Annie Ernaux: “Mi sentivo salvata”

Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori. E se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo.

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@riverberodiparole

Mi trovo particolarmente in difficoltà a parlare di questa lettura, terminata d’un fiato durante una notte particolarmente silenziosa ed alienante. Mi trovo in difficoltà perché mi ha procurato una sofferenza fisica, oltre a quella emotiva, e questa è una di quelle reazioni che non riesco ad elaborare bene, subito dopo la lettura di un libro. Mi sento provata, spettatrice di una parte di storia che molti, a lungo, hanno finto di non vedere, o meglio, hanno voluto in qualche modo cancellare; mi sento partecipe di un evento che ha riguardato e riguarda moltissime donne, che potrebbe riguardare me.

La narrazione di un aborto non è mai facile da metabolizzare: richiede l’accettazione di un dolore troppo grande anche per il lettore emotivamente più forte, costringe ad aprire gli occhi su delle verità spesso ignorate, e a tenerli spalancati mentre episodi delle vite degli altri scorrono come memento e memorandum. Annie Ernaux esamina attentamente la sua memoria, torna indietro dolorosamente, riuscendo ad afferrare il “tutto”, e trasforma abilmente la scrittura in un efficace strumento di indagine sociale.

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Come in tutti i suoi libri, le prime pagine dell’Evento introducono il nucleo di questo nuovo tassello autobiografico. Siamo nel 1963, Annie ha ventitré anni ed ha quasi terminato gli studi alla facoltà di Lettere Moderne. Ha deciso di preparare la tesi sulla figura della donna nel surrealismo, ed ha un rapporto complicato con un certo P., del quale scopre di essere incinta. Nessun ripensamento, una decisione categorica e viscerale: non vuole tenerlo. In quegli anni, in Francia, l’aborto era ancora illegale, e i medici spesso se ne lavavano le mani delle sorti di quelle donne che, in un modo o nell’altro, per disperazione, finivano per trovare una soluzione che spesso le conduceva alla morte o alla sterilità. Sarà la Legge Veil a legalizzare l’aborto in Francia nel 1975, e dunque a renderlo più sicuro. Ma fino ad allora ci si doveva rivolgere a qualcuno in segreto, affidandovisi completamente, sottoponendosi ad una sofferenza indicibile e sperando di sopravvivere. I metodi erano vari per chi si improvvisava ginecologa/o: iniezioni di candeggina, ferri dell’uncinetto o altri oggetti appuntiti inseriti nell’utero per indurre un aborto spontaneo (molto comuni per chi decideva di fare da sé)… Uno spaccato di storia particolarmente duro ma che, a conti fatti, non è molto lontano da noi e che ancora oggi, in moltissimi contesti, si ripete.

Annie ci racconta quella che definisce una “esperienza umana totale”, una vita e una morte insieme, ripercorrendo, non senza fatica, le tappe di quei mesi così difficili in cui ha dovuto fare i conti con la legge e con un modo per eluderla, con il muro di insofferenza issato dai medici, con il fascino e la curiosità che gli uomini provavano nei confronti della sua condizione, con l’apatia e l’incuranza dei possibili giudizi altrui. E la sua scrittura, questa volta più di altre volte, sembra restituire fedelmente le sue percezioni:

Questa impossibilità di dire le cose con parole diverse, questo definitivo congiungimento tra la realtà del passato e una singola immagine che esclude tutte le altre sono per me la prova che io ho realmente vissuto così l’evento.

C’è poi la pressione delle gerarchie, la divisione palese e le differenze fra le classi sociali che si riflettono in differenze di trattamento: in quella condizione, Annie spesso si trova a riflettere in termini di ceto, si sente legata inesorabilmente alla sua classe sociale d’origine, al mondo dei lavoratori come sua madre e suo padre, figlia di una miseria della quale non potrà mai realmente liberarsi:

Mi ero fatta fregare all’ultimo dagli ardori, e ciò che cresceva in me era, in un certo senso, il fallimento sociale.

Questa gravidanza indesiderata – mai nominata, mai definita tale e, dunque, mai riconosciuta, accettata – ha una conseguenza determinante che si porta dietro, poi, tutte le altre: “l’esclusione dal mondo normale”, il senso di alienazione di fronte alla vita che sembra scorrere indisturbata, per gli altri, nonostante una “realtà” altra stia prendendo forma nel ventre di una donna che non la vuole. I discorsi delle coetanee, i doveri accademici, i pomeriggi in biblioteca: tutto sembra perdere il significato che aveva sempre avuto mentre Annie si tormenta nella ricerca disperata di un aiuto, mentre tiene tutto nascosto ai genitori e si apre, invece, con degli amici che non sanno realmente come reagire.

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L’esclusione dunque, e poi il sentimento d’irrealtà, a fatto compiuto, una volta uscita dalla casa della mammana dai capelli grigi:

Fuori, tutto è diventato improvvisamente irreale. (…) È una scena lenta, ormai è quasi buio. Niente della mia infanzia e della mia vita precedente mi conduce fin lì. Abbiamo incrociato qualche passante, avevo l’impressione che mi guardassero e che a vedermi con lei capissero cos’era appena successo.

Quindi la sensazione di abbandono:

Mi sentivo abbandonata da tutti, con l’unica esclusione di quella signora anziana col cappotto nero che mi scortava come fosse mia madre.

Fino a sentirsi altro da sé, a non avere più la stessa consapevolezza del proprio corpo:

Mi guardo le gambe nei collant neri allungate al sole, appartengono a un’altra donna.

E fino ad una coscienza “strana”, l’elaborazione dell’evento in una maniera ormai fuori da ogni senso di colpa:

Non sapevo se ero stata ai confini dell’orrore o della bellezza. Provavo un senso di fierezza. Forse la stessa dei navigatori solitari, dei drogati e dei ladri, quella di essersi spinti fin dove gli altri non oserebbero mai andare. Può darsi sia qualcosa di quella fierezza ad avermi fatto scrivere questo racconto.

Perché, scrive Annie Ernaux, “forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intellegibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri”. Ed è così che, ancora una volta, è riuscita a trasformare un particolare momento della sua esistenza, così privato, intenso, individuale, concreto, tremendo, in un racconto “corale” sull’esistenza di tutte quelle donne dimenticate dalla storia, con la loro dignità e legittimità, con la loro possibilità di scegliere, senza colpe.

Annie Ernaux

In un percorso frammentato in precisi momenti di vita – che per me si è articolato attraverso, nell’ordine, Una donna, Il posto, La vergogna, L’altra figlia e quindi L’evento –, la bravura di questa autrice, il grandissimo punto di forza della sua prosa, sta nel saper rendere collettiva una vicenda umana così individuale. Sfoglio i suoi libri e leggo di Annie Ernaux, ma leggo anche di me, leggo dei miei genitori, dei miei amici, dei miei nonni, di tutte le persone che ho conosciuto e persino di quelle che non conosco. Leggo di una umanità declinata in maniera a me così familiare, che facilmente riesco a ritrovarmici, a riconoscermi. Con tutto il dolore che questo gioco di specchi comporta e attraverso una scrittura materiale che si appoggia ad una memoria materiale, «la sola vera memoria», una scrittura semplice, a volte spezzata, ma sempre profonda, precisa, tagliente nella sua trasparenza.

Il corpo e la scrittura: due mezzi di passaggio per una voce fatta di tutte le voci spente nel silenzio. Annie Ernaux è decisamente nata per scrivere e, ancora una volta, ce ne ha dato la prova.


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