“La passione ribelle”: è davvero possibile uno studio libero e disinteressato?

Chi studia è sempre un ribelle.
Uno che si mette da un’altra parte rispetto al mondo e, a suo modo, ne contrasta la corsa. Chi studia si ferma e sta: così, si rende eversivo e contrario. Forse, dietro, c’è sempre una scontentezza: di sé, o del mondo. Ma non è mai una fuga. È solo una ribellione silenziosa e, oggi più che mai, invisibile. A tutti i ribelli invisibili è dedicato questo libro.

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@riverberodiparole

La dedica del pamphlet di Paola Mastrocola, insegnante di lettere in pensione, è ricca di sentimento e, se vogliamo, in fondo, speranza. Studiare, scrive, significa ribellarsi, significa esprimere appieno la propria libertà ed il proprio pensiero, significa piazzarsi deliberatamente al di fuori degli schemi comuni per acquisire una “felicità mentale” inestimabile e immortale. Da intendersi uno studio completamente disinteressato. Ebbene, nonostante il nobilissimo (e assolutamente condivisibile) punto di partenza della trattazione – legato ad una sensazione di immortalità sottesa all’atto dello studio di piacere, se così possiamo definirlo – rispetto alle catastrofiche premesse della Mastrocola, e alle argomentazioni (purtroppo deboli) che riporta, non mi sono trovata sempre d’accordo. E non me lo aspettavo.

Forse il problema sta proprio in quel “ne contrasta la corsa”, l’idea di uno studio che procede in maniera contraria e staccata dal mondo. Per una mia personale concezione di studio, di didattica e di raggiungimento di determinati obiettivi, per quanto io in primis mi consideri innamorata dello studio e di tutto quello che esso comporta, non riesco proprio ad accettare una definizione così dissonante dell’atto suddetto. Il successivo “ma non è mai una fuga” potrebbe aiutare a riallacciare il discorso alle sue implicazioni sociali, ma dal testo emerge, secondo me, il contrario.

Ammetto che avevo grandissime aspettative, e forse per questo sento fortemente il senso di insoddisfazione che mi ha lasciato (nulla togliendo alla scrittura della Mastrocola, alla sua competenza e alle sue intenzioni: semplicemente la pensiamo in maniera diversa). Ho affrontato la lettura con Giordano Milo, con il quale mi sono poi confrontata attraverso una chiacchierata al telefono di quasi due ore – pochi punti sono stati risparmiati dalle nostre contestazioni. Ci siamo trovati d’accordo: bene, ma non benissimo, buoni presupposti ma qualche riserva. In questa sede vorrei concentrarmi sulle questioni problematiche e le affermazioni opinabili; inoltre, vorrei strutturare questo articolo sulla base di considerazioni di didattica, questione a me molto cara, che a mio avviso si ricollega a tutti i punti critici del testo, quelli che mi hanno suscitato non poche perplessità.

 Lo studio è sparito dalle nostre vite. Nessuno studia più. Se ne può fare a meno. E non ci piace, né per noi né per i nostri figli.

Dalla primissima frase d’incipit entriamo nella personalissima prospettiva dell’autrice, che in quanto tale è soggettiva ed opinabile, ma oggettivamente catastrofista. Tutti i capitoli del saggio assumono un tono provocatorio e ricco di stereotipi (a volte con l’intento di scardinarli, altre volte utilizzati come metro di paragone o esempio) che si risolvono in argomentazioni, ahimè, troppo retoriche per un discorso che mi aspettavo trattato nel vivere sociale. O meglio: la questione è, sì, posta in termini di riflessione sul sociale, la Mastrocola scrive dei paragrafi specifici per affrontare l’argomento scuola o famiglia, ma non ho mai trovato delle spiegazioni che si sottraessero per un attimo alla visione “romantica” di studio disinteressato per entrare effettivamente dentro le classi, le aule, le case, e quindi le teste. E alla fine si arriva a generalizzare in maniera piuttosto audace con considerazioni quali:

(nel paragrafo dedicato alle biblioteche) Ma il fatto di portarsi dietro i propri libri è solo il segnale di qualcosa che mi sembra molto più sconcertante: si studia solo sui libri di testo, su manuali sempre più smilzi, e non si prova più il desiderio di ‘cercare’, di leggere altro, di frequentare libri nascosti, che appartengono a un patrimonio millenario di sapere. Si fa sempre più, nella maggioranza dei casi, un lavoro di seconda mano, senza usare le fonti, senza attingere direttamente ai classici. In questo senso dico che non si studia più. Ci si ferma ai sunti, alle navigazioni on line, facili, veloci. Superficiali. Non si frequentano i fondali. In questo senso il mutato uso delle biblioteche mi preoccupa: è il segnale che non si ha più l’idea di un sapere che affonda nel passato, o che non si ha più voglia di andarselo a recuperare, quel sapere affondato.”

Questo passo mi sembra emblematico per porre più di una questione controversa. Sull’idea dello snaturamento delle biblioteche posso anche passare, perché in effetti la biblioteca non nasce come sala studio; ma affermare che ormai oggi, solitamente, si preferisca fare un “lavoro di seconda mano” non credo sia assolutamente vero, altrimenti i corsi di laurea umanistici rappresenterebbero tutti delle eccezioni. Inoltre, mi verrebbe da dire, se proprio un ragazzo decide di affrontare lo studio in maniera superficiale, l’insegnante dovrebbe perlomeno provare a “scuoterlo”, a indirizzarlo, a fornirgli degli spunti di riflessione con tutti i metodi più efficaci (quindi non solo con le nozioni!): sicuramente la Mastrocola, nella sua carriera da insegnante, avrà tentato di trasmettere tutta questa passione ai suoi studenti, ma nel testo ho sentito proprio la mancanza di un suo personale approfondimento metodologico, la relazione studente-insegnante non appare, neanche fra le righe, come se fossero due mondi lontani, l’uno “vittima” della disastrosa realtà scolastica, l’altro “carnefice costretto”.

La demonizzazione delle “navigazioni on line” denota poi una chiusura sostanziale: Internet non è necessariamente il male, ma un ulteriore strumento (come lo studio, d’altronde), e come tale bisogna saperlo usare. Può anche rappresentare una fonte attendibile in certi casi, ed esistono, tra l’altro, moltissimi progetti di digitalizzazione del sapere umanistico che, oggi, rendono molto più fruibile la ricerca. Non si tratta di semplificazione di contenuto, di contenuto di bassa qualità (per chi è del settore, chiaramente, e non si lascia abbindolare da pseudo siti culturali): l’evoluzione tecnologica ci ha reso la vita più facile perché più “completa” sotto certi aspetti, più sfaccettata, compenetrata di migliaia di punti di vista, comparabile senza difficoltà, alla portata di tutti. Nelle parole della Mastrocola mi sembra di vedere decantata, retoricamente, l’idea che “antico è meglio”, in tutte le cose.

Nella Passione ribelle non si parla di studio e insegnamento in termini relazionali e sociali, oltre che personali per ovvi motivi (certo il saggio non parte da queste precise intenzioni, che secondo me sarebbero state però fondamentali): la Mastrocola parla di studi completamente disinteressati in ambito letterario-artistico, quindi scollati da qualsivoglia obiettivo, finalità, utilità – facendo anche l’esempio del protagonista di uno dei suoi libri, un certo Fil, che per poter studiare come vuole decide di rifiutare un dottorato e andare a fare il pastore. Uno studio separato dalla società, disapprovato, anzi, dalla società, e che dunque se ne distacca, si allontana, per rimanere puro e fine a se stesso. Questo tipo di concezione, che alcuni troveranno condivisibile, è piuttosto problematico, perché si trascina dietro una serie di conseguenze di pensiero.

Insegnanti, “spettacolanti”, ricercatori, studenti, scuole, università: stando alle parole dell’autrice, lo studio “vero” non ha più a che fare con nessuna di queste categorie, e col suo piglio provocatorio vorrebbe ridurre tutto alla sola concezione di studio puro che lei stessa teorizza nell’ottavo capitolo. Parla di “università imprenditoriali” e di esami dati a “catena di montaggio”, di sistemi di verifica oppressivi e snaturamento del lavoro di ricerca per via di griglie di valutazione e riunioni, tutte cose, insomma, che costituiscono una parte necessaria del lavoro di insegnante e che sono connaturate, invece, allo studio e alla ricerca, a certi livelli. Un riflessione sullo studio, nella mia personale prospettiva, non può evitare di essere inserita e quindi osservata in contesti sociali.

La società è cambiata, si è evoluta, ed è cambiata anche la scuola con la precedente rivoluzione pedagogica che ha introdotto le specificità degli studenti nel sistema di valutazione, insieme al concetto di “persona” (che anche lei giustamente usa) e di sviluppo di competenze trasversali, al posto del semplice sapere nozionistico. La scuola, oggi, valuta il saper fare più che il sapere, e questo è uno degli aspetti contro cui lotta la Mastrocola, da quel che mi è sembrato di capire. Ecco, è con questo tipo di pensiero che non mi trovo d’accordo. Paginette ben scritte e passi imparati a memoria sono formalismi del vecchio sistema scuola che l’autrice elogia come fondamentali, se non ci sono significa che “non c’è studio, non c’è sforzo, non c’è impegno”. Ma perché? Perché parlare in termini tanto vaghi e generali di una questione in cui, semmai, sono fondamentali le eccezioni e gli esempi pratici singoli, e, soprattutto, un atteggiamento propositivo che qui viene declinato solo in termini idealisti? Cosa fare materialmente per evitare, utilizzando le parole dell’autrice, che lo studio smetta davvero di far parte delle nostre vite? E soprattutto, che questo accada, è davvero immaginabile?

Non credo che in questo momento importi a qualcuno della cultura. Dico quella inutile, non ‘calcolante’. Non credo che la scuola si occupi della cultura, in questo momento. Dico della cultura ‘meditante’, cioè di pensiero, riflessione, ricerca dell’essenza più spirituale e cose siffatte. Pensa di avere altro da fare. È alle prese con quelli che ovunque chiamiamo ‘i profondi mutamenti degli ultimi decenni’, o ‘i nuovi scenari della contemporaneità’: globalizzazione, migrazione, scoperte scientifiche e tecnologiche che, susseguendosi a un ritmo frenetico, chiedono una ‘trasformazione radicale’ del sapere, un’istruzione che si leghi al ‘progresso umano’, allo sviluppo economico, all’incremento del PIL, a un ‘innalzamento delle prospettive di ricchezza del Paese’, al ‘guadagno’ dei singoli, a un ‘aumento della produttività dell’intero sistema economico’, nonché al ‘consolidamento dei valori democratici’. […] Tutti parliamo ormai così, usiamo queste parole preconfezionate e vuote”.

Ecco, questa è in parte anche la mia concezione di studio calato nella società, e non vedendoci nulla di nocivo per l’atto in sé dello studio – che semmai interpreto come più ricco e attento sia al passato che al presente che al futuro – non riesco a trovarmi d’accordo con l’approccio dell’autrice. Credo che sia importante, anzi, che la scuola si riempia di attualità, che ne faccia parte e che ci rifletta, perché se la lettura di un classico, per esempio, può offrirci degli spunti importantissimi per la formazione e per comprendere la realtà che ci circonda (noi e gli altri, dunque), questi non possono rimanere fini a se stessi. Come dovremmo definire allora lo stesso sistema di una qualsiasi ricerca, che non fa altro che nutrirsi dell’eredità di precedenti studi e idee, guardando al presente, all’ora, alle persone di questo dato tempo, per progredire e creare qualcosa di “migliore” (non vale per tutto), di più funzionale, di fruibile? Si può studiare senza “essere in contrasto”, senza fermarsi.

Dando per assodati la ricchezza di spunti offerti (troviamo molto su cui ragionare ad ogni pagina) nonché alcuni concetti di fronte ai quali mi trovo perfettamente d’accordo (un sotteso concetto di πάθει μάθος dell’atto di studiare, le libertà sacrosante di chi studia, la necessità dell’epistemologia e delle nozioni di base, per esempio), parlare di studio fine a se stesso è qualcosa che, a mio parere, non si può più fare, oggi – questo libro è uscito nel 2015 –, è troppo riduttivo, troppo “romantico”. La cultura è realtà, umanità a tutto tondo (questo lo dice anche la Mastrocola, in altre parole): non ho mai studiato soltanto “per rendere perfetti gli angeli” e non riesco a immaginare i vantaggi mentali di uno studio così disinteressato; ho apprezzato, però, la grande passione dimostrata e la volontà di proporre una tesi così lacerante, di provocare per cambiare le cose, di pensare e discutere controcorrente. È dalle idee altre che spesso nascono i confronti più interessanti.

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Libri sotto l’ombrellone: consigli tardivi

Oggi è il sei agosto: per alcuni le vacanze sono iniziate ormai da un mese, per altri devono ancora cominciare, per altri ancora forse non ci saranno nemmeno – consideratemi pure in quest’ultimo gruppo; tutto questo per dire che non è mai troppo tardi per dare qualche consiglio in merito ai “libri sotto l’ombrellone”, famigerata categoria in cui racchiudiamo libri di vario genere che si prestano – secondo noi – meglio di altri alla lettura in spiaggia.

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Ricordate tutto quello che ci eravamo detti nell’articolo dei consigli dell’estate scorsa? – se non lo avete letto vi consiglio di dargli un’occhiata per avere qualche consiglio in più e per riflettere sulla tipologia di lettura che fa per voi sinceramente. Bene, quest’anno sto tentando, su di me, una sorta di terapia d’urto, proponendomi di leggere dei volumi spessi nonostante la mia naturale inclinazione a prediligere i libri brevi e autoconclusivi. Fino a questo punto, posso dire che sta funzionando in parte: vuoi perché questa è l’estate più complicata della mia vita, vuoi perché i libroni con cui ho deciso di “forzarmi” sono molto lontani dalla mia zona comfort (anche in questo senso ho deciso di lanciarmi in una ulteriore sfida contro i miei limiti da lettrice), sta di fatto che comunque rimango una lettrice lenta, e i libroni non mi aiutano molto.

Ma vi dirò come andrà. Certo, avrei potuto scegliere di pormi questa sfida magari in un periodo meno tormentato, ma chi sono io per frenare le idee folli che elabora il mio cervello con il caldo umido estivo? La mia ragionevolezza credo sia evaporata a giugno, nulla da fare.

In ogni caso, il consiglio spassionato dello scorso anno rimane: riflettete, ascoltatevi e capite la vostra predisposizione. A differenza di ciò che si pensa, in estate si ha più tempo e di conseguenza è più facile perderne di più, e di questo me ne sono accorta sulla mia pelle – non sarà così per tutti, ma credo di trovare l’approvazione di molti di voi. Per me è più facile organizzare le mie giornate pienissime invernali rispetto a quelle vuote estive (che non sono mai vuote realmente ma che a volte rimangono tali).

Come provare a riempire queste lunghe/brevi giornate estive?
Anche i libri che vi consiglio quest’anno sono variegati, spero di riuscire a darvi almeno uno spunto in base al genere che preferite.

Febbre-admin-570x804Febbre di Jonathan Bazzi (edito Fandango Libri): praticamente una rivelazione editoriale di questo 2019, Febbre parte dalla semplice constatazione, da parte del protagonista/narratore/autore, di una febbricola che è arrivata e non è andata più via. Con il suo stile spezzato, chiaro, sincero, Bazzi racconta la sua personale vicenda fra tematiche sociali forti, malattia e complessi contesti familiari in un’opera d’esordio che ha conquistato tantissimi lettori e che ha ottenuto la ristampa in breve tempo, ed inoltre è arrivata finalista al Premio Giuseppe Berto di quest’anno. Io e altre meravigliose personcine abbiamo curato il Blog Tour di Febbre nel mese della sua uscita: nel mio articolo affronto la questione del potere nel sistema famiglia descritto e narrato da Bazzi; vi trovate anche i rimandi agli altri articoli di approfondimento sul romanzo.

La leggenda personale del’autore che, sull’onda del potere catalizzante della patologia, trova la forza di comporsi, di ridisegnarsi in un ordine che solo il senno di poi, e il presentimento del temuto finale -la morte- imprimono al suo svolgimento. Malattia e destino, un tema classico in letteratura. – Corriere della sera

9788860446091_0_0_470_75Sempre edito Fandango Libri, il Nuovo Dizionario Affettivo della lingua italiana è un progetto editoriale ammirevole che ricalca quello di dieci anni fa: un’opera collettiva basata sull’individuazione di una parola singola da parte di moltissimi autori sulla base di un qualche loro legame con la stessa. Ciascun autore descriverà la suddetta parola creando una voce di dizionario fatta di storie, suggestioni, ricordi al di là del significato letterale e specifico (da dizionario, appunto) del termine. In questo modo si crea una raccolta intelligente, bellissima da sfogliare e da accogliere, con terminologie di varia natura – in barba al classico concetto di dizionario, fra tradizione e innovazione e spunti di riflessione. Questa edizione contiene i contributi di 368 autori e, come scrive in introduzione Matteo B. Bianchi, “nasce per gioco”, un esperimento letterario di “emotività pura, genuina […], una cosmogonia affettiva che per ciascun autore si riverbera nel suono di una singola parola”. Consigliatissimo da consultare anche in maniera sporadica, in qualsiasi momento.

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Di Annie Ernaux potrei consigliarvi qualsiasi cosa: chi mi segue su Instagram sa bene del mio amore sconfinato per questa meravigliosa autrice che incarna ed esprime tutto quello che cerco in un libro. Il titolo che vi consiglio in questo caso è Il posto, che è intercambiabile con Una donna: questi sono infatti i titoli da cui vi consiglio di cominciare a conoscere la Ernaux (poi potete fare come preferite, l’importante è che leggiate i suoi scritti!). A breve vi parlerò meglio di questa autrice qui sul blog.

 

0x300Kurt Vonnegut è stato una splendida scoperta dello scorso anno, che ancora devo approfondire bene. Vi ho parlato nel dettaglio di Mattatoio n.5, particolarissimo libro che ho molto apprezzato, ma un altro libriccino che mi è piaciuto è stato senza dubbio Quando siete felici, fateci caso, una raccolta di discorsi ufficiali che Vonnegut tenne ai laureandi alla fine del loro anno accademico (commencement speech), tra il 1978 e il 2004. In un insieme di racconti, riflessioni, ricordi e aneddoti, in questo libro viene tracciato il pensiero geniale di Vonnegut nella maniera scorrevole e chiara di una chiacchierata sincera sui temi più attuali e pressanti e non solo.

9788807882531_quartaDi bene in peggio è un saggio complesso, molto breve (appena 83 pagine) ma molto ricco e articolato, che contiene riferimenti ad altre opere per trarre esempi esaustivi e mai banali. Forse non è il testo più indicato quando si hanno mille cose da fare, ma in estate credo che ci si possa dedicare. Il punto di partenza di questo saggio particolarmente stimolante di Paul Watzlawick è la storia di un uomo che comincia a porsi domande esistenziali e smette improvvisamente di essere felice; desideroso di certezze e punti di riferimento, li cerca inizialmente nelle scienze esatte, per rendersi conto, poi, del fatto che tutte le strade finiscono per approdare ad ulteriori e più difficili domande. L’autore punta alla distruzione del concetto di “ipersoluzione”: non possiamo e non dobbiamo concepire la vita come un insieme di certezze, non è tutto in un modo o in un altro, c’è sempre un tertium, la via di un compromesso. Diciamo addio ad assolutismi ed estremismi, smettiamo di cercare un senso di totalità che non esiste e concentriamoci, piuttosto, sulla nostra ricerca, sul nostro viaggio verso la comprensione di noi stessi nel presente, hic et nunc, lontani dal “successo catastrofico”.

Per la poesia quest’anno vi propongo non una ma ben due raccolte:

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I ragazzi che amavano il vento sono Shelley, Keats e Byron, meravigliosi poeti del Romanticismo inglese qui accostati sulla base del loro amore per l’Italia. Le città e le campagne italiane vengono evocate nei loro dettagli più particolari, in un versificare che attinge ai colori, alle acque, ai paesaggi, al senso di libertà e di leggerezza di una eterna gioventù che questi autori sono riusciti a descrivere e comunicare egregiamente. Molto accurata l’introduzione di Roberto Mussapi, curatore dell’edizione.

 

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Altro mio profondo amore – del quale sa bene chi mi conosce – è quello per Antonia Pozzi: piano piano sto cercando di possederne l’opera omnia. Desiderio di cose leggere è una silloge uscita nel 2018 che contiene alcuni bellissimi scritti della poetessa composti fra il 1929 e il 1938, anno della sua tragica morte a soli ventisei anni. A cura di Elisabetta Vergani, con prefazione di Eugenio Borgna, questa raccolta può essere un ottimo strumento per avvicinarsi a una delle voci più significative del Novecento italiano, venuta alla luce soltanto di recente grazie all’attenzione di autori come Montale. Sul mio profilo vi ho parlato anche della sua breve vita in occasione del progetto #poesiesognanti di Lisa.

Spero di avervi offerto degli spunti abbastanza variegati ed adatti a diverse esigenze di lettura; fatemi sapere se leggerete qualcuno di questi libri e consigliatemi anche voi, se volete, un libro da leggere sotto l’ombrellone.

Buona estate, buone vacanze (per i fortunati che possono godersele) e al prossimo articolo!

“Addio fantasmi” sulla rivista Nuovi Argomenti

Nadia Terranova, scrittrice mia conterranea, racconta la tormentata vicenda di Ida, una donna che vive le relazioni personali e gli eventi della vita alla luce di un fatto della sua infanzia che ha distrutto la sua casa e la sua serenità: malato di una grave depressione, una mattina suo padre si è alzato ed è scomparso, ha chiuso la porta di casa alle sue spalle, e di lui sono rimasti soltanto lo spazzolino umido nel bagno, i volumi di letteratura spessi sugli scaffali, e pochi oggetti misteriosi custoditi poi da Ida all’interno di una scatola rossa: il segreto che accompagnerà il lettore fino alla fine e che sarà l’emblema di una questione irrisolta e pressante che si trascina come un bagaglio. In una sorta di incantesimo anomalo, la scena dell’abbandono si ripete perennemente nella mente di Ida, che è costretta a fare i conti con i propri fantasmi nel momento in cui la madre la richiama a Messina in vista della ristrutturazione e della vendita di quell’appartamento ormai tramutato in cui una volta vivevano felici, tutti e tre.

Questo è un piccolo stralcio della recensione di Addio fantasmi – lo splendido libro di Nadia Terranova – che ho scritto per Nuovi Argomenti, rivista letteraria fondata nel 1953 da Alberto Carocci e Alberto Moravia e che quest’anno ha visto rinnovate la sua veste grafica, il suo sito web e l’organizzazione dei suoi contenuti. Il mio articolo fa parte della rubrica Leggere ai tempi dei Social Network. 

Per leggerlo interamente vi basta cliccare qui.

Una Marina di Libri 2019: di libri, persone e bellezza

Anche quest’anno, presso l’Orto Botanico di Palermo, si è tenuto il festival dell’editoria indipendente più grande del Sud Italia, che è giunto alla sua decima edizione: Una Marina di Libri. Dal sei al nove giugno, con trecento eventi in ben undici meravigliosi punti fra piante ed alberi secolari, Palermo si è arricchita con la presenza di ospiti eccezionali (fra i molti, Manuel Vilas, Helena Janeczek, Niccolò Ammaniti, Giulio Cavalli, Evelina Santangelo, Valerio Massimo Manfredi), si è animata di dibattiti variegati e meravigliose presentazioni, ha omaggiato “Gli scrittori che ci mancano” (quest’anno: Primo Levi, Stefano D’Arrigo, Anna Maria Ortese, Herman Melville), ha festeggiato i numerosissimi anniversari di case editrici e personalità celebri sotto il sole di una Sicilia caldissima e vivace.

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In totale hanno partecipato 101 editori, di cui dodici case editrici per bambini raccolte nell’Isola dei racconti, gestita dalla libreria Dudi: un’area dedicata esclusivamente ai giovanissimi e alle loro attività è stata una delle novità di questa edizione, insieme all’iniziativa #PlasticFree a cui hanno aderito gli organizzatori e che ha coinvolto tutti i fruitori dei servizi presso l’Orto Botanico (no alla plastica monouso, solo borracce riutilizzabili e fontane di acqua potabile a disposizione).

Il tema di quest’anno è stato “Isola/Isole”:

L’isola come luogo di approdo e punto di partenza del viaggio, l’isola come porto sul mare contaminato da tutte le culture, l’isola che si irradia nel mondo e lo riceve, l’isola come ribellione alla chiusura. Non solo la Sicilia, ma tutte le isole del Mediterraneo. […] Nostra intenzione è di esaltare tutte le realtà più vivaci e combattive presenti nei territori, e dare loro voce, perché gli isolamenti si spezzino e si provi a trasformarli in una mappa comune.

Quest’anno dunque è stato ancora più pressante – giustamente, a mio avviso – l’invito al confronto, al dialogo, alla condivisione di cultura e bellezza e alla lotta contro le storture del presente.

Da dieci anni è la sfida in Una Marina di Libri. Un po’ pionieri, un po’ pirati, non privi di limiti e di errori, ma ancora qui. Con la voglia, e tanta, di giocare la partita.

(Dalle parole di Piero Melati, direttore artistico del festival)

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Secondo recenti stime, i visitatori sarebbero stati complessivamente ventisettemila: scambiando qualche chiacchiera con gli editori, bene ma non benissimo. Una via di mezzo. In ogni caso, sono stati quattro giorni molto intensi e bellissimi, che ho trascorso in compagnia di persone speciali, bookstagrammer appassionati e genuini con cui sono stata bene come se li conoscessi da una vita – molti li incontravo per la prima volta dal vivo. Questa affinità profonda mi ha fatto molto riflettere sul valore dei social calati nel mondo dell’editoria, sulle connessioni reali che si creano fra le persone (in questo caso lettori, autori, editori…) pur abitando in regioni lontanissime, sull’utilità e l’importanza della condivisione sana di informazioni e cultura. Il mio personale scambio di opinioni con un altro lettore su una nuova uscita che magari abbiamo letto entrambi è reale, è un dibattito che col tempo si può arricchire e può alimentare una fiducia reciproca crescente: anche quella è reale. Il social usato in questo modo non fa altro che accorciare le distanze, raduna community attive e interessate pronte ad accogliere pareri, a condividere i propri, a conoscere nuove realtà e spargere la voce quando ne vale la pena, come un gruppo – copioso – di amici che si aggiorna perennemente, di cui ognuno è parte viva e determinante. Utilizzo le parole di Riccardo Cataldi, Social Media Manager presso Fandango Libri: facciamo rete.

I bookstagrammer che mi sono stati accanto per tutta la Marina (o quasi) hanno personalità frizzanti e sorrisi contagiosi, se non li conoscete ancora li apprezzerete senz’altro per la loro freschezza e sincerità – vi assicuro che sono esattamente come appaiono sui social: mi riferisco a Gabriele, Valentina (non chiamatela Valeria ché si arrabbia), Francesca (dal sei giugno detta Franca), Giorgia, Letizia, Maria José, Giorgia e Gaia, Valentina, Chiara – non ho sbagliato, ci sono omonime!

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Una rara foto di noi non al completo

Mi sarebbe piaciuto partecipare a moltissimi altri eventi rispetto a quelli che ho seguito, ma l’organizzazione non è stata clemente e mi sono spesso trovata a dover scegliere fra due, quattro, sei eventi che iniziavano alla stessa ora. Tutto sommato, però, anche questa volta sono uscita dalla fiera felice e piena di bellezza grazie alle presentazioni di In tutto c’è stata bellezza di Vilas e Carnaio di Cavalli, ai dibattiti sull’impossibilità di un’isola, il romanzo italiano, le riflessioni sull’opera di Moravia. Non vedo l’ora di scoprire quello che ci riserverà Una Marina di Libri il prossimo anno!

Come già saprete se mi seguite su Instagram, i miei acquisti sono stati davvero molti fra quelli ragionati/consigliati e quelli fatti d’impulso: ho accumulato in tutto sedici libri. Non mi era mai successo di fare spese folli in questo modo nell’arco di quattro giorni, ma come ho ripetuto ai miei amici per tutta la durata del festival, non mi pento di nulla. Qui di seguito vi lascio la lista degli acquisti che ho fatto con relativa scheda collegata, basta un click!

Ringrazio gli organizzatori di Una Marina di Libri, ma soprattutto i miei compagni d’avventura, gli editori con cui mi sono dilungata a parlare e che hanno voluto condividere con me il loro entusiasmo.

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Il posto, Annie Ernaux, L’orma editore;
Il nostro bisogno di consolazione, Stig Dagerman, Iperborea;
• Una moglie giovane e bella, Tommy Wieringa, Iperborea;
Psicopolitica, Byung-Chul Han, Edizioni nottetempo;
Cultura di destra, Furio Jesi, Edizioni nottetempo;
Il commensale, Gabriela Ybarra, Alessandro Polidoro Editore;
Donne che parlano, Miriam Toews, Marcos y Marcos;

 

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Noi i vivi, Olivier Bleys, Clichy Edizioni;
In tutto c’è stata bellezza, Manuel Vilas, Guanda;
Rosso come il mare, Wolfram Fleischhauer, Emons Edizioni;
Ninfee nere, Michel Bussi, Edizioni e/o;

 

 

 

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Il trionfo della stupidità, Armand Farrachi, Fandango Libri;
Carnaio, Giulio Cavalli, Fandango Libri;
Alberto Moravia. L’attenzione inesauribile, a cura di Clotilde Bertoni e Chiara Lombardi, AlboVersorio;
Poetica della Relazione, Édouard Glissant, Edizioni Quodlibet;
Lino, una storia di coraggio, Laura Lombardo e Rosa Lombardo, Ideestortepaper (che qui non vedete in foto).

 

 

Questioni di potere: il sistema famiglia in “Febbre” di Jonathan Bazzi

Il terrore e il panico stanno nello spazio che precede incontri e collisioni.

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Febbre è uscito il 9 maggio, e prosegue il nostro Blog Tour che accompagna il suo primo mese di pubblicazione. La scorsa settimana Federica vi ha parlato della nuova uscita edita da Fandango attraverso la recensione del romanzo; in questa seconda tappa, io vi parlerò di quelle che abbiamo definito “questioni di potere”. Quali?

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Agli occhi del lettore di Febbre, fra un’intersezione col passato e l’altra, sarà subito chiaro che la famiglia di Jonathan – autore, narratore in prima persona – non rispecchi proprio l’ideale del nido caldo, accogliente e sereno che ancora oggi, talvolta, primeggia nell’immaginario comune. Le dinamiche familiari che si profilano tassello dopo tassello sono articolate, tumultuose, spaventose e aperte. In premessa, il nucleo originario madre-padre-figlio, già precario per varie motivazioni, si sfalda e determina la prima rottura decisiva che fa subentrare con maggiore forza le influenze dei nonni materni e paterni, nel bene e nel male, nonché di una serie di altri personaggi che appaiono e scompaiono.

Il sistema famiglia che ci viene raccontato – come poi un po’ tutte le famiglie di Rozzano descritte in quanto fugaci ma significative incursioni nella struttura degli affetti – si fonda su un principio trasparente: il maschio detta legge, detiene le redini della famiglia, per qualsiasi cosa, nonostante tutto. Nonno Biagio e nonno Pierluigi costituiscono gli esempi, chi più chi meno, dei dispotici padri padroni, coloro che controllano tutto, che hanno il potere di decidere su tutto, senza i quali non ci si può arrischiare di fare un passo avanti. Anche quando la malattia li colpisce, i capifamiglia esternano il dissenso: Biagio, dopo l’ictus, continua ad arrabbiarsi furiosamente se qualcuno non fa come aveva stabilito; “prima che si ammalasse, il nonno (Pierluigi) era il centro di tutto, dicono. Era il motore della nostra famiglia”. A partire dai nonni, tutti i maschi alfa della famiglia seguiranno questo modus cogitandi e operandi.

Quella di Jonathan è dunque una famiglia in cui una donna deve soltanto “fare i mestieri”, se va a lavoro significa che “ha l’amante, è una poco di buono”, e invece è necessario che sia la “serva di suo marito”, questo è il compito che le spetta; è una famiglia in cui i nipoti vengono trattati diversamente in base al grado di parentela, alla vicinanza (se così si può definire) nella linea di sangue, in cui si chiude sempre un occhio per Luca perché “è il figlio di sua figlia, io sono solo il figlio della Tina, l’ex moglie di papà. Nessuno me lo dice ma io l’ho capito che questa è una differenza importante”. L’ordine famigliare è in sostanza di tipo gerarchico e sessista:

Del resto quando sono nato, il nonno era su di giri. Il primo nipote, maschio, un Bazzi.

Il maschio dirige e si addossa il peso del focolare – la famiglia come peso, appunto, esercizio di un potere illimitato.

Educare è esercitare un potere, affermare una supremazia.

La donna sta chiusa in casa, sbriga le faccende, partorisce e alleva i figli ma le regole le detta sempre il padre, il nonno: orario, coprifuoco, programmi televisivi, dialoghi e silenzi.

A casa dei nonni ci sono regole, leggi non scritte.

Siamo di fronte ai rimasugli di una concezione patriarcale della famiglia radicata in un ambiente che  non lascia spazio ad alternative – cultura, politica, pensiero generale; il sesso diventa anch’esso uno strumento di controllo, di assoggettamento. La famiglia tradizionale così concepita, come una sorta di cappio al collo, come una spinta ad andare contro alla propria natura attraverso la “lingua dei maschi”, mi ha un po’ ricordato un seminario sulle pubblicazioni di Goliarda Sapienza e Silvana Grasso: d’altronde, forse, siamo più avvezzi, ormai, a sentir parlare le donne riguardo alle oppressioni legate all’ambito familiare, sempre in un contesto di genere. In questo romanzo le costrizioni sono diffuse, colpiscono soprattutto le donne ma non soltanto le donne, sono influssi impietosi, condizionanti nella vita di Jonathan bambino, che descrive ma non comprende fino in fondo, e di Jonathan adulto che sa, e che deve fare i conti con il turbinoso passato e il devastante presente. Sono le tracce che ci portano inevitabilmente alla tematica dell’amore familiare e del disinteresse.

Postulato: “La famiglia è importante, la famiglia c’è sempre, è fatta per sostenersi l’un l’altro”.  Realtà dei fatti: “Tutto nella mia famiglia è sempre successo a distanza”.

L’amore si rivela molto diverso da ciò che Jonathan immaginava, riponendo speranze nella potenza del sentimento amoroso come una sorta di protezione, di forza benefica perenne e liberatoria. Ma le dinamiche descritte appaiono ben lontane dall’immagine dell’amore incondizionato: piuttosto è un amore condizionato dal potere, ad esso subordinato.

Hellinger, lo psicologo delle Costellazioni Familiari Sistemiche, diceva qualcosa di particolarmente azzeccato a proposito: «L’amore è una parte dell’ordine, l’ordine precede l’amore, e l’amore può solo svilupparsi in base all’ordine. L’ordine è preposto. Se capovolgo questo rapporto e voglio trasformare l’ordine attraverso l’amore, sono destinato a fallire». Questo è proprio ciò che accade nella famiglia di Jonathan – senso di non appartenenza, limitazioni, preferenze e coperture.

E questo ci porta al tema della violenza domestica, pure presente, che merita un approfondimento in quanto diretta esternazione della presa di potere in ambito famigliare. Il sito internet dei Carabinieri recita: «Secondo l’OMS la violenza domestica è un fenomeno molto diffuso che riguarda ogni forma di abuso psicologico, fisico, sessuale e le varie forme di comportamenti coercitivi esercitati per controllare emotivamente una persona che fa parte del nucleo familiare. Può portare gravi conseguenze nella vita psichica delle donne, degli uomini e dei bambini che la subiscono perché può far sviluppare problemi psicologici come sindromi depressive, problemi somatici come tachicardia, sintomi di ansia, tensione, sensi di colpa e vergogna, bassa autostima, disturbo post-traumatico da stress e molti altri. Le condizioni di chi subisce la violenza sono tanto più gravi quanto la violenza si protrae nel tempo, o quanto più esiste un legame consanguineo tra l’aggressore e la vittima». Vediamo cosa succede da vicino.

Il ruolo preponderante del capofamiglia così inteso può affermarsi solo con un regime di paura e violenza: la violenza – fisica, psicologica – come strumento per farsi ascoltare. Che sia uno schiaffo, uno strattone, uno sguardo intimidatorio, una stretta forte delle dita, una voce grossa che rimprovera, una sfilza di botte, in questo sistema il padre, maschio, figura guida e motore dell’organismo tutto è chiamato a sottomettere i membri disobbedienti.

Gli episodi di violenza fisica descritti diventano sempre più espliciti e crudi, ed è indiscutibile la costante tensione che possiamo respirare anche noi tramite l’osservazione delle conseguenze con gli occhi di Jonathan: basti pensare a Concetta, detta Tina, sua madre, che cade e ricade in depressioni e crisi nervose, esplode e crolla, subisce pressioni psicologiche e percosse, rivelando un’insicurezza e un terrore profondi imputabili al contesto in cui è cresciuta. L’ordine e il potere indiscusso del singolo sul nucleo familiare deformano le personalità, le indeboliscono o le spingono a costruire una corazza fra sé e l’altro; e così nessuno impara a condividere le emozioni, “ognuno restituisce quello che ha ricevuto”.

La depressione parla una lingua conosciuta alla nostra famiglia, non scandalizza nessuno.

Come una macchia, una “piccola minuscola indimenticabile onnipresente macchia”, il potere patriarcale conosciuto e osservato risale attraverso i ricordi narrati da Jonathan, e si posiziona per sempre lì dove deve stare, accanto alla macchia del quartiere d’origine, Rozzano, accanto alla macchia della malattia. Un’esistenza di macchie dolorose ed indelebili, affrontate ed esorcizzate attraverso una lucida descrizione di una lunga e sottile linea di rapporti familiari violenti.

«Tutti colpevoli, nessuna colpa».

Beatn’k – poetic generation: il magazine che “insegna ad osservare poeticamente il mondo”, dal progetto di Antonio Calandra

A volte gli interessi diventano idee, e a volte qualcuno decide di accoglierle e svilupparle. È il caso di Antonio Calandra, giovane siciliano neolaureato presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, che per la sua tesi ha creato un progetto editoriale fra grafica, poesia, fotografia e passione, sulla suggestione stilistica della nota Beat Generation.

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Il suo progetto è stato presentato presso Spazio Cultura Libreria Macaione nella Giornata Mondiale della Poesia – il 21 marzo scorso -, e mi è parso subito degno di attenzione. Quindi, dopo qualche chiacchiera scambiata con Antonio, ho deciso di farvi conoscere l’iniziativa direttamente dalle sue parole: segue la sua ricca intervista.

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Antonio, intanto ti faccio ancora i miei complimenti per questo progetto: in quanto lettrice e appassionata di poesia, venire a conoscenza di un’ideazione del genere mi ha dato tanta gioia e anche speranza, non lo nego. Oggi c’è chi pensa che la poesia sia un genere sopravvalutato, sostanzialmente inutile, e soprattutto che sia lontano dall’universo dei più giovani, quando invece, per come la vedo io, probabilmente è uno di quei generi capaci di mutare forma e continuare a veicolare messaggi importanti: tu cosa pensi a riguardo?

La poesia ha in sé uno scopo diverso da qualunque altro genere letterario, ha in sé modi di esprimersi completamente diversi. È proprio grazie a ciò che il suo obiettivo è riuscire a colpire non la mente del lettore o ascoltatore, quanto il suo animo. Riesce a muovere organi e sensazioni incorporei che difficilmente altri generi letterari riuscirebbero. Non potrebbe essere davvero definibile un target fisso per la poesia, ogni persona, ogni uomo, donna, bambino, anziano ha una sua sensibilità nei confronti di parole, suoni, ritmi, e ognuna di queste qualità è fuori dal tempo. Escluderei, quindi, il valore generazionale della poesia, eccetto per quella che va contestualizzata in pensieri figli del proprio tempo politico e sociale. Il tempo e le generazioni sono quelle che, per esigenza, ne mutano i toni di voce, poiché i contesti storici condizionano codici comunicativi e linguaggi. E chiunque abbia almeno una volta sentito propria una poesia, sentito propria una sensazione evocata da parole, suoni o ritmi, comincia a sentire un’esigenza comunicativa aldilà del linguaggio razionale e logico, cercando l’astratto, e l’unico mezzo per esprimere ciò è il linguaggio della poesia. Mi piace fare il parallelismo tra poesia e la musica jazz, due linguaggi che risentono di un’esigenza comunicativa completamente diversa, astratta, che può sembrar complicata (motivo per cui si tende a definirla elitaria), ma, come dimostrano i grandi maestri del jazz e i grandi compositori di poesia, ognuno ha in sé un improvvisatore jazz o un poeta, basta solo cercare di trovare il proprio linguaggio, il proprio suono e i propri ritmi comunicativi. È grazie ad essa, infatti, che gli animi possono essere mossi e risulta un ottimo mezzo veicolatore di importanti messaggi che verrebbero sensibilmente più compresi, soprattutto, se a farsi sentire è la voce dei giovani.

In linea generale, concordo con quello che hai detto. La poesia è anche il genere letterario che forse più si avvicina al mondo delle arti figurative, se vogliamo, con il tentativo di descrivere immagini, di invitare all’interiorizzazione e all’interpretazione e con dei modi un po’ ambigui o impliciti per raggiungere questo obiettivo: quando ha cominciato a svilupparsi il tuo interesse per la poesia e le sue espressioni più recenti?  È sempre andato “a braccetto” con l’interesse per l’arte contemporanea e la grafica?

Credo che la passione per la poesia sia nata da piccolo, alle elementari e alle scuole medie. Ricordo, infatti, di aver vinto addirittura qualche concorso per poeti in erba. Ma credo che sia stato il periodo dopo il liceo classico a rafforzare il mio legame con la poesia, vedendo questa come un perenne luogo sicuro in cui cercare me stesso, rifugiarmi o consolarmi nei momenti difficili, poiché era un periodo in cui le scelte avrebbero fortemente condizionato la mia vita. Grazie al liceo è nata una grande passione per il giornalismo e l’editoria, e le ricerche che sono seguite mi hanno portato ad interessarmi al linguaggio grafico, ad approfondire sotto il punto di vista visivo il potere della parola e quello di poter creare linguaggi comunicativi sempre differenti, funzionali o estremamente creativi. È durante gli studi presso l’Accademia di Belle Arti che comincio ad entrare in contatto con i nuovi movimenti poetici, con la Street Poetry e la Slam Poetry palermitana. Ciò ha senza ombra di dubbio rafforzato il mio legame con la poesia, prendendo coscienza che la mia generazione cerca di nuovo un riscatto della poesia nei confronti della società e degli animi ormai freddamente digitalizzati. Grazie a questo percorso, poesia ed arti figurative si sono sempre affiancate, mi hanno dato sempre modo di trovare parallelismi tra esse e, con il loro connubio, importanti messaggi possono essere veicolati in maniera efficace e con toni differenti dalle arti figurative tradizionali.

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La domanda sorge spontanea – e anche in maniera banale, direi: di poesie, ne scrivi anche?

Non mi reputo, né mi dichiaro un poeta. Sì, scrivo poesie, ma nel mio piccolo, molto intimamente e con molta titubanza e timidezza nel leggere o far leggere ad amici e colleghi. Credo nel potere della scrittura come ottimo mezzo per capire meglio se stessi, per cercare dentro di sé e trovare qualche risposta o, come qualche volta è capitato, di trovare una domanda.

Condivido, la scrittura è un ottimo esercizio, infatti, in momenti di estrema confusione a vari livelli. Sei fresco di laurea, e colgo l’occasione per farti i miei auguri! Raccontami un po’ il tuo percorso universitario, con i momenti fondamentali o i punti di svolta, se ci sono stati, che ti hanno spinto a lanciarti in questo progetto e a farne la tua tesi di laurea.

Come detto precedentemente, è grazie alla passione per l’editoria e la ricerca di un linguaggio visivo che ho intrapreso questo corso di studi. Devo ammettere che il primo anno di corso ero ancora molto confuso sul fatto che quella potesse essere la strada che io volessi percorrere per tutta la vita, anche perché l’accademia mi ha posto davanti ogni tipo di declinazione del Graphic Design, nel suo variegato mondo di linguaggi; mi sono appassionato pian piano ad ogni materia, ho scoperto linguaggi comunicativi sempre differenti grazie, anche, al confronto con colleghi. È stato proprio grazie a quest’ultimo e alla cultura visiva che acquisivo che ho cominciato a capire quanto, anche nell’ambito della progettazione grafica, per quanto si punti ad un linguaggio funzionale per prodotti e aziende, ogni persona, nel suo piccolo, ha un proprio linguaggio distintivo: chi si orientava sulle tendenze minimal, chi era descrittivista, chi voleva astrattizzare al massimo con forme essenziali, chi, invece, voleva comunicare con le fotografie e le immagini piuttosto che caratteri tipografici. Così ho cominciato, grazie anche a dei lavori per musei di arte moderna e contemporanea di Palermo, collaborando anche con varie tipografie della provincia, a capire che genere di linguaggio fosse il mio, a capire, quindi, quale fosse il mio punto forte comunicativo. Da lì ho iniziato a studiare quasi ossessivamente le teorie di Type Design, di impaginazione e composizione, a ricercare sempre forme di comunicazione sperimentali grazie alla combinazione di immagini e caratteri tipografici. Questo mio progetto di tesi è stato la scelta di voler far sentire, quasi urlando, i miei studi, la mia voce sotto il punto di vista grafico, di far conoscere il mio linguaggio comunicativo e non avrei potuto fare meglio grazie al servizio di quella cara amica che da anni mi accompagna: la poesia.

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Ora entriamo nel vivo della questione: io ho avuto la fortuna di essere presente a Spazio Cultura Libreria Macaione giorno 21 marzo, quando hai presentato velocemente la rivista, ma in questa sede possiamo procedere per gradi. Quindi ti pongo una prima domanda determinante: perché “Beatn’k”?

All’inizio degli studi per la progettazione del magazine, l’idea che continuavo a volere della rivista era quella del voler assumere un tono di voce differente, che fosse un prodotto rivenduto, inizialmente, quasi di sottobanco, ma che ogni lettore, venutone a conoscenza personalmente o grazie ad altri, potesse carpirne i principi e cantare ad alta voce il nome che le avrei dato. È per queste ragioni che mi sono voluto ispirare ad un caso storico affascinante per la poesia e l’editoria, ovvero la pubblicazione di Howl and Other Poems di Allen Ginsberg. Nel ’56, infatti, l’editore newyorkese Ferlinghetti decise di pubblicare la raccolta di poesie di Ginsberg, le copie furono rivendute e sparse in tutta New York in poco tempo, girando quasi di nascosto nelle edicole; Ferlinghetti fu arrestato per ciò e Ginsberg fu messo sotto processo a causa dei toni della raccolta di poesie: furono definite oscene e accusate di non essere realmente letteratura, ma una ballata psichedelica quasi oltraggiosa per la vera poesia. Vinta però l’inchiesta, la poesia Urlo passò alla storia assieme al suo movimento poetico della Beat Generation. I poeti del movimento venivano ugualmente derisi con il termine “Beatnik” che, associato allo Sputnik russo, stava a definirne la non autenticità e la non appartenenza alla poesia definita “vera e pura”. Per il magazine ho così voluto adottare questo termine per farne un ambasciatore dei nuovi movimenti poetici giovani, per invogliare alla ricerca di un linguaggio non convenzionale. Tutto ciò, però, con un piccolo accorgimento lessicale: l’elisione del corpo della “i” mantenendone solo il puntino; ciò crea il fraintendimento di lettura, da “beatnik” a “beatn’k” (beat ink) che in inglese significa “sbattere inchiostro”, ovvero ciò che avviene durante un blocco dello scrittore ed il picchiettare nervoso della penna sul foglio. Questo concetto mi porterà a creare la figura del creatore della rivista che riflette sugli argomenti sviluppati nei numeri per il lettore con i suoi umani blocchi dello scrittore, scarabocchi, pensieri e appunti all’interno della rivista e la mano creatrice ed analizzatrice del produttore che analizza i vari temi dei numeri in copertina.

Una storia davvero interessante ti ha portato ad un concetto altrettanto interessante. Come hai voluto svilupparlo – sia sul piano contenutistico che grafico? Dimmi qualche curiosità sulla fase “work in progress”: non so nulla sul tuo campo, spiegami un po’ come funziona.

Il concetto cardine di Beatn’k è quello di informare, invogliare alla lettura, alla scrittura, far emergere poeti di qualunque forma. L’idea su cui tutto verte è quella di voler sensibilizzare un pubblico sulla questione che la poesia non è fine a se stessa, ai meri versi scritti su un foglio, ma è fatta di così tante sfaccettature che può permettere di vedere qualunque cosa ci circondi come poesia, da quella visiva a quella tattile e uditiva. È per ciò che ho voluto inserire la poesia della moda, della fotografia, del cinema, della musica e, implicitamente, la poesia grafica.

Per spiegare bene, nel dettaglio, il work in progress del progetto ho creato un book progettuale di 60 pagine, quindi sarò essenziale per farti comprendere i punti salienti della progettazione.

Fondamentalmente le fasi del progetto sono state tre: la prima fase è stata incentrata sulle ricerche di mercato, così da dare un posizionamento al magazine nei confronti di eventuali concorrenti  (che nel corso delle analisi si è scoperto non averne, per via del taglio che assume); ho infatti ricercato anche fisicamente nel mercato spagnolo dei magazine indipendenti di indirizzo poetico e filosofico, poiché la Spagna è uno dei centri più attivi dell’editoria poetica indipendente; infine ho cercato di capire, attraverso sondaggi, se il pubblico aveva richiesta di un prodotto del genere (fortunatamente con esiti positivi). Una seconda fase si è concentrata sulla ricerca del naming della rivista per capirne i toni comunicativi in base alla precedente fase di targettizzazione fatta, studiare il tema di uscita su cui si sarebbe concentrato il numero 0 della rivista e ricercare degli articoli inerenti al tema da inserire nei vari capitoli del magazine e nelle sue declinazioni di poetica polisemica, dando voce sia a testate giornalistiche importanti che testimoniano un’attenta cura degli articoli, sia ad autori e blog minori che possono, adesso, avere una vetrina ed una voce in capitolo; infine, e non meno semplice, ho sviluppato un concept grafico che seguisse di pari passo il tema di ogni numero, escogitando un sistema di impaginazione e composizione sperimentale poco usato nell’editoria popolare e non di nicchia. Nel caso del primo numero, infatti, avendo come tema “la poesia cambia verso” (sfruttando l’ambiguità della parola verso), ho voluto capovolgere completamente la lettura di alcune sezioni dell’impaginazione,  cosicché il lettore si trovasse costretto a passare da una lettura statica ad una lettura dinamica della rivista, scoprendo una lettura diversa e maneggiando il prodotto con più analisi ed interesse, con lo scopo di far capire ad un pubblico di lettori come l’editoria cartacea abbia un potere sugli animi e le sensazioni ben più forte di quella digitale, e che ciò va mantenuto e preservato in un periodo di così frenetica digitalizzazione. Un po’ il concetto di cambiare punto di vista per capire veramente,  di cui si parlerà nella sezione cinema di Beatn’k con un’analisi critica del film “L’attimo fuggente”.

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Per quali motivi pensi che possa essere importante diffondere tendenze come il MeP, il famoso Movimento per l’Emancipazione della Poesia, o la sempre più conosciuta Slam Poetry?

Penso sia importante diffondere e difendere questi movimenti. Come detto precedentemente, la poesia rimane la stessa nel corso delle generazioni e dei tempi, tende solamente a mutare il suo linguaggio, il suo sistema comunicativo, e questi movimenti, a partire dalla Slam Poetry che ha in sé anche decenni di storia ma che adesso, nel territorio italiano, comincia a prendere un tono di voce sempre più alto e diffuso, fino alla Street Poetry del MeP, sono il nuovo linguaggio della poesia. È quasi un momento di passaggio che preannuncia una svolta nella storia della poesia, è sintomo di una rivendicazione sociale della poesia. Grazie a questi nuovi sistemi di diffusione dei versi, sempre più pubblico diventa parte di queste correnti poetiche e con questo si può sperare nel passaggio evolutivo ad un nuovo linguaggio poetico generazionale. Una nuova speranza di cambiare tono di voce, di sentire di nuovo voci poetiche, di sentire versi e cambiare versi.

Attualmente, per forza di cose – d’altronde ti sei laureato questo mese! – la tua è soltanto una proposta che mi auguro possa essere accolta a braccia aperte da Palermo, con la speranza ovviamente che si faccia strada, pian piano, anche oltre. Quale sarà il tuo prossimo passo in merito?  Come hai pensato il futuro di Beatn’k?

Beatn’k in questo momento vive della speranza di una sua pubblicazione per dare il via a questo movimento di rinascita poetica, è in attesa di un editore e di qualche finanziamento che possa permetterne il lancio sul mercato. Sotto il punto di vista lavorativo permetterebbe la nascita di una potenziale nuova startup che potrebbe coinvolgere redattori, scrittori, stilisti, poeti, fotografi, graphic designer e giornalisti divenendo, con le potenzialità degli argomenti trattati, una delle autorità nel mercato dei magazine indipendenti poetici. Il suo futuro è ovviamente incerto ma la speranza di una pubblicazione alimenta l’animo mio e di chi si sia fino ad adesso interessato al progetto.

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Come possono aiutarti i lettori appassionati affinché questa iniziativa editoriale cominci e, soprattutto, possa andare avanti?

Basterebbe ottenere una grossa richiesta del magazine per poter cominciare ad interessare case editrici e finanziatori alla sponsorizzazione della propria azienda all’interno di Beatn’k e disposti, dunque, ad investire nel progetto. Da parte dei lettori basterebbe che si facessero sentire, che mandassero poesie, fotografie e opere di ogni genere poetico trattato nel magazine così da fornire materiale per i prossimi numeri della rivista ed incuriosire sempre di più il mercato nazionale ed internazionale. Come accennato prima, la rivista si rivolge non solo a poeti della penna, ma anche a poeti della macchina fotografica, del tessuto, della cinepresa, della musica.

Incrociamo le dita, allora. Congediamoci con un ultimo quesito: quali sono i testi, gli autori o le performance che preferisci?

Quelli che, come piace pensare a me, sono un pugno allo stomaco da imparare ad incassare. Sono quegli artisti, o per meglio dire poeti, che attraverso le proprie opere, che siano visive, tattili o uditive, riescono a lasciare qualcosa di indelebile al loro pubblico, che riescono con parole, suoni, ritmi, immagini e tessuti, a creare un legame più profondo con qualcosa di più grande, un filo conduttore che ci unisce tutti, che mostra il nostro essere umani, nella debolezza o nella forza. Ecco, le mie opere preferite sono quelle che mi permettono di conoscere qualcosa di nuovo attraverso delle sensazioni, attraverso le domande, attraverso un linguaggio che al proprio animo potrebbe sembrare un pugno mal incassato, ma che ha permesso la sua crescita in una maniera o nell’altra.

Dai un consiglio ai lettori, uno spunto, un messaggio che vorresti divulgare.

La poesia, nelle sue molteplici ed infinite forme, può salvare un singolo uomo, ma può diventare l’ancora di una società, svegliare gli animi di una generazione, far riflettere su ciò che realmente è importante, ciò che è vero, e permettere di vederlo non soltanto nel sublime, ma di trovare la verità anche nelle più piccole cose, nei dettagli della realtà e nelle sue molteplici sfaccettature. Consiglio al pubblico di leggere in continuazione, di amare ogni cosa, di odiarla, pestarla e baciarla, di scrivere come se non esistesse altro mezzo di comunicazione e di utilizzare il potere immenso della parola per il vero, per ciò che di più umano e bello c’è in ogni dettaglio delle nostre giornate. Citando José Martí, spero che Beatn’k sia un piccolo granello di poesia poiché egli affermava che “basta un piccolo granello di poesia per profumare un intero secolo”, e sta a tutti i poeti della penna, della macchina fotografica, del tessuto, della cinepresa, della musica, rendere la nostra generazione il granello di poesia che profumerà questo secolo.

Umberto Eco: “Dobbiamo stare attenti che il senso di queste parole non si dimentichi ancora” – #staffettaumanitaria

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.
Franco Fortini

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@riverberodiparole

 

Nel discorso del 25 aprile 1995 presso la Columbia University, tenutosi per celebrare la liberazione dell’Europa, Umberto Eco svolge le coordinate di un fascismo che sembra non abbandonarci.
In un esaustivo post su Facebook, il professore Piero Riccobono ha analizzato i tratti peculiari del nuovo governo, evidenziando le palesi analogie con quello del “famigerato Ventennio”; conclude così:

Arriviamo dunque alla conclusione: stiamo ripiombando nel fascismo?
La risposta storicamente corretta sarebbe: no, la storia non si ripete. Mi sembra più appropriato dire che l’Italia ha imboccato la via che conduce a quella che in molti chiamano “democratura”, ossia ad una specie di dittatura mascherata di democrazia, come quella che esiste in Russia e in Turchia. Qualcuno dice che questa è la nuova forma del fascismo, ma a questo punto si tratterebbe di una trascurabile questione di nomi e mi sembra invece più interessante chiedersi se siamo ancora in tempo per fermare questa deriva. Ma questo è un altro discorso.

Che questo “altro discorso” sia, in questo articolo, il nostro punto di partenza. È vero: Hitler, Stalin e Mussolini non esistono più, sono fantasmi del secolo scorso – secondo qualcuno, “il secolo breve” – ma è bene guardarsi, oggi, da certi aspetti non troppo subdoli che continuano ad alimentare quello che Eco definisce fascismo eterno o Ur-Fascismo. Ormai dovremmo essere in grado di capire quando fermarci, quando le cose potrebbero degenerare e sfuggirci di mano. Bastano appena una parola o un gesto di troppo, sommati e ingigantiti nel tempo. Da qui l’importanza della memoria e della conoscenza.

Se il nazismo si fondava su una filosofia chiara ed un progetto politico metodico e sconvolgente, il fascismo era ed è rimasto un lemma riempito di cose convenienti in base al momento, e si reggeva su pochi principi determinanti: tradizionalismo, nazionalismo becero, repressione della libertà d’espressione con qualche spiraglio di tolleranza (apparentemente contraddittorio) in campo umanistico. Pura retorica, potenza delle parole su masse scoraggiate, sole, frustrate, “bisognose di una voce” da sollevare e far ascoltare.
Tutto ciò non è nuovo per la maggior parte di noi, ed è abbastanza evidente il ritorno di un germe comune: Nietzsche parlava dell’eterno ritorno dell’uguale, ma non voglio pensare e discutere in questi termini – ricordiamoci, però, che gli eventi storici che tanto demonizziamo e cerchiamo di depennare dalla nostra fedina penale universale sono accaduti appena settantaquattro anni fa. Ed è triste rendersi conto che, forse, tutti gli sforzi fatti per ricordare ed imparare dagli errori non abbiano più lo stesso valore di una volta. O almeno questo è ciò che traspare dalle notizie di cronaca di quasi ogni giorno.

L’Ur-Fascismo, dice Eco, va sbugiardato: può tornare in qualunque momento sotto spoglie innocenti e riuscire facilmente a “coagulare una nebulosa”. La cultura “sincretica” e intollerante, negli anni del fascismo, ha provocato un arresto nell’avanzamento del sapere, perché la verità era una, già annunciata dal dittatore, ed ogni pensatore fuori dagli schemi predisposti non era altro che un traditore.
L’Ur-Fascismo è “irrazionalismo” contrario all’età della ragione precedente e produce il culto dell’azione per l’azione (senza pensiero, senza riflessione): il fascismo contemplava l’eroismo come norma, la morte era la massima onorificenza.

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La cultura come atteggiamento critico, dunque, era sospetta come sembra esserlo anche oggi, la critica non si accetta semplicemente perché criticare significa distinguere, e “distinguere è un segno di modernità”. D’altronde, la modernità – quella vera – altro non è che custode della diversità, mira alla protezione delle differenze che sono l’arricchimento umano più grande che possiamo ottenere dal mondo. Ci tengo a sottolineare questa prospettiva anche sotto il profilo linguistico: le ultime direttive del Consiglio d’Europa, nell’ambito dell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, prevedono, come fine primario del corso di lingua, la tutela delle differenze linguistiche e culturali, la concezione della lingua come insieme simbolico di codificazione della realtà, affinché si possano formare degli abitanti del mondo capaci di esercitare attivamente la propria cittadinanza europea nell’ottica di una massima integrazione e collaborazione fra nazioni per il bene della democrazia.

Ma l’Ur-Fascismo ha paura della differenza, l’Ur-Fascismo “è razzista per definizione”. L’unico modo per decretare l’identità di una nazione, per il fascismo eterno, è l’individuazione dei nemici, senza contare il fatto che “alla radice della psicologia Ur-fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale”: e “il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia”, a cui possiamo ancora aggiungere tipiche forme di elitismo, precisamente “elitismo popolare”, “elitismo di massa”, e il disprezzo consequenziale per i deboli.  Ma chi si proclamava (e si proclama, attenzione) la “voce del popolo” non ha riguardo reale per i diritti degli individui “in quanto individui”, e inoltre “trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali”: altro carattere che mancava all’appello, il machismo.

Tutto questo veniva e viene esaltato e normalizzato attraverso precisi strumenti retorici capaci di piegare gli animi insoddisfatti, di chiudere tremendamente gli occhi della gente indebolendo il fronte dei saperi, di scoraggiare il senso primordiale di umanità insito in ogni essere umano attraverso incitazioni continue all’odio, in uno stato di guerra perenne manifesto soltanto a chi vuole fermarsi e comprendere, osservare, informarsi e parlare. Bastacontinuare a chiedersi: è questo il mondo che voglio? Basta tenere sempre presenti le parole di Eco:

Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: “Non dimenticate”.

Basta ricordare le persone, tutte le anime spezzate e tutti i sopravvissuti che si sono battuti e che ancora si battono per sottolineare l’importanza della memoria del passato per il futuro dell’uomo.

IMG-20181211-WA0005.jpgCon queste premesse, sono felicissima di parlare di un progetto importante nato su Instagram grazie all’iniziativa di Oriana, Serena e Francesca (diversamente da quanto pensano i più, i social possono davvero veicolare messaggi fondamentali e dare vita a movimenti determinanti): il gruppo Staffetta Umanitaria raccoglie bookstagrammer e book blogger di tutta Italia, trentasei rappresentanti attivi circondati da community meravigliose e sempre aperte al dialogo. Attraverso gruppi di lettura a tema, film, condivisione di articoli, interviste, immagini racchiuse sotto l’hashtag #staffettaumanitaria e, successivamente, nel profilo apposito del progetto, si è creato un passaparola fitto e ricco che sta portando alla luce, sul social attualmente più frequentato e utilizzato, la scottante tematica dei fenomeni migratori e delle terribili morti nel Mediterraneo.

Lo scopo è chiaro: prendere posizione, far sentire la propria voce. Tutti coloro che sono soliti riflettere intensamente e spesso e che si lasciano coinvolgere da innumerevoli pagine scritte, assimilando i contenuti dei propri libri preferiti, i lettori forti insomma, o quelli abbastanza forti da divorare libri su libri, dovrebbero servirsi delle proprie capacità di analisi e del loro sempre rinnovato senso d’umanità per parlare, almeno, di quello che sta accadendo di fronte ai nostri occhi: spesso ciò non accade invece, non è immediato. Io stessa ero inizialmente restia a pronunciarmi chiaramente, lanciavo qualche segnale, mostravo qualche notizia, ma non vedevo particolare riscontro se non nelle persone che sapevo la pensassero come me. Il fenomeno migratorio sembrava una sorta di argomento tabù all’interno di uno spazio di condivisione che invece è il più adatto alla costruzione di un dialogo sull’argomento, e ormai il silenzio era diventato inaccettabile.

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Nonostante sia solo un minuscolo tassello di questo progetto prezioso, sono felicissima dei risultati ottenuti finora, ad appena una settimana dall’inizio ufficiale dei gruppi di lettura: Instagram ogni giorno si riempie di notizie e molte più persone mantengono viva l’attenzione sui fatti d’attualità, come è giusto che sia. O semplicemente molta più gente ha cominciato ad pronunciarsi, a condividere e a partecipare a questa enorme e continua discussione, a dare qualche scossa al muro di quiete apparente. È in questo modo che possiamo ricordarci che facciamo tutti parte della grande famiglia umana, e che negare un diritto a un uomo che soffre significa negarlo a tutti gli uomini, senza alcuna distinzione.

Questo gruppo aperto a tutti, come ho scritto precedentemente, prevede la creazione di gruppi di lettura variegati per ogni mese a partire da questo 21 gennaio: fino al 21 febbraio si può leggere un libro (anche più di uno) a scelta fra quelli proposti nelle categorie: saggistica, narrativa, graphic novel/fumetto – le categorie sono considerate nel senso più ampio possibile, per poter includere anche testi dalla difficile classificazione. Per questo primo mese (21/01 – 21/02), i titoli proposti sono:

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• “Il fascismo eterno” di Umberto Eco per la categoria saggi – lo avrete immaginato, a questo punto;
• “Carnaio” di Giulio Cavalli/“Exit West” di Mohsin Hamid per la categoria romanzo;
• “Non stancarti di andare” di Stefano Turconi e Teresa Radice per la categoria graphic novel.

Saremo lieti di accogliere chiunque voglia unirsi a questo movimento comune di fondamentale importante, sia dentro che fuori dal social di partenza. Per una umanità che non dimentica il senso di umanità, per una umanità che realmente ricorda, che si adopera, che sa combattere e, idealmente, abbattere ogni nascente forma di fascismo eterno.

«Lo dicono cieco, ma l’odio ha la vista acuta di un cecchino».
Wislawa Szymborska

Gaetano Barreca: “perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti”

È un’Italia intrisa di superstizione e religione, di tradizioni e sentimenti, quella ritratta nei sette racconti di questa raccolta. Una voce bianca, i fascisti e le streghe masciàre. Una donna che si fa beffe del prete. Le faide familiari condite di pettegolezzi e dicerie… e molto altro. La vita fra i vicoli della Città Vecchia di Bari, fra panni stesi e orecchiette fresche, edicole votive e profumo di caffè, quello offerto agli ospiti nel segno della migliore accoglienza italiana. Entrerete in un mondo d’altri tempi, a respirarne il “profumo” e a gioire, temere, amare con i personaggi di questi racconti. Perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti.

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@riverberodiparole

Titolo: La tagliatrice di vermi e altri racconti
Autore: Gaetano Barreca
Editore: WIP Edizioni
163 pp.
€12,00

L’autore:
WhatsApp-Image-2017-10-27-at-16.13.46-e1509116785281-696x450.jpegGaetano Barreca ama l’arte ed è irresistibilmente attratto dai ruderi. Nato a Reggio Calabria nel 1979, vive a Londra dove insegna Lingua e cultura italiana. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Perugia, è scrittore di romanzi e autore di articoli di cultura, storia e antropologia per Agoravox Italia. Con il romanzo Dopo il Funerale. Novembre 1975 è stato insignito della menzione di merito al Premio Artisti per Peppino Impastato 2017 e finalista al Premio letterario Bari Città Aperta 2016. Precedentemente, ha partecipato ad antologie pubblicate da Mondadori ed Eracle Edizioni.

Inizio questa recensione con un sincero ringraziamento all’autore che mi ha donato il suo libro e, con esso, moltissime emozioni che non pensavo avrei provato durante la lettura. Questa raccolta di racconti, breve ma realmente intensa, è stata una continua scoperta e una perpetua sorpresa, e mi sono trovata a leggerla quasi tutta d’un fiato senza sentire la necessità di fare una pausa. L’autore ci prende per mano e ci accompagna fra le vie di una Bari Vecchia che si fa emblema di uno spirito d’umanità che abbiamo perduto, portatrice di valori e di tradizioni oggi un po’ dimenticate. E’ stato emozionante leggere di alcune credenze condivise anche dai miei nonni, dei quali ho ascoltato a lungo le voci e le storie, e collegare, così, reticoli di tradizioni diverse ma vicine e simili.

I sette racconti racchiusi in La tagliatrice di vermi e altri racconti sono tutte “storie di comunità”, si legano in una catena di rimandi – che sia il passaggio di Peppine Uè Oppe Uè Oppe o le conoscenze comuni – e rievocano ricordi reali ed incredibili storie della città, con eventi realmente accaduti che, personalmente, non conoscevo e per i quali sono rimasta sbalordita: tradizioni, valori, luoghi, bellezza ed autenticità. Uno dei punti di forza di questa raccolta è senza dubbio la sua suddivisione in due parti: la prima comprende, naturalmente, i sette racconti; la seconda si intitola invece Articoli e ricerche, e approfondisce gli elementi disseminati fra le storie, rendendo evidente il duro lavoro di ricerca e studio che l’autore ha portato avanti per la stesura del libro. Gaetano Barreca ci rivela i “segreti” delle tagliatrici baresi – nel resto di Italia si utilizzava l’appellativo di segnatori –, le parole che accompagnavano il rituale, i gesti, gli oli, il modo in cui questo particolare sapere veniva tramandato di generazione in generazione (il lascito delle tagliatrici era il momento fondamentale nella loro professione).

Non solo le persone, ma anche i luoghi sono i protagonisti dei racconti e delle ricerche dell’autore che, con il supporto di alcune fotografie, ci racconta, per esempio, del “miracolo della luce” nella Cattedrale di San Sabino, spettacolo che si verifica ad ogni solstizio d’estate, e al quale ha dedicato moltissimo tempo per riuscire a svelarne i dettagli più misteriosi e dimenticati nel tempo. La narrazione generalmente rende giustizia alla Città Vecchia, permettendoci di identificare i luoghi in una mappa mentale ristretta ma significativa e decisamente determinante per capire certi sviluppi narrativi, come l’Arco della Neve o la già citata Cattedrale: come ogni persona del popolo, i posti più importanti della Città Vecchia sono collegati da una fitta rete di vicoli accoglienti ed identici, necessaria connessione materiale fra gente che si vuole bene come un’enorme famiglia allargata.

La storia di Bari Vecchia, che è, in questo caso, quella rimanda alla seconda metà del Novecento (il primo racconto è L’Arco della Neve – Settembre 1943, probabilmente in maniera non casuale), racchiude e rappresenta molto bene il fermento del tempo e si porta dietro la paura ed il dolore di quegli anni; ma nessun evento, per gli abitanti della Città Vecchia, sembra separato da quel fitto tessuto di racconti popolari volti a dare loro un senso, in qualche modo, una spiegazione ed una connotazione in positivo o in negativo. E allora nella struttura narrativa convivono i ragazzi fascisti del G.I.L., che puntano i fucili contro il popolo impaurito per raggiungere la neviera, e le streghe masciàre, streghe del Sud Italia, che proteggono la città e si riuniscono a “Benevento per il sabba sotto un albero di noce”; ci sono i cortei di ragazzi che per tre giorni e tre notti fanno baccano per le strade nella speranza di risvegliare Giovani Battista dal sonno prima del suo onomastico, ci sono Sabbèlle e Chitàne che disobbediscono ai genitori e praticano il rituale del piombo fuso di nascosto, ci sono i padri severi e le mamme affettuose e comprensive, le anziane sagge, le mani sempre tese in aiuto verso l’altro, l’estrema disponibilità, l’accoglienza, la gentilezza che oggi diventano sempre più rare.

Bari Vecchia, il cui carattere antico è ancora vivo e tangibile, diventa irrimediabilmente il simbolo dell’Italia, tutta da scoprire e indagare con le sue credenze, le sue superstizioni, le sue storie sempre raccontate e sempre trasmesse, la sua capacità di custodire – almeno allora – il valore dell’amore in ogni sua forma ed estensione: e alla fine

ci si ama e spesso ci si detesta, ma l’importante è stare uniti.

Ogni personaggio è costruito e caratterizzato per essere amato profondamente, è capace di fare breccia nel cuore del lettore con la semplicità e la genuinità originaria della gente di paese, che mi ha ricordato molto certi paesini siciliani. Alcune personalità sono davvero travolgenti – basti pensare alla spogghiamadònne Zièlle –, e si finisce per ridere, sorridere, pensare e amare con loro, col cuore che si scalda di un affetto reale, mentre ogni nome si trasforma in un viso e trova un suo piccolo spazio nell’anima, come se fosse un nonno lontano, una zia, un vicino da accogliere.

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Per quanto riguarda la nota stilistica, la scrittura di Barreca risulta lineare, molto chiara e tuttavia ammaliante, perfettamente amalgamata con l’atmosfera generale della città e funzionale a veicolare i messaggi profondi e le morali delle storie. Poche descrizioni ben piazzate e, soprattutto, dialoghi in lingua italiana mischiata al dialetto locale rendono ogni racconto piacevole e scorrevole: senza rinunciare al rappresentativo intreccio fra storia e mistero, le vicende procedono velocemente, con il giusto numero di dettagli, senza complicarsi in maniera eccessiva – oserei dire che la forma rispecchia quasi il contenuto: naturale, semplice, vero. Notevole, anche in questo caso, lo sforzo dell’autore nel cercare di rispettare il più possibile la parlata e le memorie del popolo barese: le note a piè di pagina sono abbondanti ed esaustive, è stato delizioso, per me, avere la consapevolezza di attingere direttamente da un serbatoio di immagini reali ed esperienze vissute, nonostante il filtro della narrazione e delle sue necessarie operazioni.

La voce del popolo è una voce comune ed immensa: Bari Vecchia guarda alle cose con gli stessi occhi, si stupisce delle stesse cose, entra nei fatti di tutti senza chiedere permesso ma, alla fine, va bene così. Anche questa è l’essenza dei fatti qui narrati, la condizione universalmente accettata per vivere serenamente, potendo contare su chiunque, aprendo le braccia anche a Nadira e al piccolo Kaleem, mentre gli odori, i profumi, i suoni antichi e familiari, lontani e nostalgici, compenetrano lo sfondo della narrazione e ne diventano parte essenziale, e sembra quasi di essere lì con tutti loro e di reagire allo stesso modo, agli stessi eventi, emuli di una spontaneità che non è più nostra.

Consiglio questa lettura a tutte le persone che hanno interesse per le tradizioni, le dicerie e le credenze popolari, che sono curiose della storia e delle storie, che amano ascoltare, che riescono a proiettare la mente in un tempo lontano e capirlo, apprezzarlo, amarlo, collegarlo al presente e rievocare valori.