Sradicare la cultura dello stupro

Come si sradica la cultura dello stupro?
Questa domanda mi perseguita dalla prima volta che mi ci sono confrontata.
È di ieri l’articolo di Simone Fontana, che su Wired Italia analizza chat e dinamiche del “più grande network italiano di revenge porn, su Telegram”:

È qui che l’espressione stupro virtuale assume una connotazione completamente diversa, dolorosamente reale. Non c’è nulla di astratto in questa violenza, niente di innocuo: c’è il sesso utilizzato come mezzo per affermare dinamiche di potere, ci sono i carnefici e ci sono le vittime. Tutto accade su internet, ma le conseguenze hanno ben poco di virtuale.

E il problema continua a non esistere.

Il problema non esiste. Per la maggior parte degli italiani e delle italiane, il problema della disuguaglianza di genere non esiste, e nemmeno quello delle disuguaglianze sul posto lavoro, in un contesto familiare o amicale. Non esiste il problema dell’oppressione di genere, delle varie forme di violenza di genere; non esiste il problema della foto scattata, rubata ad una ragazza sull’autobus, o presa da un social network e lanciata dentro un gruppo su Telegram di oltre 40 mila uomini che inneggiano allo stupro. E se il problema non esiste, non esiste la presa di coscienza, non esiste la presa di posizione e non esiste la battaglia che tutti quelli che si vogliono dissociare hanno il dovere di portare avanti. Se il problema non esiste, esistono invece affermazioni quali: “Ma se voi non fate niente, allora significa che va bene così”, “Siete esagerate”, “Smettete di fare le vittime”. Esistono affermazioni come: “Ma se esiste un gay pride, perché non dovrebbe esistere un etero pride?”, “Voi e le vostre manifestazioni cretine”, “Vi fate troppi problemi”. Ecco: il problema non esiste, o forse si finge che non ci sia. E invece sarebbe cruciale ammettere che ciò che non è normalizzato agli occhi della società – la parità fra i sessi in ogni ambito, le relazioni omosessuali, per fare due soli esempi – ha bisogno, necessariamente, di un grido di sostegno, di persone che si schierano e che ne dichiarano la legittimità e la giustizia.

Avevo letto di questi terrificanti gruppi su Telegram già qualche tempo fa, quando, sempre su Wired Italia, uscì un articolo di Luca Zorloni che mostrava la chat di uno dei gruppi più popolati in tal senso, chiamato Canile 2.0.

I casi di stupri virtuali di minori online scoperti dalla polizia postale sono raddoppiati tra il 2016 e il 2018: da 104 casi a 202 l’anno. Nelle chat emergono anche forme di stalking.

Ricordo che rimasi molto colpita da questa scoperta, nonché profondamente disgustata. Non è la prima volta che accade e non sarà l’ultima, ahimè. Ho scritto altre volte riguardo ad alcuni fatti orribili, sulla violenza di genere e sul femminicidio. Nel 2017 mi rifacevo ad un fatto di cronaca per buttare giù, di pancia, alcuni pensieri sulla cultura dello stupro in Italia, così radicata nelle menti di uomini e donne inconsapevoli; nel 2018 leggevo Thanopulos, e alla luce del suo La solitudine della donna scrivevo che “(…) è semplicemente un modo per ripetere, ancora una volta, che i fatti di cronaca degli ultimi anni, che contano ogni giorno almeno una storia di omicidio-suicidio o di violenza sulle donne, prendono il via da un problema reale che non scaturisce dalla natura dell’uomo – secondo un modo di pensare sessista o antiquato –, ma che è insito nell’organizzazione della nostra società. La società di oggi impone egoismo e diffidenza nei confronti dell’altro, non permette che il rapporto fra gli uomini, fra gli uomini e le donne possa avere luogo senza che l’uomo si senta in qualche modo su un gradino più in alto, come detentore di diritti che alla donna non sono mai appartenuti veramente”.

Ho sempre immaginato la cultura dello stupro legata inevitabilmente a tanti altri problemi sociali, come traino e come conseguenza. D’altronde si tratta di un male così profondo da aver formato metastasi in ogni aspetto e settore del nostro sistema. Volendo dare solide fondamenta al mio discorso, mi rifaccio ad un altro libro, Femminismo per il 99% – Un manifesto di Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser (Editori Laterza), in cui si legge: “Noi sappiamo che nel capitalismo la violenza di genere è una condizione sistemica, non un’interruzione dell’andamento regolare delle cose. (…) Nelle società capitaliste la violenza di genere non è un fenomeno isolato. Al contrario, è profondamente radicata all’interno dell’ordine sociale che intreccia la subordinazione delle donne con un’organizzazione del lavoro connotata dal genere e con le dinamiche dell’accumulazione capitalistica. (…) La violenza, in tutte le sue forme, è parte del funzionamento quotidiano della società capitalista (…). Non si può fermare una singola forma di violenza senza fermare le altre”. Dunque tutto può essere considerato collegato, le nostre mancanze derivano dalla cultura dello stupro e allo stesso tempo la fortificano, lasciando sole le donne a combattere una battaglia che è di tutti.

In un momento di forte crisi del capitalismo (periodi inevitabili) esplodono la violenza di genere e lo stupro come “strumento di controllo” di fronte a varie incertezze. La storia parla chiaro per noi: basti pensare agli stupri perpetrati dai soldati colonizzatori, alla schiavitù sessuale di “donne nemiche” o all’immaginario fascista della patria-donna-madre e a tutte le violenze che avvengono ancora, ogni giorno, sotto i nostri occhi, che noi ce ne accorgiamo o meno. Questa cultura, è indubbio, è dura a morire. Ce lo dimostrano quei 43 mila utenti, in gran parte assolutamente anonimi, che convengono con le parole di uno di loro: “Le femmine sono soltanto carne da fottere e stuprare, da sbattere in rete punto e basta”. Rabbrividisco.

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Ringrazio gli autori di questi articoli perché forse possono contribuire a gettare un po’ di luce negli occhi pigri di quelli che ancora ritengono che il problema della disuguaglianza e dell’oppressione di genere non esista. In una società sana, il primo passo sarebbe appunto prendere coscienza della realtà vera che ci circonda, perché non si può pensare ad una soluzione senza una problematica da analizzare. E ritorno al mio quesito iniziale: come si sradica la cultura dello stupro? Pongo a voi questa domanda, e io mi azzardo a dare una risposta, forte dell’idea che ho coltivato fino a questo punto: con l’educazione, con un sistema scolastico che mira davvero a formare delle persone consapevoli, dal forte senso civico e morale, rispettose, giuste. Con una scuola che mira all’inclusione e che non costruisce differenze, e che soprattutto mette di fronte ai suoi studenti tutte le storture della società per far sì che le capiscano davvero e che, un giorno, possano battersi anche loro per contrastarle, tutti insieme.

Perché è fondamentale l’educazione sociale e sessuale per adulti e bambini? Perché a far parte di quei gruppi (Canile 2.0, Stupro tua sorella 2.0 e altri) ci sono amici, fidanzati, padri che decidono di dare in pasto ad altri come loro figlie, mogli, ex fidanzate, con tanto di nome e cognome, indirizzo di casa o del posto di lavoro, numero di telefono e account dei social. Sono uomini che invitano altri uomini a “punire” le donne con cui sono stati, mandando foto e dati sensibili e incitando allo stupro (revenge porn); sono uomini che chiedono foto di minorenni e video di violenze sessuali; sono uomini che si nascondono dietro la sicurezza dell’anonimato e che, una volta chiusa la chat, dormono sonni tranquilli e vivono una vita normale, a contatto con la famiglia e gli amici – che probabilmente non sospetterebbero mai di loro. Come ha giustamente scritto Federica Marsili: “Ecco, signori, la banalità del male”.

Assodato che il problema esista e sia di natura sociale, occorre dire che la società e la sua cultura non nascono come entità immobili e ben definite. Nascono e si trasformano grazie alle prime persone che hanno voluto pensarle, immaginarle e costruirle, e sono dunque suscettibili di variazioni. Tutti noi abbiamo il potere e il dovere di cambiarle nel tempo (di cambiare nel tempo) affinché sia equa e giusta, affinché situazioni di questo tipo non si manifestino più. Per poter agire, però, dobbiamo prima ammettere che qualcosa non va, e dunque prendere una posizione. Informiamoci, leggiamo, educhiamoci ed educhiamo. Uomini – che non avete niente a che fare con la categoria che ho descritto finora: c’è bisogno che lottiate anche voi, e che lo facciate allo scoperto. Ci vorrà moltissimo tempo prima di poter raggiungere davvero dei risultati: ma se non ora, quando?


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Autobiografia linguistica: infanzia

La verità ha un linguaggio semplice e non bisogna complicarlo.
EURIPIDE

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Mia zia Enza racconta che quando sono nata ero una bedda picciridduna luonga¹; la nonna le diceva, disperata, osservando l’infermiera che mi faceva il primo bagno: “Un si pò sgaddari!”². Sì, a quanto pare sono venuta fuori completamente ricoperta di grasso. Mi sono sviluppata nel mio caloroso nucleo di sole donne – con l’eccezione del nonno e dello zio Carlo che veniva spesso a trovarci – e la mia storia d’amore con le parole ha avuto ufficialmente inizio ad appena due anni dalla mia nascita, quando riuscivo già ad utilizzare correttamente alcuni costrutti linguistici, allontanandomi dalla fase di baby talk del mio primo anno di vita. Mi facevo capire abbastanza bene. Mia madre Adriana, che è riuscita a frequentare per qualche anno l’università a Scienze naturali, si è sempre rivolta a me come lo si fa con una persona adulta: mi spiegava tutto quello che non conoscevo, senza edulcorare le terminologie con commistioni infantili.

Quando volevo raccontare qualcosa utilizzavo dei termini così inconsueti per la mia età che la zia spesso si stupiva e, rivolgendosi a mia madre, diceva: “a sintisti a picciridda?”³. Mi piacerebbe davvero tanto possedere dei ricordi vividi di quel periodo! Di fronte ai miei inusitati comportamenti e alle mie risposte pacate, mia madre ha sempre detto: “Annuccia è saggia”⁴. Mi ha raccontato di una volta che avevo due anni, lei si è addormentata per un′ora sul divano e, quando di colpo si è svegliata presa dal panico per avermi lasciato da sola, mi ha trovata immobile seduta di fronte a lei.
Mia sorella Dorotea, al contrario, dicono sia nata cu l’uocchi ri fuora⁵– in questo tripudio di nascite forse è inutile sottolineare che, da tradizione, lei ha preso il nome dalla nonna materna, io da quella paterna, senza se e senza ma. Anche mia madre ha preso il nome da sua nonna Adriana, da parte materna, in un ciclo inarrestabile tipico dei piccoli paesi siciliani. Curiosità: non abbiamo mai chiamato mia sorella con il nome di battesimo, per noi è sempre stata Dorothy, tanto che la stessa nonna Dora una volta propose di cambiarle direttamente il nome all’anagrafe.

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Io e mia sorella Dorothy

A quattro anni amavo utilizzare i congiuntivi e mi annoiavo a stare all’asilo, così, dopo un anno di preparazione, mia madre ha deciso di farmi fare gli esami per entrare dritto in seconda elementare. Lì ho trovato finalmente pane per i miei denti, la mia curiosità linguistica è stata perennemente stuzzicata da maestri preparati e intelligenti: il maestro Arancio, per esempio, vedendomi così entusiasta nei confronti delle materie umanistiche, mi faceva acquistare dei piccoli romanzi per bambini – un esempio su tutti, Il mistero del cane di Mario Lodi – che avrei dovuto leggere con attenzione per segnare tutte le parole che non conoscevo. Me le faceva annotare su una rubrica insieme al loro significato, e per tutti gli anni delle scuole elementari – e poi anche delle medie – il mio lessico si è espanso così, accogliendo di volta in volta parole per me incredibili e bellissime, come “rischiarare” o “immensità”, parole che ricercavo e memorizzavo (e poi utilizzavo in continuazione), scovate nelle antologie scolastiche e nelle canzoni, termini dei quali adoravo il suono.

Ben presto ho imparato a convogliare questa ardente passione nella scrittura, dilettandomi a inventare fiabe, a scrivere in versi e a riempire pagine e pagine di diari segreti ed agende. Tramite ciò che è rimasto di queste produzioni scritte (che riportano quasi tutte la data e i dettagli più minuziosi) ho osservato che, se da un lato non mi capitava quasi mai di fare errori in merito ai verbi, qualche volta invece esageravo con le reggenze – forse perché ogni volta che utilizzavo la preposizione “a” avevo la sensazione che fosse scorretto, “troppo dialettale”:

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Sorvolando sulla chiusura influenzata dal catechismo – che sembra tutt’al più la giustificazione auto imposta di una bambina che vorrebbe piuttosto infuriarsi con la sorella piccola – , è chiaro che non andassi molto d’accordo con le reggenze, no? “A Dory le voglio”, “…accontentano sempre a lei”: che fosse un caso di ipercorrettismo non ne sono certa. Un’altra cosa che si nota è l’uso spropositato delle virgole (ho imparato a padroneggiare decentemente la punteggiatura soltanto anni dopo) e qualche raro errore di ortografia che mi ha fatto sorridere (come “lensuolo” in questa piccola poesia):

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Scrivevo poesie e storie su qualsiasi cosa mi capitasse. Una volta ne ho scritte due sui cartoncini dei collant, me le portavo in giro e le modificavo in qualunque momento. Altra curiosità: con una di quelle poesie ho partecipato ad un concorso in paese, quando avevo otto anni. Il mio primo personal computer ha rappresentato una svolta in relazione alla scrittura, alla personalizzazione e all’archiviazione delle cose che mi passavano per la testa.

L’ascolto di storie è stato determinante per la mia formazione linguistica, io e mia sorella trascorrevamo gran parte della giornata con la nonna che ci intratteneva e ci istruiva in svariati modi, e non ci faceva mai mancare un racconto o una canzone. Imparavo a lavorare all’uncintetto cantando Oba Ba Luu ba e poi Piange il telefono, segnavo la stoffa col gessetto che mi piaceva tanto, fingendomi una sarta come la nonna, che con occhi vigili e buoni intanto osservava me e Dorothy che si dilettava disegnando. Sono cresciuta a pane con l’olio e canzoni di Modugno e Johnny Dorelli, il racconto di Culapisci (Colapesce) e i spinciuna⁶ tipicamente con i broccoli, e soltanto adesso mi rendo conto di quante cose ho sempre dato per scontate, anche solo guardando alla mia infanzia. Basti pensare a tutte quelle storie del paese che fino a qualche tempo fa ignoravo e che finalmente mi sono decisa a conoscere e scandagliare.

 

Fine seconda parte

 

¹ Bella “bambinona” lunga;
² Non si può sgrassare, let.
³ Hai sentito la bambina?
⁴ Buona, pacata; in dialetto il termine “saggio” ha questa accezione;
⁵ Con gli occhi di fuori, let.
⁶ Gli sfincioni rappresentano il prodotto da forno simbolo di Ficarazzi, in cui ogni anno si tiene una sagra dedicata. Su un impasto simile alla pizza, che però viene fuori molto più alto e morbido, si adagia uno strato di tuma (formaggio siciliano) e quindi la conza (condimento) a base di broccoli – molto gustosa. Ogni anno mia nonna prepara la conza in un enorme pentolone e poi si reca al panificio per realizzare da dieci a dodici sfincioni.


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Autobiografia linguistica: alberi genealogici

Il linguaggio non è la verità.
È il nostro modo di esistere nel mondo.
PAUL AUSTER, L’invenzione della solitudine

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Ficarazzi è un piccolo paese in provincia di Palermo: oggi conta poco più di tredicimila anime, ma ai tempi della nonna Dora e del nonno Nino non se ne contavano più di cinquemila, sulu chiddi ca stavanu nno stratuni¹. Per comprare casa la nonna ha dovuto vendere il suo tumminu² di terreno, lasciatole in eredità da suo padre, Vincenzo. Proveniva da una famiglia benestante, i cui componenti avevano ricevuto una istruzione mediamente buona. Nannu Vicienzu (nonno Vincenzo) era un coltivatore diretto che si occupava di enormi frazioni di terreno, e nei periodi di siccità partecipava alle processioni del Santissimo Crocifisso insieme ai suoi compaesani, pregando affinché piovesse sulle coltivazioni.

«Quannu c’era a carestia, tutti i coltivatori diretti si mettevanu nna strata e si passavano u crocefisso, u chiamavanu Crocefisso del miracolo: si passavanu stu crocefisso pi tutti i stratuzzi e prima che arrivava arrieri a chiesa e Ficarazzi, chiuvieva. Io mu ricordo ri picciridda»³, racconta con passione la nonna.

Vi racconterò anche la storia del Crocifisso del miracolo, in uno dei prossimi articoli, ma procediamo con calma.

Fino a qualche anno fa non mi sono mai chiesta nulla sul mio paese, anzi, ho sempre provato un forte senso di fastidio: che sarà mai, mi chiedevo, è sulu na strata!⁴ E il dialetto poi, questo sconosciuto: lo capisco, ma tanto non lo so parlare, mi dicevo, e poi l’italiano è la lingua che conta, quella che parlano tutti, con cui dobbiamo farci capire. Soltanto di recente, e proprio grazie ai miei studi e alla mia passione per le lingue e le parole, mi sono riavvicinata alle mie origini, fatte di racconti popolari, sostrati variegati e shock linguistici. Ho indagato le genealogie, le vicende di vita complicate e confuse, e ho ricostruito – in piccolissima parte – quei tasselli della mia personalità che il tempo e la mia ostinazione stavano facendo tragicamente dissolvere.

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Io e la nonna Dora un anno fa, festeggiando il mio compleanno

Come dicevo, i membri della famiglia della nonna, i Martorana, avevano ricevuto, quasi tutti, un’istruzione mediamente buona – lei è arrivata sino in quinta elementare. L’alternativa alla scuola era quella di carriari panara e cuogghiri cuosi⁵ sin da bambini, ma almeno loro l’istruzione potevano permettersela. Fra i casi insoliti poi figurava quello della nonna Rusidda allittrata (Rosetta acculturata, letterata), la mamma del nonno Vincenzo – la nonna della nonna, insomma – , appassionatissima lettrice che durante il giorno si metteva a leggere dietro le persiane che davano sul Corso Umberto, sotto gli sguardi sconvolti dei passanti che spettegolavano e si chiedevano perché non stesse cucendo, piuttosto. «Chidda era patita ri libra e ci purtavanu, u sai, ca carruozza»⁶. O ancora, il padre del nonno Nino, nonnu Callu (nonno Carlo), che segnava appunti a matita persino sulla Bibbia, mentre leggeva: suo figlio, il mio adorato nonno Nino, ha raccolto questa bellissima eredità, e da avido lettore, a sua volta, racconta fiero di aver divorato persino la Divina Commedia e il Corano. Ha frequentato la scuola fino alla prima media e ricorda quasi perfettamente dei passi letterari e delle poesie che ha imparato a memoria da bambino: “Picchì allura a scuola media mica era comu uora, prima si sturiava vieru”⁷. Il bagaglio culturale di mio nonno si è arricchito anno dopo anno, con le novità letterarie che uscivano man mano e con quel sostrato (dialettale e non) di racconti e parodie di classici che mi facevano tanto divertire, ma su cui solo oggi riesco a riflettere, comprendendone appieno il valore ed il significato. Oggi mi ripetono che devo aver preso la mia bibliofilia proprio da Carlo, Nino e Rusidda.

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Il nonno Nino sottolineava il mio anno in più, in quello stesso giorno

Nella mia casa si è sempre parlato rigorosamente l’italiano (regionale). Era concessa giusto qualche espressione dialettale qua e là. Quando era piccola, la nonna Dora ha subìto un duro shock linguistico a scuola, rendendosi conto che il dialetto, la sua lingua di prima socializzazione, non era sufficiente a farsi comprendere ovunque, poteva creare disparità e barriere insormontabili. Per questo motivo si ripromise di parlare ai suoi figli esclusivamente in italiano: e così fece. Mia madre Adriana e i miei zii, Carlo e Maria, non parlavano abitualmente il dialetto, e non riuscivano nemmeno a capire alcune parole utilizzate frequentemente dai loro coetanei. La nonna portò avanti questo proposito anche con noi nipoti, ma naturalmente, da bambina, non mi accorgevo del code mixing naturale e spropositato della sua parlata, come anche della sua estrema attenzione nell’evitare gli errori più gravi – che pure, ogni tanto e giustamente, le sfuggivano. Adesso che sono cresciuta e che ho sviluppato una certa sensibilità d’orecchio e una particolare accortezza dovuta ai miei studi, mi rendo conto delle interferenze, degli ipercorrettismi e degli stadi evolutivi dei termini del suo lessico, ed è, per me, una continua ed emozionante scoperta.

 

Fine prima parte

 

¹ Solo quelli che stavano nello “stradone” (in riferimento a Corso Umberto, la strada principale che attraversa tutto il paesino);
² “Tumolo”, antica unità di misura di superficie agraria, equivaleva a un certo numero di metri quadrati di terreno a seconda della provincia in cui ci si trovava: in provincia di Palermo corrispondeva più o meno a 1.394 m²;
³ «Quando c’era la carestia, tutti i coltivatori diretti si mettevano in strada e si passavano di mano in mano il crocifisso, lo chiamavano Crocifisso del miracolo: si passavano questo crocifisso lungo tutte le piccole strade e prima che ritornava alla chiesa (di partenza) a Ficarazzi (il paese ha due punti di riferimento rappresentati da due chiese, e si considerava diviso in Ficarazzi e Ficarazzelli) iniziava a piovere. Io me lo ricordo sin da quando ero bambina»;
⁴ Solo una strada;
⁵ Trasportare cesti e raccogliere frutti;
⁶ Lei era appassionata di libri e glieli portavano, lo sai, con la carrozza;
⁷ Perché allora la scuola media mica era come adesso, prima si studiava seriamente.


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Giovanna Cristina Vivinetto: “Ma il nostro destino è in quelle case e resteremo lì anche se ce ne siamo andati”

Vi avevo parlato di Giovanna Cristina Vivinetto in un articolo della rubrica #riverberodipoesia, più di un anno fa, in occasione della presentazione di Dolore minimo, suo eccezionale esordio letterario. E ve ne parlavo così:

Quella di Vivinetto è una poesia che ascolta, che invita all’ascolto e che, in qualche modo, sa ascoltare le sensazioni intime del lettore, è una poesia fatta di dialogo, di attesa, di rapporti umani, di ruoli, e il suo è uno sguardo che solca la psiche con sempre più forza alla ricerca del Nome. Il disagio e la sofferenza segnano un percorso che procede a passo sempre più sicuro, dipingono una realtà di tormento che vuole esorcizzare il suo stesso male.

Vi parlavo di un “versificare dolce, delicato, preciso, attento e aperto, ampio”, e della descrizione di un dolore che “accompagna la rinascita”, dell’importanza della nominazione quale riconoscimento di un’esistenza. Vivinetto torna ora a sorprenderci – dopo aver vinto, tra l’altro, il prestigioso Premio Viareggio Opera Prima 2019 – con la sua seconda raccolta, Dove non siamo stati, pubblicata per BUR Rizzoli a febbraio 2020, con una prefazione di Roberta Dapunt e una nota critica finale di Alberto Bertoni.

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@riverberodiparole

Sulla scia del percorso iniziato nella prima raccolta, Dove non siamo stati si apre con l’idea di una lacerazione – la prima sezione si intitola La misura dello strappo. Vivinetto procede con la sua penna pungente, la sua mano leggera imprime i segni di un dolore grande, condiviso, che pure è un dolore piccolo. In una prima parte autobiografica, racconta il tremendo morbo di Alzheimer, le sue conseguenze degenerative, alcuni episodi di una vita che smarrisce i suoi colori dopo un’acuta regressione – le mani ferme nell’acquaio, la gatta immaginata dietro la tenda e la bambina al lato del letto: immagini in bilico fra ciò che esiste/resiste e ciò che scompare (“sui fondali si addensa ciò che non si vede”).

Un breve romanzo in versi pregno di umanità, quello di Giovanna Cristina Vivinetto, e quindi pregno di dolore, un dolore familiare, intimo, atroce e partecipato, la sofferenza dovuta a una debolezza non voluta, ma determinante e caratterizzante: quella umana, appunto. Scrive Dapunt:

C’è molto passato in questi versi. […] Volgere in poesia la storia di chi in vita non ce la fa e ancora di più, tracciare sulla carta quei suoni che stanno fuori dal modulo metrico della società, richiede un passaggio che invita a essere percorso e attraversato.

È una poesia che, forse ancor più di quella di Dolore minimo, riesce ad ascoltare l’interiorità del lettore, penetra in profondità il pensiero e trascina in una lettura amara quanto catartica e necessaria. Le quattro parti della raccolta scorrono come un unico lungo canto – non sono solita leggere ad alta voce, ma ammetto che questa volta mi sono sentita quasi in dovere di calarmi mente e corpo in ogni verso, prestando la mia voce in nome di un’esperienza totalizzante. Si percepisce ancora meglio l’influenza di due grandi poetesse a cui si ispira la Vivinetto: Antonella Anedda (sento in particolar modo la vicinanza alla raccolta Historiae, che tanto ho apprezzato) e Wisława Szymborska.

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Come racconta in una video intervista per il Corriere della Sera, l’autrice si propone di “interrogare un’assenza per renderla vivibile, per renderla concreta”: le storie di chi non c’è più fungono da aggancio fra noi e quel passato così vicino, ci aiutano a capire il mondo, ad entrare davvero a fondo nella nostra personale realtà, così unica e così legata a quelle degli altri. L’idea di una terapia auto-imposta del racconto (in versi), così evidente e intensa nella prima raccolta, ritorna in Dove non siamo stati con la concezione del dolore come “strumento” da non allontanare, bensì da utilizzare per sciogliere le contraddizioni che ci perseguitano. La poesia di Vivinetto accoglie, ancora, il dolore e lo trasforma in potente mezzo di conoscenza di un’umanità ricca di sfumature: e lo fa con il linguaggio delle “piccole cose”, dei luoghi della memoria, con parole che procedono in punta di piedi, chiare, semplici, concrete, con il suono dolce del dialetto siciliano che scivola via dalla lingua e dalla memoria. “Dove non siamo stati, in realtà, c’eravamo già, attraverso i corpi e le storie degli altri”: e sembra di trovarsi dentro quelle case, o fuori, su quelle strade accennate, dentro le comunità di bambini e anziani, così immersi nelle storie degli altri che quasi le sentiamo nostre. Scrive infatti Bertoni:

L’eccezionalità del lavoro poetico di Giovanna Cristina Vivinetto risiede non tanto nella forza testimoniale di una verità autobiografica, […] quanto nella capacità di trasferire tale proprietà dal corpo “in carne e ossa”, che si racconta in prima persona, al corpo linguistico del testo.

Chi ancora pensa che la poesia sia fatta di parole e concetti estremamente complessi, di una sintassi incomprensibile e che sia, perciò, leggibile solamente dagli “addetti ai lavori” (badate bene che non c’è nulla al di fuori della portata di un lettore curioso e interessato), si sbaglia: i versi di Vivinetto si susseguono nella loro semplicità confortante, veicolando un messaggio profondo raggiungibile senza alcuna “fatica”. Come ha ben detto lei stessa, nell’intervista citata prima, il poeta, in quanto interprete della realtà, ha la missione di comunicare il suo messaggio a tutti. La poesia può e deve essere un ponte fra le parole e le cose, fra un ricordo che va via e la verità profonda di un luogo: non sempre, non soltanto un luogo fisico, ma un luogo inteso come dimensione altra, cornice di altre storie attraverso le quali possiamo riconoscerci e ritrovarci. E il dolore è una linea sottile che ci lega agli spazi della mente.

Dove non siamo stati si increspa indifesa / la possibilità di accadere ancora, / nell’aria qualcosa piano scintilla. / Per allora sapranno i nostri corpi la misura / di ogni cosa e la fragilità che ne segue, / l’esatta origine di tutto il dolore. / Intanto riposano in un sonno perfetto / grati finora di non esserci mai stati.

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Dieci passi per dieci spunti: l’epilogo del 2019

Il 2019 è stato un anno pieno di sfide. L’anno di grandi obiettivi e soddisfazioni, l’anno del tracollo emotivo. L’anno di nuove avventure e della vita di sempre, di grandi inizi e aspettative non soddisfatte. Se dovessi fare un bilancio degli alti e bassi di quest’anno inesorabile, resterei delusa e amareggiata per tutti i momenti no passati, ma sarei anche molto felice all’idea che, comunque, nonostante tutto, siano passati. Non cambia mai molto da un anno all’altro, come spesso si vuole credere, ma è bene darsi la giusta carica all’inizio di ogni viaggio, e magari stilare dei propositi per affrontare un nuovo anno al meglio.

Ho tanti progetti per il 2020, da cominciare o da portare avanti, e mi sento finalmente pronta a risollevarmi del tutto dopo un lungo periodo di malessere. Per fortuna, a farmi luce nei momenti più bui, c’erano i libri, come sempre, fedeli compagni di studio e di vita. È stato l’anno in cui ho approfondito la conoscenza di un’autrice quale Annie Ernaux, in cui ho apprezzato le opere d’esordio di sorprendenti scrittori come Jonathan Bazzi e Luca Scivoletto, in cui ho recuperato libri fondamentali come Se una notte d’inverno un viaggiatore o La metamorfosi. Dal punto di vista letterario, è stato un anno memorabile, sotto ogni aspetto. Continuerò a lavorare sulla mia formazione, e per questo sto preparando una lista di propositi di lettura, per l’anno che verrà, che spero di realizzare interamente.

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Intanto, come ogni anno, vi faccio i miei auguri per il nuovo anno in un modo un po’ speciale, condividendo con voi dieci brani tratti da alcuni dei libri più belli che ho letto quest’anno.

[…]
Ora e nell’ora dei notturni strazi
sarò il tuo sogno quando ti addormenti;
ma venga ogni ombra, ma di me si sazi,

chiuderemo il recinto delle menti.
Dunque vedi, obbedisco al tuo comando.
Ma chi mi porterà i miei soli spenti,

i miei giorni caduti, mi domando,
che a quando a quando almeno io li tocchi?
Dell’umana natura posta in bando

avevo fatto un patto coi miei occhi,
con te, amore, dolce guida e caro.
Ma dei giorni ingoiati in vuoti blocchi

cuore, suvvia, sanguina più amaro.
Qui la morte per me pianta le tende,
qui al suo tribunale io dichiaro

che è questo vuoto quello che mi offende,
vuoto infinito, infinito niente,
un niente che dà niente e niente prende

nel niente di un tale niente di niente
che l’anima nel cuore fa tremare.
Tra nudi spettri e vane ombre e niente

sento più nausea di chi soffre in mare.
Tratto da La tentazione, II, Cento quartine e altre storie d’amore, Patrizia Valduga

«Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso – il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente».
Il nostro bisogno di consolazione, Stig Dagerman

«Peccato però che, a differenza dei cristiani, che in Dio ancora ci credevano, nessuno credesse più tanto nel comunismo. E ora suo padre era come un combattente senza guerra, addestrato a una rivoluzione che non ci sarebbe mai stata, perché la Storia era andata nel frattempo da un’altra parte. E il dubbio era se quella scorza ormai ce l’avesse pure lui, se gliel’avevano fatta crescere a forza di insegnamenti, parole d’ordine, modi di fare, rendendolo il figlio disadattato di un’altra epoca.
“Non so cosa farmene di tutti gli insegnamenti dei miei”, le disse a un tratto. Era la prima volta che trovava parole così esatte».
I pionieri, Luca Scivoletto

«In che stato sono. Sono fatto di fango, dentro e fuori. Mia madre non mi riconoscerebbe. Fulvia, non dovevi farmi questo. Specie pensando a ciò che mi stava davanti. Ma tu non potevi sapere che cosa stava davanti a me, ed anche a lui e a tutti i ragazzi. Tu non devi saper niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te. Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori, istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti».
Una questione privata, Beppe Fenoglio

«Sotto la felicità, l’irrequietudine di un agio conquistato a fatica. […]
Obbligata sacralizzazione delle cose. E sotto ogni parola, degli uni e degli altri, le mie, sospettare invidie e paragoni. Quando dicevo «c’è una ragazza che ha fatto il giro dei castelli della Loira», subito, offesi, «avrai tutto il tempo di andarci. Stai contenta con quello che hai!». Un perenne senso di mancanza, senza fondo. […] Il timore di essere fuori posto, di avere vergogna. Un giorno è salito per errore in prima classe con un biglietto di seconda. Il controllore gli ha fatto pagare il supplemento. Altro ricordo di vergogna: dal notaio ha dovuto apporre a un documento il suo primo formale «letto e approvato» prima della firma, non sapeva come scriverlo correttamente, ha scritto «ha provato». Imbarazzo, ossessione di quell’errore, sulla strada del ritorno. L’ombra dell’indegnità. […]
Di fronte alle persone che reputava importanti si irrigidiva, timido, preferendo non fare mai domande. In breve, si comportava con intelligenza. Il che equivaleva a percepire la nostra inferiorità per poi rifiutarla nascondendola come meglio poteva. […] Vergogna di ignorare ciò che avremmo di certo saputo se non fossimo stati ciò che eravamo, ossia inferiori».
Il posto, Annie Ernaux

«La mondialità è tutto l’umano pervaso dalla divinazione della sua diversità, connessa in estensione e in profondità attraverso il Pianeta. Con le sue alchimie silenziose, la mondialità instilla in noi la presenza di un invisibile più vasto del nostro spazio, di una parte di noi più vasta di noi stessi. Amplifica le percezioni, demoltiplica i punti di ancoraggio, ne inventa di nuovi, risveglia l’ignoto e l’imprevedibile in quello che viviamo, ci meraviglia e ci turba. Ci trasmette il gusto di imparare a vivere questo ignoto e questo imprevedibile, ad accoglierli senza farci travolgere, a coglierli nonostante tutto. Distilla l’intuizione di un mondo che abitiamo, che ci abita, che tocchiamo e che ci tocca, che è già costruito ma che possiamo continuare a edificare, che ci forgia ma nel quale possiamo aspirare a un divenire. Ci infonde la sensazione di un mondo aperto e che ci apre, impossibile da circoscrivere, impossibile da definire, che si profila in ombre tracce fughe vuoti scontri e limpidezze attraverso connessioni insolite dei nostri immaginari. […] La mondialità è soprattutto ciò che la mondializzazione economica non ha previsto, […] è l’inatteso umano – poeticamente umano – che resiste loro, li oltrepassa e rifiuta di disertare il mondo!»
Fratelli migranti – contro la barbarie, Patrick Chamoiseau

«Tutti sorvegliavano tutti. Bisognava assolutamente conoscere le vite degli altri – per poterle raccontare – e rendere la propria inaccessibile – perché non fosse raccontata. […] Una disapprovazione senza appello era riservata ai divorziati, ai comunisti, ai conviventi, alle ragazze madri, alle donne che bevevano, che abortivano, che erano rasate a zero durante la Liberazione, che non sapevano badare alla casa eccetera. […] Perenne esposizione allo sguardo altrui, che obbliga a mantenere una condotta rispettabile, […] a non manifestare le emozioni, rabbia o tristezza, a dissimulare tutto ciò che potrebbe suscitare invidia, curiosità o che rischia di essere riferito».
La vergogna, Annie Ernaux

«Ogni nuovo libro che leggo entra a far parte di quel libro complessivo e unitario che è la somma delle mie letture. Questo non avviene senza sforzo: per comporre quel libro generale, ogni libro particolare deve trasformarsi, entrare in rapporto coi libri che ho letto precedentemente, diventarne il corollario o lo sviluppo o la confutazione o la glossa o il testo di referenza. […] Non ho fatto altro che portare avanti la lettura d’un unico libro».
Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino

«Se oggi lo stigma non mi imbriglia poi molto, forse è proprio perché sono cresciuto in quel posto. Rozzano il veleno e l’antidoto. Davanti al pregiudizio reagire alzando la posta: meglio tacere? Lo sapranno anche i muri. I panni sporchi si lavano dove pesa meno farlo.
Le persone non sono soprattutto il loro prendere posizione rispetto a circostanze, fatti e vissuti già dati? Siamo dispositivi vivi, che possono sempre ricombinare le contingenze».
Febbre, Jonathan Bazzi

Il libro putrefatto dalla pioggia, l’argilla che ha smottato,
la terra stride, i piatti crollano,
i muri si scollano dai quadri,
nulla è allineato come i pianeti che crediamo di capire.
Nella scossa che i cani annunciavano latrando stamattina
coi musi puntati verso uno sciame di api immaginario
il pavimento slitta verso il vuoto. Anche noi
fuggiamo nell’onda di una memoria della specie
(oh tempesta di fuoco e di basilico,
di lampade e letti scardinati
e tu monte che inghiotti acqua e aria)
mentre la casa si scompone e scompare.
Historiae 2, Historiae, Antonella Anedda

Spero che questi lunghi stralci si depositino in voi e colpiscano qualcosa, come hanno fatto con me. Che possano essere pungoli per l’anima. E vi auguro un anno pieno di letture folgoranti, di mete raggiunte, di limiti oltrepassati (quelli che inchiodano, che bloccano). Vi auguro felicità e soddisfazione, e vi auguro di avere tutta la forza necessaria per ricominciare quando va male, tutte le volte che servirà.

Buon 2020.

Cella

© fotografia di Ibrahim Alsamnan

Ho perso il mio appiglio,
vivo in prigione:
ne potrei uscire soltanto morendo
ma è meglio il silenzio
dentro queste mura,
con le sbarre alla finestra
che frantumano la luce.

Regali di Natale per bibliofili: consigli per tutti

È proprio arrivato quel momento dell’anno che vede schierati, da un lato, gli amanti degli addobbi, dall’altro, i nemici delle lucine lampeggianti. Sì, il Natale o lo si ama o lo si odia, ma, in fin dei conti, poche cose danno la stessa soddisfazione di un dono andato a segno e incartato con amore. Parlo della parte consumistica del Natale, che può essere vista positivamente soltanto nel momento in cui acquistiamo degli oggetti con tutto l’affetto che possediamo, da donare alle persone a noi care. Per il resto, potremmo definire il Natale un sentimento da vivere appieno per poterlo apprezzare.

I miei habitat naturali sono le librerie e le biblioteche, e poiché questo blog è un riflesso delle mie passioni letterarie, oggi vi darò, naturalmente, dei consigli a tema libri per dei regali di Natale variegati, e soprattutto per ogni fascia d’età. Specie in queste occasioni, sono ugualmente importanti il contenuto e la forma: ho deciso dunque di consigliarvi dei libri che sono anche bellissimi oggetti, che possono essere collezionati, che hanno valore sotto ogni aspetto – oltre a proporvi anche qualche accessorio. Sono consigli sempre validi nel caso in cui si voglia fare un dono speciale ad un amico o parente bibliofilo.

C’è tanto da mostrare, iniziamo subito!

Un’opzione tradizionale e sempre valida rimane il libro su richiesta: non si sbaglia mai con qualcosa che ci viene espressamente specificato. Oppure si può sempre optare per il libro a sorpresa, se conosciamo davvero la persona a cui vogliamo regalarlo. Un libro può essere un regalo straordinario o assolutamente sbagliato: stiamo attenti alle preferenze degli altri e alle loro passioni.

 

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Qui i libri illustrati da MinaLima nelle edizioni inglesi

 

Per la serie “belle storie e begli oggetti”,  non posso non segnalarvi i magnifici libroni pubblicati in Italia da Ippocampo Edizioni e disegnati da MinaLima – per intenderci, lo studio di design che ha curato la parte grafica di Harry Potter, vi basta andare sul loro sito per capire al volo dello stile di cui parlo.
Ebbene, MinaLima ha illustrato alcuni dei grandi classici della letteratura per ragazzi, dando vita a dei libri che sono delle vere e proprie opere d’arte. Dalla copertina rigida colorata e luminosa, ai pop-up, ai dettagli delle pagine, questi grandi libri racchiudono dei tesori capaci di incantare bambini e adulti. Attualmente in italiano trovate Il libro della giungla, Alice nel paese delle meraviglie e Il giardino segreto (se non erro), ma in lingua inglese ne sono stati pubblicati di altri – qui è mal celato un invito implicito a collezionarli tutti.

9788832970944_0_0_626_75Se la vostra persona cara ama particolarmente gli intrecci letterari e le storie avvincenti e complesse, perché non recuperare un testo che sia fisicamente “difficile” da leggere? Mi riferisco a libri interessantissimi quali La nave di Teseo di V. M. Straka di J. J. Abrams e Doug Dorst, o la recente uscita di 66th and 2nd, Casa di foglie di Mark Z. Danielewski (libro prima introvabile). Le storie, diversissime, di questi due romanzi, metteranno il lettore fisicamente in difficoltà ma lo faranno anche molto divertire:

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se per Casa di foglie la scrittura procede a ritmi spezzati, incrociando punti di vista, posizionando in vari versi le parti narrative della pagina e confondendo anche il lettore fra realtà e finzione, per La nave di Teseo il lettore si troverà di fronte ad un libro ricco di note, segni, cartoline e altri indizi per cercare di seguire il racconto, o meglio, i diversi racconti che si intrecciano su piani temporali diversi. Due chicche per gli amanti delle storie che amano mettersi direttamente in gioco.

 

 

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Un esempio dell’interno di “Casa di foglie” – immagine tratta dal sito “La balena bianca”

 

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Un esempio dell’interno di “La nave di Teseo di V. M. Straka”

 

Un libro decisamente mirato può essere uno di quelli pubblicati da Gribaudo per la collana Straordinariamente: questo settembre è uscito in Italia Il libro della letteratura. Grandi idee spiegate in modo semplice, ma trovate libri su tantissimi altri argomenti che vengono affrontati su scala mondiale per fornire le informazioni fondamentali. Con una grafica piacevole e professionale, questi libri possono essere degli ottimi strumenti per gli appassionati, con i loro paragrafi esaustivi e le loro linee del tempo. Alcuni dei temi, oltre alla letteratura, sono: la psicologia, il business, il femminismo, la mitologia, la storia, l’astronomia, la scienza…

 

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Alcuni dei libri dell’editore Gribaudo

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Se conoscete le case editrici Clichy e L’Orma, saprete anche che entrambe hanno pubblicato qualcosa di particolare: sono ormai famose infatti le guide di Edizioni Clichy – quella per maniaci di libri, per maniaci di film e l’ultima uscita sulle librerie italiane viventi –, come anche le cassette letterarie di L’Orma Editore, che contengono selezioni di quattro piccole raccolte di lettere di illustri autori, internazionali e non. In particolar modo, la cassetta rossa contiene “le lettere degli scrittori” (Charlotte Brönte, Shakespeare, Woolf, Hugo), la cassetta verde contiene “le lettere dei poeti” (Leopardi, Dickinson, Rimbaud, Rilke), mentre quella blu contiene “le lettere degli spiriti liberi” (Nietzsche, Austen, Marie Curie, Pessoa). Ben curate, utili, piacevoli, inusuali: anche queste possono essere delle belle opzioni.

 

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Le cassette letterarie dell’Orma Editore

atlante-dei-luoghi-che-non-esistono.jpgAdesso vi propongo due atlanti particolari di cui forse non avrete mai sentito parlare: l’Atlante dei luoghi che non esistono e l’Atlante dei luoghi letterari, rispettivamente per bambini e adulti – ciò è relativo, io li adoro e li vorrei entrambi. L’Atlante dei luoghi che non esistono è esattamente ciò che suggerisce il suo titolo: Ana De Lima e Mia Cassany hanno creato un mondo colorato e meraviglioso di posti e personaggi strani in cui immergersi e sognare. Sin dalla copertina (rigorosamente rigida), ogni pagina vi regalerà gioia e stupore grazie a illustrazioni straordinarie.

9788891814654.1000.jpgL’Atlante dei luoghi letterari. Terre leggendarie, mitologiche, fantastiche in 99 capolavori dall’antichità a oggi è un vero e proprio gioiello per fervidi lettori, pubblicato da Mondadori Electa, a cura di Laura Miller: un viaggio attraverso quattromila anni di racconti amatissimi. Bonus: esiste anche l’Atlante dei paesaggi letterari (edizione illustrata), dello stesso editore, a cura di John Sutherland, che invece ha un taglio molto più “geografico” e mette a disposizione fotografie, illustrazioni e mappe, per una totale immersione nei luoghi letterari che hanno fatto la storia.

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Qualche consiglio per i più piccoli, prima di passare agli accessori. Una casa editrice che amo molto è IdeeStortePaper, che pubblica libri per bambini che sono dei piccoli capolavori: in particolare vi consiglio Strani Animali, Botanica Fantastica, e I mostrellini, per lasciare a bocca aperta i più piccini.

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Un’altra casa editrice che ho scoperto da poco ma che reputo particolarmente preziosa è Il gioco di leggere, che ha pubblicato libri come La volpe e il Tomte o Mentre tutti dormono che rappresentano dei racconti davvero deliziosi – e dei quali ho personalmente testato l’efficacia in termini di meraviglia grazie al laboratorio di lettura che ho organizzato con Giulia Tralongo per le scuole elementari. Fidatevi: i bambini ameranno queste storie!

 

Chiudo questa piccola rassegna di consigli con qualche spunto sugli accessori per bibliofili. Se vi servono idee per dei semplici pensierini, potreste optare per accessori come la luce da lettura (quella che si aggancia direttamente al libro, per intenderci) o dei segnalibri belli come quelli di Legami Milano, dotati di un comodo elastico e di una gamma immensa di illustrazioni e pattern – potrete sbizzarrirvi tra frasi simpatiche e costellazioni dei segni zodiacali per una ulteriore personalizzazione. Oppure potreste optare per una geniale lampada a forma di libro, apribile e chiudibile, dalla copertina in legno, per aggiungere un tocco di magia all’angolo lettura della persona cara. Ma un regalo che, secondo me, sarebbe molto apprezzato è l’abbraccialibro di La casa vicino al treno, delle vere e proprie protezioni morbide e bellissime per portare con noi il nostro libro senza che questo rischi di rovinarsi. Raffaella ha coniugato il suo amore per i libri a quello per l’handmade e realizza bellissime cose di stoffa, tra cui anche portamonete e borse. Dato che si tratta di prodotti fatti a mano, dovrete pensarci un po’ prima ad acquistarli – non è effettivamente un regalo da poter fare last minute: ma ne varrà decisamente la pena.

 

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Un abbraccialibro: trovate “La casa vicino al treno” anche su Instagram e su Facebook

 

Se siete arrivati fino a qui, vi faccio i miei complimenti. Mi rendo conto della lunghezza spropositata di questo articolo, e ho cercato di fare del mio meglio per trattenermi dandovi comunque le informazioni più importanti sui diversi consigli. Spero di esservi stata utile e vi ricordo che questi regali possono valere per tutte le occasioni speciali!

Vi aspetto nei commenti se avete anche voi qualcosa da consigliare per i regali di Natale (e non solo) di un bibliofilo.

Al prossimo articolo e… buon Natale!

Palermo legge “I leoni di Sicilia” – Il caso letterario di Stefania Auci

Il 26 ottobre scorso, presso la Libreria Europa, si è tenuto il primo incontro ufficiale di Palermo Legge – progetto siciliano di cultura. A settembre io e altre splendide bookblogger ed esperte del settore (Sonia Cilluffo, Valentina De Giorgi, Maria José Di Salvo, Giorgia M. Duro, Valentina Giuliano, Rosy Lo Baido, Martina Neglia, Stefania Previteri, Chiara Siro Brigiano, Franz Tropea, Giorgia Valenti) abbiamo deciso di creare un gruppo di lettura tutto siciliano, mosse soprattutto dalla volontà di fare concretamente squadra e confrontarci, nel nostro piccolo, per arricchirci reciprocamente. E allora abbiamo messo insieme le nostre personali inclinazioni, i nostri interessi, le tematiche scottanti, gli argomenti “scomodi” accanto a quelli “comodi”, e abbiamo scelto una prima lettura da affrontare insieme, con la consapevolezza, però, che non saremmo state soltanto un gruppo di lettura; con la volontà di fare qualcosa di più, nel tempo, raccogliendo idee ed entusiasmi. Per questo motivo la specifica “Progetto siciliano di cultura”: per tutto quello che è elencato nel poster.

Sonia Cilluffo, Valentina De Giorgi, Maria José Di Salvo, Giorgia M. Duro, Valentina Giuliano, Rosy Lo Baido, Martina Neglia, Anna Negri, Stefania Previteri, Chiara Siro Brigiano, Giorgia Valenti1

Come dicevo, la prima lettura di Palermo Legge, per il mese di ottobre, è stata I leoni di Sicilia, il primo volume della saga dei Florio, scritto dalla trapanese/palermitana Stefania Auci e edito da Editrice Nord: 437 pagine per una prima parte di storia che si distende nell’arco di quasi settant’anni, dal 1799 al 1868. Ci siamo lanciati in questa avventura letteraria praticamente ad occhi chiusi, pensando che fosse una buona idea quella di inaugurare il progetto con una storia che contenesse “sicilitudine” in ogni suo aspetto, una storia che ha luogo proprio a Palermo. Ed è stata davvero una buona idea: il confronto, durato ben tre ore, senza sosta, ha visto “contrapporsi” diversi schieramenti di pensiero, e si è rivelato ricco e costruttivo per tutti i partecipanti. Sono sorti pareri molto diversi (o molto affini) sullo stile di scrittura, sul contenuto, sulla caratterizzazione dei personaggi, e così è stato dipinto un quadro di impressioni più o meno positive su quello che potremmo definire il caso letterario del 2019.

In questo articolo voglio raccontarvi la mia, di impressione, per non lasciar evaporare gli spunti di riflessione che ci siamo scambiati io e i miei compagni di lettura.

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@riverberodiparole

Forse era questo ciò che non gli si perdonava: il lavoro. Il potere. Gli occhi aperti sul mondo quando invece Palermo i suoi occhi li teneva ben chiusi.

Io non abito a Palermo: sto in un paese che potrebbe rappresentarne la periferia. Conosco i Florio soltanto per sentito dire, non ero mai passata accanto ai loro luoghi, non mi ero mai chiesta nulla. Già così è abbastanza vergognoso, ma sapete come capita di solito: spesso non si conosce quasi nulla della storia della propria città o della propria regione. Viaggiamo sempre alla ricerca di altre conoscenze, altre storie, altre culture, e ci lasciamo sfuggire il grande patrimonio culturale che abbiamo a portata di mano, tutte le vite che potremmo ripercorrere con un solo sguardo posato su un portone antico. Insomma, mi sono approcciata ai Leoni di Sicilia da “profana”, ma forse proprio per questa mia ignoranza di fondo ho saputo godermi la loro storia al meglio. L’ignoranza in questo caso, infatti, ha significato mancanza di conoscenza ma anche mancanza di precise aspettative.

Attenzione: c’è dello storico, tanto, in questo libro, ma c’è anche del romanzato, e bisogna esserne ben consapevoli per non aspettarsi soltanto uno dei due aspetti – a prescindere dalle proprie preferenze di lettura. È evidente l’enorme lavoro di ricerca storica alla base dell’opera, dimostrata dalle ricostruzioni puntuali delle vicende (seppur non del tutto fedeli, romanzate, per l’appunto) e del contesto, delle ambientazioni, della mentalità dell’epoca che traspare in ogni azione e pensiero dei personaggi.

Qualcuno ha contestato una staticità di fondo dei protagonisti, una assenza di evoluzione caratteriale: io non ho colto, personalmente, questa immobilità, piuttosto parlerei di una coerenza caratterizzante che deve essere calata nel contesto storico e nelle vicissitudini della famiglia Florio. La scelta di abbandonare Bagnara alla ricerca di un avvenire migliore ha comportato per loro – come tutte le decisioni importanti – delle conseguenze positive e negative.  L’universo imprenditoriale dei Florio, in tutta la sua magnificenza, si è innalzato su fondamenta di sacrifici, sofferenza, rinunce, delusioni, inimicizie, rimpianti, determinazione rabbiosa (soprattutto quella di Vincenzo) e tanto rancore, sul “peccato originale” della provenienza (i bagnaroti, i facchini, i portarrobbe).

È stato creato con la dedizione di persone semplici che sono state in grado di reinventare la propria sorte, in una città che, ancora oggi, dà molto e toglie molto, risplende di possibilità e ristagna in una pozza di mancata valorizzazione: Palermo, il mercato del mondo, un cuore pulsante di multiculturalità. Non è stato difficile, per me come per tutti i ragazzi del gruppo, entrare appieno in questo sentimento di amara disillusione e, contemporaneamente, orgoglioso puntiglio. In Sicilia, a Palermo, le conquiste, se arrivano, arrivano da uno sforzo impareggiabile, e i Florio ne sono l’esempio emblematico. Per questo parlo di coerenza: c’è un attaccamento al passato, in questi personaggi, che è la loro forza e la loro rovina (interiormente); la loro evoluzione negli anni non si ha in termini di “cambiamento di prospettiva”, semplicemente perché, per l’epoca e per quello che accade, non possono cambiare. Molti atteggiamenti, letti con la forma mentis odierna, possono infastidire o risultare incomprensibili, se non aberranti: bisogna entrare in profondità nella realtà del testo per poterli quantomeno accettare come aspetti di un tempo passato.

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Per esempio: Giuseppina, Mattia, Giulia, nelle loro molte differenze, incarnano la sorte inevitabile delle mogli ottocentesche qualcuna più ferma di qualcun’altra nella prigione maschilista della delegittimazione. Il comportamento di Vincenzo Florio, in particolar modo contestato, rispecchia la bassa considerazione delle donne del tempo, l’idea che al masculo non si possa dire nulla, la morbosa devozione al denaro e agli affari, unico vero interesse di tutta la sua esistenza. Ammazzarsi di lavoro non è bastato a cancellare quel velo di oscurità dai suoi occhi, quella macchia nella sua anima (come nella sua famiglia) che è la traccia del dolore: per gli altri, nemici e amici, sarà sempre l’arricchito, il parvenu, e questa consapevolezza lo lacererà per sempre. Per quanto insopportabile e “sbagliato” per alcuni, il personaggio di Vincenzo Florio è stato quello che mi ha fatta riflettere maggiormente, con questa sua collera profonda della quale è pure minimamente consapevole:

Non lo sai, non te l’immagini, quanto mi è costato.

Della Auci ho molto apprezzato lo stile chiaro e scorrevole, la capacità di intrecciare un po’ di fantasia al contesto storico particolare creando sempre qualcosa di verosimile – secondo me. La frammentazione di frasi e periodi a volte può risultare un po’ eccessiva, ma non ha inficiato la fluidità della storia, capace di tener stretto il lettore fra il ritmo lento del paesaggio e quello concitato dell’espansione imprenditoriale della famiglia Florio. Oltre all’immensa brama di riuscire (cu nesci, arrinesci) e a tutto ciò che questo comporta, Auci racconta anche il valore della famiglia, le difficoltà dettate da una condizione imposta, l’importanza dell’educazione in un mondo che non è poi troppo lontano o diverso dal nostro.

Come sarà chiaro, la mia impressione è assolutamente positiva; considerando, poi, che non sono una lettrice abituata alle saghe familiari, consiglio vivamente questo libro a tutti i lettori assetati di storie piene di ambizione, sentimenti, oscurità e verità.

“Pink Tank Pink Think”: le donne al potere come le arcadi settecentesche

Il sei settembre Riccardo Cataldi, Social Media Manager di Fandango Libri, mi contattava per propormi di organizzare una meravigliosa iniziativa, insieme a Giusi Dell’Abadia. In occasione dell’uscita di Pink Tank – Donne al potere. Potere alle donne, prevista per il ventisei dello stesso mese, avremmo dovuto dare vita ad un enorme gruppo di lettura virtuale, fatto di tante belle persone interessate al sociale, per produrre poi dei contenuti (in libertà) alla luce del nostro ricco e costante dibattito. In questo modo è nato il progetto Pink Tank Pink Think, che vede coinvolti venti bookblogger appassionati e che ancora va avanti nella riflessione sulle tematiche affrontate da Serena Marchi, giornalista professionista e scrittrice che si è già occupata per Fandango di questioni spinose (della maternità in Madri comunque, del corpo femminile in Mio Tuo Suo Loro).

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Il banner del progetto con i nomi dei partecipanti

Pink Tank è un compendio di diciotto interviste di donne italiane in politica, “un serbatoio di pensiero finora inesplorato”, propone “uno spaccato fondamentale del nostro paese” e si offre come terreno di confronto fra concezioni anche molto diverse che però hanno un sottofondo comune: la scarsa rappresentanza italiana delle donne al potere. Non è tanto questione di leadership, dice qualcuna delle intervistate, ma di potere. La società è stata immaginata, organizzata e normalizzata al maschile, e checché se ne dica, dopo sanguinose lotte per l’emancipazione e le pari opportunità, ancora oggi le donne faticano a trovare un posto in determinati settori senza cadere vittime di un processo di delegittimazione. La misoginia dilaga come sostrato culturale e sociale particolarmente difficile da debellare, e spesso agisce in maniera inconscia, così tanto normalizzata da far parte della forma mentis anche di molte donne – mi vengono in mente i termini e i titoli scelti da alcune giornaliste (tutti basati sull’aspetto fisico), o quelle donne capaci di incolpare le vittime di uno stupro a suon di “se l’è cercata”, “aveva bevuto troppo”, “era troppo scollata”.

“Serena Marchi […] ha incalzato e riflettuto con loro sulla condizione delle donne e della leadership al femminile nel Belpaese. Non è stato facile convincerle a parlare di come hanno iniziato a fare politica, di cosa sognavano quando erano bambine, di come hanno dovuto combattere per farsi largo in un mondo che non le aveva considerate”.

Le donne in questione sono: Emanuela Baio, Paola Binetti, Laura Boldrini, Emma Bonino, Mara Carfagna, Luciana Castellina, Monica Cirinnà, Anna Finocchiaro, Mariapia Garavaglia, Elisabetta Gardini, Cécile Kyenge, Marianna Madia, Giorgia Meloni, Rosa Menga, Irene Pivetti, Daniela Santanchè, Elly Schlein e Livia Turco. Vi rimando all’articolo di Lucrezia di Sotto la copertina, che ha tracciato un excursus critico esaustivo riguardo ai contenuti del saggio, mettendo a confronto i punti salienti delle interviste per analizzare le principali questioni trattate: la vicenda biografica dell’intervistata, la leadership femminile, le quote rosa.

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Serena Marchi ©serenamarchi.it

Senso di colpa, inadeguatezza, il peso dell’immagine, ma anche la consapevolezza del proprio valore, la determinazione, la volontà “ribelle”, di sfida – con tutte le fragilità che si portano dietro – sono temi da sempre tipici dell’universo femminile (per quanto io non ami le etichette). Non stiamo parlando soltanto degli anni ’50 o dell’oggi, ma anche del 1800, del 1700 e chi più ne ha più ne metta. Continuità tematica indicativa, questa, del fatto che non si è ancora raggiunta la parità, di fatto, per via di una mancata “normalizzazione”. Le donne sono relegate ai temi considerati marginali, quelli legati per esempio al sociale (come alla letteratura marginale delle arcadi del ‘700), colpite costantemente con l’arma della delegittimazione di cui accennavo, che trascina con sé la realtà del gap evidente uomo-donna (la differenza salariale è la conseguenza di un problema radicato). Se gli stereotipi sussistono, il problema è di natura sociale e culturale – e su questo le intervistate appaiono tutte d’accordo, ciascuna con le proprie convinzioni ed eventuali considerazioni: il potere è uno strumento che standardizza, ed è ancora esclusivamente nelle mani dell’uomo.

Il linguaggio di genere, in tal senso, potrebbe davvero fare la differenza, ma su questo punto, invece, leggiamo pareri contrastanti. Per dimostrare l’importanza e l’efficacia di tale linguaggio, però, mi riallaccio al mio recente studio sulla letteratura settecentesca delle donne iscritte all’Accademia dell’Arcadia a partire dal saggio La donzelletta che nulla temea – Percorsi alternativi nella letteratura italiana tra Sette e Ottocento di Tatiana Crivelli.

Nel secolo dell’Illuminismo e della nascita dei principali nuclei ideologici, che porteranno ai nazionalismi e delle guerre d’indipendenza, mentre alcuni pensatori e autori producevano importanti innovazioni in campo letterario, legislativo, scientifico, prendeva il via anche un processo di virilizzazione della nazione che cercava di debellare tutte quelle caratteristiche e quelle attività considerate “effeminate” e quindi “deboli”, e che giungerà a compimento nei due secoli successivi. La letteratura assume in questo modo una nuova funzione, ed è così che per esempio, con la stesura di alcune storie della letteratura a partire dal secolo successivo, saranno sempre meno le donne ricordate. Nel mio breve saggio in merito, però, ricordo che è proprio in questo secolo che si solleva, per contrasto, una forte volontà emancipatoria: “L’afflato emancipatorio del Settecento nella prospettiva di una ‘letteratura delle donne’ ha innescato dei particolari meccanismi grazie ai quali poetesse come (Teresa) Bandettini hanno saputo stabilire una pratica di riconoscimento, conferendosi una certa autorevolezza. Tramite la sorellanza, ovvero l’aiuto reciproco fra donne intellettuali, la scelta di determinate tematiche gender e di alcuni generi solitamente relegati ai margini del dibattito culturale, la scrittura spesso classificata ‘al femminile’ ha trovato una propria espressione, e con essa l’aspirazione ad ottenere un proprio posto nella letteratura italiana – in barba a quella ‘virtù della modestia’ che non ha fatto altro che camuffare la perdita intenzionale delle notizie sulle scrittrici e la loro censura”.

Tutto questo per dire che la letteratura è l’esempio innegabile della misoginia che ci caratterizza, l’Italia più di altri paesi, che la scarsa rappresentanza delle donne al potere e la presenza delle quote rosa si legano ad una battaglia impari che affonda le sue radici nella costruzione dell’identità nazionale e risale per i secoli che la precedono. Tutto questo per sottoscrivere quanto alcune intervistate suggeriscono riguardo alla necessità, ancora oggi, di prendere atto del problema e agire insieme, come le arcadi settecentesche. Si fatica molto a rendere gli animi consapevoli di una questione risolta solo in minima parte, le donne continuano a lottare contro gli stessi stereotipi e gli stessi temi, le stesse preoccupazioni: sessualità, maternità, una propria voce, la carriera.

Pink Tank rappresenta un ottimo punto di partenza per affrontare di petto la difficile condizione delle donne italiane in politica, attraverso le loro precise parole. L’interferenza – se così possiamo definirla – dell’autrice è pressoché nulla, manca una “conclusione” critica, un parere personale, qualche considerazione scomoda in corso di intervista (e ammetto di averne un po’ sentito la mancanza). Ma è anche vero che questo libro non nasce come un trattato di sociologia, e raggiunge appieno lo scopo preposto: dare voce, raccogliere dati, quindi spingere al confronto.

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@riverberodiparole

Particolarmente stimolante, per me come per gli altri partecipanti al gruppo di lettura, è stato fare i conti con opinioni completamente diverse dalle proprie, a volte aberranti, altre volte ricche di punti di vista mai considerati prima. Troppo poco spazio forse è stato riservato alla questione istruzione, da parte delle intervistate. Sono dell’idea che la formazione di un individuo sia fondamentale nell’ottica dello sviluppo di una determinata mentalità, al di là dell’indole. E il fatto che il problema dell’emarginazione delle donne sia di natura sociale e culturale dovrebbe spingerci automaticamente a pensare di agire in primis all’interno delle scuole, a tutti i livelli, genitori ed insegnanti in prima linea a formare ragazze e ragazzi che si trovino di fronte le medesime possibilità, che riescano a guardare criticamente il mondo per riconoscerne le ingiustizie, laddove ci saranno, e che si adoperino per combatterle insieme. L’istruzione, d’altronde, non si basa proprio sul proposito di educare delle persone?

Un primo passo dunque, a mio parere, potrebbe risiedere proprio nella maggiore considerazione del sistema educativo, nell’avviamento ad un pensiero critico, nella conoscenza delle cose per quello che realmente sono. E, perché no, nella lettura di testi come quello di Serena Marchi, per venire a diretto contatto con le diverse prospettive della questione – senza farsi trarre in inganno dalla propaganda politica presente in certi casi (e forse, per alcune, inevitabile).

Il mio invito, intanto, è quello di mostrarsi aperti ai problemi, valutarli in ogni sfumatura, e riflettere.

“La passione ribelle”: è davvero possibile uno studio libero e disinteressato?

Chi studia è sempre un ribelle.
Uno che si mette da un’altra parte rispetto al mondo e, a suo modo, ne contrasta la corsa. Chi studia si ferma e sta: così, si rende eversivo e contrario. Forse, dietro, c’è sempre una scontentezza: di sé, o del mondo. Ma non è mai una fuga. È solo una ribellione silenziosa e, oggi più che mai, invisibile. A tutti i ribelli invisibili è dedicato questo libro.

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@riverberodiparole

La dedica del pamphlet di Paola Mastrocola, insegnante di lettere in pensione, è ricca di sentimento e, se vogliamo, in fondo, speranza. Studiare, scrive, significa ribellarsi, significa esprimere appieno la propria libertà ed il proprio pensiero, significa piazzarsi deliberatamente al di fuori degli schemi comuni per acquisire una “felicità mentale” inestimabile e immortale. Da intendersi uno studio completamente disinteressato. Ebbene, nonostante il nobilissimo (e assolutamente condivisibile) punto di partenza della trattazione – legato ad una sensazione di immortalità sottesa all’atto dello studio di piacere, se così possiamo definirlo – rispetto alle catastrofiche premesse della Mastrocola, e alle argomentazioni (purtroppo deboli) che riporta, non mi sono trovata sempre d’accordo. E non me lo aspettavo.

Forse il problema sta proprio in quel “ne contrasta la corsa”, l’idea di uno studio che procede in maniera contraria e staccata dal mondo. Per una mia personale concezione di studio, di didattica e di raggiungimento di determinati obiettivi, per quanto io in primis mi consideri innamorata dello studio e di tutto quello che esso comporta, non riesco proprio ad accettare una definizione così dissonante dell’atto suddetto. Il successivo “ma non è mai una fuga” potrebbe aiutare a riallacciare il discorso alle sue implicazioni sociali, ma dal testo emerge, secondo me, il contrario.

Ammetto che avevo grandissime aspettative, e forse per questo sento fortemente il senso di insoddisfazione che mi ha lasciato (nulla togliendo alla scrittura della Mastrocola, alla sua competenza e alle sue intenzioni: semplicemente la pensiamo in maniera diversa). Ho affrontato la lettura con Giordano Milo, con il quale mi sono poi confrontata attraverso una chiacchierata al telefono di quasi due ore – pochi punti sono stati risparmiati dalle nostre contestazioni. Ci siamo trovati d’accordo: bene, ma non benissimo, buoni presupposti ma qualche riserva. In questa sede vorrei concentrarmi sulle questioni problematiche e le affermazioni opinabili; inoltre, vorrei strutturare questo articolo sulla base di considerazioni di didattica, questione a me molto cara, che a mio avviso si ricollega a tutti i punti critici del testo, quelli che mi hanno suscitato non poche perplessità.

 Lo studio è sparito dalle nostre vite. Nessuno studia più. Se ne può fare a meno. E non ci piace, né per noi né per i nostri figli.

Dalla primissima frase d’incipit entriamo nella personalissima prospettiva dell’autrice, che in quanto tale è soggettiva ed opinabile, ma oggettivamente catastrofista. Tutti i capitoli del saggio assumono un tono provocatorio e ricco di stereotipi (a volte con l’intento di scardinarli, altre volte utilizzati come metro di paragone o esempio) che si risolvono in argomentazioni, ahimè, troppo retoriche per un discorso che mi aspettavo trattato nel vivere sociale. O meglio: la questione è, sì, posta in termini di riflessione sul sociale, la Mastrocola scrive dei paragrafi specifici per affrontare l’argomento scuola o famiglia, ma non ho mai trovato delle spiegazioni che si sottraessero per un attimo alla visione “romantica” di studio disinteressato per entrare effettivamente dentro le classi, le aule, le case, e quindi le teste. E alla fine si arriva a generalizzare in maniera piuttosto audace con considerazioni quali:

(nel paragrafo dedicato alle biblioteche) Ma il fatto di portarsi dietro i propri libri è solo il segnale di qualcosa che mi sembra molto più sconcertante: si studia solo sui libri di testo, su manuali sempre più smilzi, e non si prova più il desiderio di ‘cercare’, di leggere altro, di frequentare libri nascosti, che appartengono a un patrimonio millenario di sapere. Si fa sempre più, nella maggioranza dei casi, un lavoro di seconda mano, senza usare le fonti, senza attingere direttamente ai classici. In questo senso dico che non si studia più. Ci si ferma ai sunti, alle navigazioni on line, facili, veloci. Superficiali. Non si frequentano i fondali. In questo senso il mutato uso delle biblioteche mi preoccupa: è il segnale che non si ha più l’idea di un sapere che affonda nel passato, o che non si ha più voglia di andarselo a recuperare, quel sapere affondato.”

Questo passo mi sembra emblematico per porre più di una questione controversa. Sull’idea dello snaturamento delle biblioteche posso anche passare, perché in effetti la biblioteca non nasce come sala studio; ma affermare che ormai oggi, solitamente, si preferisca fare un “lavoro di seconda mano” non credo sia assolutamente vero, altrimenti i corsi di laurea umanistici rappresenterebbero tutti delle eccezioni. Inoltre, mi verrebbe da dire, se proprio un ragazzo decide di affrontare lo studio in maniera superficiale, l’insegnante dovrebbe perlomeno provare a “scuoterlo”, a indirizzarlo, a fornirgli degli spunti di riflessione con tutti i metodi più efficaci (quindi non solo con le nozioni!): sicuramente la Mastrocola, nella sua carriera da insegnante, avrà tentato di trasmettere tutta questa passione ai suoi studenti, ma nel testo ho sentito proprio la mancanza di un suo personale approfondimento metodologico, la relazione studente-insegnante non appare, neanche fra le righe, come se fossero due mondi lontani, l’uno “vittima” della disastrosa realtà scolastica, l’altro “carnefice costretto”.

La demonizzazione delle “navigazioni on line” denota poi una chiusura sostanziale: Internet non è necessariamente il male, ma un ulteriore strumento (come lo studio, d’altronde), e come tale bisogna saperlo usare. Può anche rappresentare una fonte attendibile in certi casi, ed esistono, tra l’altro, moltissimi progetti di digitalizzazione del sapere umanistico che, oggi, rendono molto più fruibile la ricerca. Non si tratta di semplificazione di contenuto, di contenuto di bassa qualità (per chi è del settore, chiaramente, e non si lascia abbindolare da pseudo siti culturali): l’evoluzione tecnologica ci ha reso la vita più facile perché più “completa” sotto certi aspetti, più sfaccettata, compenetrata di migliaia di punti di vista, comparabile senza difficoltà, alla portata di tutti. Nelle parole della Mastrocola mi sembra di vedere decantata, retoricamente, l’idea che “antico è meglio”, in tutte le cose.

Nella Passione ribelle non si parla di studio e insegnamento in termini relazionali e sociali, oltre che personali per ovvi motivi (certo il saggio non parte da queste precise intenzioni, che secondo me sarebbero state però fondamentali): la Mastrocola parla di studi completamente disinteressati in ambito letterario-artistico, quindi scollati da qualsivoglia obiettivo, finalità, utilità – facendo anche l’esempio del protagonista di uno dei suoi libri, un certo Fil, che per poter studiare come vuole decide di rifiutare un dottorato e andare a fare il pastore. Uno studio separato dalla società, disapprovato, anzi, dalla società, e che dunque se ne distacca, si allontana, per rimanere puro e fine a se stesso. Questo tipo di concezione, che alcuni troveranno condivisibile, è piuttosto problematico, perché si trascina dietro una serie di conseguenze di pensiero.

Insegnanti, “spettacolanti”, ricercatori, studenti, scuole, università: stando alle parole dell’autrice, lo studio “vero” non ha più a che fare con nessuna di queste categorie, e col suo piglio provocatorio vorrebbe ridurre tutto alla sola concezione di studio puro che lei stessa teorizza nell’ottavo capitolo. Parla di “università imprenditoriali” e di esami dati a “catena di montaggio”, di sistemi di verifica oppressivi e snaturamento del lavoro di ricerca per via di griglie di valutazione e riunioni, tutte cose, insomma, che costituiscono una parte necessaria del lavoro di insegnante e che sono connaturate, invece, allo studio e alla ricerca, a certi livelli. Un riflessione sullo studio, nella mia personale prospettiva, non può evitare di essere inserita e quindi osservata in contesti sociali.

La società è cambiata, si è evoluta, ed è cambiata anche la scuola con la precedente rivoluzione pedagogica che ha introdotto le specificità degli studenti nel sistema di valutazione, insieme al concetto di “persona” (che anche lei giustamente usa) e di sviluppo di competenze trasversali, al posto del semplice sapere nozionistico. La scuola, oggi, valuta il saper fare più che il sapere, e questo è uno degli aspetti contro cui lotta la Mastrocola, da quel che mi è sembrato di capire. Ecco, è con questo tipo di pensiero che non mi trovo d’accordo. Paginette ben scritte e passi imparati a memoria sono formalismi del vecchio sistema scuola che l’autrice elogia come fondamentali, se non ci sono significa che “non c’è studio, non c’è sforzo, non c’è impegno”. Ma perché? Perché parlare in termini tanto vaghi e generali di una questione in cui, semmai, sono fondamentali le eccezioni e gli esempi pratici singoli, e, soprattutto, un atteggiamento propositivo che qui viene declinato solo in termini idealisti? Cosa fare materialmente per evitare, utilizzando le parole dell’autrice, che lo studio smetta davvero di far parte delle nostre vite? E soprattutto, che questo accada, è davvero immaginabile?

Non credo che in questo momento importi a qualcuno della cultura. Dico quella inutile, non ‘calcolante’. Non credo che la scuola si occupi della cultura, in questo momento. Dico della cultura ‘meditante’, cioè di pensiero, riflessione, ricerca dell’essenza più spirituale e cose siffatte. Pensa di avere altro da fare. È alle prese con quelli che ovunque chiamiamo ‘i profondi mutamenti degli ultimi decenni’, o ‘i nuovi scenari della contemporaneità’: globalizzazione, migrazione, scoperte scientifiche e tecnologiche che, susseguendosi a un ritmo frenetico, chiedono una ‘trasformazione radicale’ del sapere, un’istruzione che si leghi al ‘progresso umano’, allo sviluppo economico, all’incremento del PIL, a un ‘innalzamento delle prospettive di ricchezza del Paese’, al ‘guadagno’ dei singoli, a un ‘aumento della produttività dell’intero sistema economico’, nonché al ‘consolidamento dei valori democratici’. […] Tutti parliamo ormai così, usiamo queste parole preconfezionate e vuote”.

Ecco, questa è in parte anche la mia concezione di studio calato nella società, e non vedendoci nulla di nocivo per l’atto in sé dello studio – che semmai interpreto come più ricco e attento sia al passato che al presente che al futuro – non riesco a trovarmi d’accordo con l’approccio dell’autrice. Credo che sia importante, anzi, che la scuola si riempia di attualità, che ne faccia parte e che ci rifletta, perché se la lettura di un classico, per esempio, può offrirci degli spunti importantissimi per la formazione e per comprendere la realtà che ci circonda (noi e gli altri, dunque), questi non possono rimanere fini a se stessi. Come dovremmo definire allora lo stesso sistema di una qualsiasi ricerca, che non fa altro che nutrirsi dell’eredità di precedenti studi e idee, guardando al presente, all’ora, alle persone di questo dato tempo, per progredire e creare qualcosa di “migliore” (non vale per tutto), di più funzionale, di fruibile? Si può studiare senza “essere in contrasto”, senza fermarsi.

Dando per assodati la ricchezza di spunti offerti (troviamo molto su cui ragionare ad ogni pagina) nonché alcuni concetti di fronte ai quali mi trovo perfettamente d’accordo (un sotteso concetto di πάθει μάθος dell’atto di studiare, le libertà sacrosante di chi studia, la necessità dell’epistemologia e delle nozioni di base, per esempio), parlare di studio fine a se stesso è qualcosa che, a mio parere, non si può più fare, oggi – questo libro è uscito nel 2015 –, è troppo riduttivo, troppo “romantico”. La cultura è realtà, umanità a tutto tondo (questo lo dice anche la Mastrocola, in altre parole): non ho mai studiato soltanto “per rendere perfetti gli angeli” e non riesco a immaginare i vantaggi mentali di uno studio così disinteressato; ho apprezzato, però, la grande passione dimostrata e la volontà di proporre una tesi così lacerante, di provocare per cambiare le cose, di pensare e discutere controcorrente. È dalle idee altre che spesso nascono i confronti più interessanti.