#riverberodipoesia: Paul Verlaine

Siamo ormai a dicembre, il mese della gioia natalizia e della tensione costante per il nuovo anno. Abbiamo cominciato a valutare il nostro 2018 alla luce di tutto quello che ci eravamo ripromessi di fare e che puntualmente non abbiamo fatto – qualcosa ci sfugge sempre. Abbiamo cominciato a pensare ai propositi per l’anno nuovo che ci osserva sempre più da vicino con aria minacciosa, mentre ci sentiamo inseguiti da un tempo che scorre troppo velocemente – vi segnalo, proprio in merito a queste considerazioni, il progetto di scrittura riflessiva e sviluppo personale promosso da Lucia Savoia, @elle_growth, che vi guiderà verso una comprensione profonda e serena del vostro percorso, portandovi lontani dalle paure e dalle ansie inutili per imboccare la strada del confronto sereno con le vostre capacità e la vostra autostima.

Chiudiamo quest’anno in bellezza con un nuovo articolo della rubrica che si pone l’obiettivo di diffondere poesia il più possibile, e completiamo, in questo caso, un percorso che si era aperto con l’opera di Rimbaud: torniamo nella Francia del 1800, precisamente nella seconda metà del secolo, per conoscere un po’ meglio la figura di Paul Verlaine.

Oltre ad alcuni articoli di approfondimento, il libro che sta alla base di questo articolo è Romanze senza parole, in edizione Universale Economica Feltrinelli (2016) a cura di Cesare Viviani, al prezzo di copertina di €7,00. Cominciamo, però, con qualche informazione sulla biografia del poeta.

Paul Marie Verlaine nasce a Metz il 30 marzo 1844, in una famiglia della piccola borghesia con la quale trascorre un’infanzia piuttosto serena. Trasferitosi a Parigi all’età di sei anni, comincia a frequentare il collegio Institution Landry e si appassiona alla letteratura, leggendo molto e ottenendo il baccalaureato in lettere ed iscrivendosi, poi, alla facoltà di giurisprudenza: ma la abbandonerà dopo poco, in cerca di un lavoro. Viene assunto presso il municipio di Parigi, ma questo impiegno alimenta, giorno dopo giorno, un fortissimo sentimento di insoddisfazione che lo porterà ad abbandonarsi fra le braccia della poesia, dopo essere stato ancor di più stimolato dalla lettura di Baudelaire

Frequenta i salotti letterari parigini e i parnassiani, e nel 1866 pubblica i Poèmes saturniens (Poemi saturnini), dopo essersi, inoltre, avvicinato al gruppo di Louis-Xavier de Ricard e alla sua rivista letteraria, filosofica e politica in cui riesce a pubblicare le prime poesie. Qualche anno dopo sposa Mathilde Mauté, dalla quale avrà il figlio Georges. Nel 1871 partecipa alla insurrezione della Comune di Parigi, perdendo, per questo, il posto di lavoro. La vita matrimoniale degli inizi procede con tranquillità; ma è proprio in questo momento di scompiglio generale che sorgono i primi problemi con la moglie, che si rifugia spesso nella casa dei genitori per sfuggire alla quotidianità turbolenta delle liti. In questo scenario travagliato, Arthur Rimbaud, allora diciassettenne, entra a far parte della vita di Verlaine.

È stato proprio il giovane Rimbaud a dare vita ad una ricca corrispondenza, che sfocerà nell’invito a Parigi, da parte di Verlaine, e nella loro tormentata vita di vagabondaggi e di amore. Paul Verlaine lascia la sua casa e la sua famiglia – non senza dissidi interiori e grandi rimorsi – per seguire Rimbaud in Belgio e in Inghilterra, e durante quei viaggi scriverà Romances sans paroles (Romanze senza parole). Triste e scandalosa, all’epoca, la fine della loro relazione: all’ennesimo scontro, Verlaine, ubriaco oltremisura, fa esplodere due colpi di pistola verso l’amante, ferendolo leggermente ad una mano. Per questa azione sconterà due anni di reclusione a Mons, mentre Rimbaud tornerà alla fattoria di famiglia a Roche.

Durante la sua reclusione, fra Mons e Bruxelles, Verlaine riceve la dolorosa notizia secondo la quale la moglie, Mathilde, ha chiesto e ottenuto la separazione. Trova un unico conforto nella ritrovata fede cattolica e scrive Sagesse (Sagezza), raccolta di poesie che testimonia la sua volontà di redenzione e che pubblicherà nel 1881. Torna in Inghilterra, quindi si trasferisce infine a Rethel, lavorando come insegnante e legandosi sentimentalmente al giovane Lucien Létinois, che morirà di tifo poco tempo dopo (Amour, 1888), causando un ennesimo periodo di sofferenza nella vita instabile del poeta.

Il saggio Les poètes maudits (I poeti maledetti), pubblicato nel 1884, dona una rinnovata fama al suo nome. Ma l’anno seguente è quello del divorzio ufficiale, che lo fa cadere sempre più nel vizio dell’alcol e nella instabilità emotiva: Paul Verlaine tenta di uccidere la madre e viene riportato in carcere, cadendo irrimediabilmente in miseria – le sue ultime produzioni letterarie gli procurano lo stretto necessario per sopravvivere, nulla di più.
Nel 1894 viene incoronato “principe dei poeti”; ma appena due anni dopo, l’8 gennaio 1896, si spegne, a soli cinquantadue anni, dopo aver contratto una polmonite, ulteriormente estenuato dall’alcol e dal tormento perpetuo. 

Louis Anquetin, Ritratto di Paul Verlaine, XIX secolo, collezione privata

E si può dire che la poesia non ha nulla a che vedere, in quanto a contenuti riconoscibili e descrivibili, con la biografia del poeta: i rapporti che la scrittura ha con la vita dell’autore sono misteriosi e illegibili, indecifrabili, e sono percepibili solo in quanto movimenti di un corpo – di un’esistenza – che si esprime.

Ho trovato molto interessante l’introduzione del bravissimo Cesare Viviani, che cerca di demonizzare ogni forma di estremismo nell’atto di interpretazione e comprensione profonda dell’opera in questione di Verlaine. Purtroppo, effettivamente, la sua produzione poetica e la sua esistenza tutta sono state fatalmente segnate e legate alla presenza di Rimbaud, determinando la nascita di corrispondenze che in realtà non ci sono e facendoci dimenticare della incredibile diversità delle opere dei due “poeti maledetti”. Quella di Verlaine è una poesia che cerca, soprattutto in questa silloge, una “armonia tra soggettività e alterità”, che gioca sui suoni e sulla musica, che genera suggestioni e indaga i significati aldilà delle apparenze, con una cupa tensione verso la conoscenza; nessuno spirito ribelle, a differenza degli scritti del giovane Rimbaud. 

Il componimento che vi propongo oggi fa parte della prima sezione della raccolta, Ariettes oubliées (Ariette dimenticate), e si apre con una citazione dal celebre Cyrano de Bergerac:

L’usignolo che dall’alto di un ramo
vi si specchia, crede di essere caduto
nel fiume. È in cima a una quercia e
tuttavia ha paura di annegare.

L’ombra degli alberi nel fiume nebbioso
si dissolve come fumo
mentre nell’aria, tra i rami veri,
gemono le tortore.

Oh viaggiatore, come ti vide pallido
questo pallido paesaggio,
e come piangevano tristi nell’alto fogliame
le tue speranze annegate!

Maggio, giugno 1872

Daniela Liviello: “la terra è silenzio; la terra si strappa”

Daniela Liviello scrive come se camminasse per strade strette, uscisse in cerca d’aria, andasse per fiori la sera lasciando indietro le cose di un quotidiano banale, rituali senza sacralità, faccende e piccoli doveri. Sembra dirci che il rimedio al pesare, alla secchezza, all’aridità, quella umana, è un attaccamento alla terra, è un voler somigliarle. Niente soffitti e pavimenti, ma cielo e terra, anche basso anche pesante, anche pietra, purché sia il fuori, non il dentro. Come se nella traccia e nel solco si potesse trovare qualcosa di vivo, un tremore di germoglio, una qualche turgida prova di un piacere di vivere. Mentre manca il respiro, ogni forma di muro.

Titolo: La sposa secca del muretto
Autrice: Daniela Liviello
Editore: Edizioni Kurumuny (collana di poesia Rosada)
105 pp.
€10,00

http://rosadapoesia.it/la-sposa-secca-del-muretto/

L’autrice:

Daniela Liviello è nata a Taviano, nel Salento leccese. Suoi interventi, poesie e testi narrativi sono apparsi su riviste e lavori collettanei.  È presente in antologie poetiche per le edizioni LietoColle, Kurumuny e Pagine. Per Manni edizioni ha pubblicato le raccolte E madonne sorridenti e Il rovescio delle foglie. Suoi ultimi lavori sono Litanie dell’acqua, per LietoColle, e I semi del silenzio, presente all’interno di un lavoro a più voci dal titolo Tetrakis, uscito nel 2017 per la collana di poesia Rosada, edizioni Kurumuny.

La sposa secca del muretto è il secondo titolo per il quale devo ringraziare il team di Rosada, che per la seconda volta mi ha proposto una silloge interessante, suggestiva e musicale, con una struttura ben diversa rispetto alla raccolta di Fabrizio Lombardo. Proprio alla luce di questa diversità, è stato ancora più affascinante analizzare nel dettaglio la poesia di Daniela Liviello, che ho trovato in qualche modo legata al lirismo del secolo scorso, pur preservando una forte volontà sperimentratrice: i suoi componimenti sembrano alimentarsi di suggestioni, dalle opere di Carmelo Bene e Vittorio Bodini, ma anche da quelle di Gesualdo Bufalino, decisamente più distante ma che, a mio avviso,emerge con qualche immagine e citazione velata – come il rapporto luce-lutto che si delinea in un componimento posto a metà della raccolta:

Mi sfaldo mi assottiglio
penetro la fossa l’essenza
la luce mi appartiene
il lutto mi sostanzia.

Le poesie di La sposa secca del muretto si richiamano all’intenzione di fondo di quasi tutta la poesia moderna e contemporanea – e che abbiamo spiegato in precedenza –, ovvero quella di porsi domande cruciali sull’esistenza, sulle condizioni dell’esistenza, sullo “stare al mondo”. Uno “sguardo radicato” in maniera letterale, quello della Liviello, che ricerca in maniera risoluta e intensa una soluzione alla “dissoluzione” incombente, e che la prefigura in una ritrovata comunione, immersione nella terra, fuori dalle mura di casa che costringono l’anima al precipizio. La sua è una “liturgia della rovina” in un mondo di luce e struggimento, che si manifesta in un paesaggio concreto ma interiore – con quella corrispondenza emblematica alla disposizione d’animo della poetessa, lo “stare a mezz’aria” come topos letterario.

L’acqua – elemento che nutre per eccellenza, che splende di limpidezza e genera vita – qui è torbida e si fa strada nelle profondità, trova l’anima e la fa bruciare; è quella degli abissi marini che affonda le navi e inghiotte le vite, è quella delle tempeste, delle bufere, delle piogge che corrodono, “rombano” nelle orecchie e costringono alla fuga. Una fuga che riporta all’esterno e alla terra, ad immergere le mani nel fango per mettere radici come un albero sofferente. Un respiro nel silenzio delle cose, una voce distante e ogni cosa si sgretola:

Chiediamo perdono di essere vivi a pesare
mentre fredda scivola la lumaca
e il falco gioca a stanare la preda.

Siamo qui.
Affondiamo le mani
nella terra oscura
guardiamo negli occhi
ossuti giganti.

Il tema del radicamento è molto attuale e complesso, e sono stata molto felice di aver colto i segnali infausti che Daniela Liviello ha voluto marchiare su queste pagine. È di fondamentale importanza comprendere a fondo ciò che sta accadendo, negli ultimi anni, nel Mediterraneo, nella sua effettività, lasciando da parte indifferenza e pregiudizi infondati. Per mostrarvi, semplicemente, i segnali di cui parlo, vi riporto una delle prime poesie della raccolta:

Cadono i corpi
la terra si sdegna.

Disserra il portone!

La notte non dorme
la notte si leva.

Disserra il portone!

Cadono corpi
quieta, la terra ricetta.

O puramente il mare rigetta.

Disserra il portone!

Le parole arrivano a sfiorare le corde di sogno e magia: la solitudine è stato determinante dell’uomo, ostacolato dalle mura del luogo chiuso, pesante come una pietra e come la casa, circondato dall’aria spaventosa e silenziosa delle stanze vuote, con il suo corpo nudo gettato nel “dentro” ma teso verso il “fuori”, lontano dalla piattezza del quotidiano. Si disegna in questo modo l’immagine del giardino nascosto come meta, verde di speranza ma a volte imprigionato, anch’esso, fra muri di pietra, crepati, che tracciano confini da abbattere.

L’invito sostanziale sta proprio nel provare a superare la barriera nera del banale, del luogo comune, delle certezze buie e vacue, per rispondere al richiamo di quell’“utero antico dell’umanità” e ritornare all’origine e riconquistare le forme intrinseche della natura umana. Un messaggio, questo, che viene delineato attraverso un percorso dritto e profondo fra i componimenti che avanzano e sembrano raggiungere sempre più le famose pieghe dell’animo umano, così tanto indagate nel corso dei secoli quanto, oggi più che mai, inesplorate e dimenticate, in un dialogo interno, amorevole, atroce, mesto e speranzoso.

E ringrazio la terra che nutre la mia poesia, il Salento, specchio di un Sud più vasto, finestra su di un Mediterraneo da sempre travagliato e oggi ancor più dolorante.

Ho molto apprezzato il messaggio sotteso della breve silloge, ed è stato bello scoprire  alcuni topoi della tradizione letteraria con una forma diversa e sperimentale, viva e plasmabile– soprattutto nella forma, l’autrice gioca molto sugli spazi, le pause, gli enjambement, la punteggiatura e le ripetizioni per dar forza ai significati. Ogni parola parla e annette un nuovo e funzionale frammento ad un valore complessivo, bello e autentico, intimo.

Consiglio questa silloge a chiunque ami la poesia e voglia interrogarsi su un senso di umanità scomparso, a chi voglia riflettere un po’ più a fondo sulle questioni dell’attualità senza rinunciare ad un sapore passato di bellezza, tristezza e speranza. Finché ci sarà la speranza, e noi torneremo alla terra, si potrà ancora guardare con fiducia al futuro.  

#riverberodipoesia: Mario Luzi

Con netto ritardo, eccoci ad un nuovo articolo della rubrica in cui approfondiamo insieme la vita e l’opera di un poeta. Ultimamente sto cercando di recuperare tutti i nomi di poeti contemporanei che non ho mai letto e di cui non ho mai sentito o studiato nulla – i programmi scolastici sono quello che sono, le ore scolastiche sono quelle che sono e alla fine moltissima letteratura meravigliosa e interessante viene sacrificata per riuscire ad affrontare almeno gli “autori maggiori”, ma per fortuna esiste l’università -, e quello di Mario Luzi è stato una scoperta sensazionale. Nonostante il mio amore incondizionato per la poesia tutta, gli scritti di Luzi mi sono sembrati una rivelazione: quando ho letto per la prima volta Nel magma mi sentivo come se stessi conversando con me stessa, cercando le risposte alle mie stesse domande, con le medesime passioni e la stessa volontà di restare immersi nel presente, nell’ora.

 

IMG_20181111_174346_585
@riverberodiparole

Chi era Mario Luzi?

MarioLuzi

Nasce a Sesto Fiorentino il 20 ottobre 1914. La madre, Margherita Papini, avrà una grandissima influenza su di lui e sarà fondamentale nel processo di interiorizzazione di una religione cattolica molto sentita – ma non di chiesa. La sua infanzia procede tranquilla e ricca di ispirazione e serenità, nonostante la guerra; e sin da bambino Luzi si fa notare, a scuola, per arguzia e maturità. Frequenta il ginnasio prima a Firenze, poi a Milano e a Siena, con degli spostamenti dovuti al lavoro del padre, ferroviere.
Il periodo di Siena sarà importante per la scoperta dell’amore e dell’arte: dopo i primi tentativi poetici registrati nel 1924, è in questa città, intorno agli anni Trenta, che Luzi completa delle importanti letture di formazione ed entra in sintonia con il pensiero di grandi autori e filosofi contemporanei, mostrando un enorme interesse per l’opera di Nietzsche – in particolare per Così parlò Zarathustra e per Al di là del bene e del male.

In questi anni, a Firenze, intraprende gli studi universitari alla facoltà di Lettere di Firenze, partecipa attivamente alla vita culturale della città collaborando con «Il Frontespizio», «Solaria», «L’Italia letteraria», e conosce tanti giovani intellettuali fiorentini fra i quali Betocchi, Bo, Pratolini e Bilenchi. In particolar modo, l’amicizia con Betocchi si basa sul condiviso interesse per la poesia francese: nel 1936 Mario Luzi si laurea infatti con una tesi su Mauriac, che sarà pubblicata da Guanda, due anni dopo, con il titolo di L’opium chrétien. Dal 1938 Luzi comincia a insegnare nelle scuole medie, e dal 1955 nelle università di Urbino e Firenze, continuando a pubblicare per «Il Frontespizio» e per «Letteratura» di Bonsanti; successivamente conoscerà anche Tommaso Landolfi ed Eugenio Montale, grazie al quale entrò a far parte del gruppo del caffè delle Giubbe Rosse ed ebbe modo di conoscere Vittorini, Palazzeschi e altri grandi intellettuali.

Mario_Luzi.jpg

La guerra si avvicina: sono anni inquieti, eppure la sua profonda fede cattolica non si chiude mai in se stessa, e anzi guarda attentamente alla cultura europea e a quella di sinistra, affiancando la stesura dei suoi componimenti poetici alla saggistica, ai testi di critica letteraria e a drammi teatrali. Nel 1942 si sposa con Elena Monaci ed un anno dopo nasce il figlio Gianni. La guerra finisce e lo segna profondamente, soprattutto nel momento in cui torna a Firenze, dai genitori, e trova la sua casa distrutta.

Dopo altre vicende lavorative e spostamenti, nel 1960, dopo la morte della madre, Luzi riesce a pubblicare il corpus delle sue poesie col titolo Il giusto della vita, dopo aver vinto, un anno prima, il premio Marzotto per la poesia ex aequo con Saba. Nel 1963 esce la controversa (e splendida) raccolta Nel magma, che si riempie di immagini di realtà cittadina, di cultura di massa, e riflette il dibattito politico e culturale dell’Italia degli anni Sessanta. E alla fine di questo periodo, a partire dal 1966, cominciano una serie di viaggi per il mondo e delle collaborazioni con diversi giornali.

Nel 1979 escono finalmente tutte le sue poesie nei due volumi editi da Garzanti, e la sua attività intellettuale continua fino agli ultimi anni della sua vita, con la pubblicazione di saggi, opere teatrali e altri testi e con un rinnovato impegno politico durante gli anni Novanta, per via della sua grande preoccupazione relativamente alla situazione politica italiana. Il suo zelo verrà premiato nel 1997 con la Legione d’Onore da parte del presidente della Repubblica francese e poi nel 2004, in occasione dei suoi novant’anni, quando viene nominato senatore a vita dal presidente Ciampi.
Muore qualche mese dopo, il 28 febbraio del 2005, a Firenze.

ac18845f0a.jpeg

La poesia di Mario Luzi è “animata da una forte tensione intellettuale e insieme da una dolce e fragile passione per la vita delle cose; i problemi religiosi, morali, culturali vi si intrecciano in un «discorso naturale»che guarda con viva partecipazione al presente, ma come a distanza, cercando un «tempo della poesia» che per Luzi è «un tempo in cui si incidono senza tempo le cose che sono sempre accadute e che sono sempre eventuali ed accadibili». Le sue parole si lanciano alla ricerca di una verità inafferrabile che racchiude e spiega l’essenza del mondo, e che si nutre della realtà vissuta con una drammaticità sempre crescente e lacerante.

(Le fonti per la stesura di questa biografia sono l’articolo sulla vita di Mario Luzi dalle Biblioteche comunali fiorentine – che si basa sul dettagliato volume Mario Luzi, L’opera poetica del 1998, a cura di Elisa Biagi – e il manuale Storia e testi della letteratura italiana, ricostruzione e sviluppo nel dopoguerra (1945 – 1968) a cura di Giulio Ferroni, Andrea Cortellessa, Italo Pantani e Silvia Tatti).

Il testo che vi propongo per l’occasione fa parte di Frasi e incisi di un canto salutare, in praticolare dalla seconda parte della sezione Angelica: primeggiano parole piene, epifanie e allusioni alla natura stilnovistica della donna, trasfigurata dalla quotidianità, che si abbandona a riflessioni intime – siamo nella tarda stagione poetica di Luzi. A voi, come sempre, l’interpretazione profonda:

Ky_Mario Luzi.JPG

Vita o sogno? Lei si gode serena
la simbiosi domenicale col giardino
fino a tardi quando entra nella casa
la mite ora settembrina della cena.
Non c’è l’amato, non c’è la sua assenza
né altro desiderio. C’è quell’unico
pensiero muto che dovunque flagra
e vige, e di sé tutta la ripiena –
Felicità? non le sembra. Non è
che un nome estraneo, questo,
a quella purissima sostanza.
Vissuto o immaginato
quel brano? – pensa. Perduta
in quale sua profondità la scena?
Non c’è divario, non c’è differenza.

#riverberodipoesia: Ada Negri

La prima domenica del mese significa solo una cosa – non è vero, ma lasciatemelo passare: il nostro appuntamento ormai mensile con l’approfondimento sulla vita e sull’opera di un autore o di un’autrice che vi propongo. Oggi ho scelto un breve componimento di Ada Negri, poetessa italiana che attraversa, con la sua vita, uno dei periodi più critici della storia europea – e mondiale -, respirando entrambe le guerre mondiali e le grandissime trasformazioni del Novecento.

IMG_20181007_172248_041.jpg
@riverberodiparole

La mia fonte, per questo articolo, è Mia giovinezza – Poesie, una antologia di poesie scelte, a cura di Davide Rondoni e appartenente alla collana Biblioteca dello spirito cristiano di BUR (prezzo di copertina € 8,00). I componimenti sono tratti da raccolte ordinate cronologicamente, mostrando una poesia in evoluzione e sempre emotivamente carica: Fatalità (1892), Tempeste (1895), Maternità (1904), Esilio (1914), Il libro di Mara (1919), Vespertina (1930), Il dono (1935), Fons Amoris (1939-1943).

ada-negri.jpg

Proviamo a conoscere un po’ meglio una figura tanto lodata quanto criticata come quella di Ada Negri. Il 3 febbraio 1870, a Lodi, Vittoria Cornalba, tessitrice, dà alla luce la nostra poetessa, figlia di Giuseppe Negri. La famiglia d’origine è molto povera e presto Giuseppe si ammala di febbre tifoidea e muore, rendendo le condizioni economiche della famiglia ancora più disastrose. Le giornate di Ada scorrono lente nella palazzina in cui abita con la madre, che, dal canto suo, fa tutto il possibile per garantire un’ottima istruzione alla figlia, che riesce ad iscriversi alla Scuola Normale Femminile di Lodi nel 1881 e a conseguire, in seguito, l’attestato di maestra elementare.

Nel 1888 comincia a insegnare e a scrivere le sue prime poesie, che saranno poi raccolte in Fatalità (in una edizione curata dai Treves). Forte, in questa primissima fase, la tematica sociale, che capeggia fra i versi probabilmente a causa del vissuto personale della poetessa. Questa prima raccolta ha un successo così eclatante da ricevere molti riconoscimenti e persino un articolo dedicato sul Corriere della sera, scritto da Sofia Bisi. Di lì a poco, nel 1894, le verrà anche assegnato il Premio «Giannina Milli»: Ada Negri decide di dedicarsi interamente alla scrittura, l’insegnamento non fa più per lei. La fama improvvisa la porta ad insegnare a Milano, dove entra in contatto con personaggi quali Filippo Turati, Benito Mussolini – che si terrà in contatto con lei successivamente, nella sua ottica di “approvazione e propaganda” attraverso la cultura – e Anna Kuliscioff.

ada_negri.jpg

La seconda raccolta, Tempeste, compare già nel 1895; l’anno seguente, Ada sposa Giovanni Garlanda, industriale laniero biellese, dando alla luce, poco dopo, la figlia Bianca. La secondogenita, Vittoria, nasce e muore, purtroppo, nello stesso 1900.
La terza raccolta, Maternità, si riempie di soggettività e autobiografismo: la cosidetta “poetessa del Quarto Stato” comincia ad elaborare pensieri profondamente personali ed intimi attraverso i suoi versi. Segue la pubblicazione di Dal profondo e arriviamo al 1913, anno in cui si registra la definitiva separazione da Garlanda. Ada Negri si trasferisce a Zurigo con la figlia, Bianca, e scrive Esilio, che esce nel 1914. Allo scoppio della prima guerra mondiale torna in Italia, dedicandosi intensamente al sostegno dei combattenti e all’assistenza dei feriti di guerra.

Le vicende personali della poetessa si intrecciano con i tragici eventi della storia, e le pubblicazioni successive, numerose, in poesia e in prosa, vedranno man mano emergere la componente della memoria, dolorosa e toccante.
Emblematico l’anno 1931, in cui Ada Negri riceve il Premio Mussolini in Campidoglio, evento che la consacra come intellettuale di regime. Questa è la notizia più controversa sulla sua biografia, che ha generato profonde critiche in merito alla sua letteratura. Ma sappiamo bene che è piuttosto difficile esprimere un parere assoluto circa queste dinamiche storiche: in questo caso, cercando di fugare i pregiudizi e gli estremismi, voglio fare un minuscolo appunto attraverso le parole di Rondoni, che scrive:

Ada Negri non era iscritta al partito fascista, lo fu «d’ufficio» al momento dell’ingresso nell’Accademia, quando era già al culmine della notorietà.

Nel 1940, appunto, Ada Negri è la prima donna della storia ad essere accolta nell’Accademia d’Italia; ma già allora il suo ritrovato ed appassionato sentimento religioso l’aveva gettata in una sfera d’ombra e di oblio. Morirà appena cinque anni dopo, tra il 10 e l’11 gennaio 1945, lo stesso anno della fucilazione di Mussolini e della fine della Seconda guerra mondiale.

download (1).jpg

In questo sentir la vita come «evento», come «avvenimento», sta la prima energia della poesia di Ada Negri. Quella energia agisce ancora nella lettura dei suoi testi. (…)
C’è qualcosa nell’opera di Ada Negri che risuona come sfida. Non fu una intellettuale, la sua cultura non era costruita su cataste di libri, eppure nei suoi testi, scrisse il Flora nel 1940, «si fissano i temi dell’amore, della maternità, della fatica umana in modo inconsueto». (…) La poesia di Ada Negri appartiene alla propria epoca, ma non fu d’ispirazione letteraria. (…) L’unica influenza che riconobbe esplicitamente fu da Leopardi.

Un inno alla vita, quello di Ada Negri, insomma: un percorso poetico che non giunge alla “inconsistenza” ma alla rivelazione di un eterno, di un dono che è la vita in ogni suo attimo e in ogni sua sfumatura di bellezza, un sentimento nuovo, semplice e complesso insieme, in qualche modo attuale e lasciato cadere nell’oblio più nero. Nella sua stessa biografia si riscontra la passione vitale dell’amore, della eterna giovinezza e beltà che “da sempre è lo scopo della poesia e di ogni opera veramente umana”.

ada_negri_studi.jpg

Proprio in relazione a questa interessante lettura della sua opera, vi propongo il seguente componimento, breve ma efficace nella sua semplicità. A voi, come sempre, l’interpretazione – e l’interiorizzazione – di questi versi:

Fine

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

#riverberodipoesia: Alda Merini

Questo volume intende offrire al lettore una visione letteraria del cammino poetico di Alda Merini che vada al di là dei singoli libretti che annualmente fioriscono sulla terra editoriale italiana, creando spesso miti dell’immaginario e confondendo il lettore avveduto, consapevole che la scrittura, la poesia, è un dato il quale prepotentemente mette nell’ombra ogni cronaca coi suoi eventi. (…) Così da illuminare la storia di una donna a cui è toccato il destino della poesia, mai da lei tradito.

Si apre così, in maniera più che esaustiva, Fiore di poesia 1951-1997, raccolta a cura di Maria Corti edita Giulio Einaudi Editore, che congloba alcuni bellissimi componimenti da varie sillogi della Merini. Questo testo, che fa parte della collana ET Poesia e che trovate al prezzo di copertina di €12,00, sarà la fonte cui attingerò per questo approfondimento.

IMG_20180902_153934_229.jpg
@riverberodiparole

Chi era la splendida Alda Merini?
Nasce a Milano il 21 marzo 1931 da Nemo Merini, lavoratore alle Assicurazioni generali, ed Emilia Painelli, casalinga, seconda nata fra altri due fratelli, Anna ed Ezio. Sin dalla giovinezza le vicende autobiografiche caratterizzano il processo mentale che la porterà sempre più vicina alla scrittura poetica, e che la vedrà vincere sulla sua stessa realtà tragica. La visione poetica irrompe, forte delle sue stesse memorie.

Alda Merini frequenta l’Istituto Laura Solerta Mantegazza, studia il pianoforte e produce i primi scritti a soli quindici anni, avvicinandosi alla letteratura grazie a Silvana Rovelli – cugina di Ada Negri. E sarà la Rovelli a passare alcuni suoi componimenti ad Angelo Romanò e quindi a Giacinto Spagnoletti, che pubblica Il gobbo e Luce nell’antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949; successivamente queste e altre due poesie finirono in Poetesse del Novecento, pubblicato da Scheiwiller nel ’51 grazie a Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani.

La prima vera e propria raccolta si avrà due anni dopo, con l’editore Schwarz: La presenza di Orfeo racchiude testi che la Merini dedica ai “grandi amici di quegli anni”. Dopo una tortuosa relazione con Giorgio Manganelli, si sposa con Ettore Carniti. Seguono altre bellissime pubblicazioni e la nascita della sua primogenita, Emanuela, e quindi della figlia Flavia; ma “se poeticamente la Merini si è “definita”, umanamente no e la bellezza delle sue poesie, specie quelle religiose, consiste appunto nell’insistenza dolorosa e sincera sul tema dell’impossibilità a salvarsi dalle angosce”.

image.jpg

Peculiare in questo contesto è la raccolta Tu sei Pietro, pubblicata da Scheiwiller nel ’61 e dedicata al medico Pietro De Paschale, dottore delle figlie. Il grande amore non corrisposto “offre esiti creativi nuovi” e porta ai massimi livelli l’intensità e le tendenze mistiche della poetessa. A questa raccolta seguono lunghi anni di silenzio e solitudine con l’internamento, nel ’65, al manicomio Paolo Pini, dal quale si “salva” tornando a scrivere, sempre più intensamente, nel ’79, dando sfogo a tutto ciò che si è accumulato in lei durante l’esperienza alla casa di cura. Questa scrittura densa e profonda sfocia nel capolavoro della Merini, La Terra Santa (pubblicato nel 1984), che nel ’93 vinse il Premio Librex Montale.

«Una ricognizione, per epifanie, deliri, nenie, canzoni, disvelamenti e apparizioni, di uno spazio – non di un luogo – in cui, venendo meno consuetudine e accortezza quotidiana, irrompe il naturale inferno e il naturale numinoso dell’essere umano».
Giorgio Manganelli, prefazione a L’altra verità. Diario di una diversa, 1986

Alda-Merini.jpg

Ma sono ancora anni difficili quelli che seguono la morte del marito nell’81: Alda Merini dovrà vivere la solitudine piena di donna e di poetessa, nella terribile indifferenza degli editori. Riacquista terreno con lo spazio offertole da Paolo Mauri nella sua rivista Il cavallo di Troia, che raccoglie trenta suoi componimenti, poi ripresi da Scheiwiller.

Comincia a comunicare con il poeta Michele Pierri e nell’83 lo sposa, trasferendosi da lui a Taranto: formavano una splendida coppia. Dopo un altro internamento in un ospedale psichiatrico, la Merini torna a Milano e comincia una cura psichiatrica. Intanto si avvicina alla scrittura in prosa e “riprende quota” come scrittrice, e soprattutto “si ferma e ricorda”. Scrive Titano amori intorno, con il quale si avvia alla composizione di aforismi, scrive la Ballate non pagate e quindi La volpe e il sipario; gli ultimi anni sono i più proficui in merito alla produzione aforistica, e vedono il privilegiare dell’immediatezza della comunicazione orale sul misticismo della scrittura.
Alda Merini muore il primo novembre del 2009, a Milano, divorata da un tumore osseo.

a-casa-della-zia-anna
Alda Merini insieme al marito e alle figlie

Anche in questo caso è difficilissimo racchiudere in poche righe una vita così piena, tormentata ed emblematica. Quello di Alda è un potere profetico, una forza mistica irradiata da versi carichi di memoria, angoscia, follia. Ma anche contemplazione, sofferenza che diventa visione poetica ed entra in contrasto con l’esistenza.
E poiché non è la prima volta – e non sarà di certo l’ultima – che vi parlo di questa immensa poetessa, oggi voglio proporre un punto di partenza, un componimento tratto dalla sua prima raccolta pubblicata; a voi l’interpretazione:

 

 

 

Sarò sola?

Quando avrò alzato in me l’intimo fuoco
che originava già da queste bufere
e sarò salda, libera, vitale,
allora sarò sola?

E forse staccherò dalle radici
la rimossa speranza dell’amore,
ricorderò che frutto d’ogni
limite umano è assetato di memoria,
tutta mi affonderò nel divenire…

Ma fino a che io tremo del principio
cui la tua mano mi iniziò da ieri,
ogni attributo vivo che mi preme
giace incomposto nelle tue misure.

Ottobre 1952

 

 

#riverberodipoesia: Dino Campana

Sull’orma di Rimbaud, l’autore che vi propongo oggi è stato un’anima a lui affine, ribelle e “nomade” come il nostro tormentato simbolista francese: Dino Campana. Anche per lui il viaggio è la ricerca di riposte, di armonia col mondo, è un percorso spirituale in cui la poesia rappresenta l’unico e potentissimo mezzo per riallacciarsi all’esistenza; anche lui plasma un linguaggio nuovo e moderno, un ritmo inusitato che trasforma la poesia conferendole una atmosfera orfica.

Il mio testo di riferimento in questo caso è Canti orfici e altre poesie in edizione Garzanti, che fa parte della collana I grandi libri/poesia, con introduzione e note di Neuro Bonifazi e acquistato al prezzo di copertina di €9,00.

«Poesia in fuga» è stata definita l’opera di Dino Campana, per l’urgenza di contenuti, l’impasto verbale furioso e straziante, la tensione alla costruzione sempre delusa, l’intrinseca componente trasfiguratrice e visionaria, la dimensione simbolico-metafisica. I versi e le prose liriche di questo volume sono riconosciuti come uno degli esiti più originali della poesia italiana del Novecento.

PicsArt_08-26-11.23.32
@riverberodiparole

Dino Campana nasce a Marradi il 20 agosto 1885 (sì, qualche giorno fa è stato il 133° anniversario dalla sua nascita), figlio del maestro elementare Giovanni Campana e di Francesca Luti, fervente cattolica. “Campana è stato, ed è ancora, in un certo senso, il poeta unico e straordinario, anzi l’immagine stessa della passione poetica e l’esempio di una vocazione perseguita fino alla pazzia”: dopo un’infanzia più o meno serena nel suo paese d’origine, Dino Campana comincia a soffrire di alcuni disturbi nervosi che diverranno sempre più intensi e lo porteranno a spostarsi spesso.

220px-Dino_Campana

È comunque molto difficile ricostruire la vita, seppur nelle sue linee essenziali, di un autore che è stato prettamente nell’ombra e, soprattutto, che è stato sottovalutato per moltissimo tempo. Le fonti che abbiamo sono lettere del poeta e dei corrispondenti, testimonianze di amici e conoscenti, dichiarazioni. Dopo aver terminato gli studi, fallita la carriera militare, decide di dedicarsi ufficialmente alla vita errante e solitaria e si concentra sulla propria formazione culturale. Tenta un’altra strada: continuando a leggere e scrivere, si iscrive prima alla Facoltà di Chimica presso Bologna, per poi lasciare l’università una volta fallito l’esame di fisica.

Nel 1906 comincia la cosiddetta “fuga campaniana” attraverso le Alpi, che si conclude con la reclusione in un manicomio di Imola, per volere del padre Giovanni. Successivamente si opta per l’espatrio del figlio: Campana viene mandato in Argentina, ma una volta giunto parte per la Pampa e si mantiene svolgendo vari mestieri. Dopo altri viaggi in terre straniere, Campana torna a Marradi e studia intensamente, torna all’Università di Bologna, sostiene e passa l’esame di fisica e continua ad avere “atteggiamenti stravaganti”.

dinocampana-640x420

In questi anni si intensifica la conoscenza della filosofia nietzscheana, fondamentale perno della sua poesia e della sua vita. Nel 1913 prepara la prima redazione manoscritta dei Canti orfici, che poi andrà perduta e quindi riscritta praticamente a memoria – il manoscritto sarà ritrovato soltanto nel 1971 fra le carte di Soffici, suo parente. I Canti orfici vedranno la luce per la prima volta sotto forma di testo stampato nel 1914, presso il tipografo Ravagli.

Segue un periodo a Firenze di «calcolate stravaganze», il periodo «forse il più saggio della vita di Dino, l’unico in cui gode di un certo rispetto e anche di una certa considerazione» (Vassalli).

AleramoCampana1916.jpgMa seguono anche altre smanie e deliri, fino ad arrivare al 1916 circa: dopo il corteggiamento con Emilio Cecchi, ha luogo la dolorosa relazione con Sibilla Aleramo, “che riesce a vincere la sostanziale misoginia di Campana, e si reca a trovarlo al Barco”. I due staranno insieme per poco tempo, vivendo un amore intenso quanto violento e folle; Dino Campana viene poi internato per la solita diagnosi di “demenza precoce” al manicomio di San Salvi e quindi nel cronicario di Castel Pulci, proseguono le sue “ubriachezze”. La «suggestione» rispetto all’ideologia orfico-nietzscheana prende il sopravvento dopo aver guidato gradualmente i suoi passi nel mondo.
Campana muore presso l’ospedale il primo marzo 1932, per setticemia o per sifilide – secondo due diverse fonti.

La poesia orfica di Dino Campana costruì le fondamenta di una nuova forma di produzione poetica, moderna e complessa, assimilabile a quella di Rimbaud. La profonda crisi psichica si concilia per lui con quella post ottocentesca, e fornisce lo spunto per un diverso linguaggio lirico.

Nel tessuto teso e inquieto della prosa lirica o narrativa dannunziana ha immesso la sua carica immaginaria, la «forza» (…) della sua fede, e ne ha foggiato istintivamente e frammentariamente, ma calcolatamente, un nuovo stile, che s’accende qua e là in ritmi nuovi, stravaganti come quelli dei pittori futuristi o cubisti o orfici, ma con un’«arte» diversa (come afferma lui stesso), un’arte veramente europea, di colori e di suoni, e soprattutto di versi e di sintassi liberi dalle strutture ottocentesche, e sia pure dannunziane o crepuscolari.

11.png
Sibilla Aleramo – Dino Campana

Il componimento che ho scelto di proporvi oggi è il seguente, a voi l’interpretazione più profonda:

La speranza (sul torrente notturno)

Per l’amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli intestini pianti
Da’ tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la Notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida Sorte . . .
. . . . . . . . . . .
Per l’amor dei poeti, porte
Aperte de la morte
Su l’infinito!
Per l’amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte!

 

 

#riverberodipoesia: Arthur Rimbaud

Questa domenica si cambia rotta: ci spostiamo in Francia per parlare di uno dei così chiamati “poeti maledetti”, uno dei più grandi scrittori che hanno aperto la strada alla poesia moderna e al suo nuovo linguaggio, Arthur Rimbaud.
Il testo di riferimento da cui ho tratto le informazioni e la poesia che vi propongo oggi è Opere in versi e in prosa, edito Garzanti Editore (2016) nella collana I grandi libri, che trovate al prezzo di copertina di €15,00, curato da Marziano Guglielminetti con traduzione di Dario Bellezza.

IMG_20180810_100530-01.jpeg
@riverberodiparole

Jean Nicolas Arthur Rimbaud nasce a Charleville il 20 ottobre del 1854, secondo di cinque – presto quattro – fratelli. La sua vita è sempre stata sopraffatta da quell’alone di leggenda, degenerato soprattutto dopo la sua morte e scaturito dai suoi numerosissimi viaggi verso terre esotiche: “che cosa è andato a cercare in quelle terre lontane? ci si chiese presto. E le ipotesi furono subito molte. Si è dato alle esplorazioni (…). Si è fatto re di una tribù di barbari (…). Ha reclutato soldati (…). Pratica il commercio degli schiavi (è quasi certamente una calunnia, tanto che lui stesso è costretto a smentirla, discorrendone con i suoi in una lettera del 3 dicembre dell’85). Non fu subito chiaro che era divenuto mercante d’armi e di caffè. Forse la leggenda sarebbe svanita quasi subito”.

È indubbio il fascino emanato dai suoi scritti fuori dagli schemi e, ancora di più, dalla sua vita sregolata e ribelle: sin da giovane, a scuola, emergono e risaltano le sue grandi capacità intellettive. La sua è una profonda ribellione che affiora presto, sommessamente, e che esplode all’incirca nel 1871, quando decide di tornare a Parigi a lavorare, e dove può progettare un nuovo tipo di poesia. Charleville gli sta stretta: Rimbaud odia “tanto il patriottismo dei suoi concittadini (…), quanto la mancanza di librerie confacenti al suo amore del nuovo”. Già prima di questa data, sedotto dalla vita mondana e dai vizi della grande città, aveva cominciato a mandare dei componimenti ad alcune importanti riviste parigine, nelle quali intanto venivano pubblicati gli scritti di autori come Baudelaire e Mallarmé.

verlrimb.png
Verlaine e Rimbaud ritratti in un dettaglio di Un coin de table di Fantin-Latour

Emblematico nella vita di Rimbaud l’incontro con Paul Verlaine, altro grande poeta del simbolismo francese, con il quale pare abbia anche avuto una relazione: assidua e copiosa la loro corrispondenza, intensa la loro amicizia che li porta a collaborare e a darsi forza reciprocamente. Mathilde, la moglie di Verlaine, è gelosa di questa nuova amicizia del marito e della vita stravagante che i due conducono insieme. “L’esercizio poetico si fa bohème e amore”, e Verlaine lascia la moglie per partire con Rimbaud in Belgio. Saranno tanti e vari i loro spostamenti, in particolare a Londra; ma passa solo qualche anno prima che si segni la rottura. Gli ultimi terribili mesi nei quali si inscrive la fine del loro legame sono raccontati da Rimbaud attraverso gli scritti incredibili di Une saison en enfer (Una stagione all’inferno), ultimato e pubblicato nel 1873, poco dopo le minacce di suicidio di Paul Verlaine e il suo tentativo di impedire il ritorno a Parigi di Rimbaud con due colpi di pistola.

12.jpgQuando, nel ’75, Verlaine – uscito di prigione – va a far visita al nostro poeta maledetto, a Londra, questi gli consegna il manoscritto delle Illuminations (Illuminazioni), il suo ultimo libro. Dopo il rifiuto da parte di Verlaine di prestargli denaro “da dissipare”, non è ancora chiaro in che modo viva Rimbaud per un determinato periodo. Sono documentati, a tratti, altri viaggi, alcuni lavori, fino all’approdo ad Aden e poi ad Harar, dove vivrà dall’88 in qualità di agente commerciale della ditta Tian: qui continua in qualche maniera la propria attività letteraria e medita a fondo sull’esistenza.
Un cancro al ginocchio cambia le carte in tavola e dà inizio ad un calvario lungo e tremendo di spostamenti e sofferenze che lo porteranno all’amputazione della gamba prima, all’abbandono da parte della madre poi. Con al fianco soltanto la sorella Isabelle, muore il 10 novembre del 1891.

Rimbaud.png

Quello di Rimbaud è un approccio diverso al linguaggio poetico: il suo spirito ribelle si manifesta apertamente anche nel lessico, nelle scelte di immagini, sentimenti, espressioni. Vuole indagare l’inconscio dell’uomo, passare dall’individuale all’universale e spingersi al limite delle convenzioni del suo tempo. Le sue sono preziose associazioni, descrizioni inconsuete che si rifanno alle corrispondenze di Baudelaire (vi invito a leggere il componimento Correspondances) e che non possono fare a meno di ricordarmi la poesia orfica di Dino Campana – ma questa è un’altra storia che, se vorrete, approfondiremo la prossima volta.

 

A voi, come sempre, l’interpretazione di questa poesia composta nel 1870:

Il male

Mentre gli sputi rossi della mitraglia
sibilano senza posa nel cielo blu infinito;
scarlatti o verdi, accanto al re che li schernisce
crollano i battaglioni in massa in mezzo al fuoco,

mentre un’orrenda follia, una poltiglia
fumante fa di centomila uomini,
– Poveri morti! Nell’estate, nell’erba e nella gioia
tua, o natura! tu che santamente li creasti!

– C’è un dio che ride sulle tovaglie di damasco
degli altari, nell’incenso e nei grandi calici d’oro,
che s’addormenta cullato dagli Osanna,

– e si risveglia, quando madri chine
sulla loro angoscia, piangendo sotto i vecchi cappelli neri
gli danno un soldo legato nel loro fazzoletto.

#riverberodipoesia: Guido Gozzano

Chi mi conosce sa anche del mio amore per una determinata cerchia di poeti, fra cui il meraviglioso Guido Gozzano, sempre rinchiuso, nel tempo, in categorie che non lo rispecchiano mai pienamente. Ho scelto di parlarvi proprio di lui per sottolineare la sua eccezionalità e per provare, con questo brevissimo articolo, a scardinare alcuni pensieri che spesso ci si porta dalle scuole superiori – sempre che si riesca a studiarlo. La mia fonte è la copiosa raccolta Poesie e prose, edita Feltrinelli Editore (Universale Economica), della collana Classici, acquistato al prezzo di copertina di €13,00 e curato da Luca Lenzini. 

IMG_20180805_171807_703
@riverberodiparole

Guido Gustavo Gozzano nasce a Torino il 19 dicembre 1883, figlio dell’ingegnere Fausto Gozzano e di Diodata Mautino, “apprezzata attrice dilettante, donna brillante e di buona cultura”. Gozzano non splende particolarmente negli studi, ma comincia prestissimo a comporre, scrivendo La vittima nel 1897 per l’amico Ettore Colla e, successivamente, Primavere romantiche per l’anniversario della morte del padre, nel 1900. Quattro anni dopo si iscrive alla Facoltà di Legge, e comincia a far parte della Società di Cultura, grazie alla quale scopre la cultura francese più recente, quella di Corbière, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé. Il 1906 è l’anno in cui vengono composti alcuni dei suoi testi più celebri ed è anche l’anno in cui Gozzano conosce Amalia Guglielminetti, autrice italiana allora molto in vista. Nel 1907 l’editore Streglio pubblica la sua raccolta La via del rifugio, e a Gozzano viene diagnosticata la tubercolosi polmonare. Il libro comincia a ricevere consensi e recensioni positive su varie testate giornalistiche, e poco dopo ha inizio la relazione fra Gozzano e la Guglielminetti.

Amalia-Guglielminetti-e-Guido-Gozzano-sulla-Riviera-ligure-agosto-1914-326x431.png
Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti

Il rifiuto della proposta dell’autorevole Treves per una nuova edizione di La via del rifugio – Gozzano non vuole macchiare la “propria fedina letteraria illibata” – non frena in alcun modo la sua intensa attività letteraria, che produce man mano composizioni che confluiranno poi nei Colloqui, recensioni di romanzi ed altri progetti letterari. Dopo le lodi di Ada Negri, fra i tanti, alla Signorina Felicita ovvero la felicità, apparsa nella Nuova Antologia, nel 1910 Gozzano concorda  l’affare con Treves, editore di D’Annunzio, per la pubblicazione dei Colloqui, che avverrà l’anno successivo, portandosi dietro una scia di recensioni, non senza pareri negativi. Ci sarebbe molto altro da dire, ma in questa sede è difficile dilungarsi: la sua produzione prosegue praticamente ininterrotta fino al 1916, in forme diverse. Dopo vari spostamenti, rientra a Torino e, la sera del 9 agosto, muore a soli 32 anni.

guido_gozzano_con_la_madre2-kpCH-U10801063163293jqG-1024x576@LaStampa.it
Gozzano insieme alla madre Diodata

Interessantissimo il confronto scritto da Pier Paolo Pasolini fra le figure di Gozzano e Kafka: Gozzano, scrive, “è molto più vicino a Leopardi”, la sua poesia “è tutta narrativa. (…) Se non è una vera storia che egli racconta, è comunque una ‘scena’ di vita reale“. Il lirismo di Gozzano è una specie di effetto teatrale, si staglia su di una scrittura naturalistica e descrittiva, immersa nei tempi dell’imperfetto e del passato remoto, ricca di ricordi e costellata di dettagli. L’opera di Gozzano è il riflesso del suo essere, della sua cultura tutta, della sua concezione letteraria e del suo dolore. Le sue enormi capacità, che lo hanno reso, sempre secondo Pasolini, il rimatore più abile dopo Dante, lo hanno tuttavia esposto come uomo “incompleto”, il cui umorismo “non spiega tutto”.

Gozzano è vittima della propria parodia involontaria. (…) A libro chiuso, appare come un grumo informe e piccolo di dolore e avvilimento, senza né grazia naturale né grandezza costruita.

Già nel 1973 Pasolini scrive che “Gozzano è difficilmente riconducibile a iniziatore o modello per eventuali teorie o gusti letterari nuovi”:

I crepuscolari stessi (…) non hanno alcun motivo per eleggere a caposcuola o maestro un poeta che non ha proprio niente a che fare col crepuscolo: un poeta così spietatamente e incondizionatamente in luce, così incapace di penombre e di sfumature.

Dunque, facciamo attenzione anche noi, oggi, a catalogare la sua vita o le sue opere al di sotto di qualche ambigua classificazione.

gozzano-696x472.jpg

La poesia che ho scelto di condividere con voi sembrava chiamarmi: una tempesta inattesa ha scosso questa domenica, ed è abbastanza raro che in Sicilia esploda una pioggia del genere nel pieno di Agosto. A voi, come di regola, l’interpretazione di questo componimento tratto dai Colloqui:

Pioggia d’agosto

Nel mio giardino triste ulula il vento,
cade l’acquata a rade goccie, poscia
più precipite giù crepita scroscia
a fili interminabili d’argento…
Guardo la Terra abbeverata e sento
ad ora ad ora un fremito d’angoscia…

Soffro la pena di colui che sa
la sua tristezza vana e senza mete;
l’acqua tessuta dall’immensità
chiude il mio sogno come in una rete,
e non so quali voci esili inquete
sorgano dalla mia perplessità.

“-La tua perplessità mediti l’ale
verso meta più vasta e più remota!
È tempo che una fede alta ti scuota,
ti levi sopra te, nell’Ideale!
Guarda gli amici. Ognun palpita quale
demagogo, credente, patriota…

Guarda gli amici. Ognuno già ripose
la varia fede nelle varie scuole.
Tu non credi e sogghigni. Or quali cosa
darai per meta all’anima che duole?
La Patria? Dio? l’Umanità? Parole
che i retori t’han fatto nauseose!…

Lotte brutali d’appetiti avversi
dove l’anima putre e non s’appaga…
Chiedi al responso dell’antica maga
la sola verità buona a sapersi;
la Natura! Poter chiudere in versi
i misteri che svela a chi l’indaga!”

Ah! La Natura non è sorda e muta;
se interrogo il lichène ed il macigno
essa parla del suo fine bisogno…
Nata di sè medesima, assoluta,
unica verità non convenuta,
dinnanzi a lei s’arresta il mio sogghigno.

Essa conforta di speranze buone
la giovinezza mia squallida e sola;
e l’achenio del cardo che s’invola,
la selce, l’orbettino, il macaone,
sono tutti per me come personæ,
hanno tutti per me qualche parola…

Il cuore che ascoltò, più non s’acqueta
in visïoni pallide fugaci,
per altre fonti va, per altra meta…
O mia Musa dolcissima che taci
allo stridìo dei facili seguaci,
con altra voce tornerò poeta!-

#riverberodipoesia: Antonia Pozzi

Dato che uno dei generi che prediligo è la poesia, dato che adoro leggerne e parlarne e scoprire sempre qualcosa di nuovo e, a volte, inusuale, ho pensato di creare – inizialmente solo sul mio profilo di Instagram – una rubrica settimanale per proporvi proprio dei componimenti che trovo particolarmente belli, evocativi, capaci di ispirare e far riflettere. Poi ho pensato che sarebbe stato bello approfondire maggiormente il progetto, e ho ritenuto che sarebbe stato interessante parlare anche un po’ dell’autore attraverso un articolo sul blog, nel tentativo di gestire meglio le pubblicazioni: questa è la premessa del piccolo pezzo che segue, che recupera la poetessa e la poesia di domenica scorsa. Ogni prima domenica del mese verrà fuori un articolo di questo tipo, correlato alla poesia pubblicata (e brevemente spiegata) su Instagram.

L’autrice che ho scelto per prima è Antonia Pozzi, della quale posseggo la raccolta Guardami: sono nuda pubblicata da Edizioni Clichy nel 2014, al prezzo di €8,00 e curata da Ernestina Pellegrini. Questa breve e splendida raccolta fa parte della collana Père Lachaise, che punta a proporre (o riproporre) “autori fondamentali della letteratura mondiale” con i loro scritti inediti o introvabili.

IMG_20180729_173720_251.jpg
@riverberodiparole

“Ho paura e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granelli sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia”.

Antonia Pozzi nasce nel 1912 a Milano, figlia di Roberto Pozzi e Lina Cavagna Sangiuliani. E’ una ragazzina piena di passioni ed energie. Al liceo vive la relazione che segnerà per sempre la sua mente e la sua vita, nonché le relazioni successive: si innamora visceralmente del suo professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi, vivendo con lui una relazione ostacolata in ogni modo dal padre. La rottura con Cervi, avvenuta nel ’33, non sfregerà comunque l’amore provato, che Antonia tenterà di colmare in maniera tormentata. All’università, presso la quale si era iscritta alla Facoltà di lettere e filosofia nel 1930, si innamora prima di Remo Cantoni e poi di Dino Formaggio, finendo in entrambi casi non ricambiata e ferita. Antonia cerca ancora di rifarsi, di risollevarsi concentrandosi nello studio e nel lavoro, inseguendo altri progetti con il cuore lacerato. Il 1938 è l’anno tremendo e fatidico delle leggi razziali che le portano via alcuni amici e le provocano una forte crisi, che non si arresta e cova nel profondo anche quando trova lavoro presso l’Istituto Tecnico Schiapparelli di Milano. Il 3 dicembre di quello stesso anno infatti, stesa in un fosso, “si imbottisce di barbiturici e si lascia morire”.
• Se volete informazioni approfondite sulla sua vita e sulla sua opera esiste un sito apposito: antoniapozzi.it.

AntoniaPozzi.jpg

“Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti  i fossi che ho tanto amato. E non piangete perché io sono in pace”.

La sua sensibilità analizza la vita, si interroga nella sua solitudine forzata e travagliata e si apre a descrizioni vivide di paesaggi immensi di luce, alla ricerca di una risposta ai tormenti: il suo è un linguaggio carico di amore volto a risolvere la sua infinita crisi. Il luogo della pace ritrovata è la morte, “la sua patria è l’altrove”.

A voi l’interpretazione più profonda della poesia che ho scelto di proporvi per questo primo articolo:

foto-ap-monti-intera1

Un’altra sosta

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.