Umberto Eco: “Dobbiamo stare attenti che il senso di queste parole non si dimentichi ancora” – #staffettaumanitaria

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.
Franco Fortini

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@riverberodiparole

 

Nel discorso del 25 aprile 1995 presso la Columbia University, tenutosi per celebrare la liberazione dell’Europa, Umberto Eco svolge le coordinate di un fascismo che sembra non abbandonarci.
In un esaustivo post su Facebook, il professore Piero Riccobono ha analizzato i tratti peculiari del nuovo governo, evidenziando le palesi analogie con quello del “famigerato Ventennio”; conclude così:

Arriviamo dunque alla conclusione: stiamo ripiombando nel fascismo?
La risposta storicamente corretta sarebbe: no, la storia non si ripete. Mi sembra più appropriato dire che l’Italia ha imboccato la via che conduce a quella che in molti chiamano “democratura”, ossia ad una specie di dittatura mascherata di democrazia, come quella che esiste in Russia e in Turchia. Qualcuno dice che questa è la nuova forma del fascismo, ma a questo punto si tratterebbe di una trascurabile questione di nomi e mi sembra invece più interessante chiedersi se siamo ancora in tempo per fermare questa deriva. Ma questo è un altro discorso.

Che questo “altro discorso” sia, in questo articolo, il nostro punto di partenza. È vero: Hitler, Stalin e Mussolini non esistono più, sono fantasmi del secolo scorso – secondo qualcuno, “il secolo breve” – ma è bene guardarsi, oggi, da certi aspetti non troppo subdoli che continuano ad alimentare quello che Eco definisce fascismo eterno o Ur-Fascismo. Ormai dovremmo essere in grado di capire quando fermarci, quando le cose potrebbero degenerare e sfuggirci di mano. Bastano appena una parola o un gesto di troppo, sommati e ingigantiti nel tempo. Da qui l’importanza della memoria e della conoscenza.

Se il nazismo si fondava su una filosofia chiara ed un progetto politico metodico e sconvolgente, il fascismo era ed è rimasto un lemma riempito di cose convenienti in base al momento, e si reggeva su pochi principi determinanti: tradizionalismo, nazionalismo becero, repressione della libertà d’espressione con qualche spiraglio di tolleranza (apparentemente contraddittorio) in campo umanistico. Pura retorica, potenza delle parole su masse scoraggiate, sole, frustrate, “bisognose di una voce” da sollevare e far ascoltare.
Tutto ciò non è nuovo per la maggior parte di noi, ed è abbastanza evidente il ritorno di un germe comune: Nietzsche parlava dell’eterno ritorno dell’uguale, ma non voglio pensare e discutere in questi termini – ricordiamoci, però, che gli eventi storici che tanto demonizziamo e cerchiamo di depennare dalla nostra fedina penale universale sono accaduti appena settantaquattro anni fa. Ed è triste rendersi conto che, forse, tutti gli sforzi fatti per ricordare ed imparare dagli errori non abbiano più lo stesso valore di una volta. O almeno questo è ciò che traspare dalle notizie di cronaca di quasi ogni giorno.

L’Ur-Fascismo, dice Eco, va sbugiardato: può tornare in qualunque momento sotto spoglie innocenti e riuscire facilmente a “coagulare una nebulosa”. La cultura “sincretica” e intollerante, negli anni del fascismo, ha provocato un arresto nell’avanzamento del sapere, perché la verità era una, già annunciata dal dittatore, ed ogni pensatore fuori dagli schemi predisposti non era altro che un traditore.
L’Ur-Fascismo è “irrazionalismo” contrario all’età della ragione precedente e produce il culto dell’azione per l’azione (senza pensiero, senza riflessione): il fascismo contemplava l’eroismo come norma, la morte era la massima onorificenza.

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La cultura come atteggiamento critico, dunque, era sospetta come sembra esserlo anche oggi, la critica non si accetta semplicemente perché criticare significa distinguere, e “distinguere è un segno di modernità”. D’altronde, la modernità – quella vera – altro non è che custode della diversità, mira alla protezione delle differenze che sono l’arricchimento umano più grande che possiamo ottenere dal mondo. Ci tengo a sottolineare questa prospettiva anche sotto il profilo linguistico: le ultime direttive del Consiglio d’Europa, nell’ambito dell’insegnamento della lingua italiana agli stranieri, prevedono, come fine primario del corso di lingua, la tutela delle differenze linguistiche e culturali, la concezione della lingua come insieme simbolico di codificazione della realtà, affinché si possano formare degli abitanti del mondo capaci di esercitare attivamente la propria cittadinanza europea nell’ottica di una massima integrazione e collaborazione fra nazioni per il bene della democrazia.

Ma l’Ur-Fascismo ha paura della differenza, l’Ur-Fascismo “è razzista per definizione”. L’unico modo per decretare l’identità di una nazione, per il fascismo eterno, è l’individuazione dei nemici, senza contare il fatto che “alla radice della psicologia Ur-fascista vi è l’ossessione del complotto, possibilmente internazionale”: e “il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia”, a cui possiamo ancora aggiungere tipiche forme di elitismo, precisamente “elitismo popolare”, “elitismo di massa”, e il disprezzo consequenziale per i deboli.  Ma chi si proclamava (e si proclama, attenzione) la “voce del popolo” non ha riguardo reale per i diritti degli individui “in quanto individui”, e inoltre “trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali”: altro carattere che mancava all’appello, il machismo.

Tutto questo veniva e viene esaltato e normalizzato attraverso precisi strumenti retorici capaci di piegare gli animi insoddisfatti, di chiudere tremendamente gli occhi della gente indebolendo il fronte dei saperi, di scoraggiare il senso primordiale di umanità insito in ogni essere umano attraverso incitazioni continue all’odio, in uno stato di guerra perenne manifesto soltanto a chi vuole fermarsi e comprendere, osservare, informarsi e parlare. Bastacontinuare a chiedersi: è questo il mondo che voglio? Basta tenere sempre presenti le parole di Eco:

Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: “Non dimenticate”.

Basta ricordare le persone, tutte le anime spezzate e tutti i sopravvissuti che si sono battuti e che ancora si battono per sottolineare l’importanza della memoria del passato per il futuro dell’uomo.

IMG-20181211-WA0005.jpgCon queste premesse, sono felicissima di parlare di un progetto importante nato su Instagram grazie all’iniziativa di Oriana, Serena e Francesca (diversamente da quanto pensano i più, i social possono davvero veicolare messaggi fondamentali e dare vita a movimenti determinanti): il gruppo Staffetta Umanitaria raccoglie bookstagrammer e book blogger di tutta Italia, trentasei rappresentanti attivi circondati da community meravigliose e sempre aperte al dialogo. Attraverso gruppi di lettura a tema, film, condivisione di articoli, interviste, immagini racchiuse sotto l’hashtag #staffettaumanitaria e, successivamente, nel profilo apposito del progetto, si è creato un passaparola fitto e ricco che sta portando alla luce, sul social attualmente più frequentato e utilizzato, la scottante tematica dei fenomeni migratori e delle terribili morti nel Mediterraneo.

Lo scopo è chiaro: prendere posizione, far sentire la propria voce. Tutti coloro che sono soliti riflettere intensamente e spesso e che si lasciano coinvolgere da innumerevoli pagine scritte, assimilando i contenuti dei propri libri preferiti, i lettori forti insomma, o quelli abbastanza forti da divorare libri su libri, dovrebbero servirsi delle proprie capacità di analisi e del loro sempre rinnovato senso d’umanità per parlare, almeno, di quello che sta accadendo di fronte ai nostri occhi: spesso ciò non accade invece, non è immediato. Io stessa ero inizialmente restia a pronunciarmi chiaramente, lanciavo qualche segnale, mostravo qualche notizia, ma non vedevo particolare riscontro se non nelle persone che sapevo la pensassero come me. Il fenomeno migratorio sembrava una sorta di argomento tabù all’interno di uno spazio di condivisione che invece è il più adatto alla costruzione di un dialogo sull’argomento, e ormai il silenzio era diventato inaccettabile.

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Nonostante sia solo un minuscolo tassello di questo progetto prezioso, sono felicissima dei risultati ottenuti finora, ad appena una settimana dall’inizio ufficiale dei gruppi di lettura: Instagram ogni giorno si riempie di notizie e molte più persone mantengono viva l’attenzione sui fatti d’attualità, come è giusto che sia. O semplicemente molta più gente ha cominciato ad pronunciarsi, a condividere e a partecipare a questa enorme e continua discussione, a dare qualche scossa al muro di quiete apparente. È in questo modo che possiamo ricordarci che facciamo tutti parte della grande famiglia umana, e che negare un diritto a un uomo che soffre significa negarlo a tutti gli uomini, senza alcuna distinzione.

Questo gruppo aperto a tutti, come ho scritto precedentemente, prevede la creazione di gruppi di lettura variegati per ogni mese a partire da questo 21 gennaio: fino al 21 febbraio si può leggere un libro (anche più di uno) a scelta fra quelli proposti nelle categorie: saggistica, narrativa, graphic novel/fumetto – le categorie sono considerate nel senso più ampio possibile, per poter includere anche testi dalla difficile classificazione. Per questo primo mese (21/01 – 21/02), i titoli proposti sono:

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• “Il fascismo eterno” di Umberto Eco per la categoria saggi – lo avrete immaginato, a questo punto;
• “Carnaio” di Giulio Cavalli/“Exit West” di Mohsin Hamid per la categoria romanzo;
• “Non stancarti di andare” di Stefano Turconi e Teresa Radice per la categoria graphic novel.

Saremo lieti di accogliere chiunque voglia unirsi a questo movimento comune di fondamentale importante, sia dentro che fuori dal social di partenza. Per una umanità che non dimentica il senso di umanità, per una umanità che realmente ricorda, che si adopera, che sa combattere e, idealmente, abbattere ogni nascente forma di fascismo eterno.

«Lo dicono cieco, ma l’odio ha la vista acuta di un cecchino».
Wislawa Szymborska

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