Francesco Urbani: “vite, che trovano la forza di raccontarsi nel silenzio che anticipa la notte”

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@riverberodiparole

Titolo: Cerchi nella notte
Autore: Francesco Urbani
Editore: AUGH! Edizioni
127 pp.
€13,00

Cerchi nella notte è una serie di racconti in cui i protagonisti rappresentano di volta in volta una problematica interiore tipicamente contemporanea: i tic, le nevrosi, le paure, il desiderio di amare, di vivere e anche di morire vengono narrati nel frastuono della vita quotidiana o nel silenzio della notte per trovare nel buio un modo per illuminare le ombre che attanagliano l’anima. In uno stile colloquiale e incalzante, i personaggi diventano uno specchio in cui riconoscersi, nell’attesa che gli altri riescano fisicamente ad abbracciare la nostra stessa intima e sognante immaginazione.

L’autore:
dsc-2978.jpgFrancesco Urbani è nato nel 1972 a Roma, dove vive e svolge la professione di psicoterapeuta. è stato per molti anni operatore presso centri per bambini e adolescenti in difficoltà, prima di lavorare come libero professionista. Nel 2014 ha fondato l’associazione Casa d’Inchiostro, destinata ad attività cliniche e di aiuto, in cui il Circolo di Lettura e il Circolo d’Arte svolgono un ruolo di sostegno e scambio intellettuale. Cerchi nella notte è la sua prima pubblicazione.

Cosa ci ha fatto questa vita impossibile, quali tormenti ha causato col suo moto frenetico, inesorabile, come ci ha trasformati?

Questa è una delle tante domande che potrebbe porsi spontaneamente il lettore di Cerchi nella notte, breve raccolta di racconti – anche se è piuttosto difficile categorizzarla sotto uno specifico genere, vedremo perché – che mi è stata gentilmente omaggiata, con proposta di collaborazione, da Elena Di Bello, responsabile dell’Ufficio Stampa di Casa d’Inchiostro che ringrazio molto. Questa associazione culturale si pone l’obiettivo di “liberare, e far esprimere, la creatività che è dentro ogni individuo”, attraverso attività legate ad arte e lettura come fonte di aiuto psicologico, oltre a gruppi di studio e di scambio intellettuale. Vi invito a dare un’occhiata al sito e al blog dell’associazione: personalmente sostengo con tutto il cuore queste realtà, e ci credo molto; sono iniziative che possono davvero fare la differenza.

Ma passiamo al libro senza ulteriori indugi.

Le storie che ci vengono narrate, per un totale di venti racconti, fluiscono direttamente dai pensieri o dalla mano (nel caso delle lettere) dei protagonisti, esseri umani di cui a volte conosciamo il nome, altre volte no. Ciascuno di loro ci parla di situazioni, ahimè, oggi parecchio sentite, di problematiche tipicamente contemporanee nella quotidianità di azioni, parole, pensieri insostenibili. La scelta di descrizioni puramente caratteriali e profondamente intime ci fa sentire ogni narratore molto vicino: potrebbe essere un’amica, il vicino di casa, il conoscente o il simpatico compagno di scuola; potremmo essere noi. E in queste storie così diverse e allo stesso tempo così simili fra loro, nell’angoscia che le avvolge, il denominatore comune è la notte, il momento in cui il mondo sembra fermarsi per qualche ora mentre la frenesia prosegue nelle menti degli individui, senza sosta.

La principale chiave di lettura di Cerchi nella notte è proprio questa: l’idea che la notte, momento emblematico del riposo delle membra, degli occhi, del cervello, sia in realtà, per queste persone come per noi, il momento delle paure più grandi, delle riflessioni sulla vita e in particolare sulle sofferenze della vita stessa; tutto tace nel blu di una stanza o di un cielo scuro, ma la corsa continua, inarrestabile, avvince ogni facoltà di pensiero e avvelena le anime, immobili nella gabbia del delirio giornaliero.

In certi casi il delirio diventa reale, come nella vicenda di Fabio, un giovane di sedici anni il cui racconto, filtrato in parte dall’uso di anfetamine – a tanto si spinge “pur di non vedere” le condizioni in cui è costretto a vivere da sempre –, con un andamento spezzato e un pensiero unico che si intreccia su se stesso, sembra proprio la trasposizione in parole della vita vera, questa corsa impossibile:

In un cammino che è ricerca… della sola cosa che ti interessa… il tuo nome…

Alla notte è legata un’altra parola chiave, il silenzio, uno stato di calma apparente come una stanza affollata di immagini buie: l’immaginazione dei personaggi diventa una forza oscura che sovrasta e che trabocca nel mondo reale. Le paure nascono senza permesso nella testa, ma quando diventano concrete si finisce per cadere nell’immobilismo non voluto, nel mutismo totale, nel vuoto dell’anima, del corpo o di entrambi.

Diverse e variegate sono le età dei nostri narratori, tutti inseguiti da preoccupazioni e affanni, a volte veri e propri inferni, dolorosi da leggere e accettare: questa varietà ci permette di soffermarci su problemi spesso sminuiti, poco considerati, soprattutto quelli legati ai ragazzi e alle ragazze più giovani, che magari stanno facendo i conti con le loro “prime volte”, o soffrono per amore o per amicizia. Alcuni dei pensieri più profondi li ho trovati proprio fra i loro scritti. Grazie a Francesco Urbani prendono parola soprattutto le voci meno ascoltate, dando vita ad un flusso ricco di eventi e spunti di riflessione, amaro come pochi, spesso genitore di metafore involontarie, simboli delle nostre inquietudini (questo dipende anche dalla predisposizione d’animo del lettore, dai temi a cui è più sensibile, dall’immedesimazione; dal mio canto, ho trovato qualche identificazione uomo/ambiente con riferimento ai tumulti del pensiero).

Lo stile di Urbani è generalmente colloquiale, urgente, mimetico: riesce a mutare in base al personaggio che scrive, trasformando le peculiarità dei caratteri in caratteristiche espressive. Questa capacità imitativa si lega all’empatia che traspare dall’andamento dei racconti più dolorosi da leggere, che gli ha permesso di immaginare e di immedesimarsi nelle vicissitudini più disparate (storie vere?), facendogli trasmettere, di volta in volta, tutte le emozioni dei personaggi, veicolate, in certi casi più di altri, con successo.

Le tematiche su cui si riflette sono: l’amore, la famiglia, i problemi di natura economica, il sesso, la morte, le relazioni “scomode” e i meccanismi di difesa, gli abusi, le preoccupazioni legate al mondo lavorativo, la malattia, l’abbandono e le assenze, le presenze da proteggere, il peso delle aspettative proprie e altrui. Le paure condivise o in solitudine, gli spazi da costruire, custodire o dimenticare: tutto questo viene sottolineato dalla pressante necessità, altro punto in comune importante fra tutte le storie, di dire la propria opinione, di parlare, di trovare un modo per esprimersi mentre il mondo sembra opprimere le esistenze, e anche la gente amica, familiare, finisce col proiettare con forza la sua natura sull’altro. E così tornano i fantasmi – che in realtà non se ne sono mai andati –, si cerca una soluzione per il tempo che scorre veloce con i suoi ricordi, e si ricerca anche qualcos’altro, di indefinito, che possa essere un tassello definitivo per la vita.

Ché stavolta l’inizio non è uno soltanto, ma più di uno, sovrapposti nella mia mente, tra cose accadute, ricordate, dimenticate e da dimenticare.

In questa “corsa”, in questo “perdersi e ritrovarsi”, in questo “adesso” notturno che condiziona le menti, un’altra domanda si innalza come elemento salvifico di speranza:

E il resto?

Personalmente ho voluto interpretare questa domanda con una semplice considerazione: non siamo soli. Il nostro passato potrà tornare infinitamente a farci del male, a investirci con tutta la sua potenza, ma possiamo trovare qualcuno o qualcosa che ci dia aiuto. Sembra troppo facile dirlo quando non si è passati attraverso la metà delle situazioni che troviamo in questo libro, e per questo leggerlo, in molti casi, sarà difficile ma importante. Come è importante il messaggio che è arrivato a me: non siamo soli.

Consiglio questo libro a chiunque si voglia cimentare in una lettura impegnata nei temi ma disimpegnata e scorrevole nella forma. Cerchi nella notte è una buona prova d’esordio, che non si allontana dagli scopi dell’associazione fondata dall’autore: e questo è un dettaglio che ho apprezzato particolarmente.

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Gaetano Barreca: “perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti”

È un’Italia intrisa di superstizione e religione, di tradizioni e sentimenti, quella ritratta nei sette racconti di questa raccolta. Una voce bianca, i fascisti e le streghe masciàre. Una donna che si fa beffe del prete. Le faide familiari condite di pettegolezzi e dicerie… e molto altro. La vita fra i vicoli della Città Vecchia di Bari, fra panni stesi e orecchiette fresche, edicole votive e profumo di caffè, quello offerto agli ospiti nel segno della migliore accoglienza italiana. Entrerete in un mondo d’altri tempi, a respirarne il “profumo” e a gioire, temere, amare con i personaggi di questi racconti. Perché a volte nel passato si nascondono gli insegnamenti più importanti.

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Titolo: La tagliatrice di vermi e altri racconti
Autore: Gaetano Barreca
Editore: WIP Edizioni
163 pp.
€12,00

L’autore:
WhatsApp-Image-2017-10-27-at-16.13.46-e1509116785281-696x450.jpegGaetano Barreca ama l’arte ed è irresistibilmente attratto dai ruderi. Nato a Reggio Calabria nel 1979, vive a Londra dove insegna Lingua e cultura italiana. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Perugia, è scrittore di romanzi e autore di articoli di cultura, storia e antropologia per Agoravox Italia. Con il romanzo Dopo il Funerale. Novembre 1975 è stato insignito della menzione di merito al Premio Artisti per Peppino Impastato 2017 e finalista al Premio letterario Bari Città Aperta 2016. Precedentemente, ha partecipato ad antologie pubblicate da Mondadori ed Eracle Edizioni.

Inizio questa recensione con un sincero ringraziamento all’autore che mi ha donato il suo libro e, con esso, moltissime emozioni che non pensavo avrei provato durante la lettura. Questa raccolta di racconti, breve ma realmente intensa, è stata una continua scoperta e una perpetua sorpresa, e mi sono trovata a leggerla quasi tutta d’un fiato senza sentire la necessità di fare una pausa. L’autore ci prende per mano e ci accompagna fra le vie di una Bari Vecchia che si fa emblema di uno spirito d’umanità che abbiamo perduto, portatrice di valori e di tradizioni oggi un po’ dimenticate. E’ stato emozionante leggere di alcune credenze condivise anche dai miei nonni, dei quali ho ascoltato a lungo le voci e le storie, e collegare, così, reticoli di tradizioni diverse ma vicine e simili.

I sette racconti racchiusi in La tagliatrice di vermi e altri racconti sono tutte “storie di comunità”, si legano in una catena di rimandi – che sia il passaggio di Peppine Uè Oppe Uè Oppe o le conoscenze comuni – e rievocano ricordi reali ed incredibili storie della città, con eventi realmente accaduti che, personalmente, non conoscevo e per i quali sono rimasta sbalordita: tradizioni, valori, luoghi, bellezza ed autenticità. Uno dei punti di forza di questa raccolta è senza dubbio la sua suddivisione in due parti: la prima comprende, naturalmente, i sette racconti; la seconda si intitola invece Articoli e ricerche, e approfondisce gli elementi disseminati fra le storie, rendendo evidente il duro lavoro di ricerca e studio che l’autore ha portato avanti per la stesura del libro. Gaetano Barreca ci rivela i “segreti” delle tagliatrici baresi – nel resto di Italia si utilizzava l’appellativo di segnatori –, le parole che accompagnavano il rituale, i gesti, gli oli, il modo in cui questo particolare sapere veniva tramandato di generazione in generazione (il lascito delle tagliatrici era il momento fondamentale nella loro professione).

Non solo le persone, ma anche i luoghi sono i protagonisti dei racconti e delle ricerche dell’autore che, con il supporto di alcune fotografie, ci racconta, per esempio, del “miracolo della luce” nella Cattedrale di San Sabino, spettacolo che si verifica ad ogni solstizio d’estate, e al quale ha dedicato moltissimo tempo per riuscire a svelarne i dettagli più misteriosi e dimenticati nel tempo. La narrazione generalmente rende giustizia alla Città Vecchia, permettendoci di identificare i luoghi in una mappa mentale ristretta ma significativa e decisamente determinante per capire certi sviluppi narrativi, come l’Arco della Neve o la già citata Cattedrale: come ogni persona del popolo, i posti più importanti della Città Vecchia sono collegati da una fitta rete di vicoli accoglienti ed identici, necessaria connessione materiale fra gente che si vuole bene come un’enorme famiglia allargata.

La storia di Bari Vecchia, che è, in questo caso, quella rimanda alla seconda metà del Novecento (il primo racconto è L’Arco della Neve – Settembre 1943, probabilmente in maniera non casuale), racchiude e rappresenta molto bene il fermento del tempo e si porta dietro la paura ed il dolore di quegli anni; ma nessun evento, per gli abitanti della Città Vecchia, sembra separato da quel fitto tessuto di racconti popolari volti a dare loro un senso, in qualche modo, una spiegazione ed una connotazione in positivo o in negativo. E allora nella struttura narrativa convivono i ragazzi fascisti del G.I.L., che puntano i fucili contro il popolo impaurito per raggiungere la neviera, e le streghe masciàre, streghe del Sud Italia, che proteggono la città e si riuniscono a “Benevento per il sabba sotto un albero di noce”; ci sono i cortei di ragazzi che per tre giorni e tre notti fanno baccano per le strade nella speranza di risvegliare Giovani Battista dal sonno prima del suo onomastico, ci sono Sabbèlle e Chitàne che disobbediscono ai genitori e praticano il rituale del piombo fuso di nascosto, ci sono i padri severi e le mamme affettuose e comprensive, le anziane sagge, le mani sempre tese in aiuto verso l’altro, l’estrema disponibilità, l’accoglienza, la gentilezza che oggi diventano sempre più rare.

Bari Vecchia, il cui carattere antico è ancora vivo e tangibile, diventa irrimediabilmente il simbolo dell’Italia, tutta da scoprire e indagare con le sue credenze, le sue superstizioni, le sue storie sempre raccontate e sempre trasmesse, la sua capacità di custodire – almeno allora – il valore dell’amore in ogni sua forma ed estensione: e alla fine

ci si ama e spesso ci si detesta, ma l’importante è stare uniti.

Ogni personaggio è costruito e caratterizzato per essere amato profondamente, è capace di fare breccia nel cuore del lettore con la semplicità e la genuinità originaria della gente di paese, che mi ha ricordato molto certi paesini siciliani. Alcune personalità sono davvero travolgenti – basti pensare alla spogghiamadònne Zièlle –, e si finisce per ridere, sorridere, pensare e amare con loro, col cuore che si scalda di un affetto reale, mentre ogni nome si trasforma in un viso e trova un suo piccolo spazio nell’anima, come se fosse un nonno lontano, una zia, un vicino da accogliere.

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Per quanto riguarda la nota stilistica, la scrittura di Barreca risulta lineare, molto chiara e tuttavia ammaliante, perfettamente amalgamata con l’atmosfera generale della città e funzionale a veicolare i messaggi profondi e le morali delle storie. Poche descrizioni ben piazzate e, soprattutto, dialoghi in lingua italiana mischiata al dialetto locale rendono ogni racconto piacevole e scorrevole: senza rinunciare al rappresentativo intreccio fra storia e mistero, le vicende procedono velocemente, con il giusto numero di dettagli, senza complicarsi in maniera eccessiva – oserei dire che la forma rispecchia quasi il contenuto: naturale, semplice, vero. Notevole, anche in questo caso, lo sforzo dell’autore nel cercare di rispettare il più possibile la parlata e le memorie del popolo barese: le note a piè di pagina sono abbondanti ed esaustive, è stato delizioso, per me, avere la consapevolezza di attingere direttamente da un serbatoio di immagini reali ed esperienze vissute, nonostante il filtro della narrazione e delle sue necessarie operazioni.

La voce del popolo è una voce comune ed immensa: Bari Vecchia guarda alle cose con gli stessi occhi, si stupisce delle stesse cose, entra nei fatti di tutti senza chiedere permesso ma, alla fine, va bene così. Anche questa è l’essenza dei fatti qui narrati, la condizione universalmente accettata per vivere serenamente, potendo contare su chiunque, aprendo le braccia anche a Nadira e al piccolo Kaleem, mentre gli odori, i profumi, i suoni antichi e familiari, lontani e nostalgici, compenetrano lo sfondo della narrazione e ne diventano parte essenziale, e sembra quasi di essere lì con tutti loro e di reagire allo stesso modo, agli stessi eventi, emuli di una spontaneità che non è più nostra.

Consiglio questa lettura a tutte le persone che hanno interesse per le tradizioni, le dicerie e le credenze popolari, che sono curiose della storia e delle storie, che amano ascoltare, che riescono a proiettare la mente in un tempo lontano e capirlo, apprezzarlo, amarlo, collegarlo al presente e rievocare valori.  

Fabrizio Lombardo: “solo la dissonanza ci descrive”

La poesia di Fabrizio Lombardo è incline all’obliquo, quel modo di porre domande che non si accontenta di sapere una volta per tutte, quel tipo di insoddisfazione che a volte accompagna il rimpianto di non avere tagliato di netto mai nulla, quel modo di concepire sempre l’intero un po’ storto, e di amarlo così. Perché così è l’obliquità, un tipo di stortezza che diventa valore, forza.

Titolo: Coordinate per la crudeltà
Autore: Fabrizio Lombardo
Editore: Edizioni Kurumuny (collana di poesia Rosada)
123 pp.
10,00
http://rosadapoesia.it/coordinate-la-crudelta-fabrizio-lombardo/

imagesL’autore:
Nato a Bologna nel 1968, lavora per una catena di librerie.
È redattore di «Versodove – rivista di letteratura» che ha contribuito a fondare nel 1994 e con la quale cura la rassegna Passaggi di versi all’interno di “Passaggi Festival della Saggistica” di Fano. Ha pubblicato Carte del cielo (VersodoveTesti 1999); Confini provvisori (Edizioni Joker 2008) e le plaquette Il cerchio e il silenzio (Squadro Edizioni Grafiche 1995); Di quello che resta (Quaderni di poesia 1998). Sue raccolte sono presenti in diverse altre antologie. Ha pubblicato su numerose riviste e quotidiani, tra cui: «il verri», «Poesia», «Private», «l’Unità», «Versodove», «Tratti», «Atelier», «La clessidra», «Kult», «Corriere della Sera», «Poeti e Poesia», «l’Ulisse». Ha curato le note al volume Antonio Porta, Yellow, (Mondadori 2002). Sue poesie sono tradotte in francese, inglese, slovacco, serbo, croato e spagnolo.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa quando Sergio Rotino, curatore di RosadapoesiaEdizioni Kurumuny -, mi ha contattata per propormi la lettura di Coordinate per la crudeltà di Fabrizio Lombardo, breve silloge e ultimissima pubblicazione della collana. Sono rimasta piacevolmente sorpresa perché mi veniva offerta l’opportunità di leggere qualcosa di assolutamente nuovo in relazione al genere letterario che tanto amo; e la mia felicità è cresciuta ad ogni nuova mail che ho ricevuto, grazie alla grandissima disponibilità, gentilezza e professionalità dimostratemi. Quindi, con un enorme grazie alla collana e alla casa editrice, oggi sono davvero entusiasta nel parlarvi dei componimenti dell’autore citato, muovendo il mio sguardo – prettamente novecentista – verso la poesia dell’oggi.

Coordinate per la crudeltà è la terza raccolta del poeta e si compone di quattro sezioni (False partenze, Coordinate per la crudeltà, Per i giorni di pioggia, A1-A14 – e un’ultima parte chiamata Retail) che hanno come oggetto la realtà quotidiana degli uomini, i contesti – rinnovati – entro i quali agiscono. L’attenzione di Lombardo si sposta dal privato all’universale, con uno stile che travolge sempre di più, pur restando in qualche modo controllato, forse freddo, e pur mantenendo la sua linea narrativo-riflessiva che si nutre di elementi autobiografici. Il mondo umano si è ormai trasformato in un vero e proprio “teatro della crudeltà” in cui ogni cosa è “in pronta consegna”, con una infinita ed inappagabile tensione verso desideri ormai troppo lontani, verso un futuro che potrà soltanto essere irrimediabilmente “storto”.

La poesia di Coordinate per la crudeltà racchiude immagini che rimandano alla concezione di una vita che ci attraversa come un’ombra, che in qualche modo ci domina e si trascina per mezzo di un corpo, quello umano, che è mero “involucro di carte”, “lo scarto di un dolore da dimenticare”. Le parole chiave che, a mio parere, circoscrivono e potenziano il messaggio dell’autore sono senza dubbio: eco, silenzio, stanza, vuoto, dolore, squallore, nebbia. La nebbia come condizione visiva, come evento che ostacola i sensi, che preclude la percezione di quello che sta per venire, e che in questo modo ci sfibra anno dopo anno; e perdiamo il senso della nostra umanità, e ci sentiamo alienati, distanti dalla realtà nella quale siamo nati.

Privi di appigli concreti e di direzioni certe, non ci resta che vivere la nostra vita come se fosse un viaggio oscuro, durante il quale finiamo per dimenticare persino il luogo da cui proveniamo, e “solo la dissonanza ci descrive”. Dissonanza: l’essenza di questa nuova condizione umana, che trova il suo punto di massima espressione nella seconda sezione omonima della raccolta:

Incidi/ lacera e dividi perché d’ora in poi
sarai solo veleno/ acqua per i morti, lastra di ghiaccio
nel mattino. La solitudine degli oggetti dietro le finestre.

Solitudine. In un paesaggio naturale che si spegne sempre di più e che si priva dei suoi tratti distintivi per annegare nel grigio della nebbia e del cemento delle città, e che rispecchia perfettamente le sensazioni intime dell’uomo moderno in una corrispondenza quasi espressionistica, la comunità, che è collettività, si chiude alla comprensione profonda degli eventi, ottusa nella sua consueta ferocia; il singolo è rimasto davvero solo con la propria alienazione e la propria angoscia, e non c’è scampo per nessuno.

l’unica direzione concreta è la galleria di nebbia.

O forse no.
Non tutto è perduto, perché il messaggio di Fabrizio Lombardo, per quanto angoscioso possa sembrare, non è privo di speranza. Quello che conta è continuare a porsi domande, comprendere la “dittatura del contemporaneo” e del mercato e le sue devastanti conseguenze per riuscire a difendersi, ancora e a lungo. Per preservare quella umanità che ci contraddistingue e che stiamo man mano abbandonando, come se dovessimo trasformarci anche noi in cose da esporre nei grandi centri commerciali, da acquistare, calcolare, perdere, valutare.

La scrittura dell’autore si situa a metà fra poesia e prosa, fra scritto e parlato, con un linguaggio tipicamente contemporaneo che tuttavia non rinuncia alla creazione di figure suggestive e che gioca sullo spazio, sugli accapo e, qualche volta, sul suono. La frammentazione dei versi e il respiro fra una parola e l’altra sembrano funzionali alla comunicazione di un messaggio sottile e cupo, rafforzato, a mio avviso, dalla scelta – voluta – di una immagine di copertina emblematica, spiegata in una ripartizione finale del volume, Lo scrigno di Apollo, che contiene il commento di Mino Specolizzi:

L’opera di Emanuela Frassinella, Solchi, ha una tensione drammatica che incanta. È il pathos ad assalirci, prima che si adempia la tragedia.

La tragedia di chi si rende conto del cambiamento catastrofico.
Alla luce di tutti questi aspetti, consiglio la lettura di questa piccola silloge a chiunque voglia approcciarsi alla poesia contemporanea attraverso una visione perfettamente comprensibile – e condivisibile – ed in linea con il pensiero dei più. Una lettura rapida ma decisamente significativa.

Giulia Ciarapica: fare critica letteraria 2.0, conoscenza, strumenti e pubblico

Chi è il book blogger e cosa fa? Cosa significa oggi fare critica letteraria 2.0?
Il libro di Giulia Ciarapica propone un percorso attraverso i diversi modi di raccontare i libri in Rete: dal blog ai social network e YouTube, tutti gli strumenti sono utili per parlare di letteratura e per farlo in modo originale, fresco, ironico e creativo. Senza dimenticare però che dietro ogni blogger c’è prima di tutto un lettore, che ogni giorno si informa, confronta testi e cerca di trasmettere la propria passione al pubblico (piccolo o grande che sia) con un linguaggio chiaro e semplice. Partendo dai ferri del mestiere e dalla scelta dei testi, passando per le fasi della recensione e i relativi stili, senza lesinare consigli pratici e di lettura, Book blogger ci conduce alla scoperta di un mondo in grande fermento, provando anche a tracciare una mappa per orientarcisi: dai primissimi portali e lit-blog italiani alle ultime tendenze sui social, per arrivare ai siti contemporanei più attivi e seguiti e al fenomeno degli youtuber.

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Oggi qualcosa si sta muovendo e sta cambiando. I mezzi digitali stanno velocemente prendendo il sopravvento sulle nostre vite, assorbendoci completamente ed inglobando i nostri pensieri e le nostre moderne necessità. Come tutte le cose, il mondo in Rete ha i suoi aspetti negativi, ma costituisce anche uno strumento efficace per quella che Giulia Ciarapica definisce “critica letteraria 2.0”.

Tradizionalisti ed amanti della carta stampata, mi rivolgo a voi (concedetemi di cominciare questa recensione in tono solenne): utilizzare le nuove piattaforme online per la diffusione della cultura non è un’eresia, e richiede le stesse passione, preparazione e costanza di una pubblicazione fisica, supportate da una buona conoscenza degli strumenti utilizzati ed una grandissima capacità di relazionarsi a diverse tipologie di pubblico.

Con queste premesse, Book blogger – Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché (edito da Franco Cesati Editore, della collana pillole e ad un prezzo di copertina di €12,00) è un utilissimo saggio che racchiude le basi ed ottimi spunti per tutti coloro che si vogliono approcciare al mondo del book blogging o che vogliono incrementare le proprie capacità circa l’analisi testuale, il confronto dei testi e la stesura di recensioni – non solo scritte, e portate su diverse piattaforme. Insomma, aspiranti book blogger ed aspiranti giornalisti, quella di cui vi parlo oggi è una piccola guida decisamente consigliata.

97vn_D8G_400x400.jpgPer chi non la conoscesse, Giulia Ciarapica è una book blogger fra le più influenti e competenti nel panorama italiano. Giornalista per Il Foglio e Il Messaggero – interessante e sempre ricca di suggerimenti la rubrica che cura, Una fogliata di libri –, la Ciarapica ha una personalità frizzante e travolgente, dalla straordinaria abilità comunicativa. Dispensatrice di hashtags, rubriche divertenti ed iniziative su Instagram e Twitter, vive sommersa di libri e possiede una biblioteca personale che farebbe invidia ai bibliofili più incalliti. Ma d’altronde, è proprio grazie alla sua enorme passione, al suo studio intenso e alle sue doti innate a comunicare messaggi e diffondere cultura che è riuscita a trasformare la propensione in un lavoro vero e proprio, che le permette di tenere incontri nelle scuole ed incoraggiare ragazze e ragazzi di tutte le età con il potente tramite del sapere.

E da una mente di questo tipo non poteva che venire fuori una guida chiara e completa, approfondita e puntuale ma senza la classica impostazione accademica che, a volte, rende i saggi di questo tipo particolarmente intricati. L’appunto da cui comincia è emblematico, infatti:

La letteratura e i libri in generale non sono “roba da intellettuali o oggetti di lusso che si deve aver paura di toccare, di maneggiare. I libri sono strumenti, e cibo, perché nutrono le persone, le aiutano a ragionare, a oltrepassare i limiti, ad avere visioni sempre nuove nel mondo (in continua evoluzione), ad aprirsi, ad andare in profondità.

E quindi:

Fare critica letteraria 2.0, insomma, vuol dire saper utilizzare strumenti diversi, e di maggiore diffusione, nonché quasi sempre gratuiti: significa guardare al presente e al futuro gettando sempre un occhio al passato; e alla nostra libreria.

Il percorso verso la recensione ideale (e la consapevolezza piena del lavoro del book blogger) muove, dunque, dai titoli di critica letteraria – e non solo – che ogni “candidato” dovrebbe prendere in considerazione per potersi formare e per possedere i giusti mezzi d’analisi, dato che ogni book blogger è principalmente un lettore e deve, naturalmente, costruire i propri ragionamenti su solide fondamenta. Punto cruciale e per nulla scontato – basti pensare alle puntualizzazioni che la nostra autrice ha dovuto fare attraverso accorate stories su Instagram: per parlare di letteratura, bisogna leggere, leggere tanto e bene, informarsi, studiare. Ma non si fermano qui i consigli della Ciarapica, che indica anche moltissimi titoli di lit-blog, riviste culturali e siti che possono rappresentare un ulteriore strumento per ottenere informazioni e tenersi costantemente aggiornati sulle novità, le opinioni e tutto ciò che serve.

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Si procede con i consigli sulla scelta del libro da leggere, altra operazione non facile e immediata, come invece può sembrare. Giulia Ciarapica ci tiene a sottolineare che le sue linee guida non costituiscono delle regole assolute: ognuno crea, man mano, propri parametri e gestisce tutto secondo la propria disposizione d’animo. In tal senso, se abbiamo la possibilità di poter scegliere il libro da recensire, tutto dipenderà anche dalla nostra personale formazione, e la recensione diventerà “un mezzo per parlare indirettamente di noi”.

E’ importante specificare che “nel mare magnum del Web” bisogna cercare di avere anche un approccio originale e fresco, tenendo ben presente il tipo di pubblico con cui dobbiamo confrontarci e stando attenti alle sue esigenze, stabilendovi un contatto reale e duraturo – cosa che, con i social network, è decisamente molto più semplice. Ogni testo è un tassello che può arricchire il bagaglio culturale dei lettori che ci seguono, e che può aprire un confronto che rende l’arricchimento sempre reciproco: questo è uno dei punti di forza maggiori che ho sperimentato personalmente dall’apertura del mio blog e, successivamente, degli account social ad esso collegati.

L’autopsia del testo prevede diverse fasi di lettura, da una più generale ad un’altra più approfondita e precisa, volta ad eviscerare il testo in ogni sua parola e ad individuare i punti centrali che ci permetteranno di esprimere un parere valido e ponderato (incipit, finale, personaggi, stile, messaggio…). Ciò non vale soltanto per la stesura di recensioni scritte (per blog o riviste culturali), ma persino per la modalità della video-recensione, apparsa con furore sulla piattaforma di YouTube. Anche in questo caso l’autrice sa darci alcuni nomi di youtubers capaci ed ispiranti, e fornisce i consigli e le tecniche necessarie per poter sperimentare questo peculiare tipo di critica, decisamente più controverso da realizzare in quanto più immediato ed autentico: “metterci la faccia”, infatti, richiede ulteriori attenzioni riguardo al luogo, al linguaggio, alle modalità di comunicazione, e può essere piuttosto snervante se non si hanno delle linee guida o se non si ha chiara la tipologia di pubblico che ci ascolta.

Tappa fondamentale – e conclusiva – in questo grande processo di lettura, scrittura, revisione e diffusione è il momento di promozione e autopromozione attraverso i social:

Se il nostro desiderio è farci conoscere su larga scala, se vogliamo far circolare il nostro lavoro e creare un pubblico vasto e variegato, se intendiamo coinvolgere utenti che non definiremmo dei lettori forti, diventa fondamentale un utilizzo consapevole e non sporadico di Twitter, Facebook e Instagram.

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Un esempio di colazione d’autore sul profilo Instagram di Petunia Ollister

Parole chiavi, creatività, cura delle didascalie e, soprattutto, scatti belli e accattivanti sembrano elementi superflui o non funzionali ad esprimere la propria opinione su un libro, ma nella nostra nuova era, in cui “l’occhio vuole la sua parte”, questi diventano essenziali per chi vuole approcciarsi alla critica letteraria 2.0 – basti pensare al profilo di Petunia Ollister, che ha creato il #bookbreakfast soddisfacendo gli occhi di migliaia lettori ed amanti dei dettagli.

 

Un fattore che va a completare la fisiologia di questo manuale è senza dubbio il supporto di numerosi esempi, alcuni tratti dai social di Giulia Ciarapica, altri da quelli dei book blogger che consiglia. Quasi in ogni sezione ed ogni capitolo viene presentata la questione prendendo in considerazione immagini, articoli, interviste, rubriche per mostrare praticamente ciò che si intende, componente, anche questa, determinante per un saggio informativo così chiaro e particolareggiato, che comprende anche più di un esempio per caso.

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Insomma, questo testo soddisfa appieno l’intento che si è proposto, e ve lo consiglio caldamente per tutto ciò che avete letto arrivando fino a questo punto:

… dare alcune coordinate di base per poter leggere, analizzare e valutare un testo – sia esso un romanzo, un saggio, un racconto, e per trasformare le nostre idee e i nostri appunti in parole scritte. Tappa importante per chi decidesse di aprire un blog di libri, cercheremo di capire in che modo rendere la nostra recensione interattiva, aprirla al mondo del web e ai social network.

 

Kurt Vonnegut: “perché proprio tu? Perché chiunque altro, allora?”

Mattatoio n.5 è la storia semiseria di Billy Pilgrim, un americano medio, un uomo qualunque con però l’eccezionale capacità di passare da una dimensione spaziale all’altra. Senza essere in grado di impedire la cosa, può trovarsi ora a Dresda durante la Seconda guerra mondiale, ora nello zoo fantascientifico di Tralfamadore dove è esposto come esemplare della razza umana. Ma Mattatoio n.5 è anche uno dei più importanti libri contro la guerra che siano mai stati scritti, autentica pietra miliare della letteratura antimilitarista. Kurt Vonnegut trae ispirazione dalla sua personale esperienza bellica quando, fatto prigioniero dai nazisti, ebbe la ventura di assistere alla distruzione di Dresda, la Firenze del Nord, da parte degli Alleati. Fu testimone di uno dei più terribili bombardamenti della storia, sopravvivendo grazie al suo osservatorio molto particolare: una grotta scavata nella roccia sotto un mattatoio, adibita a deposito carni, nelle viscere della città. Quando alla fine uscì all’aperto, al posto di una delle più belle città del mondo c’era un’ondulata distesa di macerie sopra un numero incalcolabile di morti.

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Dissacrante, grottesco, visionario, rivoluzionario: questi sono gli aggettivi che mi sento di attribuire all’approccio di Kurt Vonnegut nel suo peculiare racconto sul bombardamento di Dresda del ’45.
Pietra miliare della letteratura americana antimilitarista, Mattatoio n.5 è ambientato nell’America del boom economico: 1969, anno della guerra in Vietnam e dello sbarco sulla Luna, del benessere privato e della devastazione bellica.
In queste pagine si racconta la strana storia di Billy Pilgrim, un soldato americano sui generis, assolutamente non portato per la guerra e contrario alla guerra stessa. Le informazioni sulla sua vita ci vengono fornite in maniera frammentaria, attraverso i salti nel tempo che Billy comincia a compiere senza una apparente ragione e, soprattutto, senza il minimo controllo.

Durante il matrimonio della figlia Barbara, Billy è stato rapito dagli alieni, dei piccoli esserini verdi che lo hanno rinchiuso in uno zoo, completamente nudo, per osservare e studiare i comportamenti umani; ed è su questo lontanissimo pianeta chiamato Tralfamadore che egli impara ad approcciarsi alla vita in un nuovo modo. I tralfamadoriani vedono il tempo come un continuum, vivono a cavallo fra più dimensioni, e questo consente loro un vantaggio sulla morte: poiché vedono passato, presente e futuro come qualcosa di unico e sovrapposto, per i tralfamadoriani la morte è qualcosa di apparente, e per questo non costituisce una fonte di dolore. A differenza dei terrestri, gli alieni non si chiedono il perché di ciò che di bello o brutto avviene sul loro pianeta, si concentrano semplicemente sui momenti belli della loro esistenza e prendono ciò che accade come qualcosa di inevitabile e già scritto.

I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. E’, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.

La prospettiva aliena è quella che guida la narrazione delle vicende militari e della personale storia di Billy: ogni crudeltà, ogni violenza fisica o psichica, ogni morte che Vonnegut segnala nel testo si esaurisce nella frase dolorosa e squallida “così va la vita”. Il punto di vista “schizofrenico”, lo stile “telegrafico” sono l’eredità delle lezioni su Tralfamadore, e consentono di raggiungere con più forza il fulcro della questione:

qual è il motivo che spinge l’uomo ad autodistruggersi?

I terrestri devono essere il terrore dell’universo! (…) Ditemi dunque il segreto, così lo porterò sulla Terra e saremo tutti salvi: come può un pianeta vivere in pace?

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La risposta è amara e chiara sin dalle prime pagine: “il momento è strutturato così”, “così va la vita”. Il male immaginato e realizzato dagli uomini non ha una motivazione, e soprattutto non ha un reale antidoto che funzioni, tutto procede secondo logiche che gli esseri umani non riescono più ad intuire. Eppure, in questo quadro fantascientifico e pure così tremendamente concreto, non è la mera rassegnazione a fondare il messaggio di Vonnegut, bensì la forza di spirito, un messaggio di speranza lanciato come una torcia in un pozzo buio:

“Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, e la saggezza di comprendere sempre la differenza”.

Forza che sembra paradossalmente mancare al nostro protagonista, che saltella nel tempo e rivive i momenti più drammatici della sua vita alla luce di un potente stress post-traumatico. Non è un caso che Vonnegut abbia scritto che “uno dei principali effetti della guerra è, in fondo, che la gente è scoraggiata dal farsi personaggio”: la mente di Billy Pilgrim gli gioca dei pesanti scherzi in base ai quali egli prova a farsi una ragione degli shock vissuti in guerra, cercando di abbracciare la prospettiva dei tralfamadoriani e raccontando l’esperienza bellica in un modo tutto suo, alienante (la lingua italiana sa essere piuttosto brillante) per il lettore che vi si approccia per la prima volta. Ma cosa sono gli alieni se non l’“altro”, il “diverso”, il “nemico”? E non sono forse anche il pianeta sconosciuto e deserto, conosciuto, deserto e vuoto come le città rase al suolo dalle bombe?

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Gli espedienti narrativi dei salti nel tempo e, soprattutto, del rapimento alieno sono, a mio parere, funzionali ad una scrittura che mira all’esposizione di fatti naturalmente crudi di cui si possa anche amaramente sorridere – ho scoperto che la grande forza dell’autore risiede soprattutto in questo. Il grottesco e la fantasia di Vonnegut determinano il pronto alternarsi di reazioni apparentemente contrastanti, risate innanzi al paradosso, angoscia e tormento, sdegno, senso di impotenza: tutte emozioni molto intense che fanno sussultare quando viene tracciata l’ennesima spaventosa descrizione delle condizioni dei prigionieri americani, o dei corpi morti carbonizzati su quelle che erano le strade di Dresda, ridotta a deserto lunare.

Le caratteristiche dello stile di Vonnegut  producono un grosso effetto straniante, spesso supportato dalla scelta di utilizzare termini e definizioni proprie di persone esterne alla guerra, come l’anziano chirurgo di Dresda o la vedova di guerra che considerano Billy e gli altri soldati dei buffoni.

Quando i tre buffoni trovarono la cucina, (…) tutti erano andati a casa tranne la donna che era rimasta ad aspettarli, impaziente. (…) Domandò a Gluck se non era troppo giovane per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Edgar Derby se non era troppo vecchio per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Billy Pilgrim cosa diavolo era, Billy disse che non lo sapeva. (…) “Tutti i veri soldati sono morti” disse la donna. Ed era vero. Così va la vita.

Non posso fare a meno di pensare che questa “ricerca della distanza” – che riesce fino al ricordo del bombardamento – rappresenti in effetti l’unico modo in cui Vonnegut abbia potuto raccontarci di questi anni agghiaccianti. L’alienazione è il “paravento” che tenta di proteggere il lettore dalla reale portata dei fatti, e che vorrebbe portare la malvagità delle azioni umane sullo stesso piano della fantascienza, ma che, proprio per questo motivo, finisce per avere l’effetto opposto. L’allontanamento è anche l’apatia di Billy Pilgrim, è una malattia difensiva della memoria:

In realtà, l’apatia di Billy era un paravento. Nascondeva una mente che sprizzava scintille, una mente che stava preparando lettere e discorsi sui dischi volanti, sulla scarsa importanza della morte e sulla vera natura del tempo.

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La presenza dell’autore fra i prigionieri di guerra americani viene sottolineata man mano che ci si avvicina alla narrazione del bombardamento, che è l’unico punto in cui la volontà straniante dell’autore viene meno. In una caverna dimessa al di sotto del mattatoio n.5 in cui erano stati piazzati, gli americani attendono la fine dei “passi di gigante” sopra alle loro teste. Il bilancio è allarmante e nessuno riesce ad elaborare realmente la quantità degli abitanti uccisi: saranno 135.000 le vittime. La bomba atomica lanciata su Hiroshima ne aveva abbattute 71.379, a Tokyo il 9 marzo del ’45 erano state distrutte 83.793 vite. Al di là dei numeri, più o meno discutibili – gli storiografi moderni hanno ancora qualche riserva a riguardo –, non è in dubbio che a Dresda si sia verificata una tragedia: “così va la vita”.

Kurt Vonnegut vuole forse comunicarci che le guerre siano inevitabili? Forse. Certo è che possiamo consolarci tentando di spostare l’attenzione sulle cose belle della vita, e pensare che ogni persona spazzata via dalla guerra possa essere ancora viva da qualche parte – e ognuno interpreti questa affermazione secondo la propria disposizione d’animo. Quella di Mattatoio n.5 non è solo la Seconda guerra mondiale, ma ogni guerra, la guerra, che si tratti del ’45 o del ’69. E quelle di Vonnegut sono “le parole e le espressioni schiette che la gente pensava ma non diceva, le idee che esprimevano sensazioni intime, che facevano vacillare i preconcetti e spingevano il lettore a guardare le cose da un’angolazione diversa”, come ha scritto il suo amico di una vita Dan Wakefield nell’introduzione a Quando siete felici, fateci caso – altro libro che vi consiglio fortemente.

Lettura interessante, dolorosa e diversa: consigliatissimo.

 

 

Mario e Silvia Struglia: “tanta vita che scorre, e io non riesco ad afferrarla”

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Titolo: Favole piccole e foglie di vernice
Autore: Mario Struglia, con illustrazioni di Silvia Struglia
Editore: bookabook
Genere: racconti brevi
Formato: cartaceo
Prezzo: €16/€5,99 ebook
Data pubblicazione: da pubblicare prossimamente
Pagine: 98
Per l’acquisto: https://bookabook.it/libri/favole-piccole-foglie-vernice/

Un’orchidea che dal davanzale assiste agli ultimi giorni di un malato. Due lampade al neon che vegliano su uno scienziato. Una mongolfiera abbandonata dal pilota. Una balena che diventa padre. Un gattino che in uno scantinato incontra Dio.
15 favole. Alcune sono diventate storie, altre sono diventate quadri. Tutti racconti sulle grandi verità e rivelazioni, la bellezza e l’orrore che sono custoditi da piccole storie, e che a volte, in un’inattesa epifania, si svelano al testimone più impensato: un pellicano, un crocifisso abbandonato, un leone decaduto.
15 storie di come la meraviglia si nasconda nelle piccole cose.

Qualcosa sull’autore:
unnamed-1-150x150.jpgAppaio come una persona piuttosto pragmatica, materiale, realista. Magari anche un filo scorbutica. E in parte questo è sicuramente vero. Ma provo una profonda passione per il senso di meraviglia, per la bellezza, e lo stupore che sento e so celarsi dietro e dentro le cose e gli eventi più semplici e inaspettati. E volevo scrivere qualcosa che parlasse di questo: di quelle epifanie, di quegli attimi di pura lucidità che ti raggiungono quando sei con la guardia abbassata e nel momento più inaspettato, mentre lavori, stai guidando, stai osservando un riflesso in una vetrina. E per raccontare tutto questo volevo usare il linguaggio della favola. Amo da sempre le storie fantastiche e fiabesche, il Signore degli Anelli, i film della Pixar, Saramago e Miyazaki. E volevo provare a fare qualcosa di simile anch’io.

Come potete notare da subito, quelle che vi ho proposto non sono una vera e propria sinossi o una vera e propria biografia: il libro che oggi segnalo e recensisco per voi, infatti, mi è stato inviato dall’autore in anteprima, mentre era ancora in corso la campagna con bookabook per giungere alla pubblicazione. Ad oggi posso ufficialmente fare i miei complimenti a Mario Struglia – che ringrazio per la proposta di collaborazione – e a sua sorella Silvia per il raggiungimento dell’obiettivo della campagna avvenuto il 27 luglio; presto questi racconti vedranno la luce della revisione e della stampa, e ne sono felice.

Da questa piccola premessa derivano, com’è naturale, quei piccoli problemi strutturali e formali che ho riscontrato durante la lettura, poiché un libro non revisionato chiaramente li contiene. Non sono gravi, in ogni caso: qualche imprecisione o ripetizione, qualche segno di punteggiatura mancante o inesatto. Tutte cose migliorabili, insomma, in fase di revisione. E questa risulta praticamente l’unica “nota dolente”, perché il contenuto di questo piccolo libro mi ha lasciata piacevolmente sorpresa, e lo ritengo una buona prova d’esordio.

La particolarità di questi racconti, inoltre, sta nel fatto che alcuni di essi sono soltanto illustrazioni. Silvia Struglia ha realizzato degli splendidi dipinti mentre ascoltava, in tempo reale, le favole del fratello, e ha saputo cogliere e rappresentare l’essenza di ciò che sentiva. Il risultato è davvero poetico, ho apprezzato molto questa idea.

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Rüya, una delle favole illustrate da Silvia Struglia

Come già detto, si tratta di circa 15 favole, che mi sono piaciute quasi tutte, in cui emergono, sempre celati, i misteri del creato, e coesistono con le bellezze della Terra e dell’uomo, lontani, però, dalla sua più profonda comprensione. La vita e la morte, le rivelazioni che avvengono di fronte all’infinità dell’universo, possono soltanto essere accettate con meraviglia e terrore, come un evento inevitabile nella sua imprevedibilità.

 

 

Quel momento in cui vorresti fuggire, ma temporeggi, perché sai che alla vita non si sfugge.

La natura narrata, che è quella degli animali “umanizzati” e degli oggetti “parlanti”, osserva l’immensità e soprattutto gli uomini nella loro solitudine intrinseca, nei loro dubbi e spesso nella loro infelicità che li fa sentire, paradossalmente, vivi. Temi ricorrenti nelle varie storie sono le riflessioni sulla nascita e sulla morte, sui ricordi che ripercorrono intere vite anche solo attraverso un frammento, un insignificante dettaglio che non si riesce a dimenticare. I sentimenti umani sono complessi: così come l’uomo non riesce a comprendere a fondo l’universo con il suo “caos, folle, a generare inaspettate armonie”, così tutto ciò che gli sta attorno e che lo osserva con perspicacia non riesce a capire i segreti del suo essere.

Ho trovato molto funzionale lo stile utilizzato, al fine di comunicare un messaggio così palese quanto nascosto perché ci tocca personalmente. Struglia associa parole e frasi in maniera suggestiva, riesce a renderle evocative dove serve e cambia il registro laddove lo ritiene necessario. Le associazioni sono ora semplici ed intuitive, ora un po’ più intricate ma quasi sempre chiare, rendono bene la visione descritta, pur trattandosi di un primo esperimento letterario. A volte crea ripetizioni, forma delle catene ad un ritmo serrato ed irrefrenabile; questo può piacere come no – d’altronde è stato chiaro nello specificare i suoi autori di riferimento –, ma a mio parere è utile a sottolineare determinate caratteristiche e a stimolare determinati stati d’animo, senza risultare ridondante. In certe storie questa scelta è proprio azzeccata, in altre si rivela un po’ meno efficace; ma questo è dipeso anche dal mio gusto personale relativamente al contenuto delle storie.

 

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Le favole a mio parere emblematiche sono due. Sicuramente lo è quella d’apertura, Herald, che ripercorre la commuovente storia d’amore del vecchio guardiano del faro, che ormai in punto di morte si sfoga con il pellicano che lo conosce da sempre, Herald appunto. L’animale lo ascolta e lo scruta con attenzione, complice e spettatore di un ciclo naturale inarrestabile.

Perché ovunque, nell’universo, nella morte si è fratelli. Ed i morenti hanno sempre bisogno di compagnia.

La seconda favola simbolo è, sempre a mio modesto parere, Piccolo Gesù, che affronta un argomento un po’ più spinoso: i misteri e i dogmi della religione – in maniera universale, delle religioni – risultano insensati per il mondo animale, che guarda solamente alle leggi naturali. E la natura, con il suo vasto cielo azzurro, il suo sole cocente e la sua luna mite, finisce per sovrastare ogni principio, ogni auspicato disegno divino, e si impone come unica certezza innanzi agli occhi. La meraviglia diventa la chiave di lettura dell’esistenza.

Tutta quella vastità incomprimibile liberò il suo cuore d’ogni valore, d’ogni credo, d’ogni conoscenza, e lo lasciò colmo di una commozione muta, interna, prima. Di venerazione, completa e pacifica, per la semplicissima, meravigliosa esistenza.

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Teleru, altra favola illustrata

Complessivamente è stata una lettura piacevole e scorrevole, di quelle che fanno ragionare e che sanno lasciare una traccia. Sono sicura che con quel lieve miglioramento della forma verrà fuori una raccolta di racconti ancora più apprezzabile.

Libro adatto ad ogni tipo di lettore.

 

 

 

Lorenzo Foltran: “quello che resta sopravvive a stento”

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Titolo: In tasca la paura di volare
Autore: Lorenzo Foltran
Editore: Oèdipus Edizioni
Genere: Poesia
Formato: cartaceo
Prezzo: 12€
Data pubblicazione: Maggio 2018
Pagine: 96
Per l’acquisto: https://www.ibs.it/in-tasca-paura-di-volare-libro-lorenzo-foltran/e/9788873413387?inventoryId=112293826

Qualcosa sull’autore:
Nel novembre del 2011 ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre con la tesi La Musa e il Poeta: la relazione io-tu nella lirica amorosa tra origini e contemporaneità. Successivamente, si è diplomato in Management dei beni e delle attività culturali dopo aver seguito un master di secondo livello tra l’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’École Supérieure de Commerce de Paris. Ha lavorato per importanti istituzioni culturali come la Casa delle Letterature (Festival delle Letterature) e l’Institut français (Festival della narrativa francese) a Roma e la Fête de la Gastronomie e il Pavillon de l’Eau a Parigi, dove attualmente risiede. In tasca la paura di volare è la sua prima raccolta.
Lo trovate su facebook, twitter e instagram.

In tasca la paura di volare è una raccolta di 67 poesie divise in tre sezioni: Donne sparseI lampioni e nessun altro e In tasca la paura di volare. Nella prima sezione, composta essenzialmente da liriche amorose, il senhal, elemento classico della poesia d’amore fin dai provenzali, perde il suo ruolo di richiamo all’unicità della donna e cambia, si maschera sotto altre forme. Ne derivano le immagini del teatro e dell’affabulazione (le prime poesie, Margherita e “Filo d’erba” rimandano al prato del Decameron dove i giovani fiorentini scampati alla malattia “cominciarono di novellare sopra la materia”). La figura della donna è quella dell’attrice (Dietro le quinte) che assume ruoli e caratteristiche diversi in base al personaggio da interpretare (si veda l’ammiccante ambiguità dell’indeterminato nel titolo You and me). La prima sezione è, quindi, finzione, manierismo e per tale motivo propone testi anche banali come “Quando la guardo, tutto” che utilizzano le forme più stereotipate del linguaggio della lirica d’amore. La sezione si conclude con la presa di coscienza della distanza incolmabile tra l’io lirico e tu, tra chi guarda e chi è guardato. I testi poetici diventano reperti consacrati a un’istanza museale. La lirica d’amore, intesa come dialogo io-tu, binomio poeta-musa, è considerata come Storia che deve essere musealizzata.

La prefazione di Dario Pisano alla raccolta ci offre un quadro generale dettagliato e preciso; quando un poeta contemporaneo, esordiente, si espone ai miei occhi con i suoi scritti così impregnati di tradizione, legati saldamente alle radici della nostra letteratura, di solito distorco il naso in quanto appassionata di poesia e studentessa di lettere moderne, temendo gli esiti di una spinta in questa direzione.

La sua musa abita le rive dell’antica tradizione poetica italiana, e riscrive, con una dose di umorismo e ironia, celebri pagine della tradizione stilnovistica e petrarchesca.

Penso però che il dialogo con la tradizione alla ricerca di ispirazione e di sostegno, soprattutto per un poeta agli inizi, sia inevitabile; è anche un grande atto di coraggio quello di riproporre tematiche legate all’amor cortese, al petrarchismo o al crepuscolarismo.

Uno dei motori della poesia di Foltran è l’intertestualità, che continuamente sollecita il lettore a riconoscere il deposito ingente di memoria verbale che l’autore amministra con sagacia.

I rischi di “spingersi oltre” sono molti e bisogna essere in grado di trovare un equilibrio: ed io sono rimasta complessivamente contenta della silloge che l’autore, Lorenzo Foltran, mi ha gentilmente fatto avere e che ringrazio. La sinossi genera delle aspettative che vengono effettivamente soddisfatte, e ho scovato dei componimenti brillanti e ben curati nella forma – cosa per me importantissima. La raccolta, nel suo insieme, è un’ottima prova d’esordio, dal linguaggio semplice ma efficace, accessibile a tutti, che riesce a riutilizzare stralci di patrimonio senza per questo conferire ai suoi scritti un piglio elitario: Foltran ha buone capacità comunicative. La voglia di sperimentare metri diversi e anche complessi si sposa con una schiettezza che rende la lettura piacevole e dolce, evocativa com’è giusto che sia.

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La prima parte è quella decisamente più “sopraffatta” dalla tradizione: le poesie sono molto simili fra loro e non riescono, a mio parere, a fare del tutto proprio un repertorio di immagini così lontano nel tempo, per quanto contestualizzato nel presente. Donne sparse apre la raccolta nel tentativo di richiamare ricordi di natura amorosa, con le peculiarità dell’amore stilnovistico e delle donne-angelo; ma sarà dalla seconda sezione, I lampioni e nessun’altro, che secondo me l’autore riesce a mostrare la naturalezza del suo pensiero.

Nella seconda sezione, al fallimento del rapporto io-tu (Peccato che non ci siamo incontrati oggi…Eravamo così vicini…) ne consegue quello della poesia tout-court (“Non c’è più posto per la poesia”). Il poeta è costretto a uscire dal museo, dal teatro, dalla biblioteca (“Senza l’amore di lontano”) in cui si rifugiava, a confrontarsi con la ripetitività e l’apparente facilità di vicende terrene che sconfinano spesso nella dimensione usuale e mondana (rappresentate, per esempio, dalle rime in -are e dal lessico quotidiano in Sabato sera) e a tornare a casa (I lampioni e nessun altro) prendendo atto che tutto ciò che ha scritto/vissuto è stato pura illusione.

Le immagini costruite e descritte sono di una quotidianità chiara e senza veli, si nutrono del senso di familiarità che il lettore avverte nel leggerle e che è il grande punto di forza della silloge. Il mondo ideale delle donne-angelo non è che un inganno della mente: la realtà irrompe, senza violenza, nei componimenti e diventa il nuovo campo d’indagine, con lo sconforto che comporta.

Alla staticità della prima sezione si oppone il dinamismo della terza, segnata dal viaggio, dalla migrazione, dalla mescolanza linguistica, dal lavoro. L’io poetico in fuga dalla finzione di Donne sparse e dalla realtà evocata in I lampioni e nessun altro, si trova disorbitato tra lo slancio spaziale verso il futuro (“Immensa consapevolezza”) e la gravità temporale che lo riporta verso il passato (“Bevendo un infuso dei tuoi profumi”). La raccolta si conclude con le stazioni di un pellegrinaggio (Boulogne – VarenneBrestLe Barcarès – Saint Laurent de la SalanqueSaint-Cloud) e dalle riflessioni che le accompagnano.

Non ho amato ogni singolo componimento – come mi succede per tutte le raccolte di poesia contemporanee –, ma la terza parte è la mia preferita. Continua, naturalmente,  la ripresa della tradizione, ma è questa la ripartizione in cui i pensieri dell’autore mi sono sembrati più slegati e liberi, e non per nulla è qui che emerge il fulcro della silloge.

I pensieri si lasciano affondare
nella melma dei flutti immersi.

Mattoni su mattoni,
siamo tanti e siamo soli.

La ricerca delle parole si concentra sull’uomo, confinato nella sua solitudine che vuole provare a condividere con qualcuno, nell’atto di esternare le sue incertezze e contraddizioni, la confusione generata dalla stessa esistenza. Il dubbio e il viaggio sono i meccanismi propulsori della sua riflessione: e se da un lato questa sua necessità di porsi domande sulle cose umane e sull’amore può diventare un tormento,  dall’altro rappresenta anche la forza che muove la raccolta e le conferisce significato.

Triste la vita di chi non sospira,
di chi non pensa all’esistenza
che trascina, trascinato dal peso
tuttavia non percepito.
(…)
E’ triste la vita di chi sospira,
di chi l’esistenza rigetta,
trascina, trascinato via dal peso
del tutto pensato e sentito.

Con questa segnalazione e breve recensione, consiglio la lettura di In tasca la paura di volare se avete voglia di un testo piacevole e scorrevole, non legato agli standard della poesia del Web che circola ormai ovunque – e che, in quasi tutti i casi, mi lascia perplessa.
È stata un’analisi interessante.

 

Raduan Nassar: “nessuno guida colui che Iddio devia”

In una casa isolata, nel bel mezzo della campagna brasiliana, assistiamo alla scena di un uomo che rientra dopo una giornata di lavoro e trova la compagna ad aspettarlo sul prato. All’istante la narrazione ci catapulta nella loro relazione, fatta soprattutto di silenzi: in un gioco erotico che prevede poche parole, finta indifferenza e lunghi sguardi che accrescono il desiderio, questa coppia è tanto in sintonia nell’intimità quanto profondamente in crisi nella vita quotidiana. Le divergenze ideologiche – lui rigido «fascista», lei sessantottina progressista – sfociano ben presto in una violenta sfuriata e la donna, sconvolta, se ne va. Riuscirà a dimenticare l’umiliazione e a tornare dall’uomo di cui non può fare a meno?

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Mio primo libro edito Edizioni SUR, Un bicchiere di rabbia di Raduan Nassar è un racconto di un’ottantina di pagine, dal prezzo di copertina di 10€, che ho acquistato ad Una Marina di libri di quest’anno e che mi ha colpito subito per la sua trama. Non conoscevo l’autore, ma una volta scoperto che è annoverato fra i classici brasiliani del secolo scorso sono stata ancora più curiosa di affrontare questa lettura, un “breve capolavoro di tensione” dalla particolare impostazione.

Ho cominciato a vedere – purtroppo mi apparivano sui social – degli estratti di recensioni piuttosto controverse; la maggior parte dei lettori (almeno di quelli che conosco io) non era stata convinta dalla lettura, non la aveva compresa appieno o non era riuscita ad apprezzare lo stile dell’autore. Dal canto mio, posso già dire che ho trovato questa storia parecchio interessante, pur avendola iniziata con uno spirito diverso e con diverse aspettative.

Lei e lui non hanno un nome: i nomi spettano solo a donna Mariana, la governante, suo marito Antônio e Bingo, il cane fedele come pochi. Lei e lui sono due corpi e due anime legati in maniera indissolubile, capaci di trovarsi ed amarsi ardentemente nell’intimità dei gesti e degli sguardi, ma destinati anche a smarrirsi nella crisi delle loro visioni contrapposte nella vita di ogni giorno.

“Io so solo che mi affidavo interamente alle sue mani perché fosse completo l’uso che lei faceva del mio corpo”.

Il conservatorismo dell’uomo, fascista nell’accezione più negativa che la moglie riesce a dargli, e terribilmente coerente con i suoi pensieri e le sue azioni, stride prepotentemente con il carattere della moglie, giornalista vivace, sessantottina progressista, donna emancipata ed ironica, pungente nel mostrare il dissenso nei confronti delle parole dell’altro e capace di fargli perdere la ragione. La compagna è flessuosa, si insinua nella mente dell’uomo e lo avvolge con quella tenerezza che lui non ammette di desiderare; non per nulla la chiama “rampicantina”.

“Poiché sapevo che non c’è ramo né tronco, per quanto l’albero possa essere vigoroso, che resista all’avanzata di un rampicante, mi staccai da lei appena in tempo”.

In una giornata qualunque, che comincia dalla fine, da notte a notte, i due protagonisti, raccontati dal punto di vista dell’uomo – almeno fino all’ultimo capitolo –, si aprono ad una ricerca delle parti più profonde dell’animo umano, alla quale Nassar dà il via attraverso un pretesto apparentemente insignificante. Le formiche hanno lacerato la sua siepe: l’uomo viene colto da un’ira irrefrenabile, le formiche continuano a sgorgare dalla terra e diventano la metafora di tutte le contraddizioni e le parole frenate che ora vengono fuori dalle viscere, e che lui scaglia su di lei senza quasi riflettere. Ecco allora che le due visioni del mondo si scontrano in un immenso stream of consciousness, un flusso di coscienza che prosegue senza punti, se non si arriva prima alla fine dei capitoli. La sfuriata è lunga, intensa, arriva all’apice e riflette i caratteri incompatibili dei coniugi, così uniti nella notte precedente e ora così tremendamente agguerriti e lontani.

Nassar “dà vita a un protagonista maschile detestabile e irresistibile al tempo stesso”, e porta il conflitto di idee sul piano dei diritti, dell’emancipazione della donna e della continuamente ribattuta e presunta superiorità dell’uomo, che forse sfoga un inconscio senso di castrazione (vedere qui) utilizzando un linguaggio aggressivo, carico di sproloqui filosofeggianti e continui turpiloqui, cercando di non perdere il lume della ragione di fronte alla precisione e all’ironia tagliente della donna, che non fa che deridere le sue idee da fascista radicato. La sua indole ha un male profondo, il fascismo, male forse intrinseco dell’animo umano:

“Confesso che in certi momenti divento un fascista, lo divento e so di diventarlo, ma anche tu diventi una fascista, esattamente come me, solo che tu lo diventi e non sai di diventarlo; questa è l’unica differenza, soltanto questa; e tu solo non sai che lo sei diventata perché – non che sia una novità – non c’è nulla che sia più alla moda oggigiorno che essere fascisti in nome della ragione”.

Bingo, il cane fedelissimo, corre e, metaforicamente parlando, taglia lo spazio fra i due e li separa su due isole di terra. Vaneggiamenti, allucinazioni e necessità di imporre il proprio pensiero sfociano nella goccia che fa traboccare il vaso: la violenza verbale si trasforma in violenza fisica, lui le dà un ceffone e si stampa sulla pelle l’appellativo di “mostro”. La donna sale in macchina e se ne va piangendo; a lui cedono le ginocchia e si ritrova a terra, con le lacrime agli occhi, perduto tra i frammenti dei freni che ha voluto annientare.

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L’ultimo capitolo cambia le carte in tavola, e si struttura sul punto di vista della donna; siamo al punto cruciale della narrazione, quello che ci fa cogliere il senso reale di tutto quello che è appena accaduto. Amore e guerra, Eros e Thanatos, rabbia, disprezzo, desiderio, “dominio e sottomissione”: sono queste le chiavi di interpretazione di questa breve e apparentemente semplice scrittura.
Scrive Matteo Nucci nella postfazione:

E’ il lettore che deve dare la sua risposta, ora. Il lettore che conosce e non conosce l’amore perché la verità dell’amore sfugge sempre e sfugge per sempre.

Nassar ci invita a fare i conti con la verità più vera. Il fulcro della storia è l’amore, un amore che, come tutti, non può fare a meno di nutrirsi di inganni e maschere, di contraddizioni, di complessità contro le quali si può resistere soltanto confrontandosi con la verità delle stesse e con la loro esistenza. L’autore ci getta in faccia un amore calato nella storia dell’uomo e nelle sue perplessità e convinzioni.

Lei agile, lui rigido: al di là delle ideologie politiche, Nassar ci mostra l’amore come passione legata indissolubilmente alla ragione, come paura di simbiosi, immagine antica che, per salvarsi nella sua integrità, decide – e necessita – di muoversi guerra.
E’ per questa interpretazione e per tutti questi inaspettati spunti di riflessione che ritengo questa lettura molto interessante e anche importante per aprire la mente ad altri punti di vista, per imparare qualcosa che forse ci disturba o ci turba, ma che a lungo termine sapremo apprezzare e comprendere.

Consiglio la lettura di questo libro a chiunque voglia provare a cimentarsi in qualcosa di diverso e ad aprirsi alla consapevolezza che le sfumature del nostro animo possono essere più oscure e tortuose di quanto possiamo immaginare.

Alessandro Baricco: “Tutto quel mondo negli occhi e la paura che mi riportava indietro”

Il Virginian era un piroscafo. Negli anni tra le due guerre faceva la spola tra Europa e America, con il suo carico di miliardari, di emigranti e di gente qualsiasi. Dicono che sul Virginian si esibisse ogni sera un pianista straordinario, dalla tecnica strabiliante, capace di suonare una musica mai sentita prima, meravigliosa. Dicono che la sua storia fosse pazzesca, che fosse nato su quella nave e che da lì non fosse mai sceso. Dicono che nessuno sapesse il perché.

 

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foto da @riverberodiparole

 

Era il 1994 quando questo monologo teatrale uscì per la prima volta. Alessandro Baricco lo scrisse per Eugenio Allegri e per il regista Gabriele Vacis, affinché potessero metterlo in scena. Nel 1998, poi, Giuseppe Tornatore ne trasse il celebre film La leggenda del pianista sull’oceano, di cui credo di aver visto solo qualche spezzone molto tempo fa, e che per fortuna potrò vedere adesso con una diversa percezione delle vicende narrate.

Appena un paio d’ore bastano a gustarsi questa piacevole lettura, un racconto che è un piccolo capolavoro artistico nella forma e nel contenuto e che sono felice di aver affrontato in questo momento della mia vita – grazie a Rossana! E’ vero che le recensioni hanno il dovere di essere il più possibile obiettive, nel bene e nel male, per poter condividere con i lettori un parere chiaro e fondato; ma credo che in molti casi sia impossibile mettere da parte completamente le proprie sensazioni più profonde che l’autore è stato capace di evocare, come in questo caso.

Sul maestoso Virginian nasce il nostro Danny Boodman T.D Lemon Novecento, orfano abbandonato a bordo, che diverrà “il più grande pianista che abbia mai suonato sull’oceano”. Ma non è lui che ci racconta la sua storia: il narratore è infatti il suo migliore amico,  Tim Tooney, trombettista della band che si esibiva con lui ogni sera sulla nave. Lo stesso autore definisce questo scritto “un testo che sta in bilico tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce”, ed è proprio questa la percezione che si ha immediatamente di fronte allo scorrere della storia, che ripercorre le tappe della singolare vita del pianista e ne mette in risalto le qualità prodigiose.

Novecento è, infatti, un prodigio, un uomo dalle potenzialità musicali quasi sovrumane, che vive il dramma dell’incomunicabilità e della incompatibilità con il mondo per come viene generalmente concepito da tutti gli altri esseri umani. La sua visione delle cose, della vita, delle emozioni più belle o più brutte dipende dal pianoforte di quella sala, dal quale ricava “una musica mai sentita prima”, evidentemente scritta nella sua mente e nella sua anima; i suoni fluiscono chissà da dove, così come è sconosciuto il modo in cui, da bambino, Novecento abbia imparato a metterli insieme. Della sua curiosa vita, il dettaglio più incredibile è sicuramente questo: nei suoi ventisette e poi trentadue anni non è mai sceso dal Virginian. Su quella nave è nato, ha vissuto la sua vita e l’ha anche vista finire, senza mai avere la necessità di raggiungere la terraferma e guardarsi attorno. Soltanto una volta è arrivato al punto di desiderare di scendere dal piroscafo: voleva vedere il mare da quella prospettiva.

A voler essere precisi, Novecento non esisteva nemmeno, per il mondo: non c’era città, parrocchia, ospedale, galera, squadra di baseball che avesse scritto da qualche parte il suo nome. Non aveva patria, non aveva data di nascita, non aveva famiglia. (…) Ufficialmente non era mai nato.

Danny Boodman T.D. Lemon Novecento diventa una leggenda, una figura emblematica che incarna pensieri  inconciliabili col nostro modo di osservare le cose e di valutarle, dei quali resta convinto fino alla fine. La sua filosofia di vita è un concetto che impregna le pagine di ideali che probabilmente possiamo trovare in noi, ma espressi in maniera estremamente intima e, naturalmente, relazionata alla musica. Le parole che Baricco gli fa pronunciare sono schiette, taglienti nella loro straordinaria chiarezza nonostante la nostra incapacità di comprenderle fino in fondo, e quasi riescono a farci mettere in dubbio la sicurezza delle nostre scelte di vita.

Potevi pensare che era matto. Ma non era così semplice. (…) Il mondo, magari, non l’aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l’anima.

La musica è l’elemento fondante di qualsivoglia discorso attorno a Novecento, l’elemento che ha plasmato soprattutto il suo modo di percepire ciò che gli viene raccontato: lo stile ed il registro linguistico utilizzati da Baricco riescono a restituire precise descrizioni delle sensazioni uditive e visive, delle emozioni umane. L’autore comincia con un repertorio linguistico che, riproducendo al meglio la parlata sciolta di un amico che racconta e ricorda, non si fa scrupoli ad utilizzare turpiloqui per ritrarre bene il concetto; ma, man mano, questo registro si trasforma e diventa sempre più aperto a riflessioni introspettive profonde, diviene più “pulito” e fiorito, senza minare alla scorrevolezza della narrazione. Emblematiche le considerazioni finali del pianista, che, nonostante siano fatte di continue riprese e ripetizioni che si completano, riescono a fluire rapidamente sotto gli occhi e a fissarsi nella mente con naturalezza.

In Novecento l’omonimo ragazzo vive il tormento della mente geniale che non riesce ad integrarsi nel mondo per quello che è, per una semplice questione di scelte, per una paura intrinseca che lo porta a non abbandonarsi all’ignoto. Le città, le strade, l’immensa quantità di persone e di circostanze che colorano la Terra non fanno per lui, rappresentano uno spazio troppo aperto per far sì che lui si possa esprimere veramente, offrono fin troppe possibilità. Quella nave, il suo pianoforte, l’oceano con la sua danza di onde: questa è la realtà che per Danny Boodman T.D. Lemon Novecento ha un senso e nella quale lui può avere un posto.

Non è quel che vidi che mi fermò, è quel che non vidi (…), in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne / c’era tutto, ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo. Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere.

La storia di Novecento è molto conosciuta, soprattutto dopo la produzione del film di Tornatore, ma poiché questa lettura mi ha davvero lasciato dentro tante cose, mi sembrava doveroso portare sul blog una recensione a riguardo.

Consiglio questa lettura davvero a tutti, soprattutto a chi ha visto il film, affinché si possa rendere conto della reale efficacia delle parole soprattutto nel restituire benissimo gli stati d’animo umani.

Alessandro Baricco: limpida tenerezza in fibre di seta

Si chiamava Hervé Joncour, era mercante di bachi da seta. Ogni anno raggiungeva il Giappone, ogni anno ritornava. Nei suoi viaggi, si leggeva l’ideogramma di una passione silenziosa, rubata al rumore del mondo.

 

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Foto che ho scattato e che trovate sul profilo instagram del blog e anche su Le frasi di Alessandro Baricco

 

Da qualche tempo non scrivo una recensione, e mi dispiace molto perché credo che sia una delle tipologie di articolo più importanti all’interno di questo blog, nonché il modo più diretto e chiaro di confrontarmi con voi lettori. Quindi passo subito a parlare della mia ultima lettura terminata, un’altra di quelle acquistate a sentimento, semplicemente per un qualcosa che mi ha comunicato. Seta di Alessandro Baricco (edizione Universale Economica Feltrinelli, al prezzo di copertina di € 7,50) è il primo libro che leggo dell’autore – sai che novità – e devo dire, sinceramente, che mi è piaciuto molto. Sono davvero tantissimi i punti di forza che ho trovato in un libro così esile, che in sole 108 pagine è riuscito a farmi immergere totalmente in un tempo lontano, in una atmosfera (in)definita dai tratti esotici.

Cercherò di procedere in maniera ordinata per rendere più fluido e lineare il mio pensiero e anche per riuscire a scrivere più velocemente le recensioni, che, come sapete, mi riescono sempre molto lunghe e, personalmente, molto pensate e sudate. Non trasformerò le mie recensioni in elenchi puntati; semplicemente cercherò di avere un modo di procedere costante e coerente, che non tralasci nessuna mia considerazione e che allo stesso tempo possa darvi tutte le informazioni che desiderate sul libro in questione.

La prima questione da cui bisogna partire è la trama: la vicenda narrata comincia nel 1861 e segue i viaggi di Hervé Joncour, un mercante di bachi da seta, che si ritrova a dover andare fino in Giappone per ottenere della merce di ottima qualità e soprattutto priva di malattie. All’interno di questo grande argomento, e perno in realtà delle più grandi suggestioni che questo libro può offrire, il rapporto con la moglie Hélène, che aveva una voce bellissima. I viaggi di Hervé catturano il focus del lettore, ma in realtà tante altre cose ben più importanti cominciano ad accadere. Non dirò nulla di più per evitare di spifferare qualcosa che invece è bello scoprire da soli, leggendo.

La figura di Hélène ci porta a toccare la seconda importante questione, quella dei personaggi. Come le ambientazioni, anche i personaggi sono caratterizzati da tinte esotiche, sembrano quasi sfumati all’interno di comportamenti abitudinari e gesti scanditi da ripetizioni. Questo tratto è reso molto bene dal fatto che i viaggi di Hervé vengono descritti sempre allo stesso modo, seguendo sempre lo stesso percorso, con le stesse soste e le stesse persone che lo accolgono; a cambiare è soltanto una parola, una sensazione, un dettaglio quasi impercettibile che forse serve a farci capire che ogni momento della nostra vita è diverso dagli altri e non si ripeterà più, anche quando ci sembra di fare ogni giorno le stesse cose, di incontrare le stesse persone e di vederci sempre uguali a noi stessi. Giorno dopo giorno noi cambiamo, e quella di Hervé è anche la storia di un cambiamento, che avviene sommessamente e che darà i suoi frutti solo nel futuro, una volta che avrà finalmente compreso molte cose. Una volta che avrà svelato il mistero nascosto dietro ad una lettera e al suo matrimonio. Nei suoi occhi, intanto, la seta.

 

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Arte della calligrafia giapponese, © Fondazione Torino Musei, MAO Museo d’Arte Orientale

 

La scrittura di Baricco mi ha piacevolmente colpita: consapevole di aver conosciuto soltanto una piccola parte del suo stile, credo che questo libro sia scritto e strutturato in maniera molto acuta, è stato pensato in ogni particolare. Una cosa che ho apprezzato – anche se all’inizio non riuscivo a capirla appieno – è stata, come ho già scritto, la ripetizione di alcune parti, sempre uguali se non per una definizione, per una parola sola improvvisamente e completamente diversa. L’ho trovata una caratteristica molto interessante, che riesce a rendere bene, secondo me, l’idea dei lunghi e difficoltosi viaggi in Oriente, ripetuti con costanza e sempre più complicati. La storia del mondo è parte viva della narrazione, che ad un certo punto si macchia delle conseguenze della guerra. 

Un’altra particolarità che ho notato, e che mi è particolarmente piaciuta, è l’uso che l’autore ha fatto della punteggiatura: anche in questo caso all’inizio non riuscivo a capire il perché di un determinato uso dei due punti, o delle lunghe pause. Ma ad un certo punto ho capito che anche la punteggiatura aveva un preciso scopo, e si prestava ad una interpretazione coerente del libro; anche la punteggiatura contribuiva a rendere l’atmosfera generale della narrazione, e questa è stata una delle cose che mi ha più stupita.

Sulla struttura generale del libro aggiungo anche che è molto scorrevole, è organizzata in 65 capitoli – alcuni dei quali molto brevi – e di conseguenza l’ho trovata una lettura molto semplice da affrontare, pur non avendo molto tempo a disposizione. E’ stata una comoda e leggera lettura da portare in viaggio, la trama è semplice da seguire e molto lineare, e nella sua semplicità l’ho trovato un libro molto evocativo.
Continuerò ad approfondire la mia conoscenza della scrittura di Baricco senza dubbio, e intanto, libro consigliato.