Umberto Eco: “Dobbiamo stare attenti che il senso di queste parole non si dimentichi ancora” – #staffettaumanitaria

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.
Franco Fortini

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@riverberodiparole

 

Nel discorso del 25 aprile 1995 presso la Columbia University, tenutosi per celebrare la liberazione dell’Europa, Umberto Eco svolge le coordinate di un fascismo che sembra non abbandonarci.
In un esaustivo post su Facebook, il professore Piero Riccobono ha analizzato i tratti peculiari del nuovo governo, evidenziando le palesi analogie con quello del “famigerato Ventennio”; conclude così:

Arriviamo dunque alla conclusione: stiamo ripiombando nel fascismo?
La risposta storicamente corretta sarebbe: no, la storia non si ripete. Mi sembra più appropriato dire che l’Italia ha imboccato la via che conduce a quella che in molti chiamano “democratura”, ossia ad una specie di dittatura mascherata di democrazia, come quella che esiste in Russia e in Turchia. Qualcuno dice che questa è la nuova forma del fascismo, ma a questo punto si tratterebbe di una trascurabile questione di nomi e mi sembra invece più interessante chiedersi se siamo ancora in tempo per fermare questa deriva. Ma questo è un altro discorso.

Che questo “altro discorso” sia, in questo articolo, il nostro punto di partenza. È vero: Hitler, Stalin e Mussolini non esistono più, sono fantasmi del secolo scorso – secondo qualcuno, “il secolo breve” – ma è bene guardarsi, oggi, da certi aspetti non troppo subdoli che continuano ad alimentare quello che Eco definisce fascismo eterno o Ur-Fascismo. Ormai dovremmo essere in grado di capire quando fermarci, quando le cose potrebbero degenerare e sfuggirci di mano. Bastano appena una parola o un gesto di troppo, sommati e ingigantiti nel tempo. Da qui l’importanza della memoria e della conoscenza.

Se il nazismo si fondava su una filosofia chiara ed un progetto politico metodico e sconvolgente, il fascismo era ed è rimasto un lemma riempito di cose convenienti in base al momento, e si reggeva su pochi principi determinanti: tradizionalismo, nazionalismo becero, repressione della libertà d’espressione con qualche spiraglio di tolleranza (apparentemente contraddittorio) in campo umanistico. Pura retorica, potenza delle parole su masse scoraggiate, sole, frustrate, “bisognose di una voce” da sollevare e far ascoltare.
Tutto ciò non è nuovo per la maggior parte di noi, ed è abbastanza evidente il ritorno di un germe comune: Nietzsche parlava dell’eterno ritorno dell’uguale, ma non voglio pensare e discutere in questi termini – ricordiamoci, però, che gli eventi storici che tanto demonizziamo e cerchiamo di depennare dalla nostra fedina penale universale sono accaduti appena settantaquattro anni fa. Ed è triste rendersi conto che, forse, tutti gli sforzi fatti per ricordare ed imparare dagli errori non abbiano più lo stesso valore di una volta. O almeno questo è ciò che traspare dalle notizie di cronaca di quasi ogni giorno.

L’Ur-Fascismo, dice Eco, va sbugiardato: può tornare in qualunque momento sotto spoglie innocenti e riuscire facilmente a “coagulare una nebulosa”. La cultura “sincretica” e intollerante, negli anni del fascismo, ha provocato un arresto nell’avanzamento del sapere, perché la verità era una, già annunciata dal dittatore, ed ogni pensatore fuori dagli schemi predisposti non era altro che un traditore.
L’Ur-Fascismo è “irrazionalismo” contrario all’età della ragione precedente e produce il culto dell’azione per l’azione (senza pensiero, senza riflessione): il fascismo contemplava l’eroismo come norma, la morte era la massima onorificenza.

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La cultura come atteggiamento critico, dunque, era sospetta come sembra esserlo anche oggi, la critica non si accetta semplicemente perché criticare significa distinguere, e “distinguere è un segno di modernità”. D’altronde, la modernità – quella vera – altro non è che custode della diversità, mira alla protezione delle differenze che sono l’arricchimento umano più grande che possiamo ottenere dal mondo. Ci tengo a sottolineare questa prospettiva anche sotto il profilo linguistico: le ultime direttive del Consiglio d’Europa, nell’ambito dell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, prevedono, come fine primario del corso di lingua, la tutela delle differenze linguistiche e culturali, la concezione della lingua come insieme simbolico di codificazione della realtà, affinché si possano formare degli abitanti del mondo capaci di esercitare attivamente la propria cittadinanza europea nell’ottica di una massima integrazione e collaborazione fra nazioni per il bene della democrazia.

Ma l’Ur-Fascismo ha paura della differenza, l’Ur-Fascismo “è razzista per definizione”. L’unico modo per decretare l’identità di una nazione, per il fascismo eterno, è l’individuazione dei nemici, senza contare il fatto che “alla radice della psicologia Ur-fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale”: e “il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia”, a cui possiamo ancora aggiungere tipiche forme di elitismo, precisamente “elitismo popolare”, “elitismo di massa”, e il disprezzo consequenziale per i deboli.  Ma chi si proclamava (e si proclama, attenzione) la “voce del popolo” non ha riguardo reale per i diritti degli individui “in quanto individui”, e inoltre “trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali”: altro carattere che mancava all’appello, il machismo.

Tutto questo veniva e viene esaltato e normalizzato attraverso precisi strumenti retorici capaci di piegare gli animi insoddisfatti, di chiudere tremendamente gli occhi della gente indebolendo il fronte dei saperi, di scoraggiare il senso primordiale di umanità insito in ogni essere umano attraverso incitazioni continue all’odio, in uno stato di guerra perenne manifesto soltanto a chi vuole fermarsi e comprendere, osservare, informarsi e parlare. Bastacontinuare a chiedersi: è questo il mondo che voglio? Basta tenere sempre presenti le parole di Eco:

Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: “Non dimenticate”.

Basta ricordare le persone, tutte le anime spezzate e tutti i sopravvissuti che si sono battuti e che ancora si battono per sottolineare l’importanza della memoria del passato per il futuro dell’uomo.

IMG-20181211-WA0005.jpgCon queste premesse, sono felicissima di parlare di un progetto importante nato su Instagram grazie all’iniziativa di Oriana, Serena e Francesca (diversamente da quanto pensano i più, i social possono davvero veicolare messaggi fondamentali e dare vita a movimenti determinanti): il gruppo Staffetta Umanitaria raccoglie bookstagrammer e book blogger di tutta Italia, trentasei rappresentanti attivi circondati da community meravigliose e sempre aperte al dialogo. Attraverso gruppi di lettura a tema, film, condivisione di articoli, interviste, immagini racchiuse sotto l’hashtag #staffettaumanitaria e, successivamente, nel profilo apposito del progetto, si è creato un passaparola fitto e ricco che sta portando alla luce, sul social attualmente più frequentato e utilizzato, la scottante tematica dei fenomeni migratori e delle terribili morti nel Mediterraneo.

Lo scopo è chiaro: prendere posizione, far sentire la propria voce. Tutti coloro che sono soliti riflettere intensamente e spesso e che si lasciano coinvolgere da innumerevoli pagine scritte, assimilando i contenuti dei propri libri preferiti, i lettori forti insomma, o quelli abbastanza forti da divorare libri su libri, dovrebbero servirsi delle proprie capacità di analisi e del loro sempre rinnovato senso d’umanità per parlare, almeno, di quello che sta accadendo di fronte ai nostri occhi: spesso ciò non accade invece, non è immediato. Io stessa ero inizialmente restia a pronunciarmi chiaramente, lanciavo qualche segnale, mostravo qualche notizia, ma non vedevo particolare riscontro se non nelle persone che sapevo la pensassero come me. Il fenomeno migratorio sembrava una sorta di argomento tabù all’interno di uno spazio di condivisione che invece è il più adatto alla costruzione di un dialogo sull’argomento, e ormai il silenzio era diventato inaccettabile.

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Nonostante sia solo un minuscolo tassello di questo progetto prezioso, sono felicissima dei risultati ottenuti finora, ad appena una settimana dall’inizio ufficiale dei gruppi di lettura: Instagram ogni giorno si riempie di notizie e molte più persone mantengono viva l’attenzione sui fatti d’attualità, come è giusto che sia. O semplicemente molta più gente ha cominciato ad pronunciarsi, a condividere e a partecipare a questa enorme e continua discussione, a dare qualche scossa al muro di quiete apparente. È in questo modo che possiamo ricordarci che facciamo tutti parte della grande famiglia umana, e che negare un diritto a un uomo che soffre significa negarlo a tutti gli uomini, senza alcuna distinzione.

Questo gruppo aperto a tutti, come ho scritto precedentemente, prevede la creazione di gruppi di lettura variegati per ogni mese a partire da questo 21 gennaio: fino al 21 febbraio si può leggere un libro (anche più di uno) a scelta fra quelli proposti nelle categorie: saggistica, narrativa, graphic novel/fumetto – le categorie sono considerate nel senso più ampio possibile, per poter includere anche testi dalla difficile classificazione. Per questo primo mese (21/01 – 21/02), i titoli proposti sono:

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• “Il fascismo eterno” di Umberto Eco per la categoria saggi – lo avrete immaginato, a questo punto;
• “Carnaio” di Giulio Cavalli/“Exit West” di Mohsin Hamid per la categoria romanzo;
• “Non stancarti di andare” di Stefano Turconi e Teresa Radice per la categoria graphic novel.

Saremo lieti di accogliere chiunque voglia unirsi a questo movimento comune di fondamentale importante, sia dentro che fuori dal social di partenza. Per una umanità che non dimentica il senso di umanità, per una umanità che realmente ricorda, che si adopera, che sa combattere e, idealmente, abbattere ogni nascente forma di fascismo eterno.

«Lo dicono cieco, ma l’odio ha la vista acuta di un cecchino».
Wislawa Szymborska

#riverberodipoesia: Mario Luzi

Con netto ritardo, eccoci ad un nuovo articolo della rubrica in cui approfondiamo insieme la vita e l’opera di un poeta. Ultimamente sto cercando di recuperare tutti i nomi di poeti contemporanei che non ho mai letto e di cui non ho mai sentito o studiato nulla – i programmi scolastici sono quello che sono, le ore scolastiche sono quelle che sono e alla fine moltissima letteratura meravigliosa e interessante viene sacrificata per riuscire ad affrontare almeno gli “autori maggiori”, ma per fortuna esiste l’università -, e quello di Mario Luzi è stato una scoperta sensazionale. Nonostante il mio amore incondizionato per la poesia tutta, gli scritti di Luzi mi sono sembrati una rivelazione: quando ho letto per la prima volta Nel magma mi sentivo come se stessi conversando con me stessa, cercando le risposte alle mie stesse domande, con le medesime passioni e la stessa volontà di restare immersi nel presente, nell’ora.

 

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Chi era Mario Luzi?

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Nasce a Sesto Fiorentino il 20 ottobre 1914. La madre, Margherita Papini, avrà una grandissima influenza su di lui e sarà fondamentale nel processo di interiorizzazione di una religione cattolica molto sentita – ma non di chiesa. La sua infanzia procede tranquilla e ricca di ispirazione e serenità, nonostante la guerra; e sin da bambino Luzi si fa notare, a scuola, per arguzia e maturità. Frequenta il ginnasio prima a Firenze, poi a Milano e a Siena, con degli spostamenti dovuti al lavoro del padre, ferroviere.
Il periodo di Siena sarà importante per la scoperta dell’amore e dell’arte: dopo i primi tentativi poetici registrati nel 1924, è in questa città, intorno agli anni Trenta, che Luzi completa delle importanti letture di formazione ed entra in sintonia con il pensiero di grandi autori e filosofi contemporanei, mostrando un enorme interesse per l’opera di Nietzsche – in particolare per Così parlò Zarathustra e per Al di là del bene e del male.

In questi anni, a Firenze, intraprende gli studi universitari alla facoltà di Lettere di Firenze, partecipa attivamente alla vita culturale della città collaborando con «Il Frontespizio», «Solaria», «L’Italia letteraria», e conosce tanti giovani intellettuali fiorentini fra i quali Betocchi, Bo, Pratolini e Bilenchi. In particolar modo, l’amicizia con Betocchi si basa sul condiviso interesse per la poesia francese: nel 1936 Mario Luzi si laurea infatti con una tesi su Mauriac, che sarà pubblicata da Guanda, due anni dopo, con il titolo di L’opium chrétien. Dal 1938 Luzi comincia a insegnare nelle scuole medie, e dal 1955 nelle università di Urbino e Firenze, continuando a pubblicare per «Il Frontespizio» e per «Letteratura» di Bonsanti; successivamente conoscerà anche Tommaso Landolfi ed Eugenio Montale, grazie al quale entrò a far parte del gruppo del caffè delle Giubbe Rosse ed ebbe modo di conoscere Vittorini, Palazzeschi e altri grandi intellettuali.

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La guerra si avvicina: sono anni inquieti, eppure la sua profonda fede cattolica non si chiude mai in se stessa, e anzi guarda attentamente alla cultura europea e a quella di sinistra, affiancando la stesura dei suoi componimenti poetici alla saggistica, ai testi di critica letteraria e a drammi teatrali. Nel 1942 si sposa con Elena Monaci ed un anno dopo nasce il figlio Gianni. La guerra finisce e lo segna profondamente, soprattutto nel momento in cui torna a Firenze, dai genitori, e trova la sua casa distrutta.

Dopo altre vicende lavorative e spostamenti, nel 1960, dopo la morte della madre, Luzi riesce a pubblicare il corpus delle sue poesie col titolo Il giusto della vita, dopo aver vinto, un anno prima, il premio Marzotto per la poesia ex aequo con Saba. Nel 1963 esce la controversa (e splendida) raccolta Nel magma, che si riempie di immagini di realtà cittadina, di cultura di massa, e riflette il dibattito politico e culturale dell’Italia degli anni Sessanta. E alla fine di questo periodo, a partire dal 1966, cominciano una serie di viaggi per il mondo e delle collaborazioni con diversi giornali.

Nel 1979 escono finalmente tutte le sue poesie nei due volumi editi da Garzanti, e la sua attività intellettuale continua fino agli ultimi anni della sua vita, con la pubblicazione di saggi, opere teatrali e altri testi e con un rinnovato impegno politico durante gli anni Novanta, per via della sua grande preoccupazione relativamente alla situazione politica italiana. Il suo zelo verrà premiato nel 1997 con la Legione d’Onore da parte del presidente della Repubblica francese e poi nel 2004, in occasione dei suoi novant’anni, quando viene nominato senatore a vita dal presidente Ciampi.
Muore qualche mese dopo, il 28 febbraio del 2005, a Firenze.

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La poesia di Mario Luzi è “animata da una forte tensione intellettuale e insieme da una dolce e fragile passione per la vita delle cose; i problemi religiosi, morali, culturali vi si intrecciano in un «discorso naturale»che guarda con viva partecipazione al presente, ma come a distanza, cercando un «tempo della poesia» che per Luzi è «un tempo in cui si incidono senza tempo le cose che sono sempre accadute e che sono sempre eventuali ed accadibili». Le sue parole si lanciano alla ricerca di una verità inafferrabile che racchiude e spiega l’essenza del mondo, e che si nutre della realtà vissuta con una drammaticità sempre crescente e lacerante.

(Le fonti per la stesura di questa biografia sono l’articolo sulla vita di Mario Luzi dalle Biblioteche comunali fiorentine – che si basa sul dettagliato volume Mario Luzi, L’opera poetica del 1998, a cura di Elisa Biagi – e il manuale Storia e testi della letteratura italiana, ricostruzione e sviluppo nel dopoguerra (1945 – 1968) a cura di Giulio Ferroni, Andrea Cortellessa, Italo Pantani e Silvia Tatti).

Il testo che vi propongo per l’occasione fa parte di Frasi e incisi di un canto salutare, in praticolare dalla seconda parte della sezione Angelica: primeggiano parole piene, epifanie e allusioni alla natura stilnovistica della donna, trasfigurata dalla quotidianità, che si abbandona a riflessioni intime – siamo nella tarda stagione poetica di Luzi. A voi, come sempre, l’interpretazione profonda:

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Vita o sogno? Lei si gode serena
la simbiosi domenicale col giardino
fino a tardi quando entra nella casa
la mite ora settembrina della cena.
Non c’è l’amato, non c’è la sua assenza
né altro desiderio. C’è quell’unico
pensiero muto che dovunque flagra
e vige, e di sé tutta la ripiena –
Felicità? non le sembra. Non è
che un nome estraneo, questo,
a quella purissima sostanza.
Vissuto o immaginato
quel brano? – pensa. Perduta
in quale sua profondità la scena?
Non c’è divario, non c’è differenza.

#riverberodipoesia: Ada Negri

La prima domenica del mese significa solo una cosa – non è vero, ma lasciatemelo passare: il nostro appuntamento ormai mensile con l’approfondimento sulla vita e sull’opera di un autore o di un’autrice che vi propongo. Oggi ho scelto un breve componimento di Ada Negri, poetessa italiana che attraversa, con la sua vita, uno dei periodi più critici della storia europea – e mondiale -, respirando entrambe le guerre mondiali e le grandissime trasformazioni del Novecento.

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La mia fonte, per questo articolo, è Mia giovinezza – Poesie, una antologia di poesie scelte, a cura di Davide Rondoni e appartenente alla collana Biblioteca dello spirito cristiano di BUR (prezzo di copertina € 8,00). I componimenti sono tratti da raccolte ordinate cronologicamente, mostrando una poesia in evoluzione e sempre emotivamente carica: Fatalità (1892), Tempeste (1895), Maternità (1904), Esilio (1914), Il libro di Mara (1919), Vespertina (1930), Il dono (1935), Fons Amoris (1939-1943).

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Proviamo a conoscere un po’ meglio una figura tanto lodata quanto criticata come quella di Ada Negri. Il 3 febbraio 1870, a Lodi, Vittoria Cornalba, tessitrice, dà alla luce la nostra poetessa, figlia di Giuseppe Negri. La famiglia d’origine è molto povera e presto Giuseppe si ammala di febbre tifoidea e muore, rendendo le condizioni economiche della famiglia ancora più disastrose. Le giornate di Ada scorrono lente nella palazzina in cui abita con la madre, che, dal canto suo, fa tutto il possibile per garantire un’ottima istruzione alla figlia, che riesce ad iscriversi alla Scuola Normale Femminile di Lodi nel 1881 e a conseguire, in seguito, l’attestato di maestra elementare.

Nel 1888 comincia a insegnare e a scrivere le sue prime poesie, che saranno poi raccolte in Fatalità (in una edizione curata dai Treves). Forte, in questa primissima fase, la tematica sociale, che capeggia fra i versi probabilmente a causa del vissuto personale della poetessa. Questa prima raccolta ha un successo così eclatante da ricevere molti riconoscimenti e persino un articolo dedicato sul Corriere della sera, scritto da Sofia Bisi. Di lì a poco, nel 1894, le verrà anche assegnato il Premio «Giannina Milli»: Ada Negri decide di dedicarsi interamente alla scrittura, l’insegnamento non fa più per lei. La fama improvvisa la porta ad insegnare a Milano, dove entra in contatto con personaggi quali Filippo Turati, Benito Mussolini – che si terrà in contatto con lei successivamente, nella sua ottica di “approvazione e propaganda” attraverso la cultura – e Anna Kuliscioff.

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La seconda raccolta, Tempeste, compare già nel 1895; l’anno seguente, Ada sposa Giovanni Garlanda, industriale laniero biellese, dando alla luce, poco dopo, la figlia Bianca. La secondogenita, Vittoria, nasce e muore, purtroppo, nello stesso 1900.
La terza raccolta, Maternità, si riempie di soggettività e autobiografismo: la cosidetta “poetessa del Quarto Stato” comincia ad elaborare pensieri profondamente personali ed intimi attraverso i suoi versi. Segue la pubblicazione di Dal profondo e arriviamo al 1913, anno in cui si registra la definitiva separazione da Garlanda. Ada Negri si trasferisce a Zurigo con la figlia, Bianca, e scrive Esilio, che esce nel 1914. Allo scoppio della prima guerra mondiale torna in Italia, dedicandosi intensamente al sostegno dei combattenti e all’assistenza dei feriti di guerra.

Le vicende personali della poetessa si intrecciano con i tragici eventi della storia, e le pubblicazioni successive, numerose, in poesia e in prosa, vedranno man mano emergere la componente della memoria, dolorosa e toccante.
Emblematico l’anno 1931, in cui Ada Negri riceve il Premio Mussolini in Campidoglio, evento che la consacra come intellettuale di regime. Questa è la notizia più controversa sulla sua biografia, che ha generato profonde critiche in merito alla sua letteratura. Ma sappiamo bene che è piuttosto difficile esprimere un parere assoluto circa queste dinamiche storiche: in questo caso, cercando di fugare i pregiudizi e gli estremismi, voglio fare un minuscolo appunto attraverso le parole di Rondoni, che scrive:

Ada Negri non era iscritta al partito fascista, lo fu «d’ufficio» al momento dell’ingresso nell’Accademia, quando era già al culmine della notorietà.

Nel 1940, appunto, Ada Negri è la prima donna della storia ad essere accolta nell’Accademia d’Italia; ma già allora il suo ritrovato ed appassionato sentimento religioso l’aveva gettata in una sfera d’ombra e di oblio. Morirà appena cinque anni dopo, tra il 10 e l’11 gennaio 1945, lo stesso anno della fucilazione di Mussolini e della fine della Seconda guerra mondiale.

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In questo sentir la vita come «evento», come «avvenimento», sta la prima energia della poesia di Ada Negri. Quella energia agisce ancora nella lettura dei suoi testi. (…)
C’è qualcosa nell’opera di Ada Negri che risuona come sfida. Non fu una intellettuale, la sua cultura non era costruita su cataste di libri, eppure nei suoi testi, scrisse il Flora nel 1940, «si fissano i temi dell’amore, della maternità, della fatica umana in modo inconsueto». (…) La poesia di Ada Negri appartiene alla propria epoca, ma non fu d’ispirazione letteraria. (…) L’unica influenza che riconobbe esplicitamente fu da Leopardi.

Un inno alla vita, quello di Ada Negri, insomma: un percorso poetico che non giunge alla “inconsistenza” ma alla rivelazione di un eterno, di un dono che è la vita in ogni suo attimo e in ogni sua sfumatura di bellezza, un sentimento nuovo, semplice e complesso insieme, in qualche modo attuale e lasciato cadere nell’oblio più nero. Nella sua stessa biografia si riscontra la passione vitale dell’amore, della eterna giovinezza e beltà che “da sempre è lo scopo della poesia e di ogni opera veramente umana”.

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Proprio in relazione a questa interessante lettura della sua opera, vi propongo il seguente componimento, breve ma efficace nella sua semplicità. A voi, come sempre, l’interpretazione – e l’interiorizzazione – di questi versi:

Fine

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

Giulia Ciarapica: fare critica letteraria 2.0, conoscenza, strumenti e pubblico

Chi è il book blogger e cosa fa? Cosa significa oggi fare critica letteraria 2.0?
Il libro di Giulia Ciarapica propone un percorso attraverso i diversi modi di raccontare i libri in Rete: dal blog ai social network e YouTube, tutti gli strumenti sono utili per parlare di letteratura e per farlo in modo originale, fresco, ironico e creativo. Senza dimenticare però che dietro ogni blogger c’è prima di tutto un lettore, che ogni giorno si informa, confronta testi e cerca di trasmettere la propria passione al pubblico (piccolo o grande che sia) con un linguaggio chiaro e semplice. Partendo dai ferri del mestiere e dalla scelta dei testi, passando per le fasi della recensione e i relativi stili, senza lesinare consigli pratici e di lettura, Book blogger ci conduce alla scoperta di un mondo in grande fermento, provando anche a tracciare una mappa per orientarcisi: dai primissimi portali e lit-blog italiani alle ultime tendenze sui social, per arrivare ai siti contemporanei più attivi e seguiti e al fenomeno degli youtuber.

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Oggi qualcosa si sta muovendo e sta cambiando. I mezzi digitali stanno velocemente prendendo il sopravvento sulle nostre vite, assorbendoci completamente ed inglobando i nostri pensieri e le nostre moderne necessità. Come tutte le cose, il mondo in Rete ha i suoi aspetti negativi, ma costituisce anche uno strumento efficace per quella che Giulia Ciarapica definisce “critica letteraria 2.0”.

Tradizionalisti ed amanti della carta stampata, mi rivolgo a voi (concedetemi di cominciare questa recensione in tono solenne): utilizzare le nuove piattaforme online per la diffusione della cultura non è un’eresia, e richiede le stesse passione, preparazione e costanza di una pubblicazione fisica, supportate da una buona conoscenza degli strumenti utilizzati ed una grandissima capacità di relazionarsi a diverse tipologie di pubblico.

Con queste premesse, Book blogger – Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché (edito da Franco Cesati Editore, della collana pillole e ad un prezzo di copertina di €12,00) è un utilissimo saggio che racchiude le basi ed ottimi spunti per tutti coloro che si vogliono approcciare al mondo del book blogging o che vogliono incrementare le proprie capacità circa l’analisi testuale, il confronto dei testi e la stesura di recensioni – non solo scritte, e portate su diverse piattaforme. Insomma, aspiranti book blogger ed aspiranti giornalisti, quella di cui vi parlo oggi è una piccola guida decisamente consigliata.

97vn_D8G_400x400.jpgPer chi non la conoscesse, Giulia Ciarapica è una book blogger fra le più influenti e competenti nel panorama italiano. Giornalista per Il Foglio e Il Messaggero – interessante e sempre ricca di suggerimenti la rubrica che cura, Una fogliata di libri –, la Ciarapica ha una personalità frizzante e travolgente, dalla straordinaria abilità comunicativa. Dispensatrice di hashtags, rubriche divertenti ed iniziative su Instagram e Twitter, vive sommersa di libri e possiede una biblioteca personale che farebbe invidia ai bibliofili più incalliti. Ma d’altronde, è proprio grazie alla sua enorme passione, al suo studio intenso e alle sue doti innate a comunicare messaggi e diffondere cultura che è riuscita a trasformare la propensione in un lavoro vero e proprio, che le permette di tenere incontri nelle scuole ed incoraggiare ragazze e ragazzi di tutte le età con il potente tramite del sapere.

E da una mente di questo tipo non poteva che venire fuori una guida chiara e completa, approfondita e puntuale ma senza la classica impostazione accademica che, a volte, rende i saggi di questo tipo particolarmente intricati. L’appunto da cui comincia è emblematico, infatti:

La letteratura e i libri in generale non sono “roba da intellettuali o oggetti di lusso che si deve aver paura di toccare, di maneggiare. I libri sono strumenti, e cibo, perché nutrono le persone, le aiutano a ragionare, a oltrepassare i limiti, ad avere visioni sempre nuove nel mondo (in continua evoluzione), ad aprirsi, ad andare in profondità.

E quindi:

Fare critica letteraria 2.0, insomma, vuol dire saper utilizzare strumenti diversi, e di maggiore diffusione, nonché quasi sempre gratuiti: significa guardare al presente e al futuro gettando sempre un occhio al passato; e alla nostra libreria.

Il percorso verso la recensione ideale (e la consapevolezza piena del lavoro del book blogger) muove, dunque, dai titoli di critica letteraria – e non solo – che ogni “candidato” dovrebbe prendere in considerazione per potersi formare e per possedere i giusti mezzi d’analisi, dato che ogni book blogger è principalmente un lettore e deve, naturalmente, costruire i propri ragionamenti su solide fondamenta. Punto cruciale e per nulla scontato – basti pensare alle puntualizzazioni che la nostra autrice ha dovuto fare attraverso accorate stories su Instagram: per parlare di letteratura, bisogna leggere, leggere tanto e bene, informarsi, studiare. Ma non si fermano qui i consigli della Ciarapica, che indica anche moltissimi titoli di lit-blog, riviste culturali e siti che possono rappresentare un ulteriore strumento per ottenere informazioni e tenersi costantemente aggiornati sulle novità, le opinioni e tutto ciò che serve.

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Si procede con i consigli sulla scelta del libro da leggere, altra operazione non facile e immediata, come invece può sembrare. Giulia Ciarapica ci tiene a sottolineare che le sue linee guida non costituiscono delle regole assolute: ognuno crea, man mano, propri parametri e gestisce tutto secondo la propria disposizione d’animo. In tal senso, se abbiamo la possibilità di poter scegliere il libro da recensire, tutto dipenderà anche dalla nostra personale formazione, e la recensione diventerà “un mezzo per parlare indirettamente di noi”.

E’ importante specificare che “nel mare magnum del Web” bisogna cercare di avere anche un approccio originale e fresco, tenendo ben presente il tipo di pubblico con cui dobbiamo confrontarci e stando attenti alle sue esigenze, stabilendovi un contatto reale e duraturo – cosa che, con i social network, è decisamente molto più semplice. Ogni testo è un tassello che può arricchire il bagaglio culturale dei lettori che ci seguono, e che può aprire un confronto che rende l’arricchimento sempre reciproco: questo è uno dei punti di forza maggiori che ho sperimentato personalmente dall’apertura del mio blog e, successivamente, degli account social ad esso collegati.

L’autopsia del testo prevede diverse fasi di lettura, da una più generale ad un’altra più approfondita e precisa, volta ad eviscerare il testo in ogni sua parola e ad individuare i punti centrali che ci permetteranno di esprimere un parere valido e ponderato (incipit, finale, personaggi, stile, messaggio…). Ciò non vale soltanto per la stesura di recensioni scritte (per blog o riviste culturali), ma persino per la modalità della video-recensione, apparsa con furore sulla piattaforma di YouTube. Anche in questo caso l’autrice sa darci alcuni nomi di youtubers capaci ed ispiranti, e fornisce i consigli e le tecniche necessarie per poter sperimentare questo peculiare tipo di critica, decisamente più controverso da realizzare in quanto più immediato ed autentico: “metterci la faccia”, infatti, richiede ulteriori attenzioni riguardo al luogo, al linguaggio, alle modalità di comunicazione, e può essere piuttosto snervante se non si hanno delle linee guida o se non si ha chiara la tipologia di pubblico che ci ascolta.

Tappa fondamentale – e conclusiva – in questo grande processo di lettura, scrittura, revisione e diffusione è il momento di promozione e autopromozione attraverso i social:

Se il nostro desiderio è farci conoscere su larga scala, se vogliamo far circolare il nostro lavoro e creare un pubblico vasto e variegato, se intendiamo coinvolgere utenti che non definiremmo dei lettori forti, diventa fondamentale un utilizzo consapevole e non sporadico di Twitter, Facebook e Instagram.

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Un esempio di colazione d’autore sul profilo Instagram di Petunia Ollister

Parole chiavi, creatività, cura delle didascalie e, soprattutto, scatti belli e accattivanti sembrano elementi superflui o non funzionali ad esprimere la propria opinione su un libro, ma nella nostra nuova era, in cui “l’occhio vuole la sua parte”, questi diventano essenziali per chi vuole approcciarsi alla critica letteraria 2.0 – basti pensare al profilo di Petunia Ollister, che ha creato il #bookbreakfast soddisfacendo gli occhi di migliaia lettori ed amanti dei dettagli.

 

Un fattore che va a completare la fisiologia di questo manuale è senza dubbio il supporto di numerosi esempi, alcuni tratti dai social di Giulia Ciarapica, altri da quelli dei book blogger che consiglia. Quasi in ogni sezione ed ogni capitolo viene presentata la questione prendendo in considerazione immagini, articoli, interviste, rubriche per mostrare praticamente ciò che si intende, componente, anche questa, determinante per un saggio informativo così chiaro e particolareggiato, che comprende anche più di un esempio per caso.

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Insomma, questo testo soddisfa appieno l’intento che si è proposto, e ve lo consiglio caldamente per tutto ciò che avete letto arrivando fino a questo punto:

… dare alcune coordinate di base per poter leggere, analizzare e valutare un testo – sia esso un romanzo, un saggio, un racconto, e per trasformare le nostre idee e i nostri appunti in parole scritte. Tappa importante per chi decidesse di aprire un blog di libri, cercheremo di capire in che modo rendere la nostra recensione interattiva, aprirla al mondo del web e ai social network.

 

#riverberodipoesia: Alda Merini

Questo volume intende offrire al lettore una visione letteraria del cammino poetico di Alda Merini che vada al di là dei singoli libretti che annualmente fioriscono sulla terra editoriale italiana, creando spesso miti dell’immaginario e confondendo il lettore avveduto, consapevole che la scrittura, la poesia, è un dato il quale prepotentemente mette nell’ombra ogni cronaca coi suoi eventi. (…) Così da illuminare la storia di una donna a cui è toccato il destino della poesia, mai da lei tradito.

Si apre così, in maniera più che esaustiva, Fiore di poesia 1951-1997, raccolta a cura di Maria Corti edita Giulio Einaudi Editore, che congloba alcuni bellissimi componimenti da varie sillogi della Merini. Questo testo, che fa parte della collana ET Poesia e che trovate al prezzo di copertina di €12,00, sarà la fonte cui attingerò per questo approfondimento.

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Chi era la splendida Alda Merini?
Nasce a Milano il 21 marzo 1931 da Nemo Merini, lavoratore alle Assicurazioni generali, ed Emilia Painelli, casalinga, seconda nata fra altri due fratelli, Anna ed Ezio. Sin dalla giovinezza le vicende autobiografiche caratterizzano il processo mentale che la porterà sempre più vicina alla scrittura poetica, e che la vedrà vincere sulla sua stessa realtà tragica. La visione poetica irrompe, forte delle sue stesse memorie.

Alda Merini frequenta l’Istituto Laura Solerta Mantegazza, studia il pianoforte e produce i primi scritti a soli quindici anni, avvicinandosi alla letteratura grazie a Silvana Rovelli – cugina di Ada Negri. E sarà la Rovelli a passare alcuni suoi componimenti ad Angelo Romanò e quindi a Giacinto Spagnoletti, che pubblica Il gobbo e Luce nell’antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949; successivamente queste e altre due poesie finirono in Poetesse del Novecento, pubblicato da Scheiwiller nel ’51 grazie a Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani.

La prima vera e propria raccolta si avrà due anni dopo, con l’editore Schwarz: La presenza di Orfeo racchiude testi che la Merini dedica ai “grandi amici di quegli anni”. Dopo una tortuosa relazione con Giorgio Manganelli, si sposa con Ettore Carniti. Seguono altre bellissime pubblicazioni e la nascita della sua primogenita, Emanuela, e quindi della figlia Flavia; ma “se poeticamente la Merini si è “definita”, umanamente no e la bellezza delle sue poesie, specie quelle religiose, consiste appunto nell’insistenza dolorosa e sincera sul tema dell’impossibilità a salvarsi dalle angosce”.

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Peculiare in questo contesto è la raccolta Tu sei Pietro, pubblicata da Scheiwiller nel ’61 e dedicata al medico Pietro De Paschale, dottore delle figlie. Il grande amore non corrisposto “offre esiti creativi nuovi” e porta ai massimi livelli l’intensità e le tendenze mistiche della poetessa. A questa raccolta seguono lunghi anni di silenzio e solitudine con l’internamento, nel ’65, al manicomio Paolo Pini, dal quale si “salva” tornando a scrivere, sempre più intensamente, nel ’79, dando sfogo a tutto ciò che si è accumulato in lei durante l’esperienza alla casa di cura. Questa scrittura densa e profonda sfocia nel capolavoro della Merini, La Terra Santa (pubblicato nel 1984), che nel ’93 vinse il Premio Librex Montale.

«Una ricognizione, per epifanie, deliri, nenie, canzoni, disvelamenti e apparizioni, di uno spazio – non di un luogo – in cui, venendo meno consuetudine e accortezza quotidiana, irrompe il naturale inferno e il naturale numinoso dell’essere umano».
Giorgio Manganelli, prefazione a L’altra verità. Diario di una diversa, 1986

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Ma sono ancora anni difficili quelli che seguono la morte del marito nell’81: Alda Merini dovrà vivere la solitudine piena di donna e di poetessa, nella terribile indifferenza degli editori. Riacquista terreno con lo spazio offertole da Paolo Mauri nella sua rivista Il cavallo di Troia, che raccoglie trenta suoi componimenti, poi ripresi da Scheiwiller.

Comincia a comunicare con il poeta Michele Pierri e nell’83 lo sposa, trasferendosi da lui a Taranto: formavano una splendida coppia. Dopo un altro internamento in un ospedale psichiatrico, la Merini torna a Milano e comincia una cura psichiatrica. Intanto si avvicina alla scrittura in prosa e “riprende quota” come scrittrice, e soprattutto “si ferma e ricorda”. Scrive Titano amori intorno, con il quale si avvia alla composizione di aforismi, scrive la Ballate non pagate e quindi La volpe e il sipario; gli ultimi anni sono i più proficui in merito alla produzione aforistica, e vedono il privilegiare dell’immediatezza della comunicazione orale sul misticismo della scrittura.
Alda Merini muore il primo novembre del 2009, a Milano, divorata da un tumore osseo.

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Alda Merini insieme al marito e alle figlie

Anche in questo caso è difficilissimo racchiudere in poche righe una vita così piena, tormentata ed emblematica. Quello di Alda è un potere profetico, una forza mistica irradiata da versi carichi di memoria, angoscia, follia. Ma anche contemplazione, sofferenza che diventa visione poetica ed entra in contrasto con l’esistenza.
E poiché non è la prima volta – e non sarà di certo l’ultima – che vi parlo di questa immensa poetessa, oggi voglio proporre un punto di partenza, un componimento tratto dalla sua prima raccolta pubblicata; a voi l’interpretazione:

 

 

 

Sarò sola?

Quando avrò alzato in me l’intimo fuoco
che originava già da queste bufere
e sarò salda, libera, vitale,
allora sarò sola?

E forse staccherò dalle radici
la rimossa speranza dell’amore,
ricorderò che frutto d’ogni
limite umano è assetato di memoria,
tutta mi affonderò nel divenire…

Ma fino a che io tremo del principio
cui la tua mano mi iniziò da ieri,
ogni attributo vivo che mi preme
giace incomposto nelle tue misure.

Ottobre 1952

 

 

Kurt Vonnegut: “perché proprio tu? Perché chiunque altro, allora?”

Mattatoio n.5 è la storia semiseria di Billy Pilgrim, un americano medio, un uomo qualunque con però l’eccezionale capacità di passare da una dimensione spaziale all’altra. Senza essere in grado di impedire la cosa, può trovarsi ora a Dresda durante la Seconda guerra mondiale, ora nello zoo fantascientifico di Tralfamadore dove è esposto come esemplare della razza umana. Ma Mattatoio n.5 è anche uno dei più importanti libri contro la guerra che siano mai stati scritti, autentica pietra miliare della letteratura antimilitarista. Kurt Vonnegut trae ispirazione dalla sua personale esperienza bellica quando, fatto prigioniero dai nazisti, ebbe la ventura di assistere alla distruzione di Dresda, la Firenze del Nord, da parte degli Alleati. Fu testimone di uno dei più terribili bombardamenti della storia, sopravvivendo grazie al suo osservatorio molto particolare: una grotta scavata nella roccia sotto un mattatoio, adibita a deposito carni, nelle viscere della città. Quando alla fine uscì all’aperto, al posto di una delle più belle città del mondo c’era un’ondulata distesa di macerie sopra un numero incalcolabile di morti.

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Dissacrante, grottesco, visionario, rivoluzionario: questi sono gli aggettivi che mi sento di attribuire all’approccio di Kurt Vonnegut nel suo peculiare racconto sul bombardamento di Dresda del ’45.
Pietra miliare della letteratura americana antimilitarista, Mattatoio n.5 è ambientato nell’America del boom economico: 1969, anno della guerra in Vietnam e dello sbarco sulla Luna, del benessere privato e della devastazione bellica.
In queste pagine si racconta la strana storia di Billy Pilgrim, un soldato americano sui generis, assolutamente non portato per la guerra e contrario alla guerra stessa. Le informazioni sulla sua vita ci vengono fornite in maniera frammentaria, attraverso i salti nel tempo che Billy comincia a compiere senza una apparente ragione e, soprattutto, senza il minimo controllo.

Durante il matrimonio della figlia Barbara, Billy è stato rapito dagli alieni, dei piccoli esserini verdi che lo hanno rinchiuso in uno zoo, completamente nudo, per osservare e studiare i comportamenti umani; ed è su questo lontanissimo pianeta chiamato Tralfamadore che egli impara ad approcciarsi alla vita in un nuovo modo. I tralfamadoriani vedono il tempo come un continuum, vivono a cavallo fra più dimensioni, e questo consente loro un vantaggio sulla morte: poiché vedono passato, presente e futuro come qualcosa di unico e sovrapposto, per i tralfamadoriani la morte è qualcosa di apparente, e per questo non costituisce una fonte di dolore. A differenza dei terrestri, gli alieni non si chiedono il perché di ciò che di bello o brutto avviene sul loro pianeta, si concentrano semplicemente sui momenti belli della loro esistenza e prendono ciò che accade come qualcosa di inevitabile e già scritto.

I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. E’, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.

La prospettiva aliena è quella che guida la narrazione delle vicende militari e della personale storia di Billy: ogni crudeltà, ogni violenza fisica o psichica, ogni morte che Vonnegut segnala nel testo si esaurisce nella frase dolorosa e squallida “così va la vita”. Il punto di vista “schizofrenico”, lo stile “telegrafico” sono l’eredità delle lezioni su Tralfamadore, e consentono di raggiungere con più forza il fulcro della questione:

qual è il motivo che spinge l’uomo ad autodistruggersi?

I terrestri devono essere il terrore dell’universo! (…) Ditemi dunque il segreto, così lo porterò sulla Terra e saremo tutti salvi: come può un pianeta vivere in pace?

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La risposta è amara e chiara sin dalle prime pagine: “il momento è strutturato così”, “così va la vita”. Il male immaginato e realizzato dagli uomini non ha una motivazione, e soprattutto non ha un reale antidoto che funzioni, tutto procede secondo logiche che gli esseri umani non riescono più ad intuire. Eppure, in questo quadro fantascientifico e pure così tremendamente concreto, non è la mera rassegnazione a fondare il messaggio di Vonnegut, bensì la forza di spirito, un messaggio di speranza lanciato come una torcia in un pozzo buio:

“Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, e la saggezza di comprendere sempre la differenza”.

Forza che sembra paradossalmente mancare al nostro protagonista, che saltella nel tempo e rivive i momenti più drammatici della sua vita alla luce di un potente stress post-traumatico. Non è un caso che Vonnegut abbia scritto che “uno dei principali effetti della guerra è, in fondo, che la gente è scoraggiata dal farsi personaggio”: la mente di Billy Pilgrim gli gioca dei pesanti scherzi in base ai quali egli prova a farsi una ragione degli shock vissuti in guerra, cercando di abbracciare la prospettiva dei tralfamadoriani e raccontando l’esperienza bellica in un modo tutto suo, alienante (la lingua italiana sa essere piuttosto brillante) per il lettore che vi si approccia per la prima volta. Ma cosa sono gli alieni se non l’“altro”, il “diverso”, il “nemico”? E non sono forse anche il pianeta sconosciuto e deserto, conosciuto, deserto e vuoto come le città rase al suolo dalle bombe?

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Gli espedienti narrativi dei salti nel tempo e, soprattutto, del rapimento alieno sono, a mio parere, funzionali ad una scrittura che mira all’esposizione di fatti naturalmente crudi di cui si possa anche amaramente sorridere – ho scoperto che la grande forza dell’autore risiede soprattutto in questo. Il grottesco e la fantasia di Vonnegut determinano il pronto alternarsi di reazioni apparentemente contrastanti, risate innanzi al paradosso, angoscia e tormento, sdegno, senso di impotenza: tutte emozioni molto intense che fanno sussultare quando viene tracciata l’ennesima spaventosa descrizione delle condizioni dei prigionieri americani, o dei corpi morti carbonizzati su quelle che erano le strade di Dresda, ridotta a deserto lunare.

Le caratteristiche dello stile di Vonnegut  producono un grosso effetto straniante, spesso supportato dalla scelta di utilizzare termini e definizioni proprie di persone esterne alla guerra, come l’anziano chirurgo di Dresda o la vedova di guerra che considerano Billy e gli altri soldati dei buffoni.

Quando i tre buffoni trovarono la cucina, (…) tutti erano andati a casa tranne la donna che era rimasta ad aspettarli, impaziente. (…) Domandò a Gluck se non era troppo giovane per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Edgar Derby se non era troppo vecchio per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Billy Pilgrim cosa diavolo era, Billy disse che non lo sapeva. (…) “Tutti i veri soldati sono morti” disse la donna. Ed era vero. Così va la vita.

Non posso fare a meno di pensare che questa “ricerca della distanza” – che riesce fino al ricordo del bombardamento – rappresenti in effetti l’unico modo in cui Vonnegut abbia potuto raccontarci di questi anni agghiaccianti. L’alienazione è il “paravento” che tenta di proteggere il lettore dalla reale portata dei fatti, e che vorrebbe portare la malvagità delle azioni umane sullo stesso piano della fantascienza, ma che, proprio per questo motivo, finisce per avere l’effetto opposto. L’allontanamento è anche l’apatia di Billy Pilgrim, è una malattia difensiva della memoria:

In realtà, l’apatia di Billy era un paravento. Nascondeva una mente che sprizzava scintille, una mente che stava preparando lettere e discorsi sui dischi volanti, sulla scarsa importanza della morte e sulla vera natura del tempo.

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La presenza dell’autore fra i prigionieri di guerra americani viene sottolineata man mano che ci si avvicina alla narrazione del bombardamento, che è l’unico punto in cui la volontà straniante dell’autore viene meno. In una caverna dimessa al di sotto del mattatoio n.5 in cui erano stati piazzati, gli americani attendono la fine dei “passi di gigante” sopra alle loro teste. Il bilancio è allarmante e nessuno riesce ad elaborare realmente la quantità degli abitanti uccisi: saranno 135.000 le vittime. La bomba atomica lanciata su Hiroshima ne aveva abbattute 71.379, a Tokyo il 9 marzo del ’45 erano state distrutte 83.793 vite. Al di là dei numeri, più o meno discutibili – gli storiografi moderni hanno ancora qualche riserva a riguardo –, non è in dubbio che a Dresda si sia verificata una tragedia: “così va la vita”.

Kurt Vonnegut vuole forse comunicarci che le guerre siano inevitabili? Forse. Certo è che possiamo consolarci tentando di spostare l’attenzione sulle cose belle della vita, e pensare che ogni persona spazzata via dalla guerra possa essere ancora viva da qualche parte – e ognuno interpreti questa affermazione secondo la propria disposizione d’animo. Quella di Mattatoio n.5 non è solo la Seconda guerra mondiale, ma ogni guerra, la guerra, che si tratti del ’45 o del ’69. E quelle di Vonnegut sono “le parole e le espressioni schiette che la gente pensava ma non diceva, le idee che esprimevano sensazioni intime, che facevano vacillare i preconcetti e spingevano il lettore a guardare le cose da un’angolazione diversa”, come ha scritto il suo amico di una vita Dan Wakefield nell’introduzione a Quando siete felici, fateci caso – altro libro che vi consiglio fortemente.

Lettura interessante, dolorosa e diversa: consigliatissimo.

 

 

#riverberodipoesia: Dino Campana

Sull’orma di Rimbaud, l’autore che vi propongo oggi è stato un’anima a lui affine, ribelle e “nomade” come il nostro tormentato simbolista francese: Dino Campana. Anche per lui il viaggio è la ricerca di riposte, di armonia col mondo, è un percorso spirituale in cui la poesia rappresenta l’unico e potentissimo mezzo per riallacciarsi all’esistenza; anche lui plasma un linguaggio nuovo e moderno, un ritmo inusitato che trasforma la poesia conferendole una atmosfera orfica.

Il mio testo di riferimento in questo caso è Canti orfici e altre poesie in edizione Garzanti, che fa parte della collana I grandi libri/poesia, con introduzione e note di Neuro Bonifazi e acquistato al prezzo di copertina di €9,00.

«Poesia in fuga» è stata definita l’opera di Dino Campana, per l’urgenza di contenuti, l’impasto verbale furioso e straziante, la tensione alla costruzione sempre delusa, l’intrinseca componente trasfiguratrice e visionaria, la dimensione simbolico-metafisica. I versi e le prose liriche di questo volume sono riconosciuti come uno degli esiti più originali della poesia italiana del Novecento.

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Dino Campana nasce a Marradi il 20 agosto 1885 (sì, qualche giorno fa è stato il 133° anniversario dalla sua nascita), figlio del maestro elementare Giovanni Campana e di Francesca Luti, fervente cattolica. “Campana è stato, ed è ancora, in un certo senso, il poeta unico e straordinario, anzi l’immagine stessa della passione poetica e l’esempio di una vocazione perseguita fino alla pazzia”: dopo un’infanzia più o meno serena nel suo paese d’origine, Dino Campana comincia a soffrire di alcuni disturbi nervosi che diverranno sempre più intensi e lo porteranno a spostarsi spesso.

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È comunque molto difficile ricostruire la vita, seppur nelle sue linee essenziali, di un autore che è stato prettamente nell’ombra e, soprattutto, che è stato sottovalutato per moltissimo tempo. Le fonti che abbiamo sono lettere del poeta e dei corrispondenti, testimonianze di amici e conoscenti, dichiarazioni. Dopo aver terminato gli studi, fallita la carriera militare, decide di dedicarsi ufficialmente alla vita errante e solitaria e si concentra sulla propria formazione culturale. Tenta un’altra strada: continuando a leggere e scrivere, si iscrive prima alla Facoltà di Chimica presso Bologna, per poi lasciare l’università una volta fallito l’esame di fisica.

Nel 1906 comincia la cosiddetta “fuga campaniana” attraverso le Alpi, che si conclude con la reclusione in un manicomio di Imola, per volere del padre Giovanni. Successivamente si opta per l’espatrio del figlio: Campana viene mandato in Argentina, ma una volta giunto parte per la Pampa e si mantiene svolgendo vari mestieri. Dopo altri viaggi in terre straniere, Campana torna a Marradi e studia intensamente, torna all’Università di Bologna, sostiene e passa l’esame di fisica e continua ad avere “atteggiamenti stravaganti”.

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In questi anni si intensifica la conoscenza della filosofia nietzscheana, fondamentale perno della sua poesia e della sua vita. Nel 1913 prepara la prima redazione manoscritta dei Canti orfici, che poi andrà perduta e quindi riscritta praticamente a memoria – il manoscritto sarà ritrovato soltanto nel 1971 fra le carte di Soffici, suo parente. I Canti orfici vedranno la luce per la prima volta sotto forma di testo stampato nel 1914, presso il tipografo Ravagli.

Segue un periodo a Firenze di «calcolate stravaganze», il periodo «forse il più saggio della vita di Dino, l’unico in cui gode di un certo rispetto e anche di una certa considerazione» (Vassalli).

AleramoCampana1916.jpgMa seguono anche altre smanie e deliri, fino ad arrivare al 1916 circa: dopo il corteggiamento con Emilio Cecchi, ha luogo la dolorosa relazione con Sibilla Aleramo, “che riesce a vincere la sostanziale misoginia di Campana, e si reca a trovarlo al Barco”. I due staranno insieme per poco tempo, vivendo un amore intenso quanto violento e folle; Dino Campana viene poi internato per la solita diagnosi di “demenza precoce” al manicomio di San Salvi e quindi nel cronicario di Castel Pulci, proseguono le sue “ubriachezze”. La «suggestione» rispetto all’ideologia orfico-nietzscheana prende il sopravvento dopo aver guidato gradualmente i suoi passi nel mondo.
Campana muore presso l’ospedale il primo marzo 1932, per setticemia o per sifilide – secondo due diverse fonti.

La poesia orfica di Dino Campana costruì le fondamenta di una nuova forma di produzione poetica, moderna e complessa, assimilabile a quella di Rimbaud. La profonda crisi psichica si concilia per lui con quella post ottocentesca, e fornisce lo spunto per un diverso linguaggio lirico.

Nel tessuto teso e inquieto della prosa lirica o narrativa dannunziana ha immesso la sua carica immaginaria, la «forza» (…) della sua fede, e ne ha foggiato istintivamente e frammentariamente, ma calcolatamente, un nuovo stile, che s’accende qua e là in ritmi nuovi, stravaganti come quelli dei pittori futuristi o cubisti o orfici, ma con un’«arte» diversa (come afferma lui stesso), un’arte veramente europea, di colori e di suoni, e soprattutto di versi e di sintassi liberi dalle strutture ottocentesche, e sia pure dannunziane o crepuscolari.

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Sibilla Aleramo – Dino Campana

Il componimento che ho scelto di proporvi oggi è il seguente, a voi l’interpretazione più profonda:

La speranza (sul torrente notturno)

Per l’amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli intestini pianti
Da’ tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la Notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida Sorte . . .
. . . . . . . . . . .
Per l’amor dei poeti, porte
Aperte de la morte
Su l’infinito!
Per l’amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte!

 

 

#riverberodipoesia: Arthur Rimbaud

Questa domenica si cambia rotta: ci spostiamo in Francia per parlare di uno dei così chiamati “poeti maledetti”, uno dei più grandi scrittori che hanno aperto la strada alla poesia moderna e al suo nuovo linguaggio, Arthur Rimbaud.
Il testo di riferimento da cui ho tratto le informazioni e la poesia che vi propongo oggi è Opere in versi e in prosa, edito Garzanti Editore (2016) nella collana I grandi libri, che trovate al prezzo di copertina di €15,00, curato da Marziano Guglielminetti con traduzione di Dario Bellezza.

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Jean Nicolas Arthur Rimbaud nasce a Charleville il 20 ottobre del 1854, secondo di cinque – presto quattro – fratelli. La sua vita è sempre stata sopraffatta da quell’alone di leggenda, degenerato soprattutto dopo la sua morte e scaturito dai suoi numerosissimi viaggi verso terre esotiche: “che cosa è andato a cercare in quelle terre lontane? ci si chiese presto. E le ipotesi furono subito molte. Si è dato alle esplorazioni (…). Si è fatto re di una tribù di barbari (…). Ha reclutato soldati (…). Pratica il commercio degli schiavi (è quasi certamente una calunnia, tanto che lui stesso è costretto a smentirla, discorrendone con i suoi in una lettera del 3 dicembre dell’85). Non fu subito chiaro che era divenuto mercante d’armi e di caffè. Forse la leggenda sarebbe svanita quasi subito”.

È indubbio il fascino emanato dai suoi scritti fuori dagli schemi e, ancora di più, dalla sua vita sregolata e ribelle: sin da giovane, a scuola, emergono e risaltano le sue grandi capacità intellettive. La sua è una profonda ribellione che affiora presto, sommessamente, e che esplode all’incirca nel 1871, quando decide di tornare a Parigi a lavorare, e dove può progettare un nuovo tipo di poesia. Charleville gli sta stretta: Rimbaud odia “tanto il patriottismo dei suoi concittadini (…), quanto la mancanza di librerie confacenti al suo amore del nuovo”. Già prima di questa data, sedotto dalla vita mondana e dai vizi della grande città, aveva cominciato a mandare dei componimenti ad alcune importanti riviste parigine, nelle quali intanto venivano pubblicati gli scritti di autori come Baudelaire e Mallarmé.

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Verlaine e Rimbaud ritratti in un dettaglio di Un coin de table di Fantin-Latour

Emblematico nella vita di Rimbaud l’incontro con Paul Verlaine, altro grande poeta del simbolismo francese, con il quale pare abbia anche avuto una relazione: assidua e copiosa la loro corrispondenza, intensa la loro amicizia che li porta a collaborare e a darsi forza reciprocamente. Mathilde, la moglie di Verlaine, è gelosa di questa nuova amicizia del marito e della vita stravagante che i due conducono insieme. “L’esercizio poetico si fa bohème e amore”, e Verlaine lascia la moglie per partire con Rimbaud in Belgio. Saranno tanti e vari i loro spostamenti, in particolare a Londra; ma passa solo qualche anno prima che si segni la rottura. Gli ultimi terribili mesi nei quali si inscrive la fine del loro legame sono raccontati da Rimbaud attraverso gli scritti incredibili di Une saison en enfer (Una stagione all’inferno), ultimato e pubblicato nel 1873, poco dopo le minacce di suicidio di Paul Verlaine e il suo tentativo di impedire il ritorno a Parigi di Rimbaud con due colpi di pistola.

12.jpgQuando, nel ’75, Verlaine – uscito di prigione – va a far visita al nostro poeta maledetto, a Londra, questi gli consegna il manoscritto delle Illuminations (Illuminazioni), il suo ultimo libro. Dopo il rifiuto da parte di Verlaine di prestargli denaro “da dissipare”, non è ancora chiaro in che modo viva Rimbaud per un determinato periodo. Sono documentati, a tratti, altri viaggi, alcuni lavori, fino all’approdo ad Aden e poi ad Harar, dove vivrà dall’88 in qualità di agente commerciale della ditta Tian: qui continua in qualche maniera la propria attività letteraria e medita a fondo sull’esistenza.
Un cancro al ginocchio cambia le carte in tavola e dà inizio ad un calvario lungo e tremendo di spostamenti e sofferenze che lo porteranno all’amputazione della gamba prima, all’abbandono da parte della madre poi. Con al fianco soltanto la sorella Isabelle, muore il 10 novembre del 1891.

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Quello di Rimbaud è un approccio diverso al linguaggio poetico: il suo spirito ribelle si manifesta apertamente anche nel lessico, nelle scelte di immagini, sentimenti, espressioni. Vuole indagare l’inconscio dell’uomo, passare dall’individuale all’universale e spingersi al limite delle convenzioni del suo tempo. Le sue sono preziose associazioni, descrizioni inconsuete che si rifanno alle corrispondenze di Baudelaire (vi invito a leggere il componimento Correspondances) e che non possono fare a meno di ricordarmi la poesia orfica di Dino Campana – ma questa è un’altra storia che, se vorrete, approfondiremo la prossima volta.

 

A voi, come sempre, l’interpretazione di questa poesia composta nel 1870:

Il male

Mentre gli sputi rossi della mitraglia
sibilano senza posa nel cielo blu infinito;
scarlatti o verdi, accanto al re che li schernisce
crollano i battaglioni in massa in mezzo al fuoco,

mentre un’orrenda follia, una poltiglia
fumante fa di centomila uomini,
– Poveri morti! Nell’estate, nell’erba e nella gioia
tua, o natura! tu che santamente li creasti!

– C’è un dio che ride sulle tovaglie di damasco
degli altari, nell’incenso e nei grandi calici d’oro,
che s’addormenta cullato dagli Osanna,

– e si risveglia, quando madri chine
sulla loro angoscia, piangendo sotto i vecchi cappelli neri
gli danno un soldo legato nel loro fazzoletto.