Una Marina di Libri 2019: di libri, persone e bellezza

Anche quest’anno, presso l’Orto Botanico di Palermo, si è tenuto il festival dell’editoria indipendente più grande del Sud Italia, che è giunto alla sua decima edizione: Una Marina di Libri. Dal sei al nove giugno, con trecento eventi in ben undici meravigliosi punti fra piante ed alberi secolari, Palermo si è arricchita con la presenza di ospiti eccezionali (fra i molti, Manuel Vilas, Helena Janeczek, Niccolò Ammaniti, Giulio Cavalli, Evelina Santangelo, Valerio Massimo Manfredi), si è animata di dibattiti variegati e meravigliose presentazioni, ha omaggiato “Gli scrittori che ci mancano” (quest’anno: Primo Levi, Stefano D’Arrigo, Anna Maria Ortese, Herman Melville), ha festeggiato i numerosissimi anniversari di case editrici e personalità celebri sotto il sole di una Sicilia caldissima e vivace.

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In totale hanno partecipato 101 editori, di cui dodici case editrici per bambini raccolte nell’Isola dei racconti, gestita dalla libreria Dudi: un’area dedicata esclusivamente ai giovanissimi e alle loro attività è stata una delle novità di questa edizione, insieme all’iniziativa #PlasticFree a cui hanno aderito gli organizzatori e che ha coinvolto tutti i fruitori dei servizi presso l’Orto Botanico (no alla plastica monouso, solo borracce riutilizzabili e fontane di acqua potabile a disposizione).

Il tema di quest’anno è stato “Isola/Isole”:

L’isola come luogo di approdo e punto di partenza del viaggio, l’isola come porto sul mare contaminato da tutte le culture, l’isola che si irradia nel mondo e lo riceve, l’isola come ribellione alla chiusura. Non solo la Sicilia, ma tutte le isole del Mediterraneo. […] Nostra intenzione è di esaltare tutte le realtà più vivaci e combattive presenti nei territori, e dare loro voce, perché gli isolamenti si spezzino e si provi a trasformarli in una mappa comune.

Quest’anno dunque è stato ancora più pressante – giustamente, a mio avviso – l’invito al confronto, al dialogo, alla condivisione di cultura e bellezza e alla lotta contro le storture del presente.

Da dieci anni è la sfida in Una Marina di Libri. Un po’ pionieri, un po’ pirati, non privi di limiti e di errori, ma ancora qui. Con la voglia, e tanta, di giocare la partita.

(Dalle parole di Piero Melati, direttore artistico del festival)

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Secondo recenti stime, i visitatori sarebbero stati complessivamente ventisettemila: scambiando qualche chiacchiera con gli editori, bene ma non benissimo. Una via di mezzo. In ogni caso, sono stati quattro giorni molto intensi e bellissimi, che ho trascorso in compagnia di persone speciali, bookstagrammer appassionati e genuini con cui sono stata bene come se li conoscessi da una vita – molti li incontravo per la prima volta dal vivo. Questa affinità profonda mi ha fatto molto riflettere sul valore dei social calati nel mondo dell’editoria, sulle connessioni reali che si creano fra le persone (in questo caso lettori, autori, editori…) pur abitando in regioni lontanissime, sull’utilità e l’importanza della condivisione sana di informazioni e cultura. Il mio personale scambio di opinioni con un altro lettore su una nuova uscita che magari abbiamo letto entrambi è reale, è un dibattito che col tempo si può arricchire e può alimentare una fiducia reciproca crescente: anche quella è reale. Il social usato in questo modo non fa altro che accorciare le distanze, raduna community attive e interessate pronte ad accogliere pareri, a condividere i propri, a conoscere nuove realtà e spargere la voce quando ne vale la pena, come un gruppo – copioso – di amici che si aggiorna perennemente, di cui ognuno è parte viva e determinante. Utilizzo le parole di Riccardo Cataldi, Social Media Manager presso Fandango Libri: facciamo rete.

I bookstagrammer che mi sono stati accanto per tutta la Marina (o quasi) hanno personalità frizzanti e sorrisi contagiosi, se non li conoscete ancora li apprezzerete senz’altro per la loro freschezza e sincerità – vi assicuro che sono esattamente come appaiono sui social: mi riferisco a Gabriele, Valentina (non chiamatela Valeria ché si arrabbia), Francesca (dal sei giugno detta Franca), Giorgia, Letizia, Maria José, Giorgia e Gaia, Valentina, Chiara – non ho sbagliato, ci sono omonime!

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Una rara foto di noi non al completo

Mi sarebbe piaciuto partecipare a moltissimi altri eventi rispetto a quelli che ho seguito, ma l’organizzazione non è stata clemente e mi sono spesso trovata a dover scegliere fra due, quattro, sei eventi che iniziavano alla stessa ora. Tutto sommato, però, anche questa volta sono uscita dalla fiera felice e piena di bellezza grazie alle presentazioni di In tutto c’è stata bellezza di Vilas e Carnaio di Cavalli, ai dibattiti sull’impossibilità di un’isola, il romanzo italiano, le riflessioni sull’opera di Moravia. Non vedo l’ora di scoprire quello che ci riserverà Una Marina di Libri il prossimo anno!

Come già saprete se mi seguite su Instagram, i miei acquisti sono stati davvero molti fra quelli ragionati/consigliati e quelli fatti d’impulso: ho accumulato in tutto sedici libri. Non mi era mai successo di fare spese folli in questo modo nell’arco di quattro giorni, ma come ho ripetuto ai miei amici per tutta la durata del festival, non mi pento di nulla. Qui di seguito vi lascio la lista degli acquisti che ho fatto con relativa scheda collegata, basta un click!

Ringrazio gli organizzatori di Una Marina di Libri, ma soprattutto i miei compagni d’avventura, gli editori con cui mi sono dilungata a parlare e che hanno voluto condividere con me il loro entusiasmo.

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Il posto, Annie Ernaux, L’orma editore;
Il nostro bisogno di consolazione, Stig Dagerman, Iperborea;
• Una moglie giovane e bella, Tommy Wieringa, Iperborea;
Psicopolitica, Byung-Chul Han, Edizioni nottetempo;
Cultura di destra, Furio Jesi, Edizioni nottetempo;
Il commensale, Gabriela Ybarra, Alessandro Polidoro Editore;
Donne che parlano, Miriam Toews, Marcos y Marcos;

 

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Noi i vivi, Olivier Bleys, Clichy Edizioni;
In tutto c’è stata bellezza, Manuel Vilas, Guanda;
Rosso come il mare, Wolfram Fleischhauer, Emons Edizioni;
Ninfee nere, Michel Bussi, Edizioni e/o;

 

 

 

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Il trionfo della stupidità, Armand Farrachi, Fandango Libri;
Carnaio, Giulio Cavalli, Fandango Libri;
Alberto Moravia. L’attenzione inesauribile, a cura di Clotilde Bertoni e Chiara Lombardi, AlboVersorio;
Poetica della Relazione, Édouard Glissant, Edizioni Quodlibet;
Lino, una storia di coraggio, Laura Lombardo e Rosa Lombardo, Ideestortepaper (che qui non vedete in foto).

 

 

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Questioni di potere: il sistema famiglia in “Febbre” di Jonathan Bazzi

Il terrore e il panico stanno nello spazio che precede incontri e collisioni.

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@riverberodiparole

Febbre è uscito il 9 maggio, e prosegue il nostro Blog Tour che accompagna il suo primo mese di pubblicazione. La scorsa settimana Federica vi ha parlato della nuova uscita edita da Fandango attraverso la recensione del romanzo; in questa seconda tappa, io vi parlerò di quelle che abbiamo definito “questioni di potere”. Quali?

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Agli occhi del lettore di Febbre, fra un’intersezione col passato e l’altra, sarà subito chiaro che la famiglia di Jonathan – autore, narratore in prima persona – non rispecchi proprio l’ideale del nido caldo, accogliente e sereno che ancora oggi, talvolta, primeggia nell’immaginario comune. Le dinamiche familiari che si profilano tassello dopo tassello sono articolate, tumultuose, spaventose e aperte. In premessa, il nucleo originario madre-padre-figlio, già precario per varie motivazioni, si sfalda e determina la prima rottura decisiva che fa subentrare con maggiore forza le influenze dei nonni materni e paterni, nel bene e nel male, nonché di una serie di altri personaggi che appaiono e scompaiono.

Il sistema famiglia che ci viene raccontato – come poi un po’ tutte le famiglie di Rozzano descritte in quanto fugaci ma significative incursioni nella struttura degli affetti – si fonda su un principio trasparente: il maschio detta legge, detiene le redini della famiglia, per qualsiasi cosa, nonostante tutto. Nonno Biagio e nonno Pierluigi costituiscono gli esempi, chi più chi meno, dei dispotici padri padroni, coloro che controllano tutto, che hanno il potere di decidere su tutto, senza i quali non ci si può arrischiare di fare un passo avanti. Anche quando la malattia li colpisce, i capifamiglia esternano il dissenso: Biagio, dopo l’ictus, continua ad arrabbiarsi furiosamente se qualcuno non fa come aveva stabilito; “prima che si ammalasse, il nonno (Pierluigi) era il centro di tutto, dicono. Era il motore della nostra famiglia”. A partire dai nonni, tutti i maschi alfa della famiglia seguiranno questo modus cogitandi e operandi.

Quella di Jonathan è dunque una famiglia in cui una donna deve soltanto “fare i mestieri”, se va a lavoro significa che “ha l’amante, è una poco di buono”, e invece è necessario che sia la “serva di suo marito”, questo è il compito che le spetta; è una famiglia in cui i nipoti vengono trattati diversamente in base al grado di parentela, alla vicinanza (se così si può definire) nella linea di sangue, in cui si chiude sempre un occhio per Luca perché “è il figlio di sua figlia, io sono solo il figlio della Tina, l’ex moglie di papà. Nessuno me lo dice ma io l’ho capito che questa è una differenza importante”. L’ordine famigliare è in sostanza di tipo gerarchico e sessista:

Del resto quando sono nato, il nonno era su di giri. Il primo nipote, maschio, un Bazzi.

Il maschio dirige e si addossa il peso del focolare – la famiglia come peso, appunto, esercizio di un potere illimitato.

Educare è esercitare un potere, affermare una supremazia.

La donna sta chiusa in casa, sbriga le faccende, partorisce e alleva i figli ma le regole le detta sempre il padre, il nonno: orario, coprifuoco, programmi televisivi, dialoghi e silenzi.

A casa dei nonni ci sono regole, leggi non scritte.

Siamo di fronte ai rimasugli di una concezione patriarcale della famiglia radicata in un ambiente che  non lascia spazio ad alternative – cultura, politica, pensiero generale; il sesso diventa anch’esso uno strumento di controllo, di assoggettamento. La famiglia tradizionale così concepita, come una sorta di cappio al collo, come una spinta ad andare contro alla propria natura attraverso la “lingua dei maschi”, mi ha un po’ ricordato un seminario sulle pubblicazioni di Goliarda Sapienza e Silvana Grasso: d’altronde, forse, siamo più avvezzi, ormai, a sentir parlare le donne riguardo alle oppressioni legate all’ambito familiare, sempre in un contesto di genere. In questo romanzo le costrizioni sono diffuse, colpiscono soprattutto le donne ma non soltanto le donne, sono influssi impietosi, condizionanti nella vita di Jonathan bambino, che descrive ma non comprende fino in fondo, e di Jonathan adulto che sa, e che deve fare i conti con il turbinoso passato e il devastante presente. Sono le tracce che ci portano inevitabilmente alla tematica dell’amore familiare e del disinteresse.

Postulato: “La famiglia è importante, la famiglia c’è sempre, è fatta per sostenersi l’un l’altro”.  Realtà dei fatti: “Tutto nella mia famiglia è sempre successo a distanza”.

L’amore si rivela molto diverso da ciò che Jonathan immaginava, riponendo speranze nella potenza del sentimento amoroso come una sorta di protezione, di forza benefica perenne e liberatoria. Ma le dinamiche descritte appaiono ben lontane dall’immagine dell’amore incondizionato: piuttosto è un amore condizionato dal potere, ad esso subordinato.

Hellinger, lo psicologo delle Costellazioni Familiari Sistemiche, diceva qualcosa di particolarmente azzeccato a proposito: «L’amore è una parte dell’ordine, l’ordine precede l’amore, e l’amore può solo svilupparsi in base all’ordine. L’ordine è preposto. Se capovolgo questo rapporto e voglio trasformare l’ordine attraverso l’amore, sono destinato a fallire». Questo è proprio ciò che accade nella famiglia di Jonathan – senso di non appartenenza, limitazioni, preferenze e coperture.

E questo ci porta al tema della violenza domestica, pure presente, che merita un approfondimento in quanto diretta esternazione della presa di potere in ambito famigliare. Il sito internet dei Carabinieri recita: «Secondo l’OMS la violenza domestica è un fenomeno molto diffuso che riguarda ogni forma di abuso psicologico, fisico, sessuale e le varie forme di comportamenti coercitivi esercitati per controllare emotivamente una persona che fa parte del nucleo familiare. Può portare gravi conseguenze nella vita psichica delle donne, degli uomini e dei bambini che la subiscono perché può far sviluppare problemi psicologici come sindromi depressive, problemi somatici come tachicardia, sintomi di ansia, tensione, sensi di colpa e vergogna, bassa autostima, disturbo post-traumatico da stress e molti altri. Le condizioni di chi subisce la violenza sono tanto più gravi quanto la violenza si protrae nel tempo, o quanto più esiste un legame consanguineo tra l’aggressore e la vittima». Vediamo cosa succede da vicino.

Il ruolo preponderante del capofamiglia così inteso può affermarsi solo con un regime di paura e violenza: la violenza – fisica, psicologica – come strumento per farsi ascoltare. Che sia uno schiaffo, uno strattone, uno sguardo intimidatorio, una stretta forte delle dita, una voce grossa che rimprovera, una sfilza di botte, in questo sistema il padre, maschio, figura guida e motore dell’organismo tutto è chiamato a sottomettere i membri disobbedienti.

Gli episodi di violenza fisica descritti diventano sempre più espliciti e crudi, ed è indiscutibile la costante tensione che possiamo respirare anche noi tramite l’osservazione delle conseguenze con gli occhi di Jonathan: basti pensare a Concetta, detta Tina, sua madre, che cade e ricade in depressioni e crisi nervose, esplode e crolla, subisce pressioni psicologiche e percosse, rivelando un’insicurezza e un terrore profondi imputabili al contesto in cui è cresciuta. L’ordine e il potere indiscusso del singolo sul nucleo familiare deformano le personalità, le indeboliscono o le spingono a costruire una corazza fra sé e l’altro; e così nessuno impara a condividere le emozioni, “ognuno restituisce quello che ha ricevuto”.

La depressione parla una lingua conosciuta alla nostra famiglia, non scandalizza nessuno.

Come una macchia, una “piccola minuscola indimenticabile onnipresente macchia”, il potere patriarcale conosciuto e osservato risale attraverso i ricordi narrati da Jonathan, e si posiziona per sempre lì dove deve stare, accanto alla macchia del quartiere d’origine, Rozzano, accanto alla macchia della malattia. Un’esistenza di macchie dolorose ed indelebili, affrontate ed esorcizzate attraverso una lucida descrizione di una lunga e sottile linea di rapporti familiari violenti.

«Tutti colpevoli, nessuna colpa».

Beatn’k – poetic generation: il magazine che “insegna ad osservare poeticamente il mondo”, dal progetto di Antonio Calandra

A volte gli interessi diventano idee, e a volte qualcuno decide di accoglierle e svilupparle. È il caso di Antonio Calandra, giovane siciliano neolaureato presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo, che per la sua tesi ha creato un progetto editoriale fra grafica, poesia, fotografia e passione, sulla suggestione stilistica della nota Beat Generation.

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Il suo progetto è stato presentato presso Spazio Cultura Libreria Macaione nella Giornata Mondiale della Poesia – il 21 marzo scorso -, e mi è parso subito degno di attenzione. Quindi, dopo qualche chiacchiera scambiata con Antonio, ho deciso di farvi conoscere l’iniziativa direttamente dalle sue parole: segue la sua ricca intervista.

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Antonio, intanto ti faccio ancora i miei complimenti per questo progetto: in quanto lettrice e appassionata di poesia, venire a conoscenza di un’ideazione del genere mi ha dato tanta gioia e anche speranza, non lo nego. Oggi c’è chi pensa che la poesia sia un genere sopravvalutato, sostanzialmente inutile, e soprattutto che sia lontano dall’universo dei più giovani, quando invece, per come la vedo io, probabilmente è uno di quei generi capaci di mutare forma e continuare a veicolare messaggi importanti: tu cosa pensi a riguardo?

La poesia ha in sé uno scopo diverso da qualunque altro genere letterario, ha in sé modi di esprimersi completamente diversi. È proprio grazie a ciò che il suo obiettivo è riuscire a colpire non la mente del lettore o ascoltatore, quanto il suo animo. Riesce a muovere organi e sensazioni incorporei che difficilmente altri generi letterari riuscirebbero. Non potrebbe essere davvero definibile un target fisso per la poesia, ogni persona, ogni uomo, donna, bambino, anziano ha una sua sensibilità nei confronti di parole, suoni, ritmi, e ognuna di queste qualità è fuori dal tempo. Escluderei, quindi, il valore generazionale della poesia, eccetto per quella che va contestualizzata in pensieri figli del proprio tempo politico e sociale. Il tempo e le generazioni sono quelle che, per esigenza, ne mutano i toni di voce, poiché i contesti storici condizionano codici comunicativi e linguaggi. E chiunque abbia almeno una volta sentito propria una poesia, sentito propria una sensazione evocata da parole, suoni o ritmi, comincia a sentire un’esigenza comunicativa aldilà del linguaggio razionale e logico, cercando l’astratto, e l’unico mezzo per esprimere ciò è il linguaggio della poesia. Mi piace fare il parallelismo tra poesia e la musica jazz, due linguaggi che risentono di un’esigenza comunicativa completamente diversa, astratta, che può sembrar complicata (motivo per cui si tende a definirla elitaria), ma, come dimostrano i grandi maestri del jazz e i grandi compositori di poesia, ognuno ha in sé un improvvisatore jazz o un poeta, basta solo cercare di trovare il proprio linguaggio, il proprio suono e i propri ritmi comunicativi. È grazie ad essa, infatti, che gli animi possono essere mossi e risulta un ottimo mezzo veicolatore di importanti messaggi che verrebbero sensibilmente più compresi, soprattutto, se a farsi sentire è la voce dei giovani.

In linea generale, concordo con quello che hai detto. La poesia è anche il genere letterario che forse più si avvicina al mondo delle arti figurative, se vogliamo, con il tentativo di descrivere immagini, di invitare all’interiorizzazione e all’interpretazione e con dei modi un po’ ambigui o impliciti per raggiungere questo obiettivo: quando ha cominciato a svilupparsi il tuo interesse per la poesia e le sue espressioni più recenti?  È sempre andato “a braccetto” con l’interesse per l’arte contemporanea e la grafica?

Credo che la passione per la poesia sia nata da piccolo, alle elementari e alle scuole medie. Ricordo, infatti, di aver vinto addirittura qualche concorso per poeti in erba. Ma credo che sia stato il periodo dopo il liceo classico a rafforzare il mio legame con la poesia, vedendo questa come un perenne luogo sicuro in cui cercare me stesso, rifugiarmi o consolarmi nei momenti difficili, poiché era un periodo in cui le scelte avrebbero fortemente condizionato la mia vita. Grazie al liceo è nata una grande passione per il giornalismo e l’editoria, e le ricerche che sono seguite mi hanno portato ad interessarmi al linguaggio grafico, ad approfondire sotto il punto di vista visivo il potere della parola e quello di poter creare linguaggi comunicativi sempre differenti, funzionali o estremamente creativi. È durante gli studi presso l’Accademia di Belle Arti che comincio ad entrare in contatto con i nuovi movimenti poetici, con la Street Poetry e la Slam Poetry palermitana. Ciò ha senza ombra di dubbio rafforzato il mio legame con la poesia, prendendo coscienza che la mia generazione cerca di nuovo un riscatto della poesia nei confronti della società e degli animi ormai freddamente digitalizzati. Grazie a questo percorso, poesia ed arti figurative si sono sempre affiancate, mi hanno dato sempre modo di trovare parallelismi tra esse e, con il loro connubio, importanti messaggi possono essere veicolati in maniera efficace e con toni differenti dalle arti figurative tradizionali.

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La domanda sorge spontanea – e anche in maniera banale, direi: di poesie, ne scrivi anche?

Non mi reputo, né mi dichiaro un poeta. Sì, scrivo poesie, ma nel mio piccolo, molto intimamente e con molta titubanza e timidezza nel leggere o far leggere ad amici e colleghi. Credo nel potere della scrittura come ottimo mezzo per capire meglio se stessi, per cercare dentro di sé e trovare qualche risposta o, come qualche volta è capitato, di trovare una domanda.

Condivido, la scrittura è un ottimo esercizio, infatti, in momenti di estrema confusione a vari livelli. Sei fresco di laurea, e colgo l’occasione per farti i miei auguri! Raccontami un po’ il tuo percorso universitario, con i momenti fondamentali o i punti di svolta, se ci sono stati, che ti hanno spinto a lanciarti in questo progetto e a farne la tua tesi di laurea.

Come detto precedentemente, è grazie alla passione per l’editoria e la ricerca di un linguaggio visivo che ho intrapreso questo corso di studi. Devo ammettere che il primo anno di corso ero ancora molto confuso sul fatto che quella potesse essere la strada che io volessi percorrere per tutta la vita, anche perché l’accademia mi ha posto davanti ogni tipo di declinazione del Graphic Design, nel suo variegato mondo di linguaggi; mi sono appassionato pian piano ad ogni materia, ho scoperto linguaggi comunicativi sempre differenti grazie, anche, al confronto con colleghi. È stato proprio grazie a quest’ultimo e alla cultura visiva che acquisivo che ho cominciato a capire quanto, anche nell’ambito della progettazione grafica, per quanto si punti ad un linguaggio funzionale per prodotti e aziende, ogni persona, nel suo piccolo, ha un proprio linguaggio distintivo: chi si orientava sulle tendenze minimal, chi era descrittivista, chi voleva astrattizzare al massimo con forme essenziali, chi, invece, voleva comunicare con le fotografie e le immagini piuttosto che caratteri tipografici. Così ho cominciato, grazie anche a dei lavori per musei di arte moderna e contemporanea di Palermo, collaborando anche con varie tipografie della provincia, a capire che genere di linguaggio fosse il mio, a capire, quindi, quale fosse il mio punto forte comunicativo. Da lì ho iniziato a studiare quasi ossessivamente le teorie di Type Design, di impaginazione e composizione, a ricercare sempre forme di comunicazione sperimentali grazie alla combinazione di immagini e caratteri tipografici. Questo mio progetto di tesi è stato la scelta di voler far sentire, quasi urlando, i miei studi, la mia voce sotto il punto di vista grafico, di far conoscere il mio linguaggio comunicativo e non avrei potuto fare meglio grazie al servizio di quella cara amica che da anni mi accompagna: la poesia.

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Ora entriamo nel vivo della questione: io ho avuto la fortuna di essere presente a Spazio Cultura Libreria Macaione giorno 21 marzo, quando hai presentato velocemente la rivista, ma in questa sede possiamo procedere per gradi. Quindi ti pongo una prima domanda determinante: perché “Beatn’k”?

All’inizio degli studi per la progettazione del magazine, l’idea che continuavo a volere della rivista era quella del voler assumere un tono di voce differente, che fosse un prodotto rivenduto, inizialmente, quasi di sottobanco, ma che ogni lettore, venutone a conoscenza personalmente o grazie ad altri, potesse carpirne i principi e cantare ad alta voce il nome che le avrei dato. È per queste ragioni che mi sono voluto ispirare ad un caso storico affascinante per la poesia e l’editoria, ovvero la pubblicazione di Howl and Other Poems di Allen Ginsberg. Nel ’56, infatti, l’editore newyorkese Ferlinghetti decise di pubblicare la raccolta di poesie di Ginsberg, le copie furono rivendute e sparse in tutta New York in poco tempo, girando quasi di nascosto nelle edicole; Ferlinghetti fu arrestato per ciò e Ginsberg fu messo sotto processo a causa dei toni della raccolta di poesie: furono definite oscene e accusate di non essere realmente letteratura, ma una ballata psichedelica quasi oltraggiosa per la vera poesia. Vinta però l’inchiesta, la poesia Urlo passò alla storia assieme al suo movimento poetico della Beat Generation. I poeti del movimento venivano ugualmente derisi con il termine “Beatnik” che, associato allo Sputnik russo, stava a definirne la non autenticità e la non appartenenza alla poesia definita “vera e pura”. Per il magazine ho così voluto adottare questo termine per farne un ambasciatore dei nuovi movimenti poetici giovani, per invogliare alla ricerca di un linguaggio non convenzionale. Tutto ciò, però, con un piccolo accorgimento lessicale: l’elisione del corpo della “i” mantenendone solo il puntino; ciò crea il fraintendimento di lettura, da “beatnik” a “beatn’k” (beat ink) che in inglese significa “sbattere inchiostro”, ovvero ciò che avviene durante un blocco dello scrittore ed il picchiettare nervoso della penna sul foglio. Questo concetto mi porterà a creare la figura del creatore della rivista che riflette sugli argomenti sviluppati nei numeri per il lettore con i suoi umani blocchi dello scrittore, scarabocchi, pensieri e appunti all’interno della rivista e la mano creatrice ed analizzatrice del produttore che analizza i vari temi dei numeri in copertina.

Una storia davvero interessante ti ha portato ad un concetto altrettanto interessante. Come hai voluto svilupparlo – sia sul piano contenutistico che grafico? Dimmi qualche curiosità sulla fase “work in progress”: non so nulla sul tuo campo, spiegami un po’ come funziona.

Il concetto cardine di Beatn’k è quello di informare, invogliare alla lettura, alla scrittura, far emergere poeti di qualunque forma. L’idea su cui tutto verte è quella di voler sensibilizzare un pubblico sulla questione che la poesia non è fine a se stessa, ai meri versi scritti su un foglio, ma è fatta di così tante sfaccettature che può permettere di vedere qualunque cosa ci circondi come poesia, da quella visiva a quella tattile e uditiva. È per ciò che ho voluto inserire la poesia della moda, della fotografia, del cinema, della musica e, implicitamente, la poesia grafica.

Per spiegare bene, nel dettaglio, il work in progress del progetto ho creato un book progettuale di 60 pagine, quindi sarò essenziale per farti comprendere i punti salienti della progettazione.

Fondamentalmente le fasi del progetto sono state tre: la prima fase è stata incentrata sulle ricerche di mercato, così da dare un posizionamento al magazine nei confronti di eventuali concorrenti  (che nel corso delle analisi si è scoperto non averne, per via del taglio che assume); ho infatti ricercato anche fisicamente nel mercato spagnolo dei magazine indipendenti di indirizzo poetico e filosofico, poiché la Spagna è uno dei centri più attivi dell’editoria poetica indipendente; infine ho cercato di capire, attraverso sondaggi, se il pubblico aveva richiesta di un prodotto del genere (fortunatamente con esiti positivi). Una seconda fase si è concentrata sulla ricerca del naming della rivista per capirne i toni comunicativi in base alla precedente fase di targettizzazione fatta, studiare il tema di uscita su cui si sarebbe concentrato il numero 0 della rivista e ricercare degli articoli inerenti al tema da inserire nei vari capitoli del magazine e nelle sue declinazioni di poetica polisemica, dando voce sia a testate giornalistiche importanti che testimoniano un’attenta cura degli articoli, sia ad autori e blog minori che possono, adesso, avere una vetrina ed una voce in capitolo; infine, e non meno semplice, ho sviluppato un concept grafico che seguisse di pari passo il tema di ogni numero, escogitando un sistema di impaginazione e composizione sperimentale poco usato nell’editoria popolare e non di nicchia. Nel caso del primo numero, infatti, avendo come tema “la poesia cambia verso” (sfruttando l’ambiguità della parola verso), ho voluto capovolgere completamente la lettura di alcune sezioni dell’impaginazione,  cosicché il lettore si trovasse costretto a passare da una lettura statica ad una lettura dinamica della rivista, scoprendo una lettura diversa e maneggiando il prodotto con più analisi ed interesse, con lo scopo di far capire ad un pubblico di lettori come l’editoria cartacea abbia un potere sugli animi e le sensazioni ben più forte di quella digitale, e che ciò va mantenuto e preservato in un periodo di così frenetica digitalizzazione. Un po’ il concetto di cambiare punto di vista per capire veramente,  di cui si parlerà nella sezione cinema di Beatn’k con un’analisi critica del film “L’attimo fuggente”.

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Per quali motivi pensi che possa essere importante diffondere tendenze come il MeP, il famoso Movimento per l’Emancipazione della Poesia, o la sempre più conosciuta Slam Poetry?

Penso sia importante diffondere e difendere questi movimenti. Come detto precedentemente, la poesia rimane la stessa nel corso delle generazioni e dei tempi, tende solamente a mutare il suo linguaggio, il suo sistema comunicativo, e questi movimenti, a partire dalla Slam Poetry che ha in sé anche decenni di storia ma che adesso, nel territorio italiano, comincia a prendere un tono di voce sempre più alto e diffuso, fino alla Street Poetry del MeP, sono il nuovo linguaggio della poesia. È quasi un momento di passaggio che preannuncia una svolta nella storia della poesia, è sintomo di una rivendicazione sociale della poesia. Grazie a questi nuovi sistemi di diffusione dei versi, sempre più pubblico diventa parte di queste correnti poetiche e con questo si può sperare nel passaggio evolutivo ad un nuovo linguaggio poetico generazionale. Una nuova speranza di cambiare tono di voce, di sentire di nuovo voci poetiche, di sentire versi e cambiare versi.

Attualmente, per forza di cose – d’altronde ti sei laureato questo mese! – la tua è soltanto una proposta che mi auguro possa essere accolta a braccia aperte da Palermo, con la speranza ovviamente che si faccia strada, pian piano, anche oltre. Quale sarà il tuo prossimo passo in merito?  Come hai pensato il futuro di Beatn’k?

Beatn’k in questo momento vive della speranza di una sua pubblicazione per dare il via a questo movimento di rinascita poetica, è in attesa di un editore e di qualche finanziamento che possa permetterne il lancio sul mercato. Sotto il punto di vista lavorativo permetterebbe la nascita di una potenziale nuova startup che potrebbe coinvolgere redattori, scrittori, stilisti, poeti, fotografi, graphic designer e giornalisti divenendo, con le potenzialità degli argomenti trattati, una delle autorità nel mercato dei magazine indipendenti poetici. Il suo futuro è ovviamente incerto ma la speranza di una pubblicazione alimenta l’animo mio e di chi si sia fino ad adesso interessato al progetto.

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Come possono aiutarti i lettori appassionati affinché questa iniziativa editoriale cominci e, soprattutto, possa andare avanti?

Basterebbe ottenere una grossa richiesta del magazine per poter cominciare ad interessare case editrici e finanziatori alla sponsorizzazione della propria azienda all’interno di Beatn’k e disposti, dunque, ad investire nel progetto. Da parte dei lettori basterebbe che si facessero sentire, che mandassero poesie, fotografie e opere di ogni genere poetico trattato nel magazine così da fornire materiale per i prossimi numeri della rivista ed incuriosire sempre di più il mercato nazionale ed internazionale. Come accennato prima, la rivista si rivolge non solo a poeti della penna, ma anche a poeti della macchina fotografica, del tessuto, della cinepresa, della musica.

Incrociamo le dita, allora. Congediamoci con un ultimo quesito: quali sono i testi, gli autori o le performance che preferisci?

Quelli che, come piace pensare a me, sono un pugno allo stomaco da imparare ad incassare. Sono quegli artisti, o per meglio dire poeti, che attraverso le proprie opere, che siano visive, tattili o uditive, riescono a lasciare qualcosa di indelebile al loro pubblico, che riescono con parole, suoni, ritmi, immagini e tessuti, a creare un legame più profondo con qualcosa di più grande, un filo conduttore che ci unisce tutti, che mostra il nostro essere umani, nella debolezza o nella forza. Ecco, le mie opere preferite sono quelle che mi permettono di conoscere qualcosa di nuovo attraverso delle sensazioni, attraverso le domande, attraverso un linguaggio che al proprio animo potrebbe sembrare un pugno mal incassato, ma che ha permesso la sua crescita in una maniera o nell’altra.

Dai un consiglio ai lettori, uno spunto, un messaggio che vorresti divulgare.

La poesia, nelle sue molteplici ed infinite forme, può salvare un singolo uomo, ma può diventare l’ancora di una società, svegliare gli animi di una generazione, far riflettere su ciò che realmente è importante, ciò che è vero, e permettere di vederlo non soltanto nel sublime, ma di trovare la verità anche nelle più piccole cose, nei dettagli della realtà e nelle sue molteplici sfaccettature. Consiglio al pubblico di leggere in continuazione, di amare ogni cosa, di odiarla, pestarla e baciarla, di scrivere come se non esistesse altro mezzo di comunicazione e di utilizzare il potere immenso della parola per il vero, per ciò che di più umano e bello c’è in ogni dettaglio delle nostre giornate. Citando José Martí, spero che Beatn’k sia un piccolo granello di poesia poiché egli affermava che “basta un piccolo granello di poesia per profumare un intero secolo”, e sta a tutti i poeti della penna, della macchina fotografica, del tessuto, della cinepresa, della musica, rendere la nostra generazione il granello di poesia che profumerà questo secolo.

Umberto Eco: “Dobbiamo stare attenti che il senso di queste parole non si dimentichi ancora” – #staffettaumanitaria

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.
Franco Fortini

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Nel discorso del 25 aprile 1995 presso la Columbia University, tenutosi per celebrare la liberazione dell’Europa, Umberto Eco svolge le coordinate di un fascismo che sembra non abbandonarci.
In un esaustivo post su Facebook, il professore Piero Riccobono ha analizzato i tratti peculiari del nuovo governo, evidenziando le palesi analogie con quello del “famigerato Ventennio”; conclude così:

Arriviamo dunque alla conclusione: stiamo ripiombando nel fascismo?
La risposta storicamente corretta sarebbe: no, la storia non si ripete. Mi sembra più appropriato dire che l’Italia ha imboccato la via che conduce a quella che in molti chiamano “democratura”, ossia ad una specie di dittatura mascherata di democrazia, come quella che esiste in Russia e in Turchia. Qualcuno dice che questa è la nuova forma del fascismo, ma a questo punto si tratterebbe di una trascurabile questione di nomi e mi sembra invece più interessante chiedersi se siamo ancora in tempo per fermare questa deriva. Ma questo è un altro discorso.

Che questo “altro discorso” sia, in questo articolo, il nostro punto di partenza. È vero: Hitler, Stalin e Mussolini non esistono più, sono fantasmi del secolo scorso – secondo qualcuno, “il secolo breve” – ma è bene guardarsi, oggi, da certi aspetti non troppo subdoli che continuano ad alimentare quello che Eco definisce fascismo eterno o Ur-Fascismo. Ormai dovremmo essere in grado di capire quando fermarci, quando le cose potrebbero degenerare e sfuggirci di mano. Bastano appena una parola o un gesto di troppo, sommati e ingigantiti nel tempo. Da qui l’importanza della memoria e della conoscenza.

Se il nazismo si fondava su una filosofia chiara ed un progetto politico metodico e sconvolgente, il fascismo era ed è rimasto un lemma riempito di cose convenienti in base al momento, e si reggeva su pochi principi determinanti: tradizionalismo, nazionalismo becero, repressione della libertà d’espressione con qualche spiraglio di tolleranza (apparentemente contraddittorio) in campo umanistico. Pura retorica, potenza delle parole su masse scoraggiate, sole, frustrate, “bisognose di una voce” da sollevare e far ascoltare.
Tutto ciò non è nuovo per la maggior parte di noi, ed è abbastanza evidente il ritorno di un germe comune: Nietzsche parlava dell’eterno ritorno dell’uguale, ma non voglio pensare e discutere in questi termini – ricordiamoci, però, che gli eventi storici che tanto demonizziamo e cerchiamo di depennare dalla nostra fedina penale universale sono accaduti appena settantaquattro anni fa. Ed è triste rendersi conto che, forse, tutti gli sforzi fatti per ricordare ed imparare dagli errori non abbiano più lo stesso valore di una volta. O almeno questo è ciò che traspare dalle notizie di cronaca di quasi ogni giorno.

L’Ur-Fascismo, dice Eco, va sbugiardato: può tornare in qualunque momento sotto spoglie innocenti e riuscire facilmente a “coagulare una nebulosa”. La cultura “sincretica” e intollerante, negli anni del fascismo, ha provocato un arresto nell’avanzamento del sapere, perché la verità era una, già annunciata dal dittatore, ed ogni pensatore fuori dagli schemi predisposti non era altro che un traditore.
L’Ur-Fascismo è “irrazionalismo” contrario all’età della ragione precedente e produce il culto dell’azione per l’azione (senza pensiero, senza riflessione): il fascismo contemplava l’eroismo come norma, la morte era la massima onorificenza.

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La cultura come atteggiamento critico, dunque, era sospetta come sembra esserlo anche oggi, la critica non si accetta semplicemente perché criticare significa distinguere, e “distinguere è un segno di modernità”. D’altronde, la modernità – quella vera – altro non è che custode della diversità, mira alla protezione delle differenze che sono l’arricchimento umano più grande che possiamo ottenere dal mondo. Ci tengo a sottolineare questa prospettiva anche sotto il profilo linguistico: le ultime direttive del Consiglio d’Europa, nell’ambito dell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, prevedono, come fine primario del corso di lingua, la tutela delle differenze linguistiche e culturali, la concezione della lingua come insieme simbolico di codificazione della realtà, affinché si possano formare degli abitanti del mondo capaci di esercitare attivamente la propria cittadinanza europea nell’ottica di una massima integrazione e collaborazione fra nazioni per il bene della democrazia.

Ma l’Ur-Fascismo ha paura della differenza, l’Ur-Fascismo “è razzista per definizione”. L’unico modo per decretare l’identità di una nazione, per il fascismo eterno, è l’individuazione dei nemici, senza contare il fatto che “alla radice della psicologia Ur-fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale”: e “il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia”, a cui possiamo ancora aggiungere tipiche forme di elitismo, precisamente “elitismo popolare”, “elitismo di massa”, e il disprezzo consequenziale per i deboli.  Ma chi si proclamava (e si proclama, attenzione) la “voce del popolo” non ha riguardo reale per i diritti degli individui “in quanto individui”, e inoltre “trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali”: altro carattere che mancava all’appello, il machismo.

Tutto questo veniva e viene esaltato e normalizzato attraverso precisi strumenti retorici capaci di piegare gli animi insoddisfatti, di chiudere tremendamente gli occhi della gente indebolendo il fronte dei saperi, di scoraggiare il senso primordiale di umanità insito in ogni essere umano attraverso incitazioni continue all’odio, in uno stato di guerra perenne manifesto soltanto a chi vuole fermarsi e comprendere, osservare, informarsi e parlare. Bastacontinuare a chiedersi: è questo il mondo che voglio? Basta tenere sempre presenti le parole di Eco:

Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: “Non dimenticate”.

Basta ricordare le persone, tutte le anime spezzate e tutti i sopravvissuti che si sono battuti e che ancora si battono per sottolineare l’importanza della memoria del passato per il futuro dell’uomo.

IMG-20181211-WA0005.jpgCon queste premesse, sono felicissima di parlare di un progetto importante nato su Instagram grazie all’iniziativa di Oriana, Serena e Francesca (diversamente da quanto pensano i più, i social possono davvero veicolare messaggi fondamentali e dare vita a movimenti determinanti): il gruppo Staffetta Umanitaria raccoglie bookstagrammer e book blogger di tutta Italia, trentasei rappresentanti attivi circondati da community meravigliose e sempre aperte al dialogo. Attraverso gruppi di lettura a tema, film, condivisione di articoli, interviste, immagini racchiuse sotto l’hashtag #staffettaumanitaria e, successivamente, nel profilo apposito del progetto, si è creato un passaparola fitto e ricco che sta portando alla luce, sul social attualmente più frequentato e utilizzato, la scottante tematica dei fenomeni migratori e delle terribili morti nel Mediterraneo.

Lo scopo è chiaro: prendere posizione, far sentire la propria voce. Tutti coloro che sono soliti riflettere intensamente e spesso e che si lasciano coinvolgere da innumerevoli pagine scritte, assimilando i contenuti dei propri libri preferiti, i lettori forti insomma, o quelli abbastanza forti da divorare libri su libri, dovrebbero servirsi delle proprie capacità di analisi e del loro sempre rinnovato senso d’umanità per parlare, almeno, di quello che sta accadendo di fronte ai nostri occhi: spesso ciò non accade invece, non è immediato. Io stessa ero inizialmente restia a pronunciarmi chiaramente, lanciavo qualche segnale, mostravo qualche notizia, ma non vedevo particolare riscontro se non nelle persone che sapevo la pensassero come me. Il fenomeno migratorio sembrava una sorta di argomento tabù all’interno di uno spazio di condivisione che invece è il più adatto alla costruzione di un dialogo sull’argomento, e ormai il silenzio era diventato inaccettabile.

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Nonostante sia solo un minuscolo tassello di questo progetto prezioso, sono felicissima dei risultati ottenuti finora, ad appena una settimana dall’inizio ufficiale dei gruppi di lettura: Instagram ogni giorno si riempie di notizie e molte più persone mantengono viva l’attenzione sui fatti d’attualità, come è giusto che sia. O semplicemente molta più gente ha cominciato ad pronunciarsi, a condividere e a partecipare a questa enorme e continua discussione, a dare qualche scossa al muro di quiete apparente. È in questo modo che possiamo ricordarci che facciamo tutti parte della grande famiglia umana, e che negare un diritto a un uomo che soffre significa negarlo a tutti gli uomini, senza alcuna distinzione.

Questo gruppo aperto a tutti, come ho scritto precedentemente, prevede la creazione di gruppi di lettura variegati per ogni mese a partire da questo 21 gennaio: fino al 21 febbraio si può leggere un libro (anche più di uno) a scelta fra quelli proposti nelle categorie: saggistica, narrativa, graphic novel/fumetto – le categorie sono considerate nel senso più ampio possibile, per poter includere anche testi dalla difficile classificazione. Per questo primo mese (21/01 – 21/02), i titoli proposti sono:

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• “Il fascismo eterno” di Umberto Eco per la categoria saggi – lo avrete immaginato, a questo punto;
• “Carnaio” di Giulio Cavalli/“Exit West” di Mohsin Hamid per la categoria romanzo;
• “Non stancarti di andare” di Stefano Turconi e Teresa Radice per la categoria graphic novel.

Saremo lieti di accogliere chiunque voglia unirsi a questo movimento comune di fondamentale importante, sia dentro che fuori dal social di partenza. Per una umanità che non dimentica il senso di umanità, per una umanità che realmente ricorda, che si adopera, che sa combattere e, idealmente, abbattere ogni nascente forma di fascismo eterno.

«Lo dicono cieco, ma l’odio ha la vista acuta di un cecchino».
Wislawa Szymborska

Gaetano Barreca: “perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti”

È un’Italia intrisa di superstizione e religione, di tradizioni e sentimenti, quella ritratta nei sette racconti di questa raccolta. Una voce bianca, i fascisti e le streghe masciàre. Una donna che si fa beffe del prete. Le faide familiari condite di pettegolezzi e dicerie… e molto altro. La vita fra i vicoli della Città Vecchia di Bari, fra panni stesi e orecchiette fresche, edicole votive e profumo di caffè, quello offerto agli ospiti nel segno della migliore accoglienza italiana. Entrerete in un mondo d’altri tempi, a respirarne il “profumo” e a gioire, temere, amare con i personaggi di questi racconti. Perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti.

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Titolo: La tagliatrice di vermi e altri racconti
Autore: Gaetano Barreca
Editore: WIP Edizioni
163 pp.
€12,00

L’autore:
WhatsApp-Image-2017-10-27-at-16.13.46-e1509116785281-696x450.jpegGaetano Barreca ama l’arte ed è irresistibilmente attratto dai ruderi. Nato a Reggio Calabria nel 1979, vive a Londra dove insegna Lingua e cultura italiana. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Perugia, è scrittore di romanzi e autore di articoli di cultura, storia e antropologia per Agoravox Italia. Con il romanzo Dopo il Funerale. Novembre 1975 è stato insignito della menzione di merito al Premio Artisti per Peppino Impastato 2017 e finalista al Premio letterario Bari Città Aperta 2016. Precedentemente, ha partecipato ad antologie pubblicate da Mondadori ed Eracle Edizioni.

Inizio questa recensione con un sincero ringraziamento all’autore che mi ha donato il suo libro e, con esso, moltissime emozioni che non pensavo avrei provato durante la lettura. Questa raccolta di racconti, breve ma realmente intensa, è stata una continua scoperta e una perpetua sorpresa, e mi sono trovata a leggerla quasi tutta d’un fiato senza sentire la necessità di fare una pausa. L’autore ci prende per mano e ci accompagna fra le vie di una Bari Vecchia che si fa emblema di uno spirito d’umanità che abbiamo perduto, portatrice di valori e di tradizioni oggi un po’ dimenticate. E’ stato emozionante leggere di alcune credenze condivise anche dai miei nonni, dei quali ho ascoltato a lungo le voci e le storie, e collegare, così, reticoli di tradizioni diverse ma vicine e simili.

I sette racconti racchiusi in La tagliatrice di vermi e altri racconti sono tutte “storie di comunità”, si legano in una catena di rimandi – che sia il passaggio di Peppine Uè Oppe Uè Oppe o le conoscenze comuni – e rievocano ricordi reali ed incredibili storie della città, con eventi realmente accaduti che, personalmente, non conoscevo e per i quali sono rimasta sbalordita: tradizioni, valori, luoghi, bellezza ed autenticità. Uno dei punti di forza di questa raccolta è senza dubbio la sua suddivisione in due parti: la prima comprende, naturalmente, i sette racconti; la seconda si intitola invece Articoli e ricerche, e approfondisce gli elementi disseminati fra le storie, rendendo evidente il duro lavoro di ricerca e studio che l’autore ha portato avanti per la stesura del libro. Gaetano Barreca ci rivela i “segreti” delle tagliatrici baresi – nel resto di Italia si utilizzava l’appellativo di segnatori –, le parole che accompagnavano il rituale, i gesti, gli oli, il modo in cui questo particolare sapere veniva tramandato di generazione in generazione (il lascito delle tagliatrici era il momento fondamentale nella loro professione).

Non solo le persone, ma anche i luoghi sono i protagonisti dei racconti e delle ricerche dell’autore che, con il supporto di alcune fotografie, ci racconta, per esempio, del “miracolo della luce” nella Cattedrale di San Sabino, spettacolo che si verifica ad ogni solstizio d’estate, e al quale ha dedicato moltissimo tempo per riuscire a svelarne i dettagli più misteriosi e dimenticati nel tempo. La narrazione generalmente rende giustizia alla Città Vecchia, permettendoci di identificare i luoghi in una mappa mentale ristretta ma significativa e decisamente determinante per capire certi sviluppi narrativi, come l’Arco della Neve o la già citata Cattedrale: come ogni persona del popolo, i posti più importanti della Città Vecchia sono collegati da una fitta rete di vicoli accoglienti ed identici, necessaria connessione materiale fra gente che si vuole bene come un’enorme famiglia allargata.

La storia di Bari Vecchia, che è, in questo caso, quella rimanda alla seconda metà del Novecento (il primo racconto è L’Arco della Neve – Settembre 1943, probabilmente in maniera non casuale), racchiude e rappresenta molto bene il fermento del tempo e si porta dietro la paura ed il dolore di quegli anni; ma nessun evento, per gli abitanti della Città Vecchia, sembra separato da quel fitto tessuto di racconti popolari volti a dare loro un senso, in qualche modo, una spiegazione ed una connotazione in positivo o in negativo. E allora nella struttura narrativa convivono i ragazzi fascisti del G.I.L., che puntano i fucili contro il popolo impaurito per raggiungere la neviera, e le streghe masciàre, streghe del Sud Italia, che proteggono la città e si riuniscono a “Benevento per il sabba sotto un albero di noce”; ci sono i cortei di ragazzi che per tre giorni e tre notti fanno baccano per le strade nella speranza di risvegliare Giovani Battista dal sonno prima del suo onomastico, ci sono Sabbèlle e Chitàne che disobbediscono ai genitori e praticano il rituale del piombo fuso di nascosto, ci sono i padri severi e le mamme affettuose e comprensive, le anziane sagge, le mani sempre tese in aiuto verso l’altro, l’estrema disponibilità, l’accoglienza, la gentilezza che oggi diventano sempre più rare.

Bari Vecchia, il cui carattere antico è ancora vivo e tangibile, diventa irrimediabilmente il simbolo dell’Italia, tutta da scoprire e indagare con le sue credenze, le sue superstizioni, le sue storie sempre raccontate e sempre trasmesse, la sua capacità di custodire – almeno allora – il valore dell’amore in ogni sua forma ed estensione: e alla fine

ci si ama e spesso ci si detesta, ma l’importante è stare uniti.

Ogni personaggio è costruito e caratterizzato per essere amato profondamente, è capace di fare breccia nel cuore del lettore con la semplicità e la genuinità originaria della gente di paese, che mi ha ricordato molto certi paesini siciliani. Alcune personalità sono davvero travolgenti – basti pensare alla spogghiamadònne Zièlle –, e si finisce per ridere, sorridere, pensare e amare con loro, col cuore che si scalda di un affetto reale, mentre ogni nome si trasforma in un viso e trova un suo piccolo spazio nell’anima, come se fosse un nonno lontano, una zia, un vicino da accogliere.

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Per quanto riguarda la nota stilistica, la scrittura di Barreca risulta lineare, molto chiara e tuttavia ammaliante, perfettamente amalgamata con l’atmosfera generale della città e funzionale a veicolare i messaggi profondi e le morali delle storie. Poche descrizioni ben piazzate e, soprattutto, dialoghi in lingua italiana mischiata al dialetto locale rendono ogni racconto piacevole e scorrevole: senza rinunciare al rappresentativo intreccio fra storia e mistero, le vicende procedono velocemente, con il giusto numero di dettagli, senza complicarsi in maniera eccessiva – oserei dire che la forma rispecchia quasi il contenuto: naturale, semplice, vero. Notevole, anche in questo caso, lo sforzo dell’autore nel cercare di rispettare il più possibile la parlata e le memorie del popolo barese: le note a piè di pagina sono abbondanti ed esaustive, è stato delizioso, per me, avere la consapevolezza di attingere direttamente da un serbatoio di immagini reali ed esperienze vissute, nonostante il filtro della narrazione e delle sue necessarie operazioni.

La voce del popolo è una voce comune ed immensa: Bari Vecchia guarda alle cose con gli stessi occhi, si stupisce delle stesse cose, entra nei fatti di tutti senza chiedere permesso ma, alla fine, va bene così. Anche questa è l’essenza dei fatti qui narrati, la condizione universalmente accettata per vivere serenamente, potendo contare su chiunque, aprendo le braccia anche a Nadira e al piccolo Kaleem, mentre gli odori, i profumi, i suoni antichi e familiari, lontani e nostalgici, compenetrano lo sfondo della narrazione e ne diventano parte essenziale, e sembra quasi di essere lì con tutti loro e di reagire allo stesso modo, agli stessi eventi, emuli di una spontaneità che non è più nostra.

Consiglio questa lettura a tutte le persone che hanno interesse per le tradizioni, le dicerie e le credenze popolari, che sono curiose della storia e delle storie, che amano ascoltare, che riescono a proiettare la mente in un tempo lontano e capirlo, apprezzarlo, amarlo, collegarlo al presente e rievocare valori.  

#riverberodipoesia: Mario Luzi

Con netto ritardo, eccoci ad un nuovo articolo della rubrica in cui approfondiamo insieme la vita e l’opera di un poeta. Ultimamente sto cercando di recuperare tutti i nomi di poeti contemporanei che non ho mai letto e di cui non ho mai sentito o studiato nulla – i programmi scolastici sono quello che sono, le ore scolastiche sono quelle che sono e alla fine moltissima letteratura meravigliosa e interessante viene sacrificata per riuscire ad affrontare almeno gli “autori maggiori”, ma per fortuna esiste l’università -, e quello di Mario Luzi è stato una scoperta sensazionale. Nonostante il mio amore incondizionato per la poesia tutta, gli scritti di Luzi mi sono sembrati una rivelazione: quando ho letto per la prima volta Nel magma mi sentivo come se stessi conversando con me stessa, cercando le risposte alle mie stesse domande, con le medesime passioni e la stessa volontà di restare immersi nel presente, nell’ora.

 

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Chi era Mario Luzi?

MarioLuzi

Nasce a Sesto Fiorentino il 20 ottobre 1914. La madre, Margherita Papini, avrà una grandissima influenza su di lui e sarà fondamentale nel processo di interiorizzazione di una religione cattolica molto sentita – ma non di chiesa. La sua infanzia procede tranquilla e ricca di ispirazione e serenità, nonostante la guerra; e sin da bambino Luzi si fa notare, a scuola, per arguzia e maturità. Frequenta il ginnasio prima a Firenze, poi a Milano e a Siena, con degli spostamenti dovuti al lavoro del padre, ferroviere.
Il periodo di Siena sarà importante per la scoperta dell’amore e dell’arte: dopo i primi tentativi poetici registrati nel 1924, è in questa città, intorno agli anni Trenta, che Luzi completa delle importanti letture di formazione ed entra in sintonia con il pensiero di grandi autori e filosofi contemporanei, mostrando un enorme interesse per l’opera di Nietzsche – in particolare per Così parlò Zarathustra e per Al di là del bene e del male.

In questi anni, a Firenze, intraprende gli studi universitari alla facoltà di Lettere di Firenze, partecipa attivamente alla vita culturale della città collaborando con «Il Frontespizio», «Solaria», «L’Italia letteraria», e conosce tanti giovani intellettuali fiorentini fra i quali Betocchi, Bo, Pratolini e Bilenchi. In particolar modo, l’amicizia con Betocchi si basa sul condiviso interesse per la poesia francese: nel 1936 Mario Luzi si laurea infatti con una tesi su Mauriac, che sarà pubblicata da Guanda, due anni dopo, con il titolo di L’opium chrétien. Dal 1938 Luzi comincia a insegnare nelle scuole medie, e dal 1955 nelle università di Urbino e Firenze, continuando a pubblicare per «Il Frontespizio» e per «Letteratura» di Bonsanti; successivamente conoscerà anche Tommaso Landolfi ed Eugenio Montale, grazie al quale entrò a far parte del gruppo del caffè delle Giubbe Rosse ed ebbe modo di conoscere Vittorini, Palazzeschi e altri grandi intellettuali.

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La guerra si avvicina: sono anni inquieti, eppure la sua profonda fede cattolica non si chiude mai in se stessa, e anzi guarda attentamente alla cultura europea e a quella di sinistra, affiancando la stesura dei suoi componimenti poetici alla saggistica, ai testi di critica letteraria e a drammi teatrali. Nel 1942 si sposa con Elena Monaci ed un anno dopo nasce il figlio Gianni. La guerra finisce e lo segna profondamente, soprattutto nel momento in cui torna a Firenze, dai genitori, e trova la sua casa distrutta.

Dopo altre vicende lavorative e spostamenti, nel 1960, dopo la morte della madre, Luzi riesce a pubblicare il corpus delle sue poesie col titolo Il giusto della vita, dopo aver vinto, un anno prima, il premio Marzotto per la poesia ex aequo con Saba. Nel 1963 esce la controversa (e splendida) raccolta Nel magma, che si riempie di immagini di realtà cittadina, di cultura di massa, e riflette il dibattito politico e culturale dell’Italia degli anni Sessanta. E alla fine di questo periodo, a partire dal 1966, cominciano una serie di viaggi per il mondo e delle collaborazioni con diversi giornali.

Nel 1979 escono finalmente tutte le sue poesie nei due volumi editi da Garzanti, e la sua attività intellettuale continua fino agli ultimi anni della sua vita, con la pubblicazione di saggi, opere teatrali e altri testi e con un rinnovato impegno politico durante gli anni Novanta, per via della sua grande preoccupazione relativamente alla situazione politica italiana. Il suo zelo verrà premiato nel 1997 con la Legione d’Onore da parte del presidente della Repubblica francese e poi nel 2004, in occasione dei suoi novant’anni, quando viene nominato senatore a vita dal presidente Ciampi.
Muore qualche mese dopo, il 28 febbraio del 2005, a Firenze.

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La poesia di Mario Luzi è “animata da una forte tensione intellettuale e insieme da una dolce e fragile passione per la vita delle cose; i problemi religiosi, morali, culturali vi si intrecciano in un «discorso naturale»che guarda con viva partecipazione al presente, ma come a distanza, cercando un «tempo della poesia» che per Luzi è «un tempo in cui si incidono senza tempo le cose che sono sempre accadute e che sono sempre eventuali ed accadibili». Le sue parole si lanciano alla ricerca di una verità inafferrabile che racchiude e spiega l’essenza del mondo, e che si nutre della realtà vissuta con una drammaticità sempre crescente e lacerante.

(Le fonti per la stesura di questa biografia sono l’articolo sulla vita di Mario Luzi dalle Biblioteche comunali fiorentine – che si basa sul dettagliato volume Mario Luzi, L’opera poetica del 1998, a cura di Elisa Biagi – e il manuale Storia e testi della letteratura italiana, ricostruzione e sviluppo nel dopoguerra (1945 – 1968) a cura di Giulio Ferroni, Andrea Cortellessa, Italo Pantani e Silvia Tatti).

Il testo che vi propongo per l’occasione fa parte di Frasi e incisi di un canto salutare, in praticolare dalla seconda parte della sezione Angelica: primeggiano parole piene, epifanie e allusioni alla natura stilnovistica della donna, trasfigurata dalla quotidianità, che si abbandona a riflessioni intime – siamo nella tarda stagione poetica di Luzi. A voi, come sempre, l’interpretazione profonda:

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Vita o sogno? Lei si gode serena
la simbiosi domenicale col giardino
fino a tardi quando entra nella casa
la mite ora settembrina della cena.
Non c’è l’amato, non c’è la sua assenza
né altro desiderio. C’è quell’unico
pensiero muto che dovunque flagra
e vige, e di sé tutta la ripiena –
Felicità? non le sembra. Non è
che un nome estraneo, questo,
a quella purissima sostanza.
Vissuto o immaginato
quel brano? – pensa. Perduta
in quale sua profondità la scena?
Non c’è divario, non c’è differenza.

#riverberodipoesia: Ada Negri

La prima domenica del mese significa solo una cosa – non è vero, ma lasciatemelo passare: il nostro appuntamento ormai mensile con l’approfondimento sulla vita e sull’opera di un autore o di un’autrice che vi propongo. Oggi ho scelto un breve componimento di Ada Negri, poetessa italiana che attraversa, con la sua vita, uno dei periodi più critici della storia europea – e mondiale -, respirando entrambe le guerre mondiali e le grandissime trasformazioni del Novecento.

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La mia fonte, per questo articolo, è Mia giovinezza – Poesie, una antologia di poesie scelte, a cura di Davide Rondoni e appartenente alla collana Biblioteca dello spirito cristiano di BUR (prezzo di copertina € 8,00). I componimenti sono tratti da raccolte ordinate cronologicamente, mostrando una poesia in evoluzione e sempre emotivamente carica: Fatalità (1892), Tempeste (1895), Maternità (1904), Esilio (1914), Il libro di Mara (1919), Vespertina (1930), Il dono (1935), Fons Amoris (1939-1943).

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Proviamo a conoscere un po’ meglio una figura tanto lodata quanto criticata come quella di Ada Negri. Il 3 febbraio 1870, a Lodi, Vittoria Cornalba, tessitrice, dà alla luce la nostra poetessa, figlia di Giuseppe Negri. La famiglia d’origine è molto povera e presto Giuseppe si ammala di febbre tifoidea e muore, rendendo le condizioni economiche della famiglia ancora più disastrose. Le giornate di Ada scorrono lente nella palazzina in cui abita con la madre, che, dal canto suo, fa tutto il possibile per garantire un’ottima istruzione alla figlia, che riesce ad iscriversi alla Scuola Normale Femminile di Lodi nel 1881 e a conseguire, in seguito, l’attestato di maestra elementare.

Nel 1888 comincia a insegnare e a scrivere le sue prime poesie, che saranno poi raccolte in Fatalità (in una edizione curata dai Treves). Forte, in questa primissima fase, la tematica sociale, che capeggia fra i versi probabilmente a causa del vissuto personale della poetessa. Questa prima raccolta ha un successo così eclatante da ricevere molti riconoscimenti e persino un articolo dedicato sul Corriere della sera, scritto da Sofia Bisi. Di lì a poco, nel 1894, le verrà anche assegnato il Premio «Giannina Milli»: Ada Negri decide di dedicarsi interamente alla scrittura, l’insegnamento non fa più per lei. La fama improvvisa la porta ad insegnare a Milano, dove entra in contatto con personaggi quali Filippo Turati, Benito Mussolini – che si terrà in contatto con lei successivamente, nella sua ottica di “approvazione e propaganda” attraverso la cultura – e Anna Kuliscioff.

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La seconda raccolta, Tempeste, compare già nel 1895; l’anno seguente, Ada sposa Giovanni Garlanda, industriale laniero biellese, dando alla luce, poco dopo, la figlia Bianca. La secondogenita, Vittoria, nasce e muore, purtroppo, nello stesso 1900.
La terza raccolta, Maternità, si riempie di soggettività e autobiografismo: la cosidetta “poetessa del Quarto Stato” comincia ad elaborare pensieri profondamente personali ed intimi attraverso i suoi versi. Segue la pubblicazione di Dal profondo e arriviamo al 1913, anno in cui si registra la definitiva separazione da Garlanda. Ada Negri si trasferisce a Zurigo con la figlia, Bianca, e scrive Esilio, che esce nel 1914. Allo scoppio della prima guerra mondiale torna in Italia, dedicandosi intensamente al sostegno dei combattenti e all’assistenza dei feriti di guerra.

Le vicende personali della poetessa si intrecciano con i tragici eventi della storia, e le pubblicazioni successive, numerose, in poesia e in prosa, vedranno man mano emergere la componente della memoria, dolorosa e toccante.
Emblematico l’anno 1931, in cui Ada Negri riceve il Premio Mussolini in Campidoglio, evento che la consacra come intellettuale di regime. Questa è la notizia più controversa sulla sua biografia, che ha generato profonde critiche in merito alla sua letteratura. Ma sappiamo bene che è piuttosto difficile esprimere un parere assoluto circa queste dinamiche storiche: in questo caso, cercando di fugare i pregiudizi e gli estremismi, voglio fare un minuscolo appunto attraverso le parole di Rondoni, che scrive:

Ada Negri non era iscritta al partito fascista, lo fu «d’ufficio» al momento dell’ingresso nell’Accademia, quando era già al culmine della notorietà.

Nel 1940, appunto, Ada Negri è la prima donna della storia ad essere accolta nell’Accademia d’Italia; ma già allora il suo ritrovato ed appassionato sentimento religioso l’aveva gettata in una sfera d’ombra e di oblio. Morirà appena cinque anni dopo, tra il 10 e l’11 gennaio 1945, lo stesso anno della fucilazione di Mussolini e della fine della Seconda guerra mondiale.

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In questo sentir la vita come «evento», come «avvenimento», sta la prima energia della poesia di Ada Negri. Quella energia agisce ancora nella lettura dei suoi testi. (…)
C’è qualcosa nell’opera di Ada Negri che risuona come sfida. Non fu una intellettuale, la sua cultura non era costruita su cataste di libri, eppure nei suoi testi, scrisse il Flora nel 1940, «si fissano i temi dell’amore, della maternità, della fatica umana in modo inconsueto». (…) La poesia di Ada Negri appartiene alla propria epoca, ma non fu d’ispirazione letteraria. (…) L’unica influenza che riconobbe esplicitamente fu da Leopardi.

Un inno alla vita, quello di Ada Negri, insomma: un percorso poetico che non giunge alla “inconsistenza” ma alla rivelazione di un eterno, di un dono che è la vita in ogni suo attimo e in ogni sua sfumatura di bellezza, un sentimento nuovo, semplice e complesso insieme, in qualche modo attuale e lasciato cadere nell’oblio più nero. Nella sua stessa biografia si riscontra la passione vitale dell’amore, della eterna giovinezza e beltà che “da sempre è lo scopo della poesia e di ogni opera veramente umana”.

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Proprio in relazione a questa interessante lettura della sua opera, vi propongo il seguente componimento, breve ma efficace nella sua semplicità. A voi, come sempre, l’interpretazione – e l’interiorizzazione – di questi versi:

Fine

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

Giulia Ciarapica: fare critica letteraria 2.0, conoscenza, strumenti e pubblico

Chi è il book blogger e cosa fa? Cosa significa oggi fare critica letteraria 2.0?
Il libro di Giulia Ciarapica propone un percorso attraverso i diversi modi di raccontare i libri in Rete: dal blog ai social network e YouTube, tutti gli strumenti sono utili per parlare di letteratura e per farlo in modo originale, fresco, ironico e creativo. Senza dimenticare però che dietro ogni blogger c’è prima di tutto un lettore, che ogni giorno si informa, confronta testi e cerca di trasmettere la propria passione al pubblico (piccolo o grande che sia) con un linguaggio chiaro e semplice. Partendo dai ferri del mestiere e dalla scelta dei testi, passando per le fasi della recensione e i relativi stili, senza lesinare consigli pratici e di lettura, Book blogger ci conduce alla scoperta di un mondo in grande fermento, provando anche a tracciare una mappa per orientarcisi: dai primissimi portali e lit-blog italiani alle ultime tendenze sui social, per arrivare ai siti contemporanei più attivi e seguiti e al fenomeno degli youtuber.

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@riverberodiparole

Oggi qualcosa si sta muovendo e sta cambiando. I mezzi digitali stanno velocemente prendendo il sopravvento sulle nostre vite, assorbendoci completamente ed inglobando i nostri pensieri e le nostre moderne necessità. Come tutte le cose, il mondo in Rete ha i suoi aspetti negativi, ma costituisce anche uno strumento efficace per quella che Giulia Ciarapica definisce “critica letteraria 2.0”.

Tradizionalisti ed amanti della carta stampata, mi rivolgo a voi (concedetemi di cominciare questa recensione in tono solenne): utilizzare le nuove piattaforme online per la diffusione della cultura non è un’eresia, e richiede le stesse passione, preparazione e costanza di una pubblicazione fisica, supportate da una buona conoscenza degli strumenti utilizzati ed una grandissima capacità di relazionarsi a diverse tipologie di pubblico.

Con queste premesse, Book blogger – Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché (edito da Franco Cesati Editore, della collana pillole e ad un prezzo di copertina di €12,00) è un utilissimo saggio che racchiude le basi ed ottimi spunti per tutti coloro che si vogliono approcciare al mondo del book blogging o che vogliono incrementare le proprie capacità circa l’analisi testuale, il confronto dei testi e la stesura di recensioni – non solo scritte, e portate su diverse piattaforme. Insomma, aspiranti book blogger ed aspiranti giornalisti, quella di cui vi parlo oggi è una piccola guida decisamente consigliata.

97vn_D8G_400x400.jpgPer chi non la conoscesse, Giulia Ciarapica è una book blogger fra le più influenti e competenti nel panorama italiano. Giornalista per Il Foglio e Il Messaggero – interessante e sempre ricca di suggerimenti la rubrica che cura, Una fogliata di libri –, la Ciarapica ha una personalità frizzante e travolgente, dalla straordinaria abilità comunicativa. Dispensatrice di hashtags, rubriche divertenti ed iniziative su Instagram e Twitter, vive sommersa di libri e possiede una biblioteca personale che farebbe invidia ai bibliofili più incalliti. Ma d’altronde, è proprio grazie alla sua enorme passione, al suo studio intenso e alle sue doti innate a comunicare messaggi e diffondere cultura che è riuscita a trasformare la propensione in un lavoro vero e proprio, che le permette di tenere incontri nelle scuole ed incoraggiare ragazze e ragazzi di tutte le età con il potente tramite del sapere.

E da una mente di questo tipo non poteva che venire fuori una guida chiara e completa, approfondita e puntuale ma senza la classica impostazione accademica che, a volte, rende i saggi di questo tipo particolarmente intricati. L’appunto da cui comincia è emblematico, infatti:

La letteratura e i libri in generale non sono “roba da intellettuali o oggetti di lusso che si deve aver paura di toccare, di maneggiare. I libri sono strumenti, e cibo, perché nutrono le persone, le aiutano a ragionare, a oltrepassare i limiti, ad avere visioni sempre nuove nel mondo (in continua evoluzione), ad aprirsi, ad andare in profondità.

E quindi:

Fare critica letteraria 2.0, insomma, vuol dire saper utilizzare strumenti diversi, e di maggiore diffusione, nonché quasi sempre gratuiti: significa guardare al presente e al futuro gettando sempre un occhio al passato; e alla nostra libreria.

Il percorso verso la recensione ideale (e la consapevolezza piena del lavoro del book blogger) muove, dunque, dai titoli di critica letteraria – e non solo – che ogni “candidato” dovrebbe prendere in considerazione per potersi formare e per possedere i giusti mezzi d’analisi, dato che ogni book blogger è principalmente un lettore e deve, naturalmente, costruire i propri ragionamenti su solide fondamenta. Punto cruciale e per nulla scontato – basti pensare alle puntualizzazioni che la nostra autrice ha dovuto fare attraverso accorate stories su Instagram: per parlare di letteratura, bisogna leggere, leggere tanto e bene, informarsi, studiare. Ma non si fermano qui i consigli della Ciarapica, che indica anche moltissimi titoli di lit-blog, riviste culturali e siti che possono rappresentare un ulteriore strumento per ottenere informazioni e tenersi costantemente aggiornati sulle novità, le opinioni e tutto ciò che serve.

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Si procede con i consigli sulla scelta del libro da leggere, altra operazione non facile e immediata, come invece può sembrare. Giulia Ciarapica ci tiene a sottolineare che le sue linee guida non costituiscono delle regole assolute: ognuno crea, man mano, propri parametri e gestisce tutto secondo la propria disposizione d’animo. In tal senso, se abbiamo la possibilità di poter scegliere il libro da recensire, tutto dipenderà anche dalla nostra personale formazione, e la recensione diventerà “un mezzo per parlare indirettamente di noi”.

E’ importante specificare che “nel mare magnum del Web” bisogna cercare di avere anche un approccio originale e fresco, tenendo ben presente il tipo di pubblico con cui dobbiamo confrontarci e stando attenti alle sue esigenze, stabilendovi un contatto reale e duraturo – cosa che, con i social network, è decisamente molto più semplice. Ogni testo è un tassello che può arricchire il bagaglio culturale dei lettori che ci seguono, e che può aprire un confronto che rende l’arricchimento sempre reciproco: questo è uno dei punti di forza maggiori che ho sperimentato personalmente dall’apertura del mio blog e, successivamente, degli account social ad esso collegati.

L’autopsia del testo prevede diverse fasi di lettura, da una più generale ad un’altra più approfondita e precisa, volta ad eviscerare il testo in ogni sua parola e ad individuare i punti centrali che ci permetteranno di esprimere un parere valido e ponderato (incipit, finale, personaggi, stile, messaggio…). Ciò non vale soltanto per la stesura di recensioni scritte (per blog o riviste culturali), ma persino per la modalità della video-recensione, apparsa con furore sulla piattaforma di YouTube. Anche in questo caso l’autrice sa darci alcuni nomi di youtubers capaci ed ispiranti, e fornisce i consigli e le tecniche necessarie per poter sperimentare questo peculiare tipo di critica, decisamente più controverso da realizzare in quanto più immediato ed autentico: “metterci la faccia”, infatti, richiede ulteriori attenzioni riguardo al luogo, al linguaggio, alle modalità di comunicazione, e può essere piuttosto snervante se non si hanno delle linee guida o se non si ha chiara la tipologia di pubblico che ci ascolta.

Tappa fondamentale – e conclusiva – in questo grande processo di lettura, scrittura, revisione e diffusione è il momento di promozione e autopromozione attraverso i social:

Se il nostro desiderio è farci conoscere su larga scala, se vogliamo far circolare il nostro lavoro e creare un pubblico vasto e variegato, se intendiamo coinvolgere utenti che non definiremmo dei lettori forti, diventa fondamentale un utilizzo consapevole e non sporadico di Twitter, Facebook e Instagram.

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Un esempio di colazione d’autore sul profilo Instagram di Petunia Ollister

Parole chiavi, creatività, cura delle didascalie e, soprattutto, scatti belli e accattivanti sembrano elementi superflui o non funzionali ad esprimere la propria opinione su un libro, ma nella nostra nuova era, in cui “l’occhio vuole la sua parte”, questi diventano essenziali per chi vuole approcciarsi alla critica letteraria 2.0 – basti pensare al profilo di Petunia Ollister, che ha creato il #bookbreakfast soddisfacendo gli occhi di migliaia lettori ed amanti dei dettagli.

 

Un fattore che va a completare la fisiologia di questo manuale è senza dubbio il supporto di numerosi esempi, alcuni tratti dai social di Giulia Ciarapica, altri da quelli dei book blogger che consiglia. Quasi in ogni sezione ed ogni capitolo viene presentata la questione prendendo in considerazione immagini, articoli, interviste, rubriche per mostrare praticamente ciò che si intende, componente, anche questa, determinante per un saggio informativo così chiaro e particolareggiato, che comprende anche più di un esempio per caso.

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Insomma, questo testo soddisfa appieno l’intento che si è proposto, e ve lo consiglio caldamente per tutto ciò che avete letto arrivando fino a questo punto:

… dare alcune coordinate di base per poter leggere, analizzare e valutare un testo – sia esso un romanzo, un saggio, un racconto, e per trasformare le nostre idee e i nostri appunti in parole scritte. Tappa importante per chi decidesse di aprire un blog di libri, cercheremo di capire in che modo rendere la nostra recensione interattiva, aprirla al mondo del web e ai social network.