le famose pieghe dell’animo umano, così tanto indagate nel corso dei secoli quanto, oggi più che mai, inesplorate e dimenticate, in un dialogo interno, amorevole, atroce, mesto e speranzoso.

E ringrazio la terra che nutre la mia poesia, il Salento, specchio di un Sud più vasto, finestra su di un Mediterraneo da sempre travagliato e oggi ancor più dolorante.

Ho molto apprezzato il messaggio sotteso della breve silloge, ed è stato bello scoprire  alcuni topoi della tradizione letteraria con una forma diversa e sperimentale, viva e plasmabile– soprattutto nella forma, l’autrice gioca molto sugli spazi, le pause, gli enjambement, la punteggiatura e le ripetizioni per dar forza ai significati. Ogni parola parla e annette un nuovo e funzionale frammento ad un valore complessivo, bello e autentico, intimo.

Consiglio questa silloge a chiunque ami la poesia e voglia interrogarsi su un senso di umanità scomparso, a chi voglia riflettere un po’ più a fondo sulle questioni dell’attualità senza rinunciare ad un sapore passato di bellezza, tristezza e speranza. Finché ci sarà la speranza, e noi torneremo alla terra, si potrà ancora guardare con fiducia al futuro.  

Fabrizio Lombardo: “solo la dissonanza ci descrive”

La poesia di Fabrizio Lombardo è incline all’obliquo, quel modo di porre domande che non si accontenta di sapere una volta per tutte, quel tipo di insoddisfazione che a volte accompagna il rimpianto di non avere tagliato di netto mai nulla, quel modo di concepire sempre l’intero un po’ storto, e di amarlo così. Perché così è l’obliquità, un tipo di stortezza che diventa valore, forza.

Titolo: Coordinate per la crudeltà
Autore: Fabrizio Lombardo
Editore: Edizioni Kurumuny (collana di poesia Rosada)
123 pp.
10,00
http://rosadapoesia.it/coordinate-la-crudelta-fabrizio-lombardo/

imagesL’autore:
Nato a Bologna nel 1968, lavora per una catena di librerie.
È redattore di «Versodove – rivista di letteratura» che ha contribuito a fondare nel 1994 e con la quale cura la rassegna Passaggi di versi all’interno di “Passaggi Festival della Saggistica” di Fano. Ha pubblicato Carte del cielo (VersodoveTesti 1999); Confini provvisori (Edizioni Joker 2008) e le plaquette Il cerchio e il silenzio (Squadro Edizioni Grafiche 1995); Di quello che resta (Quaderni di poesia 1998). Sue raccolte sono presenti in diverse altre antologie. Ha pubblicato su numerose riviste e quotidiani, tra cui: «il verri», «Poesia», «Private», «l’Unità», «Versodove», «Tratti», «Atelier», «La clessidra», «Kult», «Corriere della Sera», «Poeti e Poesia», «l’Ulisse». Ha curato le note al volume Antonio Porta, Yellow, (Mondadori 2002). Sue poesie sono tradotte in francese, inglese, slovacco, serbo, croato e spagnolo.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa quando Sergio Rotino, curatore di RosadapoesiaEdizioni Kurumuny -, mi ha contattata per propormi la lettura di Coordinate per la crudeltà di Fabrizio Lombardo, breve silloge e ultimissima pubblicazione della collana. Sono rimasta piacevolmente sorpresa perché mi veniva offerta l’opportunità di leggere qualcosa di assolutamente nuovo in relazione al genere letterario che tanto amo; e la mia felicità è cresciuta ad ogni nuova mail che ho ricevuto, grazie alla grandissima disponibilità, gentilezza e professionalità dimostratemi. Quindi, con un enorme grazie alla collana e alla casa editrice, oggi sono davvero entusiasta nel parlarvi dei componimenti dell’autore citato, muovendo il mio sguardo – prettamente novecentista – verso la poesia dell’oggi.

Coordinate per la crudeltà è la terza raccolta del poeta e si compone di quattro sezioni (False partenze, Coordinate per la crudeltà, Per i giorni di pioggia, A1-A14 – e un’ultima parte chiamata Retail) che hanno come oggetto la realtà quotidiana degli uomini, i contesti – rinnovati – entro i quali agiscono. L’attenzione di Lombardo si sposta dal privato all’universale, con uno stile che travolge sempre di più, pur restando in qualche modo controllato, forse freddo, e pur mantenendo la sua linea narrativo-riflessiva che si nutre di elementi autobiografici. Il mondo umano si è ormai trasformato in un vero e proprio “teatro della crudeltà” in cui ogni cosa è “in pronta consegna”, con una infinita ed inappagabile tensione verso desideri ormai troppo lontani, verso un futuro che potrà soltanto essere irrimediabilmente “storto”.

La poesia di Coordinate per la crudeltà racchiude immagini che rimandano alla concezione di una vita che ci attraversa come un’ombra, che in qualche modo ci domina e si trascina per mezzo di un corpo, quello umano, che è mero “involucro di carte”, “lo scarto di un dolore da dimenticare”. Le parole chiave che, a mio parere, circoscrivono e potenziano il messaggio dell’autore sono senza dubbio: eco, silenzio, stanza, vuoto, dolore, squallore, nebbia. La nebbia come condizione visiva, come evento che ostacola i sensi, che preclude la percezione di quello che sta per venire, e che in questo modo ci sfibra anno dopo anno; e perdiamo il senso della nostra umanità, e ci sentiamo alienati, distanti dalla realtà nella quale siamo nati.

Privi di appigli concreti e di direzioni certe, non ci resta che vivere la nostra vita come se fosse un viaggio oscuro, durante il quale finiamo per dimenticare persino il luogo da cui proveniamo, e “solo la dissonanza ci descrive”. Dissonanza: l’essenza di questa nuova condizione umana, che trova il suo punto di massima espressione nella seconda sezione omonima della raccolta:

Incidi/ lacera e dividi perché d’ora in poi
sarai solo veleno/ acqua per i morti, lastra di ghiaccio
nel mattino. La solitudine degli oggetti dietro le finestre.

Solitudine. In un paesaggio naturale che si spegne sempre di più e che si priva dei suoi tratti distintivi per annegare nel grigio della nebbia e del cemento delle città, e che rispecchia perfettamente le sensazioni intime dell’uomo moderno in una corrispondenza quasi espressionistica, la comunità, che è collettività, si chiude alla comprensione profonda degli eventi, ottusa nella sua consueta ferocia; il singolo è rimasto davvero solo con la propria alienazione e la propria angoscia, e non c’è scampo per nessuno.

l’unica direzione concreta è la galleria di nebbia.

O forse no.
Non tutto è perduto, perché il messaggio di Fabrizio Lombardo, per quanto angoscioso possa sembrare, non è privo di speranza. Quello che conta è continuare a porsi domande, comprendere la “dittatura del contemporaneo” e del mercato e le sue devastanti conseguenze per riuscire a difendersi, ancora e a lungo. Per preservare quella umanità che ci contraddistingue e che stiamo man mano abbandonando, come se dovessimo trasformarci anche noi in cose da esporre nei grandi centri commerciali, da acquistare, calcolare, perdere, valutare.

La scrittura dell’autore si situa a metà fra poesia e prosa, fra scritto e parlato, con un linguaggio tipicamente contemporaneo che tuttavia non rinuncia alla creazione di figure suggestive e che gioca sullo spazio, sugli accapo e, qualche volta, sul suono. La frammentazione dei versi e il respiro fra una parola e l’altra sembrano funzionali alla comunicazione di un messaggio sottile e cupo, rafforzato, a mio avviso, dalla scelta – voluta – di una immagine di copertina emblematica, spiegata in una ripartizione finale del volume, Lo scrigno di Apollo, che contiene il commento di Mino Specolizzi:

L’opera di Emanuela Frassinella, Solchi, ha una tensione drammatica che incanta. È il pathos ad assalirci, prima che si adempia la tragedia.

La tragedia di chi si rende conto del cambiamento catastrofico.
Alla luce di tutti questi aspetti, consiglio la lettura di questa piccola silloge a chiunque voglia approcciarsi alla poesia contemporanea attraverso una visione perfettamente comprensibile – e condivisibile – ed in linea con il pensiero dei più. Una lettura rapida ma decisamente significativa.

#riverberodipoesia: Mario Luzi

Con netto ritardo, eccoci ad un nuovo articolo della rubrica in cui approfondiamo insieme la vita e l’opera di un poeta. Ultimamente sto cercando di recuperare tutti i nomi di poeti contemporanei che non ho mai letto e di cui non ho mai sentito o studiato nulla – i programmi scolastici sono quello che sono, le ore scolastiche sono quelle che sono e alla fine moltissima letteratura meravigliosa e interessante viene sacrificata per riuscire ad affrontare almeno gli “autori maggiori”, ma per fortuna esiste l’università -, e quello di Mario Luzi è stato una scoperta sensazionale. Nonostante il mio amore incondizionato per la poesia tutta, gli scritti di Luzi mi sono sembrati una rivelazione: quando ho letto per la prima volta Nel magma mi sentivo come se stessi conversando con me stessa, cercando le risposte alle mie stesse domande, con le medesime passioni e la stessa volontà di restare immersi nel presente, nell’ora.

 

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Chi era Mario Luzi?

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Nasce a Sesto Fiorentino il 20 ottobre 1914. La madre, Margherita Papini, avrà una grandissima influenza su di lui e sarà fondamentale nel processo di interiorizzazione di una religione cattolica molto sentita – ma non di chiesa. La sua infanzia procede tranquilla e ricca di ispirazione e serenità, nonostante la guerra; e sin da bambino Luzi si fa notare, a scuola, per arguzia e maturità. Frequenta il ginnasio prima a Firenze, poi a Milano e a Siena, con degli spostamenti dovuti al lavoro del padre, ferroviere.
Il periodo di Siena sarà importante per la scoperta dell’amore e dell’arte: dopo i primi tentativi poetici registrati nel 1924, è in questa città, intorno agli anni Trenta, che Luzi completa delle importanti letture di formazione ed entra in sintonia con il pensiero di grandi autori e filosofi contemporanei, mostrando un enorme interesse per l’opera di Nietzsche – in particolare per Così parlò Zarathustra e per Al di là del bene e del male.

In questi anni, a Firenze, intraprende gli studi universitari alla facoltà di Lettere di Firenze, partecipa attivamente alla vita culturale della città collaborando con «Il Frontespizio», «Solaria», «L’Italia letteraria», e conosce tanti giovani intellettuali fiorentini fra i quali Betocchi, Bo, Pratolini e Bilenchi. In particolar modo, l’amicizia con Betocchi si basa sul condiviso interesse per la poesia francese: nel 1936 Mario Luzi si laurea infatti con una tesi su Mauriac, che sarà pubblicata da Guanda, due anni dopo, con il titolo di L’opium chrétien. Dal 1938 Luzi comincia a insegnare nelle scuole medie, e dal 1955 nelle università di Urbino e Firenze, continuando a pubblicare per «Il Frontespizio» e per «Letteratura» di Bonsanti; successivamente conoscerà anche Tommaso Landolfi ed Eugenio Montale, grazie al quale entrò a far parte del gruppo del caffè delle Giubbe Rosse ed ebbe modo di conoscere Vittorini, Palazzeschi e altri grandi intellettuali.

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La guerra si avvicina: sono anni inquieti, eppure la sua profonda fede cattolica non si chiude mai in se stessa, e anzi guarda attentamente alla cultura europea e a quella di sinistra, affiancando la stesura dei suoi componimenti poetici alla saggistica, ai testi di critica letteraria e a drammi teatrali. Nel 1942 si sposa con Elena Monaci ed un anno dopo nasce il figlio Gianni. La guerra finisce e lo segna profondamente, soprattutto nel momento in cui torna a Firenze, dai genitori, e trova la sua casa distrutta.

Dopo altre vicende lavorative e spostamenti, nel 1960, dopo la morte della madre, Luzi riesce a pubblicare il corpus delle sue poesie col titolo Il giusto della vita, dopo aver vinto, un anno prima, il premio Marzotto per la poesia ex aequo con Saba. Nel 1963 esce la controversa (e splendida) raccolta Nel magma, che si riempie di immagini di realtà cittadina, di cultura di massa, e riflette il dibattito politico e culturale dell’Italia degli anni Sessanta. E alla fine di questo periodo, a partire dal 1966, cominciano una serie di viaggi per il mondo e delle collaborazioni con diversi giornali.

Nel 1979 escono finalmente tutte le sue poesie nei due volumi editi da Garzanti, e la sua attività intellettuale continua fino agli ultimi anni della sua vita, con la pubblicazione di saggi, opere teatrali e altri testi e con un rinnovato impegno politico durante gli anni Novanta, per via della sua grande preoccupazione relativamente alla situazione politica italiana. Il suo zelo verrà premiato nel 1997 con la Legione d’Onore da parte del presidente della Repubblica francese e poi nel 2004, in occasione dei suoi novant’anni, quando viene nominato senatore a vita dal presidente Ciampi.
Muore qualche mese dopo, il 28 febbraio del 2005, a Firenze.

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La poesia di Mario Luzi è “animata da una forte tensione intellettuale e insieme da una dolce e fragile passione per la vita delle cose; i problemi religiosi, morali, culturali vi si intrecciano in un «discorso naturale»che guarda con viva partecipazione al presente, ma come a distanza, cercando un «tempo della poesia» che per Luzi è «un tempo in cui si incidono senza tempo le cose che sono sempre accadute e che sono sempre eventuali ed accadibili». Le sue parole si lanciano alla ricerca di una verità inafferrabile che racchiude e spiega l’essenza del mondo, e che si nutre della realtà vissuta con una drammaticità sempre crescente e lacerante.

(Le fonti per la stesura di questa biografia sono l’articolo sulla vita di Mario Luzi dalle Biblioteche comunali fiorentine – che si basa sul dettagliato volume Mario Luzi, L’opera poetica del 1998, a cura di Elisa Biagi – e il manuale Storia e testi della letteratura italiana, ricostruzione e sviluppo nel dopoguerra (1945 – 1968) a cura di Giulio Ferroni, Andrea Cortellessa, Italo Pantani e Silvia Tatti).

Il testo che vi propongo per l’occasione fa parte di Frasi e incisi di un canto salutare, in praticolare dalla seconda parte della sezione Angelica: primeggiano parole piene, epifanie e allusioni alla natura stilnovistica della donna, trasfigurata dalla quotidianità, che si abbandona a riflessioni intime – siamo nella tarda stagione poetica di Luzi. A voi, come sempre, l’interpretazione profonda:

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Vita o sogno? Lei si gode serena
la simbiosi domenicale col giardino
fino a tardi quando entra nella casa
la mite ora settembrina della cena.
Non c’è l’amato, non c’è la sua assenza
né altro desiderio. C’è quell’unico
pensiero muto che dovunque flagra
e vige, e di sé tutta la ripiena –
Felicità? non le sembra. Non è
che un nome estraneo, questo,
a quella purissima sostanza.
Vissuto o immaginato
quel brano? – pensa. Perduta
in quale sua profondità la scena?
Non c’è divario, non c’è differenza.

Antonia Pozzi, “Sventatezza”

Ricordo di aver scoperto la Pozzi l’anno scorso appena, quando decisi di iniziare a colmare tutte le lacune possibili in ambito di poesia e conoscere tutti gli autori che furono e che sono – impresa alquanto ardua, ne sono consapevole. Ho comprato Guardami: sono nuda alla libreria Feltrinelli di Palermo, un po’ alla cieca (come faccio spesso con autori di cui non ho ancora letto nulla, dei quali non cerco mai nulla per poterli scoprire da sola passo dopo passo). Sono rimasta molto colpita dalla sua opera, dal suo stile e dalle immagini che crea e che suscita, dalla tristezza consapevole, da come traspare il suo vissuto anche attraverso poche parole.

Dunque oggi vi riporto un componimento che mi piace particolarmente, dalla raccolta citata, curata da Ernestina Pellegrini:

Sventatezza

Ricordo un pomeriggio di settembre,
sul Montello. Io, ancora una bambina,
col trecciolino smilzo ed un prurito
di pazze corse su per le ginocchia.
Mio padre, rannicchiato dentro un andito
scavato in un rialzo del terreno,
mi additava attraverso una fessura
il Piave e le colline; mi parlava
della guerra, di sé, dei suoi soldati.
Nell’ombra, l’erba gelida e affilata
mi sfiorava i polpacci: sotto terra,
le radici succhiavan forse ancora
qualche goccia di sangue. Ma io ardevo
dal desiderio di scattare fuori,
nell’invadente sole, per raccogliere
un pugnetto di more da una siepe.

Eugenio Montale, “Ossi di seppia”

1923-24: questi gli anni di composizione delle tre poesie di Eugenio Montale che vi propongo, piacevolmente, oggi. Tre “ossi” dalla famosa raccolta Ossi di seppia, che riflettono la “condizione di precarietà esistenziale e sospensione emotiva”, “l’adesione montaliana al simbolismo” nonchè una ispirazione leopardiana che tende alla “ricerca del dolore nell’orizzonte della natura apparentemente felice”.
Testi e citazioni tratti dalla edizione Oscar Moderni (Mondadori), a cura di Pietro Cataldi Floriana d’Amely:

 

Montale Eugenio

 

Mia vita, a te non chiedo…

Mia vita, a te non chiedo lineamenti
fissi, volti plausibili o possessi.
Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
sapore han miele e assenzio.

Il cuore che ogni moto tiene a vile
raro è squassato da trasalimenti.
Così suona talvolta nel silenzio
della campagna un colpo di fucile.

Eugenio_Montale_e_lUpupa

 

Portami il girasole…

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

 

Archivio Fondazione Corriere_Nobel Montale

 

Spesso il male di vivere…

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

 

 

Giovanni Pascoli, “L’assiuolo”

Ieri era il 10 Agosto, il che mi ha fatto pensare a Pascoli e al suo tremendo ricordo di quello stesso giorno, nel lontano 1867, quando suo padre fu ucciso mentre tornava a casa dai figli. Ma la poesia che vi propongo oggi non è il X Agosto, bensì un’altra, quella che il critico Mengaldo definisce << un capolavoro di impressionismo simbolico >>.
<<Una notte e il canto di un uccello notturno (…) divengono la guida per mezzo della quale è possibile risalire (…) al significato simbolico e misterioso della realtà e della vita>> (Luperini).

L’assiuolo

Dov’era la luna? chè il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù…

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù…

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?…);
e c’era quel pianto di morte:
chiù…

Ada Negri, “I sacrifici”

Oggi ho pensato di condividere con voi la voce di Ada Negri, una delle più importanti scrittrici italiane vissuta tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Nel 1895 veniva pubblicata la sua raccolta Tempeste, da cui ho scelto il componimento che segue:

I SACRIFICI
I
La maestra

È una maestra. – Ha ne lo sguardo buono
la rassegnata calma paziente
di chi sa il vuoto, il pianto ed il perdono.

Con lungo amore, faticosamente,
i figli d’altri a l’avvenir prepara;
insegna con austere voci e lente.

Ne la sua stanza fredda come bara
ove mai riscaldò fiamma d’ebbrezza
la sconosciuta povertade amara,

ove non fulse mai la giovinezza
d’un lieto sogno, morrà un giorno, sola,
composta il volto a stanza tenerezza;

e su l’algide labbra di viola
e nel vago stupor degli occhi spenti
morrà con essa la ultima parola

del suo delirio: <<O bimbi, o bimbi…attenti …>>.

II
La madre

Vedova, lavorò senza riposo
per la bambina sua, per quel suo bene
unico, da lo sguardo luminoso;

per essa sopportò tutte le pene,
per darle il pan si logorò la vita,
per darle il sangue si vuotò le vene. –

La bimba crebbe, come una fiorita
di rose a maggio, come una sultana,
da la materna idolatria blandita;

e così piacque a un uom quella sovrana
beltà, che al suo desio la volle avvinta,
e sposa e amante la portò lontana!…

… Batte or la pioggia dal rovaio spinta
ai vetri de la stanza solitaria
ove la madre sta, tacita, vinta:

schiude essa i labbri, quasi in cerca d’aria;
ma pensa: <<La diletta ora è felice…>>.
E, bianca al par di statua funeraria,

quella sparita forma benedice.

III
La fidanzata

Egli le disse: <<I monti e l’oceàno
frapporre io devo fra il tuo bacio e il mio;
oh, pensami, mentr’io sarò lontano.

Oh attendimi!… Giammai sonno d’oblio
col tempo graverà sul nostro amore:
serberà la distanza alto desio>>.

… Ed ella attese. – Ed i minuti e l’ore
e i mesi e gli anni, i lunghi anni glaciali,
passaron senza un raggio e senza un fiore

su quei densi capelli verginali;
e quando cadder dal suo volto smorto
le primavere e dal suo passo l’ali,

e una ruga ghignò sovra quel morto
fascino (lenta pioggia il marmo scava),
ei riapparve alfin, come risorto.

Ma non confuser l’infocata lava
de’ baci; non l’ebbrezze desiate:
ella il padrone, egli guardò la schiava,

per ritrovar le forme un giorno amate,
per ritrovarle… – e poi stettero, fisso
lo sguardo al suolo, querce fulminate;

e fra di lor si risquarciò l’abisso.