Mattatoio n.5 è la storia semiseria di Billy Pilgrim, un americano medio, un uomo qualunque con però l’eccezionale capacità di passare da una dimensione spaziale all’altra. Senza essere in grado di impedire la cosa, può trovarsi ora a Dresda durante la Seconda guerra mondiale, ora nello zoo fantascientifico di Tralfamadore dove è esposto come esemplare della razza umana. Ma Mattatoio n.5 è anche uno dei più importanti libri contro la guerra che siano mai stati scritti, autentica pietra miliare della letteratura antimilitarista. Kurt Vonnegut trae ispirazione dalla sua personale esperienza bellica quando, fatto prigioniero dai nazisti, ebbe la ventura di assistere alla distruzione di Dresda, la Firenze del Nord, da parte degli Alleati. Fu testimone di uno dei più terribili bombardamenti della storia, sopravvivendo grazie al suo osservatorio molto particolare: una grotta scavata nella roccia sotto un mattatoio, adibita a deposito carni, nelle viscere della città. Quando alla fine uscì all’aperto, al posto di una delle più belle città del mondo c’era un’ondulata distesa di macerie sopra un numero incalcolabile di morti.

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@riverberodiparole

Dissacrante, grottesco, visionario, rivoluzionario: questi sono gli aggettivi che mi sento di attribuire all’approccio di Kurt Vonnegut nel suo peculiare racconto sul bombardamento di Dresda del ’45.
Pietra miliare della letteratura americana antimilitarista, Mattatoio n.5 è ambientato nell’America del boom economico: 1969, anno della guerra in Vietnam e dello sbarco sulla Luna, del benessere privato e della devastazione bellica.
In queste pagine si racconta la strana storia di Billy Pilgrim, un soldato americano sui generis, assolutamente non portato per la guerra e contrario alla guerra stessa. Le informazioni sulla sua vita ci vengono fornite in maniera frammentaria, attraverso i salti nel tempo che Billy comincia a compiere senza una apparente ragione e, soprattutto, senza il minimo controllo.

Durante il matrimonio della figlia Barbara, Billy è stato rapito dagli alieni, dei piccoli esserini verdi che lo hanno rinchiuso in uno zoo, completamente nudo, per osservare e studiare i comportamenti umani; ed è su questo lontanissimo pianeta chiamato Tralfamadore che egli impara ad approcciarsi alla vita in un nuovo modo. I tralfamadoriani vedono il tempo come un continuum, vivono a cavallo fra più dimensioni, e questo consente loro un vantaggio sulla morte: poiché vedono passato, presente e futuro come qualcosa di unico e sovrapposto, per i tralfamadoriani la morte è qualcosa di apparente, e per questo non costituisce una fonte di dolore. A differenza dei terrestri, gli alieni non si chiedono il perché di ciò che di bello o brutto avviene sul loro pianeta, si concentrano semplicemente sui momenti belli della loro esistenza e prendono ciò che accade come qualcosa di inevitabile e già scritto.

I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. E’, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.

La prospettiva aliena è quella che guida la narrazione delle vicende militari e della personale storia di Billy: ogni crudeltà, ogni violenza fisica o psichica, ogni morte che Vonnegut segnala nel testo si esaurisce nella frase dolorosa e squallida “così va la vita”. Il punto di vista “schizofrenico”, lo stile “telegrafico” sono l’eredità delle lezioni su Tralfamadore, e consentono di raggiungere con più forza il fulcro della questione:

qual è il motivo che spinge l’uomo ad autodistruggersi?

I terrestri devono essere il terrore dell’universo! (…) Ditemi dunque il segreto, così lo porterò sulla Terra e saremo tutti salvi: come può un pianeta vivere in pace?

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La risposta è amara e chiara sin dalle prime pagine: “il momento è strutturato così”, “così va la vita”. Il male immaginato e realizzato dagli uomini non ha una motivazione, e soprattutto non ha un reale antidoto che funzioni, tutto procede secondo logiche che gli esseri umani non riescono più ad intuire. Eppure, in questo quadro fantascientifico e pure così tremendamente concreto, non è la mera rassegnazione a fondare il messaggio di Vonnegut, bensì la forza di spirito, un messaggio di speranza lanciato come una torcia in un pozzo buio:

“Dio mi conceda la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, e la saggezza di comprendere sempre la differenza”.

Forza che sembra paradossalmente mancare al nostro protagonista, che saltella nel tempo e rivive i momenti più drammatici della sua vita alla luce di un potente stress post-traumatico. Non è un caso che Vonnegut abbia scritto che “uno dei principali effetti della guerra è, in fondo, che la gente è scoraggiata dal farsi personaggio”: la mente di Billy Pilgrim gli gioca dei pesanti scherzi in base ai quali egli prova a farsi una ragione degli shock vissuti in guerra, cercando di abbracciare la prospettiva dei tralfamadoriani e raccontando l’esperienza bellica in un modo tutto suo, alienante (la lingua italiana sa essere piuttosto brillante) per il lettore che vi si approccia per la prima volta. Ma cosa sono gli alieni se non l’“altro”, il “diverso”, il “nemico”? E non sono forse anche il pianeta sconosciuto e deserto, conosciuto, deserto e vuoto come le città rase al suolo dalle bombe?

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Gli espedienti narrativi dei salti nel tempo e, soprattutto, del rapimento alieno sono, a mio parere, funzionali ad una scrittura che mira all’esposizione di fatti naturalmente crudi di cui si possa anche amaramente sorridere – ho scoperto che la grande forza dell’autore risiede soprattutto in questo. Il grottesco e la fantasia di Vonnegut determinano il pronto alternarsi di reazioni apparentemente contrastanti, risate innanzi al paradosso, angoscia e tormento, sdegno, senso di impotenza: tutte emozioni molto intense che fanno sussultare quando viene tracciata l’ennesima spaventosa descrizione delle condizioni dei prigionieri americani, o dei corpi morti carbonizzati su quelle che erano le strade di Dresda, ridotta a deserto lunare.

Le caratteristiche dello stile di Vonnegut  producono un grosso effetto straniante, spesso supportato dalla scelta di utilizzare termini e definizioni proprie di persone esterne alla guerra, come l’anziano chirurgo di Dresda o la vedova di guerra che considerano Billy e gli altri soldati dei buffoni.

Quando i tre buffoni trovarono la cucina, (…) tutti erano andati a casa tranne la donna che era rimasta ad aspettarli, impaziente. (…) Domandò a Gluck se non era troppo giovane per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Edgar Derby se non era troppo vecchio per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Billy Pilgrim cosa diavolo era, Billy disse che non lo sapeva. (…) “Tutti i veri soldati sono morti” disse la donna. Ed era vero. Così va la vita.

Non posso fare a meno di pensare che questa “ricerca della distanza” – che riesce fino al ricordo del bombardamento – rappresenti in effetti l’unico modo in cui Vonnegut abbia potuto raccontarci di questi anni agghiaccianti. L’alienazione è il “paravento” che tenta di proteggere il lettore dalla reale portata dei fatti, e che vorrebbe portare la malvagità delle azioni umane sullo stesso piano della fantascienza, ma che, proprio per questo motivo, finisce per avere l’effetto opposto. L’allontanamento è anche l’apatia di Billy Pilgrim, è una malattia difensiva della memoria:

In realtà, l’apatia di Billy era un paravento. Nascondeva una mente che sprizzava scintille, una mente che stava preparando lettere e discorsi sui dischi volanti, sulla scarsa importanza della morte e sulla vera natura del tempo.

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La presenza dell’autore fra i prigionieri di guerra americani viene sottolineata man mano che ci si avvicina alla narrazione del bombardamento, che è l’unico punto in cui la volontà straniante dell’autore viene meno. In una caverna dimessa al di sotto del mattatoio n.5 in cui erano stati piazzati, gli americani attendono la fine dei “passi di gigante” sopra alle loro teste. Il bilancio è allarmante e nessuno riesce ad elaborare realmente la quantità degli abitanti uccisi: saranno 135.000 le vittime. La bomba atomica lanciata su Hiroshima ne aveva abbattute 71.379, a Tokyo il 9 marzo del ’45 erano state distrutte 83.793 vite. Al di là dei numeri, più o meno discutibili – gli storiografi moderni hanno ancora qualche riserva a riguardo –, non è in dubbio che a Dresda si sia verificata una tragedia: “così va la vita”.

Kurt Vonnegut vuole forse comunicarci che le guerre siano inevitabili? Forse. Certo è che possiamo consolarci tentando di spostare l’attenzione sulle cose belle della vita, e pensare che ogni persona spazzata via dalla guerra possa essere ancora viva da qualche parte – e ognuno interpreti questa affermazione secondo la propria disposizione d’animo. Quella di Mattatoio n.5 non è solo la Seconda guerra mondiale, ma ogni guerra, la guerra, che si tratti del ’45 o del ’69. E quelle di Vonnegut sono “le parole e le espressioni schiette che la gente pensava ma non diceva, le idee che esprimevano sensazioni intime, che facevano vacillare i preconcetti e spingevano il lettore a guardare le cose da un’angolazione diversa”, come ha scritto il suo amico di una vita Dan Wakefield nell’introduzione a Quando siete felici, fateci caso – altro libro che vi consiglio fortemente.

Lettura interessante, dolorosa e diversa: consigliatissimo.

 

 

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