In una casa isolata, nel bel mezzo della campagna brasiliana, assistiamo alla scena di un uomo che rientra dopo una giornata di lavoro e trova la compagna ad aspettarlo sul prato. All’istante la narrazione ci catapulta nella loro relazione, fatta soprattutto di silenzi: in un gioco erotico che prevede poche parole, finta indifferenza e lunghi sguardi che accrescono il desiderio, questa coppia è tanto in sintonia nell’intimità quanto profondamente in crisi nella vita quotidiana. Le divergenze ideologiche – lui rigido «fascista», lei sessantottina progressista – sfociano ben presto in una violenta sfuriata e la donna, sconvolta, se ne va. Riuscirà a dimenticare l’umiliazione e a tornare dall’uomo di cui non può fare a meno?

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Mio primo libro edito Edizioni SUR, Un bicchiere di rabbia di Raduan Nassar è un racconto di un’ottantina di pagine, dal prezzo di copertina di 10€, che ho acquistato ad Una Marina di libri di quest’anno e che mi ha colpito subito per la sua trama. Non conoscevo l’autore, ma una volta scoperto che è annoverato fra i classici brasiliani del secolo scorso sono stata ancora più curiosa di affrontare questa lettura, un “breve capolavoro di tensione” dalla particolare impostazione.

Ho cominciato a vedere – purtroppo mi apparivano sui social – degli estratti di recensioni piuttosto controverse; la maggior parte dei lettori (almeno di quelli che conosco io) non era stata convinta dalla lettura, non la aveva compresa appieno o non era riuscita ad apprezzare lo stile dell’autore. Dal canto mio, posso già dire che ho trovato questa storia parecchio interessante, pur avendola iniziata con uno spirito diverso e con diverse aspettative.

Lei e lui non hanno un nome: i nomi spettano solo a donna Mariana, la governante, suo marito Antônio e Bingo, il cane fedele come pochi. Lei e lui sono due corpi e due anime legati in maniera indissolubile, capaci di trovarsi ed amarsi ardentemente nell’intimità dei gesti e degli sguardi, ma destinati anche a smarrirsi nella crisi delle loro visioni contrapposte nella vita di ogni giorno.

“Io so solo che mi affidavo interamente alle sue mani perché fosse completo l’uso che lei faceva del mio corpo”.

Il conservatorismo dell’uomo, fascista nell’accezione più negativa che la moglie riesce a dargli, e terribilmente coerente con i suoi pensieri e le sue azioni, stride prepotentemente con il carattere della moglie, giornalista vivace, sessantottina progressista, donna emancipata ed ironica, pungente nel mostrare il dissenso nei confronti delle parole dell’altro e capace di fargli perdere la ragione. La compagna è flessuosa, si insinua nella mente dell’uomo e lo avvolge con quella tenerezza che lui non ammette di desiderare; non per nulla la chiama “rampicantina”.

“Poiché sapevo che non c’è ramo né tronco, per quanto l’albero possa essere vigoroso, che resista all’avanzata di un rampicante, mi staccai da lei appena in tempo”.

In una giornata qualunque, che comincia dalla fine, da notte a notte, i due protagonisti, raccontati dal punto di vista dell’uomo – almeno fino all’ultimo capitolo –, si aprono ad una ricerca delle parti più profonde dell’animo umano, alla quale Nassar dà il via attraverso un pretesto apparentemente insignificante. Le formiche hanno lacerato la sua siepe: l’uomo viene colto da un’ira irrefrenabile, le formiche continuano a sgorgare dalla terra e diventano la metafora di tutte le contraddizioni e le parole frenate che ora vengono fuori dalle viscere, e che lui scaglia su di lei senza quasi riflettere. Ecco allora che le due visioni del mondo si scontrano in un immenso stream of consciousness, un flusso di coscienza che prosegue senza punti, se non si arriva prima alla fine dei capitoli. La sfuriata è lunga, intensa, arriva all’apice e riflette i caratteri incompatibili dei coniugi, così uniti nella notte precedente e ora così tremendamente agguerriti e lontani.

Nassar “dà vita a un protagonista maschile detestabile e irresistibile al tempo stesso”, e porta il conflitto di idee sul piano dei diritti, dell’emancipazione della donna e della continuamente ribattuta e presunta superiorità dell’uomo, che forse sfoga un inconscio senso di castrazione (vedere qui) utilizzando un linguaggio aggressivo, carico di sproloqui filosofeggianti e continui turpiloqui, cercando di non perdere il lume della ragione di fronte alla precisione e all’ironia tagliente della donna, che non fa che deridere le sue idee da fascista radicato. La sua indole ha un male profondo, il fascismo, male forse intrinseco dell’animo umano:

“Confesso che in certi momenti divento un fascista, lo divento e so di diventarlo, ma anche tu diventi una fascista, esattamente come me, solo che tu lo diventi e non sai di diventarlo; questa è l’unica differenza, soltanto questa; e tu solo non sai che lo sei diventata perché – non che sia una novità – non c’è nulla che sia più alla moda oggigiorno che essere fascisti in nome della ragione”.

Bingo, il cane fedelissimo, corre e, metaforicamente parlando, taglia lo spazio fra i due e li separa su due isole di terra. Vaneggiamenti, allucinazioni e necessità di imporre il proprio pensiero sfociano nella goccia che fa traboccare il vaso: la violenza verbale si trasforma in violenza fisica, lui le dà un ceffone e si stampa sulla pelle l’appellativo di “mostro”. La donna sale in macchina e se ne va piangendo; a lui cedono le ginocchia e si ritrova a terra, con le lacrime agli occhi, perduto tra i frammenti dei freni che ha voluto annientare.

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L’ultimo capitolo cambia le carte in tavola, e si struttura sul punto di vista della donna; siamo al punto cruciale della narrazione, quello che ci fa cogliere il senso reale di tutto quello che è appena accaduto. Amore e guerra, Eros e Thanatos, rabbia, disprezzo, desiderio, “dominio e sottomissione”: sono queste le chiavi di interpretazione di questa breve e apparentemente semplice scrittura.
Scrive Matteo Nucci nella postfazione:

E’ il lettore che deve dare la sua risposta, ora. Il lettore che conosce e non conosce l’amore perché la verità dell’amore sfugge sempre e sfugge per sempre.

Nassar ci invita a fare i conti con la verità più vera. Il fulcro della storia è l’amore, un amore che, come tutti, non può fare a meno di nutrirsi di inganni e maschere, di contraddizioni, di complessità contro le quali si può resistere soltanto confrontandosi con la verità delle stesse e con la loro esistenza. L’autore ci getta in faccia un amore calato nella storia dell’uomo e nelle sue perplessità e convinzioni.

Lei agile, lui rigido: al di là delle ideologie politiche, Nassar ci mostra l’amore come passione legata indissolubilmente alla ragione, come paura di simbiosi, immagine antica che, per salvarsi nella sua integrità, decide – e necessita – di muoversi guerra.
E’ per questa interpretazione e per tutti questi inaspettati spunti di riflessione che ritengo questa lettura molto interessante e anche importante per aprire la mente ad altri punti di vista, per imparare qualcosa che forse ci disturba o ci turba, ma che a lungo termine sapremo apprezzare e comprendere.

Consiglio la lettura di questo libro a chiunque voglia provare a cimentarsi in qualcosa di diverso e ad aprirsi alla consapevolezza che le sfumature del nostro animo possono essere più oscure e tortuose di quanto possiamo immaginare.

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