Autobiografia linguistica: infanzia

La verità ha un linguaggio semplice e non bisogna complicarlo.
EURIPIDE

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Mia zia Enza racconta che quando sono nata ero una bedda picciridduna luonga¹; la nonna le diceva, disperata, osservando l’infermiera che mi faceva il primo bagno: “Un si pò sgaddari!”². Sì, a quanto pare sono venuta fuori completamente ricoperta di grasso. Mi sono sviluppata nel mio caloroso nucleo di sole donne – con l’eccezione del nonno e dello zio Carlo che veniva spesso a trovarci – e la mia storia d’amore con le parole ha avuto ufficialmente inizio ad appena due anni dalla mia nascita, quando riuscivo già ad utilizzare correttamente alcuni costrutti linguistici, allontanandomi dalla fase di baby talk del mio primo anno di vita. Mi facevo capire abbastanza bene. Mia madre Adriana, che è riuscita a frequentare per qualche anno l’università a Scienze naturali, si è sempre rivolta a me come lo si fa con una persona adulta: mi spiegava tutto quello che non conoscevo, senza edulcorare le terminologie con commistioni infantili.

Quando volevo raccontare qualcosa utilizzavo dei termini così inconsueti per la mia età che la zia spesso si stupiva e, rivolgendosi a mia madre, diceva: “a sintisti a picciridda?”³. Mi piacerebbe davvero tanto possedere dei ricordi vividi di quel periodo! Di fronte ai miei inusitati comportamenti e alle mie risposte pacate, mia madre ha sempre detto: “Annuccia è saggia”⁴. Mi ha raccontato di una volta che avevo due anni, lei si è addormentata per un′ora sul divano e, quando di colpo si è svegliata presa dal panico per avermi lasciato da sola, mi ha trovata immobile seduta di fronte a lei.
Mia sorella Dorotea, al contrario, dicono sia nata cu l’uocchi ri fuora⁵– in questo tripudio di nascite forse è inutile sottolineare che, da tradizione, lei ha preso il nome dalla nonna materna, io da quella paterna, senza se e senza ma. Anche mia madre ha preso il nome da sua nonna Adriana, da parte materna, in un ciclo inarrestabile tipico dei piccoli paesi siciliani. Curiosità: non abbiamo mai chiamato mia sorella con il nome di battesimo, per noi è sempre stata Dorothy, tanto che la stessa nonna Dora una volta propose di cambiarle direttamente il nome all’anagrafe.

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Io e mia sorella Dorothy

A quattro anni amavo utilizzare i congiuntivi e mi annoiavo a stare all’asilo, così, dopo un anno di preparazione, mia madre ha deciso di farmi fare gli esami per entrare dritto in seconda elementare. Lì ho trovato finalmente pane per i miei denti, la mia curiosità linguistica è stata perennemente stuzzicata da maestri preparati e intelligenti: il maestro Arancio, per esempio, vedendomi così entusiasta nei confronti delle materie umanistiche, mi faceva acquistare dei piccoli romanzi per bambini – un esempio su tutti, Il mistero del cane di Mario Lodi – che avrei dovuto leggere con attenzione per segnare tutte le parole che non conoscevo. Me le faceva annotare su una rubrica insieme al loro significato, e per tutti gli anni delle scuole elementari – e poi anche delle medie – il mio lessico si è espanso così, accogliendo di volta in volta parole per me incredibili e bellissime, come “rischiarare” o “immensità”, parole che ricercavo e memorizzavo (e poi utilizzavo in continuazione), scovate nelle antologie scolastiche e nelle canzoni, termini dei quali adoravo il suono.

Ben presto ho imparato a convogliare questa ardente passione nella scrittura, dilettandomi a inventare fiabe, a scrivere in versi e a riempire pagine e pagine di diari segreti ed agende. Tramite ciò che è rimasto di queste produzioni scritte (che riportano quasi tutte la data e i dettagli più minuziosi) ho osservato che, se da un lato non mi capitava quasi mai di fare errori in merito ai verbi, qualche volta invece esageravo con le reggenze – forse perché ogni volta che utilizzavo la preposizione “a” avevo la sensazione che fosse scorretto, “troppo dialettale”:

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Sorvolando sulla chiusura influenzata dal catechismo – che sembra tutt’al più la giustificazione auto imposta di una bambina che vorrebbe piuttosto infuriarsi con la sorella piccola – , è chiaro che non andassi molto d’accordo con le reggenze, no? “A Dory le voglio”, “…accontentano sempre a lei”: che fosse un caso di ipercorrettismo non ne sono certa. Un’altra cosa che si nota è l’uso spropositato delle virgole (ho imparato a padroneggiare decentemente la punteggiatura soltanto anni dopo) e qualche raro errore di ortografia che mi ha fatto sorridere (come “lensuolo” in questa piccola poesia):

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Scrivevo poesie e storie su qualsiasi cosa mi capitasse. Una volta ne ho scritte due sui cartoncini dei collant, me le portavo in giro e le modificavo in qualunque momento. Altra curiosità: con una di quelle poesie ho partecipato ad un concorso in paese, quando avevo otto anni. Il mio primo personal computer ha rappresentato una svolta in relazione alla scrittura, alla personalizzazione e all’archiviazione delle cose che mi passavano per la testa.

L’ascolto di storie è stato determinante per la mia formazione linguistica, io e mia sorella trascorrevamo gran parte della giornata con la nonna che ci intratteneva e ci istruiva in svariati modi, e non ci faceva mai mancare un racconto o una canzone. Imparavo a lavorare all’uncintetto cantando Oba Ba Luu ba e poi Piange il telefono, segnavo la stoffa col gessetto che mi piaceva tanto, fingendomi una sarta come la nonna, che con occhi vigili e buoni intanto osservava me e Dorothy che si dilettava disegnando. Sono cresciuta a pane con l’olio e canzoni di Modugno e Johnny Dorelli, il racconto di Culapisci (Colapesce) e i spinciuna⁶ tipicamente con i broccoli, e soltanto adesso mi rendo conto di quante cose ho sempre dato per scontate, anche solo guardando alla mia infanzia. Basti pensare a tutte quelle storie del paese che fino a qualche tempo fa ignoravo e che finalmente mi sono decisa a conoscere e scandagliare.

 

Fine seconda parte

 

¹ Bella “bambinona” lunga;
² Non si può sgrassare, let.
³ Hai sentito la bambina?
⁴ Buona, pacata; in dialetto il termine “saggio” ha questa accezione;
⁵ Con gli occhi di fuori, let.
⁶ Gli sfincioni rappresentano il prodotto da forno simbolo di Ficarazzi, in cui ogni anno si tiene una sagra dedicata. Su un impasto simile alla pizza, che però viene fuori molto più alto e morbido, si adagia uno strato di tuma (formaggio siciliano) e quindi la conza (condimento) a base di broccoli – molto gustosa. Ogni anno mia nonna prepara la conza in un enorme pentolone e poi si reca al panificio per realizzare da dieci a dodici sfincioni.


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Autobiografia linguistica: alberi genealogici

Il linguaggio non è la verità.
È il nostro modo di esistere nel mondo.
PAUL AUSTER, L’invenzione della solitudine

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Ficarazzi è un piccolo paese in provincia di Palermo: oggi conta poco più di tredicimila anime, ma ai tempi della nonna Dora e del nonno Nino non se ne contavano più di cinquemila, sulu chiddi ca stavanu nno stratuni¹. Per comprare casa la nonna ha dovuto vendere il suo tumminu² di terreno, lasciatole in eredità da suo padre, Vincenzo. Proveniva da una famiglia benestante, i cui componenti avevano ricevuto una istruzione mediamente buona. Nannu Vicienzu (nonno Vincenzo) era un coltivatore diretto che si occupava di enormi frazioni di terreno, e nei periodi di siccità partecipava alle processioni del Santissimo Crocifisso insieme ai suoi compaesani, pregando affinché piovesse sulle coltivazioni.

«Quannu c’era a carestia, tutti i coltivatori diretti si mettevanu nna strata e si passavano u crocefisso, u chiamavanu Crocefisso del miracolo: si passavanu stu crocefisso pi tutti i stratuzzi e prima che arrivava arrieri a chiesa e Ficarazzi, chiuvieva. Io mu ricordo ri picciridda»³, racconta con passione la nonna.

Vi racconterò anche la storia del Crocifisso del miracolo, in uno dei prossimi articoli, ma procediamo con calma.

Fino a qualche anno fa non mi sono mai chiesta nulla sul mio paese, anzi, ho sempre provato un forte senso di fastidio: che sarà mai, mi chiedevo, è sulu na strata!⁴ E il dialetto poi, questo sconosciuto: lo capisco, ma tanto non lo so parlare, mi dicevo, e poi l’italiano è la lingua che conta, quella che parlano tutti, con cui dobbiamo farci capire. Soltanto di recente, e proprio grazie ai miei studi e alla mia passione per le lingue e le parole, mi sono riavvicinata alle mie origini, fatte di racconti popolari, sostrati variegati e shock linguistici. Ho indagato le genealogie, le vicende di vita complicate e confuse, e ho ricostruito – in piccolissima parte – quei tasselli della mia personalità che il tempo e la mia ostinazione stavano facendo tragicamente dissolvere.

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Io e la nonna Dora un anno fa, festeggiando il mio compleanno

Come dicevo, i membri della famiglia della nonna, i Martorana, avevano ricevuto, quasi tutti, un’istruzione mediamente buona – lei è arrivata sino in quinta elementare. L’alternativa alla scuola era quella di carriari panara e cuogghiri cuosi⁵ sin da bambini, ma almeno loro l’istruzione potevano permettersela. Fra i casi insoliti poi figurava quello della nonna Rusidda allittrata (Rosetta acculturata, letterata), la mamma del nonno Vincenzo – la nonna della nonna, insomma – , appassionatissima lettrice che durante il giorno si metteva a leggere dietro le persiane che davano sul Corso Umberto, sotto gli sguardi sconvolti dei passanti che spettegolavano e si chiedevano perché non stesse cucendo, piuttosto. «Chidda era patita ri libra e ci purtavanu, u sai, ca carruozza»⁶. O ancora, il padre del nonno Nino, nonnu Callu (nonno Carlo), che segnava appunti a matita persino sulla Bibbia, mentre leggeva: suo figlio, il mio adorato nonno Nino, ha raccolto questa bellissima eredità, e da avido lettore, a sua volta, racconta fiero di aver divorato persino la Divina Commedia e il Corano. Ha frequentato la scuola fino alla prima media e ricorda quasi perfettamente dei passi letterari e delle poesie che ha imparato a memoria da bambino: “Picchì allura a scuola media mica era comu uora, prima si sturiava vieru”⁷. Il bagaglio culturale di mio nonno si è arricchito anno dopo anno, con le novità letterarie che uscivano man mano e con quel sostrato (dialettale e non) di racconti e parodie di classici che mi facevano tanto divertire, ma su cui solo oggi riesco a riflettere, comprendendone appieno il valore ed il significato. Oggi mi ripetono che devo aver preso la mia bibliofilia proprio da Carlo, Nino e Rusidda.

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Il nonno Nino sottolineava il mio anno in più, in quello stesso giorno

Nella mia casa si è sempre parlato rigorosamente l’italiano (regionale). Era concessa giusto qualche espressione dialettale qua e là. Quando era piccola, la nonna Dora ha subìto un duro shock linguistico a scuola, rendendosi conto che il dialetto, la sua lingua di prima socializzazione, non era sufficiente a farsi comprendere ovunque, poteva creare disparità e barriere insormontabili. Per questo motivo si ripromise di parlare ai suoi figli esclusivamente in italiano: e così fece. Mia madre Adriana e i miei zii, Carlo e Maria, non parlavano abitualmente il dialetto, e non riuscivano nemmeno a capire alcune parole utilizzate frequentemente dai loro coetanei. La nonna portò avanti questo proposito anche con noi nipoti, ma naturalmente, da bambina, non mi accorgevo del code mixing naturale e spropositato della sua parlata, come anche della sua estrema attenzione nell’evitare gli errori più gravi – che pure, ogni tanto e giustamente, le sfuggivano. Adesso che sono cresciuta e che ho sviluppato una certa sensibilità d’orecchio e una particolare accortezza dovuta ai miei studi, mi rendo conto delle interferenze, degli ipercorrettismi e degli stadi evolutivi dei termini del suo lessico, ed è, per me, una continua ed emozionante scoperta.

 

Fine prima parte

 

¹ Solo quelli che stavano nello “stradone” (in riferimento a Corso Umberto, la strada principale che attraversa tutto il paesino);
² “Tumolo”, antica unità di misura di superficie agraria, equivaleva a un certo numero di metri quadrati di terreno a seconda della provincia in cui ci si trovava: in provincia di Palermo corrispondeva più o meno a 1.394 m²;
³ «Quando c’era la carestia, tutti i coltivatori diretti si mettevano in strada e si passavano di mano in mano il crocifisso, lo chiamavano Crocifisso del miracolo: si passavano questo crocifisso lungo tutte le piccole strade e prima che ritornava alla chiesa (di partenza) a Ficarazzi (il paese ha due punti di riferimento rappresentati da due chiese, e si considerava diviso in Ficarazzi e Ficarazzelli) iniziava a piovere. Io me lo ricordo sin da quando ero bambina»;
⁴ Solo una strada;
⁵ Trasportare cesti e raccogliere frutti;
⁶ Lei era appassionata di libri e glieli portavano, lo sai, con la carrozza;
⁷ Perché allora la scuola media mica era come adesso, prima si studiava seriamente.


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Cella

© fotografia di Ibrahim Alsamnan

Ho perso il mio appiglio,
vivo in prigione:
ne potrei uscire soltanto morendo
ma è meglio il silenzio
dentro queste mura,
con le sbarre alla finestra
che frantumano la luce.

Questioni di potere: il sistema famiglia in “Febbre” di Jonathan Bazzi

Il terrore e il panico stanno nello spazio che precede incontri e collisioni.

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@riverberodiparole

Febbre è uscito il 9 maggio, e prosegue il nostro Blog Tour che accompagna il suo primo mese di pubblicazione. La scorsa settimana Federica vi ha parlato della nuova uscita edita da Fandango attraverso la recensione del romanzo; in questa seconda tappa, io vi parlerò di quelle che abbiamo definito “questioni di potere”. Quali?

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Agli occhi del lettore di Febbre, fra un’intersezione col passato e l’altra, sarà subito chiaro che la famiglia di Jonathan – autore, narratore in prima persona – non rispecchi proprio l’ideale del nido caldo, accogliente e sereno che ancora oggi, talvolta, primeggia nell’immaginario comune. Le dinamiche familiari che si profilano tassello dopo tassello sono articolate, tumultuose, spaventose e aperte. In premessa, il nucleo originario madre-padre-figlio, già precario per varie motivazioni, si sfalda e determina la prima rottura decisiva che fa subentrare con maggiore forza le influenze dei nonni materni e paterni, nel bene e nel male, nonché di una serie di altri personaggi che appaiono e scompaiono.

Il sistema famiglia che ci viene raccontato – come poi un po’ tutte le famiglie di Rozzano descritte in quanto fugaci ma significative incursioni nella struttura degli affetti – si fonda su un principio trasparente: il maschio detta legge, detiene le redini della famiglia, per qualsiasi cosa, nonostante tutto. Nonno Biagio e nonno Pierluigi costituiscono gli esempi, chi più chi meno, dei dispotici padri padroni, coloro che controllano tutto, che hanno il potere di decidere su tutto, senza i quali non ci si può arrischiare di fare un passo avanti. Anche quando la malattia li colpisce, i capifamiglia esternano il dissenso: Biagio, dopo l’ictus, continua ad arrabbiarsi furiosamente se qualcuno non fa come aveva stabilito; “prima che si ammalasse, il nonno (Pierluigi) era il centro di tutto, dicono. Era il motore della nostra famiglia”. A partire dai nonni, tutti i maschi alfa della famiglia seguiranno questo modus cogitandi e operandi.

Quella di Jonathan è dunque una famiglia in cui una donna deve soltanto “fare i mestieri”, se va a lavoro significa che “ha l’amante, è una poco di buono”, e invece è necessario che sia la “serva di suo marito”, questo è il compito che le spetta; è una famiglia in cui i nipoti vengono trattati diversamente in base al grado di parentela, alla vicinanza (se così si può definire) nella linea di sangue, in cui si chiude sempre un occhio per Luca perché “è il figlio di sua figlia, io sono solo il figlio della Tina, l’ex moglie di papà. Nessuno me lo dice ma io l’ho capito che questa è una differenza importante”. L’ordine famigliare è in sostanza di tipo gerarchico e sessista:

Del resto quando sono nato, il nonno era su di giri. Il primo nipote, maschio, un Bazzi.

Il maschio dirige e si addossa il peso del focolare – la famiglia come peso, appunto, esercizio di un potere illimitato.

Educare è esercitare un potere, affermare una supremazia.

La donna sta chiusa in casa, sbriga le faccende, partorisce e alleva i figli ma le regole le detta sempre il padre, il nonno: orario, coprifuoco, programmi televisivi, dialoghi e silenzi.

A casa dei nonni ci sono regole, leggi non scritte.

Siamo di fronte ai rimasugli di una concezione patriarcale della famiglia radicata in un ambiente che  non lascia spazio ad alternative – cultura, politica, pensiero generale; il sesso diventa anch’esso uno strumento di controllo, di assoggettamento. La famiglia tradizionale così concepita, come una sorta di cappio al collo, come una spinta ad andare contro alla propria natura attraverso la “lingua dei maschi”, mi ha un po’ ricordato un seminario sulle pubblicazioni di Goliarda Sapienza e Silvana Grasso: d’altronde, forse, siamo più avvezzi, ormai, a sentir parlare le donne riguardo alle oppressioni legate all’ambito familiare, sempre in un contesto di genere. In questo romanzo le costrizioni sono diffuse, colpiscono soprattutto le donne ma non soltanto le donne, sono influssi impietosi, condizionanti nella vita di Jonathan bambino, che descrive ma non comprende fino in fondo, e di Jonathan adulto che sa, e che deve fare i conti con il turbinoso passato e il devastante presente. Sono le tracce che ci portano inevitabilmente alla tematica dell’amore familiare e del disinteresse.

Postulato: “La famiglia è importante, la famiglia c’è sempre, è fatta per sostenersi l’un l’altro”.  Realtà dei fatti: “Tutto nella mia famiglia è sempre successo a distanza”.

L’amore si rivela molto diverso da ciò che Jonathan immaginava, riponendo speranze nella potenza del sentimento amoroso come una sorta di protezione, di forza benefica perenne e liberatoria. Ma le dinamiche descritte appaiono ben lontane dall’immagine dell’amore incondizionato: piuttosto è un amore condizionato dal potere, ad esso subordinato.

Hellinger, lo psicologo delle Costellazioni Familiari Sistemiche, diceva qualcosa di particolarmente azzeccato a proposito: «L’amore è una parte dell’ordine, l’ordine precede l’amore, e l’amore può solo svilupparsi in base all’ordine. L’ordine è preposto. Se capovolgo questo rapporto e voglio trasformare l’ordine attraverso l’amore, sono destinato a fallire». Questo è proprio ciò che accade nella famiglia di Jonathan – senso di non appartenenza, limitazioni, preferenze e coperture.

E questo ci porta al tema della violenza domestica, pure presente, che merita un approfondimento in quanto diretta esternazione della presa di potere in ambito famigliare. Il sito internet dei Carabinieri recita: «Secondo l’OMS la violenza domestica è un fenomeno molto diffuso che riguarda ogni forma di abuso psicologico, fisico, sessuale e le varie forme di comportamenti coercitivi esercitati per controllare emotivamente una persona che fa parte del nucleo familiare. Può portare gravi conseguenze nella vita psichica delle donne, degli uomini e dei bambini che la subiscono perché può far sviluppare problemi psicologici come sindromi depressive, problemi somatici come tachicardia, sintomi di ansia, tensione, sensi di colpa e vergogna, bassa autostima, disturbo post-traumatico da stress e molti altri. Le condizioni di chi subisce la violenza sono tanto più gravi quanto la violenza si protrae nel tempo, o quanto più esiste un legame consanguineo tra l’aggressore e la vittima». Vediamo cosa succede da vicino.

Il ruolo preponderante del capofamiglia così inteso può affermarsi solo con un regime di paura e violenza: la violenza – fisica, psicologica – come strumento per farsi ascoltare. Che sia uno schiaffo, uno strattone, uno sguardo intimidatorio, una stretta forte delle dita, una voce grossa che rimprovera, una sfilza di botte, in questo sistema il padre, maschio, figura guida e motore dell’organismo tutto è chiamato a sottomettere i membri disobbedienti.

Gli episodi di violenza fisica descritti diventano sempre più espliciti e crudi, ed è indiscutibile la costante tensione che possiamo respirare anche noi tramite l’osservazione delle conseguenze con gli occhi di Jonathan: basti pensare a Concetta, detta Tina, sua madre, che cade e ricade in depressioni e crisi nervose, esplode e crolla, subisce pressioni psicologiche e percosse, rivelando un’insicurezza e un terrore profondi imputabili al contesto in cui è cresciuta. L’ordine e il potere indiscusso del singolo sul nucleo familiare deformano le personalità, le indeboliscono o le spingono a costruire una corazza fra sé e l’altro; e così nessuno impara a condividere le emozioni, “ognuno restituisce quello che ha ricevuto”.

La depressione parla una lingua conosciuta alla nostra famiglia, non scandalizza nessuno.

Come una macchia, una “piccola minuscola indimenticabile onnipresente macchia”, il potere patriarcale conosciuto e osservato risale attraverso i ricordi narrati da Jonathan, e si posiziona per sempre lì dove deve stare, accanto alla macchia del quartiere d’origine, Rozzano, accanto alla macchia della malattia. Un’esistenza di macchie dolorose ed indelebili, affrontate ed esorcizzate attraverso una lucida descrizione di una lunga e sottile linea di rapporti familiari violenti.

«Tutti colpevoli, nessuna colpa».

Umberto Eco: “Dobbiamo stare attenti che il senso di queste parole non si dimentichi ancora” – #staffettaumanitaria

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.
Franco Fortini

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@riverberodiparole

 

Nel discorso del 25 aprile 1995 presso la Columbia University, tenutosi per celebrare la liberazione dell’Europa, Umberto Eco svolge le coordinate di un fascismo che sembra non abbandonarci.
In un esaustivo post su Facebook, il professore Piero Riccobono ha analizzato i tratti peculiari del nuovo governo, evidenziando le palesi analogie con quello del “famigerato Ventennio”; conclude così:

Arriviamo dunque alla conclusione: stiamo ripiombando nel fascismo?
La risposta storicamente corretta sarebbe: no, la storia non si ripete. Mi sembra più appropriato dire che l’Italia ha imboccato la via che conduce a quella che in molti chiamano “democratura”, ossia ad una specie di dittatura mascherata di democrazia, come quella che esiste in Russia e in Turchia. Qualcuno dice che questa è la nuova forma del fascismo, ma a questo punto si tratterebbe di una trascurabile questione di nomi e mi sembra invece più interessante chiedersi se siamo ancora in tempo per fermare questa deriva. Ma questo è un altro discorso.

Che questo “altro discorso” sia, in questo articolo, il nostro punto di partenza. È vero: Hitler, Stalin e Mussolini non esistono più, sono fantasmi del secolo scorso – secondo qualcuno, “il secolo breve” – ma è bene guardarsi, oggi, da certi aspetti non troppo subdoli che continuano ad alimentare quello che Eco definisce fascismo eterno o Ur-Fascismo. Ormai dovremmo essere in grado di capire quando fermarci, quando le cose potrebbero degenerare e sfuggirci di mano. Bastano appena una parola o un gesto di troppo, sommati e ingigantiti nel tempo. Da qui l’importanza della memoria e della conoscenza.

Se il nazismo si fondava su una filosofia chiara ed un progetto politico metodico e sconvolgente, il fascismo era ed è rimasto un lemma riempito di cose convenienti in base al momento, e si reggeva su pochi principi determinanti: tradizionalismo, nazionalismo becero, repressione della libertà d’espressione con qualche spiraglio di tolleranza (apparentemente contraddittorio) in campo umanistico. Pura retorica, potenza delle parole su masse scoraggiate, sole, frustrate, “bisognose di una voce” da sollevare e far ascoltare.
Tutto ciò non è nuovo per la maggior parte di noi, ed è abbastanza evidente il ritorno di un germe comune: Nietzsche parlava dell’eterno ritorno dell’uguale, ma non voglio pensare e discutere in questi termini – ricordiamoci, però, che gli eventi storici che tanto demonizziamo e cerchiamo di depennare dalla nostra fedina penale universale sono accaduti appena settantaquattro anni fa. Ed è triste rendersi conto che, forse, tutti gli sforzi fatti per ricordare ed imparare dagli errori non abbiano più lo stesso valore di una volta. O almeno questo è ciò che traspare dalle notizie di cronaca di quasi ogni giorno.

L’Ur-Fascismo, dice Eco, va sbugiardato: può tornare in qualunque momento sotto spoglie innocenti e riuscire facilmente a “coagulare una nebulosa”. La cultura “sincretica” e intollerante, negli anni del fascismo, ha provocato un arresto nell’avanzamento del sapere, perché la verità era una, già annunciata dal dittatore, ed ogni pensatore fuori dagli schemi predisposti non era altro che un traditore.
L’Ur-Fascismo è “irrazionalismo” contrario all’età della ragione precedente e produce il culto dell’azione per l’azione (senza pensiero, senza riflessione): il fascismo contemplava l’eroismo come norma, la morte era la massima onorificenza.

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La cultura come atteggiamento critico, dunque, era sospetta come sembra esserlo anche oggi, la critica non si accetta semplicemente perché criticare significa distinguere, e “distinguere è un segno di modernità”. D’altronde, la modernità – quella vera – altro non è che custode della diversità, mira alla protezione delle differenze che sono l’arricchimento umano più grande che possiamo ottenere dal mondo. Ci tengo a sottolineare questa prospettiva anche sotto il profilo linguistico: le ultime direttive del Consiglio d’Europa, nell’ambito dell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, prevedono, come fine primario del corso di lingua, la tutela delle differenze linguistiche e culturali, la concezione della lingua come insieme simbolico di codificazione della realtà, affinché si possano formare degli abitanti del mondo capaci di esercitare attivamente la propria cittadinanza europea nell’ottica di una massima integrazione e collaborazione fra nazioni per il bene della democrazia.

Ma l’Ur-Fascismo ha paura della differenza, l’Ur-Fascismo “è razzista per definizione”. L’unico modo per decretare l’identità di una nazione, per il fascismo eterno, è l’individuazione dei nemici, senza contare il fatto che “alla radice della psicologia Ur-fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale”: e “il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia”, a cui possiamo ancora aggiungere tipiche forme di elitismo, precisamente “elitismo popolare”, “elitismo di massa”, e il disprezzo consequenziale per i deboli.  Ma chi si proclamava (e si proclama, attenzione) la “voce del popolo” non ha riguardo reale per i diritti degli individui “in quanto individui”, e inoltre “trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali”: altro carattere che mancava all’appello, il machismo.

Tutto questo veniva e viene esaltato e normalizzato attraverso precisi strumenti retorici capaci di piegare gli animi insoddisfatti, di chiudere tremendamente gli occhi della gente indebolendo il fronte dei saperi, di scoraggiare il senso primordiale di umanità insito in ogni essere umano attraverso incitazioni continue all’odio, in uno stato di guerra perenne manifesto soltanto a chi vuole fermarsi e comprendere, osservare, informarsi e parlare. Bastacontinuare a chiedersi: è questo il mondo che voglio? Basta tenere sempre presenti le parole di Eco:

Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: “Non dimenticate”.

Basta ricordare le persone, tutte le anime spezzate e tutti i sopravvissuti che si sono battuti e che ancora si battono per sottolineare l’importanza della memoria del passato per il futuro dell’uomo.

IMG-20181211-WA0005.jpgCon queste premesse, sono felicissima di parlare di un progetto importante nato su Instagram grazie all’iniziativa di Oriana, Serena e Francesca (diversamente da quanto pensano i più, i social possono davvero veicolare messaggi fondamentali e dare vita a movimenti determinanti): il gruppo Staffetta Umanitaria raccoglie bookstagrammer e book blogger di tutta Italia, trentasei rappresentanti attivi circondati da community meravigliose e sempre aperte al dialogo. Attraverso gruppi di lettura a tema, film, condivisione di articoli, interviste, immagini racchiuse sotto l’hashtag #staffettaumanitaria e, successivamente, nel profilo apposito del progetto, si è creato un passaparola fitto e ricco che sta portando alla luce, sul social attualmente più frequentato e utilizzato, la scottante tematica dei fenomeni migratori e delle terribili morti nel Mediterraneo.

Lo scopo è chiaro: prendere posizione, far sentire la propria voce. Tutti coloro che sono soliti riflettere intensamente e spesso e che si lasciano coinvolgere da innumerevoli pagine scritte, assimilando i contenuti dei propri libri preferiti, i lettori forti insomma, o quelli abbastanza forti da divorare libri su libri, dovrebbero servirsi delle proprie capacità di analisi e del loro sempre rinnovato senso d’umanità per parlare, almeno, di quello che sta accadendo di fronte ai nostri occhi: spesso ciò non accade invece, non è immediato. Io stessa ero inizialmente restia a pronunciarmi chiaramente, lanciavo qualche segnale, mostravo qualche notizia, ma non vedevo particolare riscontro se non nelle persone che sapevo la pensassero come me. Il fenomeno migratorio sembrava una sorta di argomento tabù all’interno di uno spazio di condivisione che invece è il più adatto alla costruzione di un dialogo sull’argomento, e ormai il silenzio era diventato inaccettabile.

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Nonostante sia solo un minuscolo tassello di questo progetto prezioso, sono felicissima dei risultati ottenuti finora, ad appena una settimana dall’inizio ufficiale dei gruppi di lettura: Instagram ogni giorno si riempie di notizie e molte più persone mantengono viva l’attenzione sui fatti d’attualità, come è giusto che sia. O semplicemente molta più gente ha cominciato ad pronunciarsi, a condividere e a partecipare a questa enorme e continua discussione, a dare qualche scossa al muro di quiete apparente. È in questo modo che possiamo ricordarci che facciamo tutti parte della grande famiglia umana, e che negare un diritto a un uomo che soffre significa negarlo a tutti gli uomini, senza alcuna distinzione.

Questo gruppo aperto a tutti, come ho scritto precedentemente, prevede la creazione di gruppi di lettura variegati per ogni mese a partire da questo 21 gennaio: fino al 21 febbraio si può leggere un libro (anche più di uno) a scelta fra quelli proposti nelle categorie: saggistica, narrativa, graphic novel/fumetto – le categorie sono considerate nel senso più ampio possibile, per poter includere anche testi dalla difficile classificazione. Per questo primo mese (21/01 – 21/02), i titoli proposti sono:

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• “Il fascismo eterno” di Umberto Eco per la categoria saggi – lo avrete immaginato, a questo punto;
• “Carnaio” di Giulio Cavalli/“Exit West” di Mohsin Hamid per la categoria romanzo;
• “Non stancarti di andare” di Stefano Turconi e Teresa Radice per la categoria graphic novel.

Saremo lieti di accogliere chiunque voglia unirsi a questo movimento comune di fondamentale importante, sia dentro che fuori dal social di partenza. Per una umanità che non dimentica il senso di umanità, per una umanità che realmente ricorda, che si adopera, che sa combattere e, idealmente, abbattere ogni nascente forma di fascismo eterno.

«Lo dicono cieco, ma l’odio ha la vista acuta di un cecchino».
Wislawa Szymborska

Gaetano Barreca: “perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti”

È un’Italia intrisa di superstizione e religione, di tradizioni e sentimenti, quella ritratta nei sette racconti di questa raccolta. Una voce bianca, i fascisti e le streghe masciàre. Una donna che si fa beffe del prete. Le faide familiari condite di pettegolezzi e dicerie… e molto altro. La vita fra i vicoli della Città Vecchia di Bari, fra panni stesi e orecchiette fresche, edicole votive e profumo di caffè, quello offerto agli ospiti nel segno della migliore accoglienza italiana. Entrerete in un mondo d’altri tempi, a respirarne il “profumo” e a gioire, temere, amare con i personaggi di questi racconti. Perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti.

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Titolo: La tagliatrice di vermi e altri racconti
Autore: Gaetano Barreca
Editore: WIP Edizioni
163 pp.
€12,00

L’autore:
WhatsApp-Image-2017-10-27-at-16.13.46-e1509116785281-696x450.jpegGaetano Barreca ama l’arte ed è irresistibilmente attratto dai ruderi. Nato a Reggio Calabria nel 1979, vive a Londra dove insegna Lingua e cultura italiana. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Perugia, è scrittore di romanzi e autore di articoli di cultura, storia e antropologia per Agoravox Italia. Con il romanzo Dopo il Funerale. Novembre 1975 è stato insignito della menzione di merito al Premio Artisti per Peppino Impastato 2017 e finalista al Premio letterario Bari Città Aperta 2016. Precedentemente, ha partecipato ad antologie pubblicate da Mondadori ed Eracle Edizioni.

Inizio questa recensione con un sincero ringraziamento all’autore che mi ha donato il suo libro e, con esso, moltissime emozioni che non pensavo avrei provato durante la lettura. Questa raccolta di racconti, breve ma realmente intensa, è stata una continua scoperta e una perpetua sorpresa, e mi sono trovata a leggerla quasi tutta d’un fiato senza sentire la necessità di fare una pausa. L’autore ci prende per mano e ci accompagna fra le vie di una Bari Vecchia che si fa emblema di uno spirito d’umanità che abbiamo perduto, portatrice di valori e di tradizioni oggi un po’ dimenticate. E’ stato emozionante leggere di alcune credenze condivise anche dai miei nonni, dei quali ho ascoltato a lungo le voci e le storie, e collegare, così, reticoli di tradizioni diverse ma vicine e simili.

I sette racconti racchiusi in La tagliatrice di vermi e altri racconti sono tutte “storie di comunità”, si legano in una catena di rimandi – che sia il passaggio di Peppine Uè Oppe Uè Oppe o le conoscenze comuni – e rievocano ricordi reali ed incredibili storie della città, con eventi realmente accaduti che, personalmente, non conoscevo e per i quali sono rimasta sbalordita: tradizioni, valori, luoghi, bellezza ed autenticità. Uno dei punti di forza di questa raccolta è senza dubbio la sua suddivisione in due parti: la prima comprende, naturalmente, i sette racconti; la seconda si intitola invece Articoli e ricerche, e approfondisce gli elementi disseminati fra le storie, rendendo evidente il duro lavoro di ricerca e studio che l’autore ha portato avanti per la stesura del libro. Gaetano Barreca ci rivela i “segreti” delle tagliatrici baresi – nel resto di Italia si utilizzava l’appellativo di segnatori –, le parole che accompagnavano il rituale, i gesti, gli oli, il modo in cui questo particolare sapere veniva tramandato di generazione in generazione (il lascito delle tagliatrici era il momento fondamentale nella loro professione).

Non solo le persone, ma anche i luoghi sono i protagonisti dei racconti e delle ricerche dell’autore che, con il supporto di alcune fotografie, ci racconta, per esempio, del “miracolo della luce” nella Cattedrale di San Sabino, spettacolo che si verifica ad ogni solstizio d’estate, e al quale ha dedicato moltissimo tempo per riuscire a svelarne i dettagli più misteriosi e dimenticati nel tempo. La narrazione generalmente rende giustizia alla Città Vecchia, permettendoci di identificare i luoghi in una mappa mentale ristretta ma significativa e decisamente determinante per capire certi sviluppi narrativi, come l’Arco della Neve o la già citata Cattedrale: come ogni persona del popolo, i posti più importanti della Città Vecchia sono collegati da una fitta rete di vicoli accoglienti ed identici, necessaria connessione materiale fra gente che si vuole bene come un’enorme famiglia allargata.

La storia di Bari Vecchia, che è, in questo caso, quella rimanda alla seconda metà del Novecento (il primo racconto è L’Arco della Neve – Settembre 1943, probabilmente in maniera non casuale), racchiude e rappresenta molto bene il fermento del tempo e si porta dietro la paura ed il dolore di quegli anni; ma nessun evento, per gli abitanti della Città Vecchia, sembra separato da quel fitto tessuto di racconti popolari volti a dare loro un senso, in qualche modo, una spiegazione ed una connotazione in positivo o in negativo. E allora nella struttura narrativa convivono i ragazzi fascisti del G.I.L., che puntano i fucili contro il popolo impaurito per raggiungere la neviera, e le streghe masciàre, streghe del Sud Italia, che proteggono la città e si riuniscono a “Benevento per il sabba sotto un albero di noce”; ci sono i cortei di ragazzi che per tre giorni e tre notti fanno baccano per le strade nella speranza di risvegliare Giovani Battista dal sonno prima del suo onomastico, ci sono Sabbèlle e Chitàne che disobbediscono ai genitori e praticano il rituale del piombo fuso di nascosto, ci sono i padri severi e le mamme affettuose e comprensive, le anziane sagge, le mani sempre tese in aiuto verso l’altro, l’estrema disponibilità, l’accoglienza, la gentilezza che oggi diventano sempre più rare.

Bari Vecchia, il cui carattere antico è ancora vivo e tangibile, diventa irrimediabilmente il simbolo dell’Italia, tutta da scoprire e indagare con le sue credenze, le sue superstizioni, le sue storie sempre raccontate e sempre trasmesse, la sua capacità di custodire – almeno allora – il valore dell’amore in ogni sua forma ed estensione: e alla fine

ci si ama e spesso ci si detesta, ma l’importante è stare uniti.

Ogni personaggio è costruito e caratterizzato per essere amato profondamente, è capace di fare breccia nel cuore del lettore con la semplicità e la genuinità originaria della gente di paese, che mi ha ricordato molto certi paesini siciliani. Alcune personalità sono davvero travolgenti – basti pensare alla spogghiamadònne Zièlle –, e si finisce per ridere, sorridere, pensare e amare con loro, col cuore che si scalda di un affetto reale, mentre ogni nome si trasforma in un viso e trova un suo piccolo spazio nell’anima, come se fosse un nonno lontano, una zia, un vicino da accogliere.

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Per quanto riguarda la nota stilistica, la scrittura di Barreca risulta lineare, molto chiara e tuttavia ammaliante, perfettamente amalgamata con l’atmosfera generale della città e funzionale a veicolare i messaggi profondi e le morali delle storie. Poche descrizioni ben piazzate e, soprattutto, dialoghi in lingua italiana mischiata al dialetto locale rendono ogni racconto piacevole e scorrevole: senza rinunciare al rappresentativo intreccio fra storia e mistero, le vicende procedono velocemente, con il giusto numero di dettagli, senza complicarsi in maniera eccessiva – oserei dire che la forma rispecchia quasi il contenuto: naturale, semplice, vero. Notevole, anche in questo caso, lo sforzo dell’autore nel cercare di rispettare il più possibile la parlata e le memorie del popolo barese: le note a piè di pagina sono abbondanti ed esaustive, è stato delizioso, per me, avere la consapevolezza di attingere direttamente da un serbatoio di immagini reali ed esperienze vissute, nonostante il filtro della narrazione e delle sue necessarie operazioni.

La voce del popolo è una voce comune ed immensa: Bari Vecchia guarda alle cose con gli stessi occhi, si stupisce delle stesse cose, entra nei fatti di tutti senza chiedere permesso ma, alla fine, va bene così. Anche questa è l’essenza dei fatti qui narrati, la condizione universalmente accettata per vivere serenamente, potendo contare su chiunque, aprendo le braccia anche a Nadira e al piccolo Kaleem, mentre gli odori, i profumi, i suoni antichi e familiari, lontani e nostalgici, compenetrano lo sfondo della narrazione e ne diventano parte essenziale, e sembra quasi di essere lì con tutti loro e di reagire allo stesso modo, agli stessi eventi, emuli di una spontaneità che non è più nostra.

Consiglio questa lettura a tutte le persone che hanno interesse per le tradizioni, le dicerie e le credenze popolari, che sono curiose della storia e delle storie, che amano ascoltare, che riescono a proiettare la mente in un tempo lontano e capirlo, apprezzarlo, amarlo, collegarlo al presente e rievocare valori.  

Fabrizio Lombardo: “solo la dissonanza ci descrive”

La poesia di Fabrizio Lombardo è incline all’obliquo, quel modo di porre domande che non si accontenta di sapere una volta per tutte, quel tipo di insoddisfazione che a volte accompagna il rimpianto di non avere tagliato di netto mai nulla, quel modo di concepire sempre l’intero un po’ storto, e di amarlo così. Perché così è l’obliquità, un tipo di stortezza che diventa valore, forza.

Titolo: Coordinate per la crudeltà
Autore: Fabrizio Lombardo
Editore: Edizioni Kurumuny (collana di poesia Rosada)
123 pp.
10,00
http://rosadapoesia.it/coordinate-la-crudelta-fabrizio-lombardo/

imagesL’autore:
Nato a Bologna nel 1968, lavora per una catena di librerie.
È redattore di «Versodove – rivista di letteratura» che ha contribuito a fondare nel 1994 e con la quale cura la rassegna Passaggi di versi all’interno di “Passaggi Festival della Saggistica” di Fano. Ha pubblicato Carte del cielo (VersodoveTesti 1999); Confini provvisori (Edizioni Joker 2008) e le plaquette Il cerchio e il silenzio (Squadro Edizioni Grafiche 1995); Di quello che resta (Quaderni di poesia 1998). Sue raccolte sono presenti in diverse altre antologie. Ha pubblicato su numerose riviste e quotidiani, tra cui: «il verri», «Poesia», «Private», «l’Unità», «Versodove», «Tratti», «Atelier», «La clessidra», «Kult», «Corriere della Sera», «Poeti e Poesia», «l’Ulisse». Ha curato le note al volume Antonio Porta, Yellow, (Mondadori 2002). Sue poesie sono tradotte in francese, inglese, slovacco, serbo, croato e spagnolo.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa quando Sergio Rotino, curatore di RosadapoesiaEdizioni Kurumuny -, mi ha contattata per propormi la lettura di Coordinate per la crudeltà di Fabrizio Lombardo, breve silloge e ultimissima pubblicazione della collana. Sono rimasta piacevolmente sorpresa perché mi veniva offerta l’opportunità di leggere qualcosa di assolutamente nuovo in relazione al genere letterario che tanto amo; e la mia felicità è cresciuta ad ogni nuova mail che ho ricevuto, grazie alla grandissima disponibilità, gentilezza e professionalità dimostratemi. Quindi, con un enorme grazie alla collana e alla casa editrice, oggi sono davvero entusiasta nel parlarvi dei componimenti dell’autore citato, muovendo il mio sguardo – prettamente novecentista – verso la poesia dell’oggi.

Coordinate per la crudeltà è la terza raccolta del poeta e si compone di quattro sezioni (False partenze, Coordinate per la crudeltà, Per i giorni di pioggia, A1-A14 – e un’ultima parte chiamata Retail) che hanno come oggetto la realtà quotidiana degli uomini, i contesti – rinnovati – entro i quali agiscono. L’attenzione di Lombardo si sposta dal privato all’universale, con uno stile che travolge sempre di più, pur restando in qualche modo controllato, forse freddo, e pur mantenendo la sua linea narrativo-riflessiva che si nutre di elementi autobiografici. Il mondo umano si è ormai trasformato in un vero e proprio “teatro della crudeltà” in cui ogni cosa è “in pronta consegna”, con una infinita ed inappagabile tensione verso desideri ormai troppo lontani, verso un futuro che potrà soltanto essere irrimediabilmente “storto”.

La poesia di Coordinate per la crudeltà racchiude immagini che rimandano alla concezione di una vita che ci attraversa come un’ombra, che in qualche modo ci domina e si trascina per mezzo di un corpo, quello umano, che è mero “involucro di carte”, “lo scarto di un dolore da dimenticare”. Le parole chiave che, a mio parere, circoscrivono e potenziano il messaggio dell’autore sono senza dubbio: eco, silenzio, stanza, vuoto, dolore, squallore, nebbia. La nebbia come condizione visiva, come evento che ostacola i sensi, che preclude la percezione di quello che sta per venire, e che in questo modo ci sfibra anno dopo anno; e perdiamo il senso della nostra umanità, e ci sentiamo alienati, distanti dalla realtà nella quale siamo nati.

Privi di appigli concreti e di direzioni certe, non ci resta che vivere la nostra vita come se fosse un viaggio oscuro, durante il quale finiamo per dimenticare persino il luogo da cui proveniamo, e “solo la dissonanza ci descrive”. Dissonanza: l’essenza di questa nuova condizione umana, che trova il suo punto di massima espressione nella seconda sezione omonima della raccolta:

Incidi/ lacera e dividi perché d’ora in poi
sarai solo veleno/ acqua per i morti, lastra di ghiaccio
nel mattino. La solitudine degli oggetti dietro le finestre.

Solitudine. In un paesaggio naturale che si spegne sempre di più e che si priva dei suoi tratti distintivi per annegare nel grigio della nebbia e del cemento delle città, e che rispecchia perfettamente le sensazioni intime dell’uomo moderno in una corrispondenza quasi espressionistica, la comunità, che è collettività, si chiude alla comprensione profonda degli eventi, ottusa nella sua consueta ferocia; il singolo è rimasto davvero solo con la propria alienazione e la propria angoscia, e non c’è scampo per nessuno.

l’unica direzione concreta è la galleria di nebbia.

O forse no.
Non tutto è perduto, perché il messaggio di Fabrizio Lombardo, per quanto angoscioso possa sembrare, non è privo di speranza. Quello che conta è continuare a porsi domande, comprendere la “dittatura del contemporaneo” e del mercato e le sue devastanti conseguenze per riuscire a difendersi, ancora e a lungo. Per preservare quella umanità che ci contraddistingue e che stiamo man mano abbandonando, come se dovessimo trasformarci anche noi in cose da esporre nei grandi centri commerciali, da acquistare, calcolare, perdere, valutare.

La scrittura dell’autore si situa a metà fra poesia e prosa, fra scritto e parlato, con un linguaggio tipicamente contemporaneo che tuttavia non rinuncia alla creazione di figure suggestive e che gioca sullo spazio, sugli accapo e, qualche volta, sul suono. La frammentazione dei versi e il respiro fra una parola e l’altra sembrano funzionali alla comunicazione di un messaggio sottile e cupo, rafforzato, a mio avviso, dalla scelta – voluta – di una immagine di copertina emblematica, spiegata in una ripartizione finale del volume, Lo scrigno di Apollo, che contiene il commento di Mino Specolizzi:

L’opera di Emanuela Frassinella, Solchi, ha una tensione drammatica che incanta. È il pathos ad assalirci, prima che si adempia la tragedia.

La tragedia di chi si rende conto del cambiamento catastrofico.
Alla luce di tutti questi aspetti, consiglio la lettura di questa piccola silloge a chiunque voglia approcciarsi alla poesia contemporanea attraverso una visione perfettamente comprensibile – e condivisibile – ed in linea con il pensiero dei più. Una lettura rapida ma decisamente significativa.

#riverberodipoesia: Mario Luzi

Con netto ritardo, eccoci ad un nuovo articolo della rubrica in cui approfondiamo insieme la vita e l’opera di un poeta. Ultimamente sto cercando di recuperare tutti i nomi di poeti contemporanei che non ho mai letto e di cui non ho mai sentito o studiato nulla – i programmi scolastici sono quello che sono, le ore scolastiche sono quelle che sono e alla fine moltissima letteratura meravigliosa e interessante viene sacrificata per riuscire ad affrontare almeno gli “autori maggiori”, ma per fortuna esiste l’università -, e quello di Mario Luzi è stato una scoperta sensazionale. Nonostante il mio amore incondizionato per la poesia tutta, gli scritti di Luzi mi sono sembrati una rivelazione: quando ho letto per la prima volta Nel magma mi sentivo come se stessi conversando con me stessa, cercando le risposte alle mie stesse domande, con le medesime passioni e la stessa volontà di restare immersi nel presente, nell’ora.

 

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Chi era Mario Luzi?

MarioLuzi

Nasce a Sesto Fiorentino il 20 ottobre 1914. La madre, Margherita Papini, avrà una grandissima influenza su di lui e sarà fondamentale nel processo di interiorizzazione di una religione cattolica molto sentita – ma non di chiesa. La sua infanzia procede tranquilla e ricca di ispirazione e serenità, nonostante la guerra; e sin da bambino Luzi si fa notare, a scuola, per arguzia e maturità. Frequenta il ginnasio prima a Firenze, poi a Milano e a Siena, con degli spostamenti dovuti al lavoro del padre, ferroviere.
Il periodo di Siena sarà importante per la scoperta dell’amore e dell’arte: dopo i primi tentativi poetici registrati nel 1924, è in questa città, intorno agli anni Trenta, che Luzi completa delle importanti letture di formazione ed entra in sintonia con il pensiero di grandi autori e filosofi contemporanei, mostrando un enorme interesse per l’opera di Nietzsche – in particolare per Così parlò Zarathustra e per Al di là del bene e del male.

In questi anni, a Firenze, intraprende gli studi universitari alla facoltà di Lettere di Firenze, partecipa attivamente alla vita culturale della città collaborando con «Il Frontespizio», «Solaria», «L’Italia letteraria», e conosce tanti giovani intellettuali fiorentini fra i quali Betocchi, Bo, Pratolini e Bilenchi. In particolar modo, l’amicizia con Betocchi si basa sul condiviso interesse per la poesia francese: nel 1936 Mario Luzi si laurea infatti con una tesi su Mauriac, che sarà pubblicata da Guanda, due anni dopo, con il titolo di L’opium chrétien. Dal 1938 Luzi comincia a insegnare nelle scuole medie, e dal 1955 nelle università di Urbino e Firenze, continuando a pubblicare per «Il Frontespizio» e per «Letteratura» di Bonsanti; successivamente conoscerà anche Tommaso Landolfi ed Eugenio Montale, grazie al quale entrò a far parte del gruppo del caffè delle Giubbe Rosse ed ebbe modo di conoscere Vittorini, Palazzeschi e altri grandi intellettuali.

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La guerra si avvicina: sono anni inquieti, eppure la sua profonda fede cattolica non si chiude mai in se stessa, e anzi guarda attentamente alla cultura europea e a quella di sinistra, affiancando la stesura dei suoi componimenti poetici alla saggistica, ai testi di critica letteraria e a drammi teatrali. Nel 1942 si sposa con Elena Monaci ed un anno dopo nasce il figlio Gianni. La guerra finisce e lo segna profondamente, soprattutto nel momento in cui torna a Firenze, dai genitori, e trova la sua casa distrutta.

Dopo altre vicende lavorative e spostamenti, nel 1960, dopo la morte della madre, Luzi riesce a pubblicare il corpus delle sue poesie col titolo Il giusto della vita, dopo aver vinto, un anno prima, il premio Marzotto per la poesia ex aequo con Saba. Nel 1963 esce la controversa (e splendida) raccolta Nel magma, che si riempie di immagini di realtà cittadina, di cultura di massa, e riflette il dibattito politico e culturale dell’Italia degli anni Sessanta. E alla fine di questo periodo, a partire dal 1966, cominciano una serie di viaggi per il mondo e delle collaborazioni con diversi giornali.

Nel 1979 escono finalmente tutte le sue poesie nei due volumi editi da Garzanti, e la sua attività intellettuale continua fino agli ultimi anni della sua vita, con la pubblicazione di saggi, opere teatrali e altri testi e con un rinnovato impegno politico durante gli anni Novanta, per via della sua grande preoccupazione relativamente alla situazione politica italiana. Il suo zelo verrà premiato nel 1997 con la Legione d’Onore da parte del presidente della Repubblica francese e poi nel 2004, in occasione dei suoi novant’anni, quando viene nominato senatore a vita dal presidente Ciampi.
Muore qualche mese dopo, il 28 febbraio del 2005, a Firenze.

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La poesia di Mario Luzi è “animata da una forte tensione intellettuale e insieme da una dolce e fragile passione per la vita delle cose; i problemi religiosi, morali, culturali vi si intrecciano in un «discorso naturale»che guarda con viva partecipazione al presente, ma come a distanza, cercando un «tempo della poesia» che per Luzi è «un tempo in cui si incidono senza tempo le cose che sono sempre accadute e che sono sempre eventuali ed accadibili». Le sue parole si lanciano alla ricerca di una verità inafferrabile che racchiude e spiega l’essenza del mondo, e che si nutre della realtà vissuta con una drammaticità sempre crescente e lacerante.

(Le fonti per la stesura di questa biografia sono l’articolo sulla vita di Mario Luzi dalle Biblioteche comunali fiorentine – che si basa sul dettagliato volume Mario Luzi, L’opera poetica del 1998, a cura di Elisa Biagi – e il manuale Storia e testi della letteratura italiana, ricostruzione e sviluppo nel dopoguerra (1945 – 1968) a cura di Giulio Ferroni, Andrea Cortellessa, Italo Pantani e Silvia Tatti).

Il testo che vi propongo per l’occasione fa parte di Frasi e incisi di un canto salutare, in praticolare dalla seconda parte della sezione Angelica: primeggiano parole piene, epifanie e allusioni alla natura stilnovistica della donna, trasfigurata dalla quotidianità, che si abbandona a riflessioni intime – siamo nella tarda stagione poetica di Luzi. A voi, come sempre, l’interpretazione profonda:

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Vita o sogno? Lei si gode serena
la simbiosi domenicale col giardino
fino a tardi quando entra nella casa
la mite ora settembrina della cena.
Non c’è l’amato, non c’è la sua assenza
né altro desiderio. C’è quell’unico
pensiero muto che dovunque flagra
e vige, e di sé tutta la ripiena –
Felicità? non le sembra. Non è
che un nome estraneo, questo,
a quella purissima sostanza.
Vissuto o immaginato
quel brano? – pensa. Perduta
in quale sua profondità la scena?
Non c’è divario, non c’è differenza.